#ANNIVERSARI – 23 agosto 1989 – The BALTIC WAY

 

La Via Baltica o Baltic Way (in estone Balti kett, in lettone Baltijas ceļš, in lituano Baltijos kelias), un evento popolare di protesta, tenutosi il 23 agosto 1989 nelle allora Repubbliche Socialiste Sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania, quando approssimativamente due milioni di persone, tenendosi pacificamente per mano, formarono una catena umana lunga circa 600 km passando attraverso Tallinn, Riga e Vilnius, le capitali delle Repubbliche Baltiche.

La manifestazione fu organizzata per attirare l’opinione pubblica mondiale sulle condizioni economiche e politiche delle tre repubbliche baltiche sotto l’occupazione sovietica, in concomitanza col cinquantesimo anno dal Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1989 questi Stati erano l’unico caso, in Europa, ad avere ancora un’occupazione straniera sovietica dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questi stati, non di etnia russa ma annessi forzatamente all’Urss nel 1940, erano da sempre desiderosi di ritornare indipendenti.

23/8/1797, nel Montenegro lo struggente addio al Leone di San Marco – di Ettore Beggiato

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Il 12 maggio 1797 cadeva (o meglio, tramontava…) la Serenissima Repubblica Veneta;  nel nome di San Marco ci fu una resistenza notevole all’avanzata dei  giacobini francesi e italiani: dal ponte di Rialto alle Pasque Veronesi, da Salò all’Altopiano dei Sette Comuni, dalla bresciana Valle Sabbia all’Istria.

In altri territori del Serenissimo Commonwealth, invece, la bandiera di San Marco continuò a sventolare per settimane e settimane; nella fedelissima Dalmazia fino a  tutto agosto,  per oltre cento giorni ci furono  “enclaves” dove la Serenissima continuò  a esistere.

Emblematico e commovente il caso di Perasto, nelle Bocche di Cattaro, nella parte meridionale della Dalmazia,  che attualmente fa parte della Repubblica del Montenegro;  solo il 23 agosto 1797 il capitano Giuseppe Viscovich ammainò le insegne del “Serenissimo Veneto Gonfalon” con uno struggente addio che riprongo e che dedico a tutti coloro che  continuano ad ignorare l’attaccamento dei popoli, delle genti, delle terre che si riconoscevano nella bandiera di San Marco:         

 “In sto amaro momento, che lacera el nostr cor, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, al Gonfalon de la Serenissima Republica, ne sia de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passata e de sti ultimi tempi, rende non solo più giusto sto atto fatal, ma virtuoso, ma doveroso par nu.

Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l’Europa, che Perasto ha degnamente sostenudo fin a l’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon, onorandolo co sto atto solenne, e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto. Sfoghemose, cittadini, sfoghemose pur, e in sti nostri ultimi sentimenti coi quali sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa sotto al Serenissimo Veneto Governo, rivolgemose verso sta Insegna che lo rappresenta, e su de ela sfoghemo el nostro dolor.

Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par Ti, o San Marco; e fedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi. Nissun con Ti ne ha visto scampar, nissun con Ti ne ha visto vinti e spaurosi! E se i tempi presenti, infelicissimi par imprevidenza, par dissension, par arbitri illegali, par vizi offendenti la natura e el gius de le genti, non Te avesse tolto da l’Italia, par Ti in perpetuo sarave le nostre sostanze, el nostro sangue, la vita nostra e, piuttosto che vederTe vinto e desonorà dai toi, el coraggio nostro, la nostra fede se avarave sepelio sotto de Ti! Ma za che altro no ne resta da far par Ti, el nostro cor sia l’onoratissima to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagreme!”  

E l’autorevolissimo Giuseppe Praga, nella sua “Storia di Dalmazia” sottolinea così il commovente addio:

” Parole che potevano essere trovate soltanto per rendere l’estremo saluto a un genitore, dal quale si erano avute anima e vita”

Ettore Beggiato

#IRELAND – ONORI MILITARI A UN MILITANTE REPUBBLICANO – di Gianni Sartori

Purtroppo per lui portava lo stesso nome del protagonista di Robocop.
Una coincidenza che i malevoli non mancavano di sottolineare. Ma le analogie finivano lì.
Alex Murphy, sessantenne, ex militante dell’IRA, è morto il 15 agosto nella sua casa di Falls Road a Belfast. Venne imprigionato in quanto responsabile dell’uccisione di due soldati inglesi (ma in realtà erano già agonizzanti e senza speranza per il linciaggio subito dagli incazzati abitanti di West Belfast) il 19 marzo 1988.
Un riepilogo. Qualche giorno prima (3 marzo 1988) le Sas (teste di cuoio britanniche) avevano abbattuto tre militanti – disarmati – dell’IRA a Gibilterra: Mairéad Farrel, Danny McCann e Séan Savage.
Quando le bare erano tornate a Belfast, nel cimitero cattolico di Milltown, i funerali venivano attaccati con spari e granate da un miliziano lealista, Michael Stone*. Tre persone erano rimaste uccise e 64 ferite. Le armi – me lo dichiarò Gerry Adams in un’intervista del maggio 1994 – sarebbero state fornite dagli Inglesi, così come le informazioni su quali esponenti repubblicani avrebbero presenziato ai funerali. L’episodio venne ripreso dalle televisioni di tutto il mondo e in quella occasione i media avevano avuto parole di apprezzamento per il coraggio dei giovani che lo avevano inseguito e catturato vivo in quanto agirono disarmati. Ma due giorni dopo, al funerale di una delle tre vittime, un’auto si introdusse – si disse per caso, non intenzionalmente – nel corteo. A bordo c’erano due uomini armati, sotto-ufficiali inglesi in borghese.
Circondati dalla folla che temeva un altro attacco settario, i due militari spararono alcuni colpi di pistola. Vennero aggrediti, disarmati, tolti di peso dall’auto e praticamente linciati. Presi in consegna da alcuni esponenti dell’Ira, furono – pare – interrogati e poi uccisi.
E la gente di West Belfat, la stessa che due giorni prima era stata apprezzata, venne descritta dai media come barbara, assassina, selvaggia. Senza che nessuno facesse lo sforzo di comprendere la situazione psicologica di persone che erano state aggredite a colpi di granate durante un funerale, di una comunità oppressa e assediata che veniva sistematicamente infiltrata e provocata.
Ritenuto uno dei responsabili, Alec Murphy era stato condannato all’ergastolo con un altro repubblicano, Hugh Maguire. In virtù degli accordi del Venerdì Santo, venne liberato nel 1998.
Nei primi anni settanta – ancora sedicenne – era già stato incarcerato e rinchiuso a Long Kesh, in seguito teatro dello sciopero della fame del 1981.
Ai suoi funerali ha presenziato una folla numerosa, ma non sono mancate accese polemiche per il video diffuso successivamente. Vi si vedono infatti alcuni militanti repubblicani incappucciati rendergli gli onori militari sparando colpi in aria davanti al feretro. Per la polizia si tratterebbe di un “atto criminale” e il giorno successivo l’abitazione di Murphy è stata perquisita. Per il momento nessun arresto comunque.
*nota 1. Diventato un simbolo per la comunità lealista, filobritannica (anche perché una delle sue tre vittime risulterà poi essere un militante dell’Ira), Michael Stone, arrestato dalla Ruc (Royal Ulster Constabulary), venne condannato all’ergastolo. Rilasciato nel 2000 per effetto degli Accordi di Belfast, aveva preso posizione in favore del processo di pace. Questa scelta fu la causa – all’inizio del 2002 – del suo esilio volontario dall’Isola. Aveva infatti subito sia minacce che aggressioni fisiche da parte dei suo ex commilitoni dell’UFF, all’epoca ancora contrari agli “Accordi del Venerdì Santo” e fautori di una ripresa del conflitto. Ma poi, presumibilmente, deve averci ripensato. Infatti nel 2006 venne nuovamente arrestato per un progetto di attaccare lo Stormont e – presumibilmente – assassinare Gerry Adams e Martin McGuinness, esponenti del Sinn Fein. Nel gennaio 2019 Stone (64 anni) ha incaricato il suo avvocato di presentare richiesta di appello alla Corte Suprema in quanto i giudici avevano stabilito che non avrebbe potuto accedere alla libertà vigilata prima del 2024.
Chi è veramente Michael Stone? Un “mercenario del crimine” di professione (come è stato definito) – manipolato e strumentalizzato – o un residuato bellico, rottame scomodo e impresentabile della guerra sporca?
Gianni Sartori

