MA BOLSONARO XEO VENETO? MADONA SPEREMO DE NO… – di Gianni Sartori

bolsonaro

“La follia veneta”. Con questo titolo usciva nel 1981un libro del giornalista Mino Monicelli. Parlava d’altro, d’accordo (e forse equivocava). Ma mi sembra adattissimo per definire quanto avvenne al momento dell’elezione del presidente brasiliano Bolsonaro.

All’epoca un manipolo di leghisti si fece immortalare reggendo uno striscione con su scritto “Bolsonaro orgoglio veneto” e definendolo ambasciatore della nostra regione nel mondo. Robe da pazzi, appunto. Eppure già allora si sapeva chi fosse il personaggio (sulle cui radici venete comunque non tutti concordano): fautore della deforestazione, complice degli allevatori, omofobo, maschilista, razzista …

Proprio in queste ore sta emergendo con tutta evidenza come gli autori dei recenti, devastanti incendi dolosi (vedi le intercettazioni telefoniche) agissero incoraggiati – e anche per sostenerla- dalla nuova politica di radicale deforestazione adottata dal presidente nei confronti dell’Amazzonia. Mentre le foreste bruciano lui (dopo aver lasciato mano libera alle multinazionali che le distruggono per fare spazio alla soia e agli allevamenti) fa il “sovranista”, l’offeso. Già in precedenza, di fronte ai dati forniti dall’INPI (Istituto nazionale del Brasile di ricerca spaziale), non trovava di meglio che estrometterne il responsabile. E intanto nell’ultimo anno la deforestazione amazzonica è cresciuta del 60%.

Nel suo delirio si è spinto ad accusare le organizzazioni ambientaliste di aver provocato gli incendi per screditarlo di fronte all’opinione pubblica.

Non mancano naturalmente affinità, sia culturali che caratteriali, tra Bolsonaro e alcuni leader leghisti (veneti e non). E anche significative convergenze ideologiche. Tra le altre, il sostanziale negazionismo in materia di cambiamenti climatici.

Anche nell’ultimo bilancio approvato dalla Giunta regionale non c’è nessun capitolo, nessun investimento per la lotta ai cambiamenti climatici.

Si continua invece ad autorizzare disboscamenti a favore dell’ormai monocultura del Prosecco.

Quindi, tornando al Bolsonaro, altro che “ambasciatore dei valori veneti” e “modello per i nostri emigranti nel mondo”!

Da veneto (nonno della Val d’Astico, nonna dei Monti Rugoloni – Colli Euganei), affermo che se Bolsonaro fosse veramente di origini venete, andrebbe considerato più che altro una vergogna per la nostra regione. Ugualmente dovrebbero vergognarsi quei leghisti veneti che esultarono pubblicamente al momento della sua nomina a presidente.

Gianni Sartori

#VENETO – “1439: galeas per montes” nuovo libro di Ettore Beggiato

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E’ recentemente uscito il nuovo volume di Ettore Beggiato “1439: galeas per montes. Navi attraverso i monti”.

L’autore che aveva sempre privilegiato l’ottocento veneto nelle sue ricerche, dal plebiscito-truffa del 1866 all’insorgenza veneta del 1809, dall’ultima vittoria della Serenissima a Lissa ancora nel 1866 alla Repubblica Settinsulare di Corfù nel 1800, questa volta si concentra su una straordinaria impresa della Serenissima che, nel 1439, riuscì a portare un’intera flotta dall’Arsenale di Venezia fino a Torbole, nella punta settentrionale del Lago di Garda, risalendo il fiume Adige fino a Mori, in provincia di Trento, e superando il passo di San Giovanni posto a 264 metri, allo scopo di aggirare l’assedio portato dai Visconti alla città di Brescia.

Un “fatto meraviglioso e quasi incredibile, se non fosse stato seguito sotto gli occhi di migliaia di testimoni, e non venisse celebrato da tutti gli scrittori” come venne scritto all’epoca e che purtroppo è ancora poco conosciuto ai nostri tempi e Ettore Beggiato giustamente sottolinea e denuncia come la storia veneta continui ad essere sistematicamente nascosta e mistificata dalla scuola italiana e dalle élites culturali che vanno per la maggiore in Italia: basti pensare a come tutti conoscano la straordinaria impresa di Annibale che nel 218 avanti Cristo attraversò le Alpi con gli elefanti e nello stesso tempo venga ignorata questa altrettanto straordinaria impresa della Serenissima.

Nell’agile volumetto l’autore parte dal contesto storico dell’epoca, presenta l’impresa con diverse, preziose testimonianze degli storici dell’epoca, per arrivare alla pace di Lodi (1454), dedicando delle schede ai capitani di ventura, al doge dell’epoca, Francesco Foscari e ai Visconti. Particolarmente interessante il testamento del doge Tommaso Mocenigo, un vero e proprio spaccato della Serenissima del 1400.

Renzo Fogliata, Aldo Rozzi Marin e Matteo Grigoli, nelle rispettive presentazioni mettono in risalto aspetti singolari del volume e della Repubblica Veneta; una nota particolare va alla copertina che raffigura una tavola tratta dall’ottocentesco volume “Storia Veneta” di Giuseppe Gatteri dipinta da Luciano Serraglia.

Il volume è stato curato da Editrice Veneta di Vicenza e sarà in libreria a 10 euro.

