#IncontriSulWeb – TERRE FRIULANE, STORIA “SCOMODA” – venerdì 16 gennaio alle ore 18

Nel prossimo appuntamento con #IncontriSulWeb una chiacchierata con il prof. Ferruccio Tassin, ricercatore storico, giornalista e scrittore, per ricordare alcuni episodi avvenuti sul territorio friulano che sono stati sepolti sotto un pesante strato di nebbia nella storiografia ufficiale.
In contemporanea sui nostri canali social e sul nostro blog

#IncontriSulWeb – DIALOGO EUROREGIONALISTA – anno 9 n.4 – la presentazione

Giovanni Roversi e Alberto Schiatti presentano il nuovo numero del trimestrale Dialogo Euroregionalista, edito da Centro Studi Dialogo e diretto da Gianluca Marchi.

Hanno collaborato al numero: Lancelot (per la copertina), Gianluca Marchi, Gerard Janssen i Bigas, José Manuel Dávila Marichal, Iñaki Egaña, Frédéric Bertocchini, Antoni Infante, Duarte Correa Piñeiro, la Redazione e Gianni Repetto.

Il numero si conclude con le abituali segnalazioni editoriali e la rubrica della Poesia in Lingua, dedicata in questo numero alla Bretagna, con i versi di Yann-Ber Piriou.

Sarà disponibile in #FreeDownload su Blog della nostra associazione a partire dalle ore 8 del 10 gennaio prossimo.

Buona lettura.

#IncontriSulWeb – DIALOGO EUROREGIONALISTA anno 9 n. 4 – La presentazione – venerdì 9 gennaio alle ore 18

Dialogo Euroregionalista – anno IX – numero IV

È in uscita il nuovo numero del trimestrale Dialogo Euroregionalista, edito da Centro Studi Dialogo e diretto da Gianluca Marchi.

Hanno collaborato al numero: Lancelot (per la copertina), Gianluca Marchi, Gerard Janssen i Bigas, José Manuel Dávila Marichal, Iñaki Egaña, Frédéric Bertocchini, Antoni Infante, Duarte Correa Piñeiro, la Redazione e Gianni Repetto.

Il numero si conclude con le abituali segnalazioni editoriali e la rubrica della Poesia in Lingua, dedicata in questo numero alla Bretagna, con i versi di Yann-Ber Piriou.

Buona lettura.

#MemoriaStorica – LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLE POPOLAZIONI ALPINE (Carta di Chivasso) – il testo integrale

Noi, popolazioni delle Vallate Alpine,

CONSTATANDO

che i venti anni di malgoverno livellatore e accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di «Roma Doma», hanno avuto per le nostre Valli i seguenti dolorosi e significativi risultati:

OPPRESSIONE POLITICA, attraverso l’opera dei suoi agenti politici e amministrativi (militi, commissari, prefetti, federali, insegnanti), piccoli despoti incuranti e ignoranti di ogni tradizione locale, di cui furono solerti distruttori;

ROVINA ECONOMICA, per la dilapidazione dei loro patrimoni forestali e agricoli, per l’interdizione dell’emigrazione con la chiusura ermetica delle frontiere, per l’effettiva mancanza di organizzazione tecnica e finanziaria dell’agricoltura, mascherata dal vuoto sfoggio di assistenze centrali, per l’incapacità di una moderna organizzazione turistica rispettosa dei luoghi, condizioni tutte che determinarono lo spopolamento alpino;

DISTRUZIONE DELLA CULTURA LOCALE, per la soppressione della lingua fondamentale del luogo, là dove esiste, la brutale e goffa trasformazione in italiano dei nomi e delle iscrizioni locali, la chiusura di scuole e di istituti autonomi, patrimonio culturale che è anche una ricchezza ai fini della migrazione temporanea all’estero.

AFFERMANDO

che la libertà di lingua, come quella di culto, è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana;

che il federalismo è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questo diritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione dei problemi delle piccole nazionalità e minori gruppi etnici, e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l’avvento di una pace stabile e duratura;

che un regime repubblicano democratico a base regionale e cantonale è l’unica garanzia contro un ritorno della dittatura, la quale trovò nello Stato monarchico accentrato italiano lo strumento, già pronto, per il proprio predominio sul paese;

che in tale regime democratico-federale i ceti dei lavoratori devono vedere sicuramente salvaguardati i loro diritti con le opportune autonomie operaie aziendali in modo da impedire ogni ritorno capitalistico; fedeli allo spirito migliore del Risorgimento.