#INDIPENDENTISMO – PAPUA OCCIDENTALE COME TIMOR EST? – di Gianni Sartori

A Manokwari, il 19 agosto, migliaia di persone hanno voluto esprimere vigorosamente la loro protesta contro gli arresti di decine di giovani indipendentisti avvenuti nei giorni precedenti. E non sono mancati, per le strade della capitale della provincia di Papua occidentale (sotto amministrazione indonesiana) disordini e azioni dirette: negozi e auto incendiati, segnali stradali divelti, lanci di pietre contro la polizia…
Quasi una sollevazione che ha avuto il suo culmine nell’incendio del Parlamento regionale.
Il 17 agosto (data dell’indipendenza dell’Indonesia), una cinquantina di studenti papuani “fuori sede” erano stati arrestati a Surabaya (isola di Giava) per aver distrutto una bandiera indonesiana. Qui la polizia interveniva con cariche e lanci di lacrimogeni per costringere gli studenti a uscire dai loro alloggi. Stando alle dichiarazioni ufficiali, questi giovani (ma presumibilmente non i distruttori della bandiera) verrebbero rilasciati dopo gli interrogatori che si svolgono nei commissariati.
Già due giorni prima, il 15 agosto, centinaia di militanti indipendentisti della Papua occidentale e loro sostenitori indonesiani avevano manifestato in varie città per l’anniversario dell’accordo di New-York (sottoscritto negli USA) con cui – nel 1962 – la sovranità della regione passava dai Paesi Bassi all’Indonesia.
Nella città di Amboine (Maluku, Isole Molucche) una dozzina di studenti venivano picchiati e arrestati dopo che la manifestazione era già stata dispersa dall’intervento della polizia. A Ternate (Maluku) la protesta era stata organizzata dal KMP (movimento studentesco di Papua) e dal FRI-WP (Fronte dei popoli indonesiani per la Papua occidentale). Anche in questo caso la manifestazione è stata immediatamente attaccata e dispersa. Altri15 militanti venivano ugualmente picchiati, arrestati e portati al commissariato. Ennesima aggressione a Malang (Giava) contro gruppi di studenti che manifestavano. In questo caso ad agire sarebbero stati miliziani nazionalisti indonesiani (o forse paramilitari) in abiti civili.
Inevitabile pensare ai gruppi analoghi (mercenari, collaborazionisti, vigilantes…) che agivano contro gli indipendentisti di Timor Est nel secolo scorso.
Qui, a Malang, si contavano 24 feriti, cinque dei quali in maniera grave.
Altra manifestazione a Giacarta dove la gente si era radunata prima davanti all’ambasciata statunitense e poi al “palazzo dello Stato” cantando l’inno dell’Organizzazione per una Papua libera. Tra le loro richieste, la fine dello sfruttamento e della deforestazione e l’indipendenza totale dall’Indonesia.
In totale i fermati dalla polizia sarebbero stati circa 150 e almeno 60 manifestanti – stando alle informazioni reperibili – erano ancora detenuti dopo due-tre giorni.
Va segnalato che negli ultimi tempi, dopo anni di relativa “convivenza pacifica”, le forze di sicurezza di Giacarta (anche se ora la capitale verrà trasferita in Borneo) sono state spesso accusate di atti di estorsione nei confronti della popolazione di Papua e anche dell’assassinio di militanti indipendentisti, di sindacalisti e di esponenti ambientalisti. Sia per alcuni osservatori che per le autorità indonesiane gli avvenimenti di questi giorni evocano fatalmente lo “spettro” di una seconda Timor Est.
(Gianni Sartori)

#SÜDTIROL – Commemorazione presso il Campo di concentramento italiano di Prato d’Isarco – 7 settembre 2019 – comunicato stampa bilingue

Karneider Gemeinderat Karl Saxer liest aus dem „Diarium“ eines KZ-Wachmannes

Heimatbundobmann Roland Lang: Auffindung des Tagebuchs eines KZ Wächters durch den Buchautor Günther Rauch ist ein großer Glücksfall.

