#CORSICA #OPINIONI – LA COMPLICATA CONDIZIONE DEL SINDACALISMO IN CORSICA – di Gianni Sartori

Probabilmente si tratta solo di coincidenze. Non penso sia in atto un programma sistematico per colpire il sindacalismo dell’Isola di Granito. Però…

Senza dimenticare altri episodi di repressione contro ciò che resta dell’indipendentismo di sinistra in Corsica (ormai fuori tempo massimo, a mio avviso), va notato che solo nell’ultimo anno il mondo sindacale corso è stato oggetto di attenzioni non gradite da parte di varie e diverse entità ostili.

Andiamo, a ritroso, con ordine.

Il 16 giugno ad Ajaccio Jean-Pierre Luciani, segretario nazionale del STC Educazione e vice presidente di Scola Corsa (una rete di scuole in lingua corsa), è stato arrestato dopo un tentativo di entrare forzatamente (è accusato di furto per essersi impossessato delle chiavi) nel rettorato della Corsica. Un gesto che si inseriva nella vasta mobilitazione per salvaguardare Scola Corsa.

Da parte sua Luciani contesta tale interpretazione sostenendo che le immagini-video confermano l’assoluta mancanza di violenza da parte dei manifestanti.

Negli stessi giorni i genitori degli alunni di Scola Corsa avevano protestato in varie occasioni arrivando all’occupazione della prefettura dell’Haute-Corse. Altri sit-in in solidarietà con Luciani si sono tenuti davanti ai commissariati di Bastia e di Ajaccio.

All’inizio di maggio Il Sindacato dei Lavoratori Corsi (“Liberazione naziunale – Liberazione suciale”) denunciava di aver scoperto un dispositivo di geolocalizzazione e ascolto nascosto in un’auto utilizzata da esponenti dell’organizzazione. Definendo il ricorso a tali espedienti come “un’operazione di sorveglianza illegale rivolta in particolare contro il segretario generale aggiunto del sindacato” oltre che “un tentativo di intimidazione e di schedatura dei suoi membri”. Un’operazione che si inserisce “a pieno titolo nelle generale opera di repressione delle attività di sindacalisti e militanti corsi”. Chiedendo infine spiegazioni alle autorità in merito alla legalità, agli obiettivi e alle direttive che hanno portato a questo. Rivolgendo nel contempo un appello alla mobilitazione in difesa delle libertà sindacali e sociali.

In marzo un militante corso, Lisandru Costantini, veniva convocato davanti al delegato del procuratore di Bastia per essersi rifiutato di sottoporsi al prelievo del DNA (in relazione a non meglio definite “azioni militanti” risalenti al 2024). Il giovane aveva però rifiutato la proposta (alternativa al processo in tribunale) di una multa di 800 €.

Risale invece al maggio dell’anno scorso (2025) la condanna presso il tribunale di Ajaccio di cinque lavoratori per aver impedito con un picchetto la “libertè de travail” nel corso di una manifestazione all’ufficio postale di Afa-Baleone nel sud dell’isola.

Imponendo l’immediata espulsione di tutte le persone che bloccavano l’accesso e l’uscita dei mezzi per la distribuzione della posta e una multa di mille € per ogni ora di ritardo nell’esecuzione della decisione del tribunale.

L’avvocato dei postini aveva precisato che in realtà nessuno impediva ai non aderenti allo sciopero di prendere i loro mezzi e di effettuare la distribuzione dei colli.

In ogni caso lo sciopero era continuato anche nei giorni successivi. Con la richiesta di ripristinare una compensazione di circa 300 € prevista per il surplus delle attività.

Due mesi prima, nella serata del 17 marzo 2025, Pierre Alessandri, sindacalista agricolo veniva assassinato ad Ajaccio.

Figura molto nota nel mondo dell’agricoltura corsa, molto attivo da oltre vent’anni nel sindacato “Via Campagnola” di cui era segretario generale per la Corse-du-Sud. Già nel 2019 l sua distilleria era stata distrutta da un incendio doloso a causa del suo impegno politico e sindacale. Aveva fatto parte di Rinnovu e preso parte a tante battaglie politiche del movimento indipendentista.

Quanto all’ordinaria amministrazione (nonostante il progredire del processo di “soluzione politica” del conflitto), nel dicembre 2025 tre persone venivano incriminate per ”association de malfaiteurs” con l’accusa di aver distribuito volantini del FLNC inneggianti alla “lotta di liberazione nazionale” durante una riunione di studenti a Corte nel febbraio 2024.