DICHIARIAMO quanto segue.

AUTONOMIE POLITICO-AMMINlSTRATIVE:

Nel quadro generale del prossimo Stato italiano, che, economicamente e amministrativamente auspichiamo sia organizzato con criteri federalistici e che politicamente vogliamo basato sui principi democratici, alle Vallate Alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituirsi in Comunità politico-amministrative autonome sul tipo cantonale.

Come tali, a esse avranno comunque assicurato, quale che sia la loro entità numerica, almeno un posto nelle Assemblee legislative regionali e nazionali.

L’esercizio delle funzioni politiche e amministrative locali, comunali e cantonali, dovrà essere affidato a elementi originari del luogo o aventi ivi una residenza stabile di un determinato numero di anni che verrà fissato dalle assemblee locali.

AUTONOMIE CULTURALI E SCOLASTICHE:

Per la loro posizione geografica di intermediarie fra diverse culture, per il rispetto delle loro tradizioni e della loro personalità etnica, e per i vantaggi derivanti dalla conoscenza di diverse lingue, nelle Valli Alpine dovrà essere pienamente rispettata e garantita una particolare autonomia culturale e linguistica consistente nel:

Diritto di usare la lingua locale, là dove esiste, accanto a quella italiana in tutti gli atti pubblici e nella stampa locale.

Diritto all’insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado con le necessarie garanzie ai concorsi perché gli insegnanti risultino idonei a tale insegnamento. L’insegnamento in genere sarà sottoposto al controllo e alla direzione di un consiglio locale.

Ripristino immediato di tutti i nomi locali.

AUTONOMIE ECONOMICHE:

Per facilitare lo sviluppo dell’economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle Vallate Alpine, sono necessari:

Un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche e di trasformazione ecc.), in modo che una parte dei loro utili torni alle Vallate Alpine e ciò indipendentemente dal fatto che queste industrie siano o meno collettivizzate.

Un sistema di equa riduzione dei tributi variabile da zona a zona a seconda della ricchezza del terreno e della prevalenza di agricoltura, foresta o pastorizia.

Una razionale e sostanziale riforma agraria comprendente:

l’unificazione della proprietà familiare agraria, oggi troppo frammentaria, allo scopo di ottenere un miglior rendimento delle aziende, mediante scambi e compensi di terreni e mediante una legislazione adeguata;

l’assistenza tecnico-agricola esercitata da elementi residenti sul luogo e aventi, a esempio, delle mansioni di insegnamento nelle scuole locali, di cui alcune potranno avere carattere agrario;

il potenziamento da parte dell’autorità locale della vita economica mediante libere cooperative di produzione e consumo.

Il potenziamento dell’industria che conduce alla formazione di un ceto operaio evoluto e capace. A questo scopo si potranno anche affidare, ove occorra, all’amministrazione regionale o cantonale, anche in caso di organizzazione collettivistica, dell’artigianato, il controllo o l’amministrazione delle aziende aventi carattere locale.

La dipendenza delle opere pubbliche locali dall’amministrazione cantonale e il controllo di quest’ultima su tutti i servizi e concessioni aventi carattere pubblico.

Questi principi, noi rappresentanti delle Valli Alpine, vogliamo vedere affermati da parte del nuovo Stato italiano, così come vogliamo che siano affermati anche nei confronti di quegli italiani che sono o potrebbero venire a trovarsi sotto dominio politico straniero, e li proclamiamo oggi con la sicura coscienza di servire così gli interessi e le aspirazioni di tutti coloro che, come noi, credono negli ideali di libertà e di giustizia.

Chivasso, 19 dicembre 1943

fonte: Diego Genta Toumazina

#MemoriaStorica #Grecia – IN MEMORIA DI ALEXANDROS ANDREAS GRIGOROPOULOS – di Gianni Sartori

17 anni fa il giovane libertario perdeva la vita per “spari intenzionali e immotivati”

“Buon viaggio, Alexis. Forse era necessario che tu te ne andassi affinché potessimo svegliarci. Resterai sempre nei nostri cuori, l’ultimo sangue innocente».