Am 7. September findet in Blumau mit Beginn um 18.00 Uhr eine Gedenk- und Mahnwache der Heimatvereine statt, um an die im italienischen KZ „Campo di concentramento Prato d’Isarco“ von 1941 bis 1943 gefangen gehaltenen antifaschistischen Regimegegner und Soldaten der alliierten Truppen zu erinnern. Neben Ansprachen verschiedener Südtiroler Persönlichkeiten ist eine Kurzlesung aus dem Tagebuch eines im KZ Campo Prato d’Isarco tätigen Trentiner Wachsoldaten vorgesehen.

Diese Vorlesung hält der Karneider Gemeinderat Karl Saxer, einer der besten Kenner der Blumauer Dorfgeschichte. Saxer wird einige Tagebuchpassagen vorlesen die sich auf die ersten Eindrücke beziehen, welche nicht weniger als sechundsechszig vom Generalstab des Bozner Armeekorps am Dreikönigstag 1941 nach Blumau abkommandierte Scharfschützen beim Betreten des mit doppelten Stacheldraht und hohen Mauern umzäunten Konzentrationslagers gewonnen haben.

Ersten Einblick vom KZ im Tagebuch eines Lagerwächters festgehalten.

Durch die vom Trentiner KZ-Wächter im Tagebuch festgehaltenen Eindrücke erhält man einen ersten Einblick über das 1940 im Auftrag des italienischen Ministerpräsidenten Benito Mussolini vom Staatssekretär und späteren Kriegsminister Guido Buffarini-Guidi in Zusammenarbeit mit dem Bozner Präfekten und Hochkommissar für die Umsiedlung der Südtiroler ins Dritte Reich, Agostino Podestà, und dem Komando des Bozner Armeekorps auf dem früheren Brauereigelände errichtete faschistische Konzentrationslager.

Roland Lang: Auffindung des Tagebuchs eine großer Glücksfall

Für Roland Lang, dem Obmann des Vereins Südtiroler Geschichte und des Südtiroler Heimatbundes und somit Mitträger der Gedenkveranstaltung von Blumau, ist das Erscheinen des „Diariums“ des Trientiner Wachmannes ein großer Glücksfall.

Es untermauert die bereits vom Buchautor Günther Rauch in jahrelanger, mit großer Akribie geführten und im Buch „Italiens vergessenes Konzentrationslager ‚Campo d’Isarco‘ bei Bozen (1941-1943) veröffentlichten Recherche.

Das aus einer tiefkatholischen Bauernfamilie stammenden und am Fuße des Paganella Bergmassiv aufgewachsenen Scharfschützen stellt  eine außerordentlich wichtige Quelle dar über das militärische Leben des späten, von grausamen Kriegen, Leid und Tod gekennzeichneten „Ventennio fascista“.

KarI Saxer, consigliere comunale di Cornedo all’Isarco leggerà brani dal diario di una guardia del “campo di concentramento Prato d’Isarco”
Roland Lang: il ritrovamento delle memorie di un soldato di guardia al campo da parte di Günther Rauch,  ricercatore storico e autore di due libri sul campo fascista, è un grande colpo di fortuna.

Sabato 7 settembre si terrà a Prato all’Isarco con inizio alle 18.00 una veglia per non dimenticare le atrocità delle dittature nazifasciste e in memoria degli internati, oppositori antifascisti del regime e prigionieri di guerra, del campo di concentramento italiano di Prato d’Isarco. Il campo voluto da Benito Mussolini era in vigore dal primo di gennaio 1941 a settembre 1943.

Durante la veglia antifascista, che si svolgerà dalle ore 18.00 alle ore 19.00 davanti alla lapide in memoria del campo in via Tires, prenderanno la parola varie personalità sudtirolesi e trentine, fra cui lo scrittore Trentino Giuseppe Matuella e il capo degli Schützen Jürgen Wirth Anderlan.

Uno dei momenti principali della manifestazione sarà la lettura da parte del Consigliere Comunale di Cornedo all’Isarco e grande conoscitore della storia di Prato all’Isarco, Karl Saxer, di brani scelti dal diario di un sorvegliante del “Campo di concentramento Prato d’Isarco”.

Saxer leggerà alcuni brani riferiti in particolare alle prime impressioni che sessantasei tiratori scelti e soldati inviati dallo Stato Maggiore dell’Esercito italiano a Prato all’Isarco per servizi di vigilanza, ebbero entrando il giorno di epifania del 1941 nel campo di concentramento attorniato da alti muri di cinta e da una schermata di filo spinato.

Un soldato del battaglione Pusteria ha descritto nel diario le sue prime impressioni del campo di concentramento Prato d’Isarco.
Attraverso il racconto nel diario della guardia si avrà una prima descrizione del campo,  voluto dal capo di governo italiano Benito Mussolini e dal suo Segretario di Stato (poi Ministro di guerra) Guido Buffarini-Guidi, già a Bolzano per la “Grande Opzione”, e messo in opera sui terreni e edifici dell’ex-Birreria a Prato all’Isarco, dal prefetto di Bolzano, Agostino Podestà, già prefetto di Perugia e inviato in Sudtirolo come Alto commissario per l’ “esecuzione degli accordi italo-tedeschi per l’Alto Adige” e il trasferimento dei sudtirolesi nel terzo Reich.

Roland Lang: “il ritrovamento nel diario un grande colpo di fortuna”
Per Roland Lang, presidente dell’Associazione Storia del Südtirol e del Südtiroler Heimatbund e membro del Comitato di organizzazione della commemorazione Prato d’Isarco,  la comparsa del diario del guardiano è un grande caso fortunato. Le memorie del soldato italiano confermano in pieno la lunga, meticolosa e attenta ricerca già condotta da Günther Rauch, uno dei più autorevoli e documentati pubblicisti sudtirolesi, già  pubblicata nel libro “Italiens vergessenes Konzentrationslager ‘Camp d’Isarco bei Bozen (1941-1943)”. Il libro sul “campo di concentramento dimenticato dall’Italia” è uscito nel settembre 2018 e ha avuto un grande eco. Già dopo poche settimane il libro era esaurito.
Secondo Roland Lang, il diario scritto da un soldato Trentino proveniente da una famiglia di poveri contadini e di profonda fede cattolica, è una fonte importante su alcuni avvenimenti nel campo adiacente alle strade che porta al Brennero, ma in particolare anche sulla la vita militare degli ultimi anni del ventennio fascista, caratterizzato da grandi sofferenze, da crimini di guerra e di morte nel Montenegro e nei Balcani, di crudeli misfatti fascisti.