Altri sette presunti militanti erano stati arrestati nel maggio 2025 a seguito di 34 azioni risalenti al 9 ottobre 2023 (dieci giorni dopo la visita di Macron) e rivendicate dal “FLNC del 22 ottobre” e dal “FLNC Unione dei combattenti”.

Gianni Sartori

#Football  #Colonialismo – UNA OFFESA ALLA MEMORIA STORICA DI HAITI – di Centro Studi Dialogo

Nei giorni scorsi, in occasione dei discussi (e sempre più discutibili) Mondiali di calcio del 2026 abbiamo assistito ad una gravissima imposizione da parte della FIFA nei confronti della Nazionale di Haiti. Ma di cosa stiamo parlando?

Si tratta di un intreccio straordinario e attualissimo tra la grande storia della decolonizzazione e il rigido regolamento del calcio moderno. Proprio in questi giorni di giugno 2026, in occasione dello storico ritorno di Haiti ai Mondiali di calcio dopo 52 anni di assenza, la nazionale haitiana è finita al centro di una dura controversia con la FIFA per via delle sue maglie da gioco.

Ecco come si collegano la storica battaglia del 1803 e il recente divieto calcistico.

La Battaglia di Vertières (18 novembre 1803)

Per capire il valore di quel simbolo, bisogna comprendere cosa rappresenta Vertières per il popolo haitiano. È l’atto di nascita della nazione.

La battaglia di Vertières, combattuta nel nord dell’isola il 18 novembre 1803, è stata l’ultimo e decisivo scontro della Rivoluzione Haitiana. L’Armata Indigena, guidata dal generale Jean-Jacques Dessalines, affrontò le truppe coloniali francesi spedite da Napoleone Bonaparte sotto il comando del visconte di Rochambeau, che avevano l’obiettivo di ristabilire la schiavitù.

L’eroe leggendario di quella giornata fu il generale François Capois (soprannominato “Capois-la-Mort” per il suo sprezzo del pericolo). Durante un feroce assalto contro i forti francesi, un proiettile di cannone gli uccise il cavallo da sotto la sella. Capois si rialzò immediatamente, sguainò la spada e continuò a correre in avanti gridando “En avant! En avant!” (Avanti!). Il suo coraggio fu tale che lo stesso generale francese Rochambeau ordinò una temporanea cessazione del fuoco per far tributare dai suoi tamburi un onore militare al valore dell’avversario, prima di riprendere i combattimenti.

Gravemente decimati e sorpresi dalla furia degli insorti, i francesi capitolarono quella sera stessa sotto un temporale torrenziale. Poche settimane dopo, il 1° gennaio 1804, Haiti dichiarò l’indipendenza, diventando:

La prima repubblica nera della storia.

Il primo stato al mondo nato da una rivolta di schiavi riuscita.

Il caso della maglia e il divieto della FIFA (Giugno 2026)

Haiti è riuscita a qualificarsi per la fase finale dei Mondiali FIFA 2026. Per celebrare questo storico traguardo in concomitanza con la complessa crisi sociale che il Paese attraversa in patria, lo sponsor tecnico della nazionale (il brand colombiano Saeta) ha disegnato una divisa speciale.

Sul fianco destro della maglia erano inserite in filigrana le silhouette e le grafiche storiche ispirate proprio alla battaglia di Vertières e alla rivoluzione del 1803, affiancate alla bandiera nazionale. La squadra aveva già indossato questa maglia durante le amichevoli di preparazione nei primi giorni di giugno contro la Nuova Zelanda e il Perù.

I motivi del blocco

Poco prima del debutto ufficiale nella competizione (avvenuto il 14 giugno contro la Scozia), la FIFA ha completato il processo di revisione del materiale tecnico e ha imposto l’immediata rimozione della grafica.

La decisione si basa sull’applicazione letterale del regolamento FIFA sull’equipaggiamento, che vieta tassativamente l’esibizione di slogan, messaggi o immagini di natura politica, religiosa o personale sulle divise ufficiali.

La posizione della FIFA: L’ente ha ritenuto che i riferimenti visivi a una battaglia rivoluzionaria e alla cacciata violenta di un esercito coloniale potessero configurarsi come un messaggio di natura politica o non neutrale.