C’era anche questo epitaffio nel dicembre 2017 tra le decine di frasi lasciate appese nel quartiere di Exarchia dove il quindicenne ateniese Alexandros Andreas Grigoropoulos era stato ucciso da un colpo di pistola dell’agente Epaminonda Korkoneas, poi incriminato per omicidio. Da quel 6 dicembre 2008, quando il giovane anarchico venne assassinato nel quartiere di Exarchia, erano passati 9 anni. All’epoca le proteste durarono settimane mentre altre si svolsero in mezza Europa, Italia inclusa.

Oggi, dicembre 2025, ne sono trascorsi 17, ma la memoria resiste.

All’epoca si tentò di mascherare l’uccisione di Alexis come una reazione agli scontri in atto. Un video, diffuso dai suoi familiari confermò senza ombra di dubbio che quelli esplosi contro il ragazzo erano «spari intenzionali e immotivati». Tre colpi sparati a freddo durante uno scontro puramente verbale, una discussione.

In seguito il responsabile del delitto (Epaminondas Korkoneas) venne condannato all’ergastolo. Nel 2019 la sua pena veniva ridotta alimentando nuove proteste. Nel dicembre 2017 i cortei per Alexis si conclusero con scontri e arresti. Anche a causa delle politiche (di fatto neoliberiste e antipopolari nonostante le “buone intenzioni” iniziali) del governo di allora (Syriza-Anel). Poco tempo prima i lavoratori del PAME, affiancati dal KKE, avevano assaltato il ministero del Lavoro sfondando la saracinesca di uno degli accessi all’edificio. Sconfessando con i fatti quanti sostenevano che ormai in Grecia la ribellione aveva ceduto il passo alla stanchezza e alla disillusione.

Ovviamente niente di paragonabile a quanto accadeva nel 2008. I giovani che allora avevano trasformato le strade della Grecia in quelle di una Belfast o Donosti degli anni ottanta protestavano per l’uccisione di uno di loro ma la rabbia covava da tempo. Negli ultimi mesi vi erano state numerose manifestazioni per esprimere il malcontento popolare nei confronti delle politiche di austerità.

Nei giorni della ribellione il Politecnico di Atene, circa 13mila iscritti, era diventato la roccaforte del movimento. Non solo studenti, ma anche giovani disoccupati, precari, militanti dei gruppi della sinistra radicale e altri che fino al giorno prima non si erano mai occupati di politica. L’età dei rivoltosi variava dai 15 ai 35 anni. Alcuni avevano scelto di protestare pacificamente, altri (i “kukulofori”, incappucciati) lanciavano pietre e molotov. Dopo la manifestazione pomeridiana dell’8 dicembre 2008 il centro di Atene appariva saccheggiato: un intero cinema dato alle fiamme, decine di negozi e banche incendiati, innumerevoli le vetrine infrante e le barricate. Per tutta la notte, dopo che i cortei erano stati dispersi dalle cariche, continuavano gli scontri fra i giovani e le unità antisommossa (MAT) nella città invasa dall’odore acre dei lacrimogeni e degli incendi. Le manifestazioni proseguirono nei giorni successivi, sia per il funerale di Alexis che durante lo sciopero generale di mercoledì 10 dicembre 2008. A Patrasso, Atene, Komotinis, Kavala, Tessalonica, Salonicco, Trikala e anche nelle isole: Creta, Rodi, Corfù, Samo…

Nel corso della rivolta, durata circa tre settimane, verranno occupati fabbriche, teatri, scuole, università, sindacati. Tali eventi si ripeterono sia nel dicembre 2009 che nel maggio 2010 quando un corteo di oltre 200mila manifestanti assaltò lo stesso Parlamento greco.

Il quotidiano Eleftheros Typos nel dicembre 2008 titolò «Atene e Salonicco sono state messe sotto assedio” mentre A. Sanchez, corrispondente di El Pais scrisse che «ad Atene sono stati attaccati tredici commissariati di polizia». Stessa situazione a Salonicco dove si registrarono gli scontri più violenti. Altre manifestazioni di protesta, pacifiche, erano state organizzate dai partiti di opposizione, il Pasok (socialista) e il Kke (comunista).