“#HoTornaremAFer” – Milano, 28 settembre 2019 – PROTAGONISTI – prof. AURELI ARGEMI’ (intervistato da Gianni Sartori nel 1988)

Argemì premio Creu de S.Jordi

Il prossimo 28 settembre a Milano, durante il Convegno “#HoTornaremAFer, la via catalana verso la Libertà”, organizzato da Centro Studi Dialogo, avremo con noi il prof. Aureli Argemì, fondatore e presidente emerito del Ciemen di Barcelona, una delle figure storiche del moderno catalanismo culturale, animatore di numerose inziative che negli ultimi decenni hanno contribuito al rilancio della problematica catalanista. Lo vorremmo presentare ai nostri lettori con un’intervista realizzata dal nostro amico e collaboratore Gianni Sartori nel 1988, in occasione di uno dei suoi  innumerevoli viaggi nelle Nazioni senza Stato d’Europa.

INTERVISTA CON AURELI ARGEMÌ

“CENTRE  INTERNACIONAL ABAT ESCARRÈ PARA A LES MINORIE ETNIQUES I LES NACIONS”

(1988)

Anche durante il franchismo la Chiesa seppe difendere la cultura e i diritti del popolo catalano. Alcuni monasteri, in particolare Montserrat, divennero il riferimento, la “casa aperta” per molti oppositori. Per non parlare delle coraggiose prese di posizione di alcuni religiosi come Mossén Pon Rovira e Mossén Carreras, durante gli ultimi anni della dittatura quando Franco (già moribondo) ordinava ancora di garrotare e fucilare giovani guerriglieri baschi e catalani.

Agli inizi degli anni suscitò un certo clamore la richiesta, fatta dal Vescovo di Solzona, di una Conferenza Episcopale catalana separata da quella spagnola.

Una figura assai rappresentativa di questo atteggiamento della Chiesa catalana è Aureli Argemì, segretario generale e fondatore del CIEMEN e figura carismatica del moderno catalanismo.

Lo abbiamo incontrato nella sede del  “Centre  Internacional Abat Escarrè Para A Les Minorie Etniques I Les Nacions”, Pau Claris 106, Barcelona.

CI PUÒ DIRE BREVEMENTE COS’È IL CIEMEN, COME E DOVE È NATO, COME SI SOVRAPPONE CON LA SUA STORIA PERSONALE?

La fondazione del “Centro internazionale Abate Escarré sulle minoranze etniche e nazionali” risale 1l 1975. All’epoca mi trovavo in Italia, esiliato. Proprio a Milano, nel 1976, abbiamo cominciato a pubblicare un bollettino che diventerà poi la nostra prima rivista: “Minoranze”. Ne vennero stampati 17 numeri, fino alla sospensione delle pubblicazioni per ragioni economiche. Ricordo tra l’altro che abbiamo parlato della fondazione della “Lega per i diritti e la liberazione dei popoli” e pubblicato lo Statuto della Lega stessa.

Con la morte di Franco abbiamo potuto trasferire tutta l’attività del Centro a Barcellona conservando comunque molti rapporti con l’italia a cui mi sento ancora molto legato. Questo naturalmente non solo perché vi abbiamo fondato il “Ciemen”, ma in particolare per i molteplici e costanti contatti che manteniamo con quelle realtà che in Italia chiamate minoritarie e che noi preferiamo definire “minorizzate”.

QUAL È ATTUALMENTE LO “STILE” DEL VOSTRO INTERVENTO, QUALI SONO LE VOSTRE PROPOSTE POLITICHE?

Il “Ciemen”, come dicevo, ha Barcellona come nucleo più attivo, ma è un Centro internazionale.

Si occupa quindi principalmente dei rapporti a livello internazionale tra i popoli oppressi di tutto il mondo, con un interesse particolare per i popoli d’Europa. Attualmente abbiamo una rete di contatti che ci permettono non soltanto di pubblicare riviste, raccogliere informazioni direttamente sul luogo ecc., ma anche di organizzare convegni, seminari internazionali.

In questo momento (1988, Nda) stiamo lavorando ad una organizzazione che è nata dal “Ciemen” ma che non è il “Ciemen”, è una iniziativa molto più vasta, consistente, a cui abbiamo dato il nome di “Conseo”, sarebbe come dire “Conferenza delle Nazioni”, una conferenza permanente delle Nazioni senza Stato dell’Europa occidentale. E’ un organismo che si propone di intervenire costantemente in tutti quei dibattiti in corso sui popoli minorizzati dell’Europa.

L’assemblea costituente risale a qualche anno fa e nell’88 si è tenuta una seconda assemblea per discutere soprattutto dei problemi relativi ai diritti collettivi dei popoli.

In pratica fu il nostro contributo a tutti i preparativi per il secondo centenario della Dichiarazione dei diritti umani individuali. Il nostro obiettivo (a cui stiamo lavorando con diversi altri gruppi) è quello di presentare una Carta dei diritti collettivi dei popoli.

Il nostro impegno è di promuovere, diffondere a livello europeo i risultati  delle nostre ricerche, dei nostri studi in proposito. Recentemente abbiamo organizzato dei convegni sul “diritto all’autodeterminazione in Europa”, pubblicando anche due volumi che ritengo fondamentali per affrontare il problema.

Il Ciemen quindi svolge innanzitutto un lavoro di ricerca per poter intervenire puntualmente in difesa dei diritti collettivi dei popoli sia a livello dei mezzi di comunicazione che in convegni, conferenze, dibattiti. Ci interessa particolarmente sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di tutti quei problemi interni dell’Europa che secondo noi andrebbero letti nell’ottica del colonialismo e della discriminazione.

Certo è più facile vedere come questi problemi esistano in altre parti del mondo, ma il più delle volte quando si manifestano in Europa non si analizzano nello stesso modo e si cercano giustificazioni ideologiche per problemi rimasti da sempre irrisolti. Invece il problema dei popoli minoritari è comune praticamente a tutti gli stati europei (esclusi il Portogallo e l’Islanda). Noi cre-diamo che un giorno si arriverà a risolvere questi problemi che sono problemi umani basilari e probabilmente sarà l’Europa stessa, nel suo insieme, a trarne vantaggio. Per questo noi lavoriamo per costruire non l’Europa degli Stati, ma l’Europa dei Popoli, delle Nazioni.