La risposta del produttore e dei tifosi: Saeta e la federazione haitiana hanno accettato a malincuore la modifica per evitare sanzioni o squalifiche, pur chiarendo che il design non era uno slogan politico, ma un omaggio alla storia, all’identità culturale e alla resilienza del popolo haitiano.

Haiti è scesa in campo con una versione modificata e “pulita” della divisa, mantenendo solo i colori nazionali (blu, bianco e rosso) e lo stemma della federazione al centro. L’intervento della FIFA ha suscitato forti dibattiti tra storici e appassionati, riaccendendo i riflettori sulla sottile linea di confine che separa la propaganda politica dalla memoria storica e dall’orgoglio di un popolo che ha cambiato il corso della storia coloniale.

#Africa #Popoli – SUDAFRICA: TRA RICORDI E ANNIVERSARI … – di Gianni Sartori

Qualcuno ha voluto azzardare una coincidenza, un accostamento. Tra il cinquantesimo anniversario della rivolta studentesca di Soweto del 16 giugno 1976 (costata centinaia di vittime, ufficialmente circa duecento) e quella (opinabile) della fine ufficiale dell’apartheid (17-18 giugno 1991). Anni fa avevo conosciuto una militante che vi aveva preso parte: Theresa Machabane Ramashamole, l’unica donna dei Sei di Sharpeville. Nata nel 1960 è deceduta il 25 novembre del 2015.

Una coincidenza alquanto significativa, a mio parere. Dal 1999 il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E di violenza (torture, umiliazioni, una condanna a morte sospesa all’ultimo momento…) Theresa ne aveva subito tantissima. Come donna, come nera sudafricana, come militante antiapartheid. Ancora ragazza, aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto – rimanendo ferita – contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla polizia si chiamava Hector Pieterson e la foto di lui, moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo, è ancora un simbolo.
Era il 1976, e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Qui c’era sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina, “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più”, raccontava. “Mia madre era riuscita a fuggire, anche se con il pancione correva meno veloce degli altri”. Teresa nacque quattro mesi dopo, già segnata dal destino.
Una vita, la sua, destinata a conoscere sia la resistenza all’apartheid sia il carcere e la tortura con percosse e scariche elettriche; e che stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti, nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini, era stato ucciso (alle pietre lanciate dalla folla contro la sua abitazione il funzionario aveva risposto a fucilate). Contro di loro nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca, in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.
Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Erano emerse nuove prove, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar, e la pena venne commutata in vent’anni.
Alla fine, con l’apartheid era ormai diventato indifendibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali), vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991; Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991; Ja Ja e Fransis il 26 settembre 1992.
Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro, a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrò di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”. Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria presso la sede dell’African National Congress di Vereeniging.

Qui una persona che mi è molto cara la incontrò nel 2004. Alla parete – mi racconterà poi – insieme ad altre immagini e fotografie, ritrovò appeso sia l’adesivo della campagna per la loro liberazione (quello giallo con il disegno di Crepax) che il volantino “SALVIAMO I SEI DI SHARPEVILLE” ciclostilato e distribuito negli anni ottanta dal sottoscritto (all’epoca responsabile dalla sezione di Vicenza della Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli). Anche la sua morte in qualche modo aveva rappresentato uno strascico dell’apartheid. Così come quella di un altro dei sei, Duma Khumalo, torturato durante la detenzione e morto nel 2006 (venti anni fa, un altro triste anniversario) mentre teneva un conferenza a Cape Town . Ci eravamo sentiti al telefono pochi giorni prima e avevamo parlato delle analogie tra la sua esperienza e quella di Primo Levi (di cui aveva letto i libri). Con l’associazione Khulumani, Duma aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.
Anni fa scrivevo che “dei Sei di Sharpeville, passati loro malgrado alla storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione”. Ma ormai, avendo nel frattempo perso i contatti, dovrei aggiungere “forse”.
Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 (al suo funerale Theresa aveva letto anche un nostro messaggio) mentre Fransis Don, il calciatore, era deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.
Anniversari che fatalmente riportano alla memoria i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe uccise con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponete dell’ANC, uccisa in Francia dai servizi segreti). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticati. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
Un commiato affettuoso anche per le tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” (come nella grande manifestazione all’Arena di Verona) e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Beyers Naudé, Febe Cavazzutti, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Luciano Ceretta… Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.

A Duma, Theresa… e a tutte le vittime dell’apartheid vada la nostra gratitudine. Così come quella dei curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.

Gianni Sartori