A Berlino il consolato greco restò occupato per circa otto ore e venne tolta la bandiera per sostituirla con un cartello in memoria del compagno ucciso. Altre occupazioni di consolati greci si registrarono in Italia il 12 dicembre.

Iniziative di solidarietà con gli studenti greci si svolsero davanti a consolati e ambasciate di Londra, Parigi, Milano, Berlino e Nicosia. Anche Amnesty International stigmatizzò il comportamento della polizia greca, accusandola di usare la forza in maniera «sproporzionata e illegale» nella repressione delle manifestazioni.

Gli avvenimenti del dicembre 2008 venissero classificati come «i più gravi accaduti in Grecia dal 1973» in riferimento alla rivolta del Politecnico contro i colonnelli fascisti. Il Politecnico di Atene aveva e ha un grande valore simbolico: da qui nel 1973 era partita la sollevazione destinata a dare il colpo di grazia alla dittatura militare dei colonnelli. Più di quaranta studenti rimasero uccisi e da allora la legge proibiva alla polizia di mettervi piede. Intervistato da Elise Vincent, il vice-presidente dell’Università, Gerasimos Spathis, aveva mostrato comprensione e anche una certa simpatia per i giovani di questa «intifada greca» che nella facoltà trovavano rifugio tra una manifestazione e l’altra. Da tempo molti docenti si opponevano alle politiche governative di privatizzazione delle università. Il governo aveva appena approvato una riforma per «rendere più flessibile il sistema universitario» che all’epoca produceva il minor numero di laureati (fra i giovani dai 20 ai 29 anni) nei Paesi dell’Unione europea. In realtà già allora si prevedevano ulteriori tagli all’istruzione pubblica per favorire la nascita di atenei privati.

Nel 2008 la radiografia economica dell’ultimo decennio in Grecia appariva contraddittoria. La disoccupazione sembrava essere passata dal 12% al 7,6%, ma le cose cambiavano se si considerava la situazione dei giovani. Nel 2007 i disoccupati greci giovani erano al 22,9%: il peggior dato di tutta l’Ue, seguivano Italia (20,3%) e Polonia (21,7%). Percentuali lontanissime non solo da quelle dell’Olanda (5,9%) ma anche da Cipro (10%), dalla Slovenia (10,1%) o dalla Repubblica Ceca (10,7%). La mancanza di prospettive, il timore per un futuro incerto alimentavano il rancore sociale sia contro le forze dell’ordine accusate di «usare metodi brutali» che contro il governo di allora, il centro-destra di Costas Caramanlis (così come accadeva nel 2017 nei confronti dei “progressisti” di Syriza-Anel). In molti giudicavano il governo direttamente responsabile della corruzione dilagante (confermata dai numerosi scandali) e delle sempre più accentuate disuguaglianze sociali. Fortemente contestati anche i salari da 650 euro destinati ai giovani lavoratori, una delle ragioni per cui un gran numero di loro era costretta a coabitare con i genitori fino ai 30 anni.

Le possibilità di manovra del governo di allora apparivano molto limitate. Era ormai evidente che con un solo deputato di vantaggio rispetto all’opposizione, il partito al potere (Nuova Democrazia) sarebbe stato costretto a indire elezioni anticipate nel 2009. Secondo Anthony Livianos, citato dall’agenzia Reuters: «Queste proteste avvengono in un momento molto delicato e, se dovessero continuare, avranno un effetto devastante sulla stabilità politica». Intervistato da «la Repubblica» anche l’ex segretario generale del Pasok Mihalis Hrisohoidis, ministro dell’Interno fino al 2007, si era detto pessimista al punto di temere un ritorno del regime militare.

E anche quest’anno, il 6 dicembre 2025, l’adolescente quindicenne assassinato è stato ricordato da migliaia di persone in Atene.

Manifestazioni inizialmente pacifiche. Ma poi – dopo che circa 400 antagonisti si erano scontrati con la polizia – verso le otto di sera sono partite le cariche i lanci di lacrimogeni.

Una sessantina le persone arrestate.

Gianni Sartori