QUAL’ERA LA SITUAZIONE DELLA LINGUA E DELLA CULTURA CATALANE DURANTE IL FRANCHISMO? QUAL È ATTUALMENTE? E’ POSSIBILE UN CONFRONTO? COSA HA COMPORTATO DA QUESTO PUNTO DI VISTA LA ‘‘TRANSIZIONE”??

Durante il franchismo la lingua catalana (e con la lingua anche la cultura) era semplicemente vietata; non si poteva insegnare, non si poteva usare in pubblico, non era ovviamente presente nei mezzi di comunicazione. Questo comunque non è stato un fatto esclusivo del franchismo ma rientra nella tradizione politica di ogni governo centralista nei riguardi della Catalogna. Infatti la persecuzione della lingua catalana cominciò nel 1714, quando la monarchia borbonica, grazie agli eserciti spagnolo e francese, arrivò a dominare i Paesi catalani.

Da quel momento si fece tutto il possibile per far dimenticare ai Catalani di essere tali. Cominciò allora una vera e propria persecuzione che si concretizzò in momenti più o meno forti di repressione. Ad un certo momento, nell’800, mentre in tutta l’Europa si stava elaborando una nuova cultura legata al principio dello Stato-Nazione (v. le grandi politiche di unificazione ecc.) in Catalogna, con la rivoluzione industriale, si sviluppò una nuova borghesia che difendeva la lingua e la cultura come elementi importanti di affermazione della propria identità, non ancora o non completamente in senso nazionale ma almeno come popolo distinto. In molte altre zone d’Europa questa è stata la premessa per la creazione di nuovi Stati. Qui invece, per tutta una serie di circostanze, la borghesia non è riuscita a creare un nuovo Stato, uno Stato catalano, ma soltanto a favorire la rinascita (un rilancio molto forte) della lingua e della cultura, in sintonia comunque con gli analoghi processi di tutta Europa.

Questa coscienza della propria identità ha avuto un ruolo molto importante durante quasi un secolo in cui si sono alternati periodi di persecuzione con altri di tolleranza. Un periodo particolarmente duro è stato quello della prima dittatura, dal 1923 al 1929, seguito da un periodo di segno diametralmente opposto.

Con la nascita della Repubblica spagnola il catalano diventa la lingua ufficiale della Catalogna.

Già durante la guerra il franchismo aveva capito con molta chiarezza che bisognava fare tutto il possibile contro tutte le lingue e le culture diverse da quella ufficiale, ossia dallo spagnolo. Comunque già durante la dittatura, soprattutto durante gli ultimi anni, erano sorti molti organismi clandestini che portavano avanti una difesa molto coraggiosa della lingua e della cultura. Fra questi vanno ricordati prima di tutto quelli legati alla Chiesa catalana che ha lottato sia contro il franchismo che in difesa della nostra identità.

Fra i grandi esponenti della Chiesa catalana vi è appunto l’Abate Escarré, espulso da Franco e vissuto in Italia dal 1965 al 1968, fino al giorno della sua morte. Allora io ero il suo segretario e lo seguii restando in Italia alcuni anni.

PUÒ SOFFERMARSI SULLA SUA PERSONALE ESPERIENZA A RIGUARDO?

Come ho detto, anch’io provengo da quel baluardo della lingua e della cultura catalana che è stato ed è il monastero di Montserrat e anch’io fui espulso dalla Spagna franchista con un gruppo di monaci per ragioni politiche. Ho trascorso il mio esilio parte in Italia e parte nel sud della Francia, vicino alla frontiera, in quella che noi chiamiamo Catalunya nord.

Qui ho trascorso gli ultimi anni del franchismo (mantenendo comunque sempre rapporti anche con l’Italia) avendo la possibilità di continuare a rapportarmi con la realtà catalana.

E TORNANDO ALLA DOMANDA PRECEDENTE…?

Dicevo che alla morte di Franco esistevano già le premesse, una realtà di base creata da tutta la resistenza democratica, per lavorare in favore della lingua e della cultura catalana. Nel 1978 con la nuova Costituzione spagnola veniva garantito, almeno teoricamente, il rispetto di tutte le diverse realtà culturali e linguistiche.

Lo statuto di Autonomia per la Catalogna è del 1979. In questo statuto viene detto chiaramente che la lingua propria della Catalogna è il catalano, lingua ufficiale insieme allo spagnolo.

Questa affermazione è molto importante, basilare (benché sia anche un po’ confusa, contradditoria nell’affermare che vi sono due lingue ufficiali).

A partire da allora il catalano è stato la lingua delle istituzioni catalane, la lingua obbligatoria nelle scuole, la lingua da introdurre nei mezzi di comunicazione di massa.

In realtà la lingua catalana si trova ancora in una situazione, direi, di inferiorità sia nel campo amministrativo che in quello dell’insegnamento. Infatti le leggi spagnole non consentono ad un governo autonomo di esercitare tutte le competenze e nelle scuole molti insegnanti non sono catalani. Di conseguenza le scuole dove tutte le lezioni si svolgono in catalano sono inferiori di numero rispetto a quelle dove si fa tutto in spagnolo.

Benché il catalano sia formalmente obbligatorio in tutte le scuole non si può certo dire che tutte le scuole facciano tutto in catalano.

Questo si nota particolarmente a livello universitario dove si può scegliere tra spagnolo e catalano e si finisce col fare quasi tutto in spagnolo (significativa in proposito come “inversione di tendenza” l’esperienza, recente ma ricca di prospettive, in atto presso l’Università di Valencia).

Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione abbiamo in questo momento un canale televisivo i cui programmi sono tutti in catalano. Gli altri canali pubblici sono spagnoli, ma hanno l’obbligo di trasmettere per qualche ora al giorno in catalano. Possiamo dire che la proporzione è ancora favorevole allo spagnolo anche se il catalano sta recuperando terreno a diversi livelli (1988, Nda). Questa per noi non è ancora la situazione ottimale, ma si assiste ad un processo di normalizzazione linguistica che valutiamo positivamente.

IL VOSTRO CENTRO È DEDICATO ALLA MEMORIA DELL’ABATE ESCARRÉ: QUAL È STATA LA SUA POSIZIONE DURANTE IL FRANCHISMO?

L’abate Escarré è stato abate di Montserrat. Storicamente il monastero di Montserrat è sempre stato , in modo particolare durante il franchismo, la casa aperta a tutti i movimenti democratici del paese. L’abate Escarré ha preso posizione molto duramente contro il franchismo soprattutto su due aspetti: prima di tutto sul fatto che il franchismo ostentava la bandiera del cattolicesimo come difesa della propria ideologia. L’abate Escarré ha detto chiaramente e pubblicamente che questo era un modo per nascondere tutto quello che di anticristiano faceva il regime. Accusava il regime di essere una dittatura. D’altro canto l’abate Escarré è stato anche l’esponente più importante del mondo della Chiesa a difendere i diritti dei catalani alla propria lingua, alla propria cultura, alla propria identità.

E anche questo pubblicamente, fino al giorno della sua espulsione.

QUALI SONO GENERALMENTE I RAPPORTI TRA IL POPOLO CATALANO E GLI IMMIGRATI? E QUALI SONO I VOSTRI RAPPORTI CON GLI ALTRI POPOLI DELLA PENISOLA IBERICA (BASCHI, GALLEGHI, ANDALUSI, GITANI…)?

Premetto intanto che l’area linguistica catalana non è limitata soltanto alla Catalunya, ma che dobbiamo considerare anche il Paese Valenziano e le Isole Baleari (per cui si parla di Paisos Catalans, PP.CC., Nda). La situazione linguistica e culturale è diversa in ognuna di queste tre regioni dei Paesi Catalani. 

La Catalunya, essendo un paese altamente industrializzato, è particolarmente interessata dal fenomeno dell’immigrazione. Si tratta generalmente di immigrati dalle zone del sud della Spagna, soprattutto andalusi.

Attualmente sono più di un milione. Ovviamente questo ha creato il problema non indifferente della integrazione degli andalusi.

Durante il franchismo questa integrazione avveniva quasi spontaneamente, nel senso che quelli che difendevano la lingua e la cultura catalane erano automaticamente antifranchisti, a favore della democrazia. A quel tempo quindi gli andalusi arrivati nel nostro paese si integravano facilmente, senza conflitti.

Soltanto in seguito, quando alcuni partiti politici hanno cominciato a sostenere che in Catalunya esistevano due lingue e due culture, molti di loro hanno assunto un atteggiamento di rifiuto nei riguardi dell’integrazione. In questo momento non stiamo ancora assistendo ad una “guerra linguistica e culturale”, ma ci troviamo in una situazione che definirei di conflitto latente; non è la situazione normale che poteva esistere, almeno apparentemente, in periodi anteriori.

La nostra politica, quella che vogliamo continuare a portare avanti, è di non creare ulteriori conflitti, ma di impegnarci per la maggiore integrazione possibile degli immigrati.

Naturalmente c’è ancora molto da fare dato che qui attualmente si stanno parlando due lingue. Devo anche dire che si va diffondendo un nuovo atteggiamento, prima sconosciuto: molti immigrati si rifiutano semplicemente di imparare il catalano.

In questo momento praticamente tutti (o comunque la stragrande maggioranza) lo capiscono. Una inchiesta realizzata alla fine del 1987 ha confermato che il catalano viene compreso dal 90% dei catalani, da coloro che abitano in Catalogna; questo è ovvio dato che è una lingua neolatina, facilmente comprensibile anche da chi parla castigliano.

Concludendo: il problema non è di facile soluzione, ma è possibile intravedere un processo che permetterà di arrivare ad una intesa, a superare questa divisione che si potrebbe creare tra i catalani di origine e quelli delle più recenti immigrazioni. –

Quanto alla seconda parte della domanda possiamo dire che noi catalani ci sentiamo molto legati a tutte le lotte del popolo basco e del popolo gallego. La nostra condizione è comune: noi abbiamo una lingua e una cultura oppresse e quindi abbiamo più simpatia per coloro che lottano per difendere la propria identità.

Ma non ci fermiamo a questo: attualmente c’è una grande solidarietà anche con le lotte sociali che si stanno portando avanti in Andalusia. Da noi come ho detto ci sono molti immigrati andalusi. Molti di loro tornano nella loto terra con una nuova coscienza della loro identità.

Questo crea una simbiosi, una premessa al reciproco riconoscimento e alla difesa della nazione catalana e di quella andalusa, qualcosa di simile al rapporto che qui si vive con gli altri popoli della penisola iberica.

INTENDE DIRE CHE L’IMMIGRAZIONE HA FAVORITO INDIRETTAMENTE NEGLI ANDALUSI UNA MAGGIORE COSCIENZA DELLA LORO CONDIZIONE DI OPPRESSI DA PARTE DELLO STATO SPAGNOLO?

Si, proprio così. Non si può ancora considerarlo un fenomeno generalizzato, ma noi, per esempio, stiamo da tempo collaborando con gruppi di immigrati legati a movimenti che lottano per affermare una differenza degli andalusi rispetto al resto della penisola. Questo è molto importante perché riporta in superficie la realtà sociale autentica della penisola iberica; inoltre indebolisce tutte le tendenze nazionaliste-scioviniste che esistono al centro, a Madrid, quelle cioè portate avanti dal governo.

Noi abbiamo avuto sempre, storicamente, come nemico, come avversario principale, il centralismo. In questo momento, proprio perché ognuno dei popoli che costituiscono questa penisola sta prendendo coscienza, sta maturando non solo una aspirazione all’autonomismo, ma qualcosa che io credo ci potrà portare molto più in là. Per esempio sia in Catalogna che nei Paesi Baschi si sviluppa, ogni volta più profonda, una coscienza europea, la consapevolezza che i nostri problemi non passano per Madrid, non si devono risolvere a Madrid, ma in un ambito molto più grande, a livello europeo.

Tutti noi ci sentiamo molto più europei che spagnoli.

CI SONO STATI DEI PROBLEMI (LO CHIEDO PENSANDO AI PROBLEMI CHE HANNO AVUTO IN PROPOSITO GLI IRLANDESI) A STRASBURGO PER QUANTO RIGUARDA LA LINGUA?

Naturalmente. Premetto che, per certi aspetti, la situazione del catalano e della cultura catalana nell’Europa comunitaria si trova in una situazione direi privilegiata. Ossia, noi abbiamo una lingua minorizzata, ma la nostra lingua è più parlata, più usata di alcune lingue che sono ufficiali. Il nostro livello di produzione letteraria, di insegnamento, di modernizzazione ecc. è paragonabile al greco, al portoghese e al danese, lingue di tre paesi che fanno parte della comunità europea.

Il nostro attuale obiettivo è pertanto quello di far sì che le istituzioni europee accettino il catalano come lingua ufficiale, almeno in linea di principio, perché poi ci sarebbero problemi pratici, quali le traduzioni.

Questa richiesta è stata portata avanti dai nostri movimenti in ogni occasione direttamente a Strasburgo. Nel mese di ottobre del 1987 una folta delegazione popolare catalana è andata a Strasburgo.

Qui, dopo le manifestazioni, abbiamo presentato un documento chiedendo che la lingua catalana diventi ufficiale. Personalmente ritengo che l’accoglienza sia stata molto positiva.

Questo documento era stato firmato da circa centomila persone e tutti i deputati catalani eletti al Parlamento europeo lo hanno sottoscritto, nessuno escluso.

Su questo c’è stata completa unanimità, indipendentemente dagli schieramenti di appartenenza. Inoltre siamo stati ricevuti dal Presidente del parlamento europeo che ci ha detto testualmente come noi avessimo il pieno diritto di chiederlo (questo naturalmente non vuol dire che la risposta sarà positiva). In ogni caso questo movimento che ha una larga base sociale ci autorizza a sperare che un giorno anche il catalano sarà lingua ufficiale a Strasburgo.

Naturalmente noi vogliamo lo stesso anche per tutte le altre lingue; non difendiamo il catalano perché lo consideriamo espressione di una cultura “superiore”, migliore delle altre lingue minorizzate, ma perché crediamo che soltanto con il rispetto della diversità linguistica e culturale si potrà costruire un’Europa dei popoli.

LEI HA FATTO UN’ANALOGIA CON QUELLO CHE SUCCEDE NEI PAESI BASCHI. IN CHE MODO E IN CHE MISURA LA DIFESA DELLA VOSTRA IDENTITÀ E LA LOTTA PER L’AUTODETERMINAZIONE HANNO FRENATO QUEI TIPICI FENOMENI DI DISGREGAZIONE CULTURALE E SOCIALE CHE SONO CARATTERISTICI DELLE MODERNE SOCIETÀ OCCIDENTALI (V. LA DIFFUSIONE DELLA DROGA TRA I GIOVANI…)?

Io direi che il fenomeno della droga, che pure qui è piuttosto diffuso, finora non è stato un elemento decisivo per la disgregazione del tessuto sociale catalano, almeno non sul piano della lotta per l’affermazione nazionale. Sono invece intervenuti altri elementi: innanzitutto si è diffusa tra la gioventù una mentalità molto pragmatica, molto individualistica per cui non vi sono grandi ideali; questi vengono considerati utopistici, irraggiungibili.

Da questo punto di vista rileviamo nella gioventù un diffuso disinteresse per i problemi fondamentali, come la difesa dei diritti umani, individuali e collettivi.

Tutto questo è naturalmente in rapporto con la diminuita sensibilità politica. Non direi comunque che la droga sia stata una delle cause principali.

Intervengono molti altri fattori, soprattutto in una situazione in cui la disoccupazione è piuttosto alta. Gran parte della gioventù non trova lavora e questo genera angoscia. E questa angoscia, questo senso di insicurezza vengono sicuramente usati, manipolati affinché i giovani siano distolti da altri problemi più ideali.

 

(1) Nota: questa intervista risale alla seconda metà degli anni 80; in seguito anche nei PP.CC. è prevalsa l’immigrazione dai paesi extraeuropei, in particolare dal Nordafrica

#SÜDTIROL – Veglia per non dimenticare – 7 settembre 2019

Gedenkstein

Giuseppe Matuella  e Jürgen Wirth Anderlan – insieme per ricordare il campo di concentramento dei fascisti italiani a Prato all’Isarco

Saranno il noto scrittore Giuseppe Matuella della Valsugana, membro del “Circolo Michael Gaismayr del Trentino” e autore di numerosi scritti e libri storici e  il nuovo comandante degli Schützen sudtirolesi, Jürgen Wirth Anderlan, a tenere il 7 settembre alle ore 18 a Prato all’Isarco i discorsi ufficiali per ricordare il campo di concentramento. Questo campo è stato  aperto per volontà dal capo di governi italiano, Benito Mussolini, e dal suo seguace Sottosegretario al Ministero degli Interni, Guidi Buffarini- Guidi, già a Bolzano per gestire l’operazione  delle opzioni. Il campo è stato poi messo in opera del prefetto fascista di Bolzano, Agostino Podestà e dal Corpo d’Armata.  

Il campo prescelto era la grande struttura della vecchia Birreria Blumau di Prato all’Isarco. La scelta per l’unico campo di concentramento fra Verona e Bolzano era caduta su Prato all’Isarco perché il paese non è lontano dal Brennero (Terzo Reich) e perché  la Ex-Birreria era abbandonata e non utilizzata, ed  era già stata acquistata verso la fine del 1939 dal Ministero degli Interni. Inoltre era situata lontano dalla città, ma vicino alla ferrovia.  Sotto molti aspetti il campo di concentramento di Prato all’Isarco era simile a quello di Colfiorito (Perugia), che non a caso era stato perfezionato sotto le direttive dell’allora prefetto di Perugia, Agostino Podestà, uno dei fascisti della prima ora e da febbraio 1940 prefetto di Bolzano. 

Roland Lang, presidente della lega patriottica dei sudtirolesi e membro del comitato organizzatore della veglia di Prato all’Isarco, rileva che nei documenti ufficiali del governo italiano e in tutti i documenti custoditi dalla Croce rossa internazionale (Ginevra) e dal Vaticano e negli archivi dell’ex-Jugoslavia, dei paesi alleati e del Commonwealth e da molti altri documenti il campo era denominato “Campo di concentramento Prato Isarco”.  Il campo, nel quale sono stati rinchiusi migliaia di antifascisti e resistenti dei paesi balcanici (croati, boemi, serbi e montenegrini) e prigionieri di guerra dei paesi alleati e dell’Unione Sovietica ha funzionato dall’inizio del 1941 fino a settembre 1943.

Per il Comitato organizzatore

Roland Lang

 

 

COLONIALISMO CINESE IN KIRGHIZSTAN – di Gianni Sartori

miniera oro

La miniera d’oro di Solton-Sary si trova a circa 350 chilometri dalla capitale del Kirghizstan – Bichkek – nella regione di Naryn, a nord della catena montuosa Kapka-Tach.

Da anni viene sfruttata da una compagnia cinese, la Zhong Ji Mining.

Qualche dato per la cronaca. La Zhong Ji Mining (oltre ai cinesi impiega anche circa 150 abitanti del luogo) aveva ottenuto nel 2012 una licenza per sfruttare tre zone aurifere: Solton-Sary- Buchuk, Ak-Tach e Altyn-Tor. L’anno scorso ha annunciato la costruzione di altre infrastrutture prevedendo un investimento di almeno 100 milioni di dollari.

Tuttavia gli ambiziosi progetti cinesi non sembrano aver convinto la popolazione locale.

Per il 5 agosto gli abitanti di alcuni villaggi (Emgekchil, Min-Bulak, On-Archa…) avevano organizzato una manifestazione di protesta a cui hanno preso parte diverse centinaia di persone. Chiedevano la chiusura della miniera, fonte di inquinamento sia dell’aria che dell’acqua.

Ma, invece di ascoltare ed eventualmente discutere la richiesta, i dipendenti – cinesi – della compagnia, ancora prima di richiedere l’intervento della polizia, si sono scagliati contro la gente che contestava. Nei tafferugli – con diversi lanci di pietre – sono rimaste ferite una ventina di persone. L’iniziativa si è poi conclusa con un animato e partecipato sit-in.

Sono ormai diversi anni che i Kirghizi denunciano le conseguenze mortifere delle attività estrattive. In particolare la vasta moria di bestiame (bovini e pecore) allevato in quel territorio. Territorio evidentemente contaminato anche, si ritiene, a causa delle numerose esplosioni che diffondono polveri sui pascoli.

Qualche giorno prima, il 2 agosto, c’era stata una piccola avvisaglia della tensione che andava montando tra i due gruppi. Alcuni abitanti del luogo avevano chiesto aiuto agli impiegati cinesi per far ripartire la loro auto rimasta in panne. Ma invece di aiutarli questi li avevano aggrediti e non solo verbalmente.

Un’altra manifestazione contro la miniera si era svolta il 17 luglio per denunciare l’ennesima strage di montoni (un centinaio).

In realtà è almeno dal 2011 che gli abitanti chiedono che lo sfruttamento della miniera porti almeno qualche beneficio anche alla popolazione locale, non solo effetti collaterali negativi. Anche allora, nel corso di una protesta, una decina di manifestanti erano rimasti feriti.

In una assemblea (un centinaio i partecipanti) che si era svolta nel villaggio di Emgekchil nel dicembre 2018 – visto e considerato il grave stato di inquinamento delle acque – era stata avanzata la richiesta di annullare la licenza di sfruttamento dei campi auriferi (una delle principali risorse del paese) e la costituzione di una commissione indipendente di esperti.

Dopo questa richiesta e una raccolta firme, si era svolto un incontro tra rappresentanti del governo, funzionari statali (il direttore dell’Ispettorato per la sicurezza ecologica e tecnica, il direttore del centro di sorveglianza sanitaria-epidemiologica…) e dirigenti della compagnia cinese.

Ma poi era stato proprio il rappresentante governativo – Amanbai Kaiypov – a dichiarare in conferenza stampa che gli abitanti avevano avuto “informazioni non corrispondenti alla realtà”. E comunque, sempre secondo il funzionario, anche le esplosioni erano “autorizzate in quanto da considerarsi normali nelle attività minerarie”.

Veniva comunque concessa e promessa l’apertura di un’inchiesta. A tale scopo – almeno ufficialmente – sarebbero già stati prelevati campioni sia di acqua e aria, sia dal bestiame deceduto (lanciando però una provocazione, insinuando che “gli animali potrebbero essere vittime di maltrattamenti”)

Per il deputato Aziz Kasenov “se la commissione dovesse accertare che effettivamente il bestiame è morto a causa delle attività minerari, la compagnia cinese dovrà indennizzare i proprietari”. Qualora rifiutasse sarebbe “passibile di una multa di diversi milioni e anche della sospensione della licenza”.

In passato non sono mancati in Kirghizstan altri contenziosi tra i locali e le compagnie che estraggono l’oro. Per esempio nel caso della miniera Koumtor, in gestione al gruppo canadese Centerra Gold, il conflitto divenne tanto aspro che nel 2013 convinse il governo a decretare lo stato di emergenza.

In quel caso la popolazione chiedeva la nazionalizzazione della miniera che rappresenta circa la metà delle esportazioni e il 10% della ricchezza prodotta nel paese.

Danni ambientali a parte, sugli accordi intercorsi tra la compagnia canadese e il governo aleggiavano fondati sospetti di corruzione.

Gianni Sartori

#ROJAVA – Oggi manifestazioni in tutto il mondo

Lintrigo-curdo-di-Parigi

Il Congresso della società democratica del Kurdistan in Europa (KCDK-E) rivolge un appello all’opinione pubblica democratica e antifascista. E’ un invito a partecipare alle manifestazioni (previste dall’Australia al Canada) contro il progetto di occupazione della Turchia nei confronti del Rojava.
L’appello deriva dai recenti accordi intercorsi tra USA e Turchia, accordi che prevedono l’occupazione (ufficialmente “congiunta”) all’interno dei territori del Rojava.
BELGIO
Bruxelles, Gare Centrale – 10 agosto, 14h
FRANCIA
Marseille, Place Canebière – 10 agosto, 19h
Bordeaux, Place Théâtre – 10 agosto, 18h
Paris, Gare de l’Est – 10 agosto, 15h
Rennes, Place Colombie – 10 agosto, 16h
Draguignan, davanti alle Poste – 10 agosto, 18h
SVEZIA
Örebro, Våghustårget – 10 agosto, 13h
Göteborg, Brunsparken – 10 agosto, 13h
Malmö, Triangeln, 21143 Malmö – 10 agosto, 13h
Stockholm, Norra Bantorget – 10 agosto, 13h
PAESI BASSI
Amsterdam, Waterlooplein – 10 agosto, 15h
AUSTRIA
Graz, Place du Tyrol du Sud – 10 agosto, 16h
Vienne, Opéra / Karlsplatz – 10 agosto, 17h
GERMANIA
Berlin, Potsdamer Platz – 10 agosto, 17h
Hambourg, Sternschanze Station – 10 agosto, 16h
Stuttgart, Lautenschlagerstrasse – 10 agosto, 16h
Francfort, Kaisersack Station – 10 agosto, 14h
Bremen, Mercato di Brema – Stand informativo dal 7 al 10 agosto dalle 10h alle 18h