Marco Dal Bon

 

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1- Venezia – La flotta esce dall’Arsenale

2- Imbocca la foce dell’Adige

3- Verona – Nell’Adige c’è poca acqua  e sulle imbarcazioni vengono applicati dei “galleggianti”

4- Mori (Tn)  – Il convoglio viene portato in secca attraverso macchinari appositamente costruiti

5- Viene trascinato fino al Lago di Loppio, 230 metri sul livello del mare, poi supera il Passo di San Giovanni, a 264 metri

6 – Torbole (Tn) – Attraverso una discesa molto pericolosa arriva al Lago di Garda.  

#Corsica – #LinguaLocale – iniziano i corsi di Praticalingua

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Si sono aperte le iscrizioni per il 2019 a Praticalingua, l’associazione che cura l’insegnamento della Lingua Corsa, per difenderla e tramandarla sempre più.  La novità più eclatante è l’apertura di altre due sedi sul territorio, a Corti e a Moriani, che si aggiungono alla sede iniziale di Bastia.

Ogni altra informazione si può trovare sul rinnovato sito internet, cliccando >qui<  o scrivendo  a praticalingua@gmail.com

VENETO – PREGHIERA PER QUATTRO SPADE SPEZZATE – di Gianni Sartori

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Ez dute uzten maitatzen gauean

ez agurrik ez negarrik gauean

ez zergatik ez norarik gabe

sirenotsa garraixi bakarra gauean”

Anche quando per tutti e per sempre “rende” tornerà ad essere soltanto la terza persona dell’indicativo presente del verbo rendere, quando il nome di sfruttatori e aguzzini sarà definitivamente disperso nelle nebbie del nord-est…. il battito dei loro nomi – Antonietta, Lorenzo, Angelo, Alberto – risuonerà intenso nelle mente e nel cuore di chi avrà fame e sete di giustizia. Hanno lottato, hanno combattuto. Hanno perso? Forse. O forse no. Riposino in Pace. Come è giusto e così sia. Compagni per sempre.

“…NON VOGLIAMO DISCUTERE DI FRONTE AL NEMICO LA LORO MORTE…

A 40 ANNI DALLA MORTE DI ANTONIETTA, ANGELO, ALBERTO, LORENZO

Negli anni settanta del secolo scorso il protagonismo politico e sociale delle classi subalterne conobbe una forte radicalizzazione. Anche nel Veneto, considerato, forse a torto, una sorta di “Vandea” bianca e bigotta. Ma che era stato periodicamente percorso da stagioni di lotte significative: dal “furto campestre di massa” a La Boje, dalle “Leghe bianche” (che in genere operavano come quelle “rosse”) alla Resistenza (v. i durissimi rastrellamenti del 1944: Malga Zonta, Asiago, il Grappa, il Cansiglio…).

Senza dimenticare la rivolta operaia di Valdagno del 19 aprile 1968. E non mancarono, dalla Bassa padovana all’Alto Vicentino, componenti libertarie. All’inaugurazione di una delle prime sedi sindacali a Schio partecipò Pietro Gori (l’autore di Addio Lugano bella). Una tradizione testimoniata da personaggi come il compagno anarchico “Borela”, un Ardito del Popolo che accolse i fascisti in marcia verso Schio a pistolettate. Per non parlare di uno dei fondatori del Pcd’I, Pietro Tresso (“Blasco”, comunista dissidente, ucciso in Francia da agenti della Ghepeù stalinista) e di Ferruccio Manea (il “Tar”), eroico comandante partigiano ricordato da Meneghello in “Piccoli maestri”. Tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta a Vicenza era presente un gruppo anarchico, il MAV, molto attivo nella denuncia delle istituzioni totali. Altri gruppi a Schio, Valdagno e Marano vicentino (Circolo operaio anarchico).

Di questa tradizione si alimentarono le lotte di autodifesa proletaria contro i devastanti progetti capitalisti degli anni settanta. Progetti che trasformarono gran parte della terra veneta in un’alienante territorio urbanizzato, il modello nordest della “fabbrica diffusa”. Contro la drastica ristrutturazione produttiva (licenziamenti, lavoro nero e precario, intensificazione dello sfruttamento, inquinamento ambientale…) sorsero alcune inedite forme di autorganizzazione come i Gruppi Sociali, i Coordinamenti Operai, l’Opposizione Operaia. I metodi non furono sempre eleganti, ma sappiamo che “non è un pranzo di gala”.

La nuova Resistenza fu particolarmente attiva lungo la fascia pedemontana dell’Alto Vicentino in località come Schio, Piovene, Thiene, Lugo, Chiuppano, Sarcedo, Calvene, Bassano…

Il 7 Aprile 1979 è passato alla Storia come la data dell’arresto di alcuni esponenti dell’area dell’Autonomia Operaia organizzata (Negri, Vesce, Ferrari Bravo…). Nel vicentino la mobilitazione è immediata. Per l’11 aprile è prevista una manifestazione nazionale a Padova e la sera precedente a Schio si organizza un’affollata assemblea del movimento. In seguito i partecipanti rischieranno di essere incriminati perché l’assemblea pubblica verrà classificata come “riunione del servizio d’ordine” in cui sarebbero stati pianificati futuri attentati. L’11 aprile la manifestazione nazionale si svolse al Palasport dell’Arcella (Padova) con la partecipazione di circa seimila persone. Ma contemporaneamente a Thiene esplodeva una bomba rudimentale uccidendo i tre giovani che la stavano confezionando. Si trattava di Antonietta Berna (22 anni), Angelo Dal Santo (24 anni) e Alberto Graziani (25 anni), tre noti e attivi militanti dell’Alto Vicentino.

Resasi indipendente dalla famiglia, Antonietta viveva di lavoro nero svolto a domicilio. Angelo Dal Santo, operaio, nel 1978 era entrato nel consiglio di fabbrica della LIMA di Lugo.

Grazie al suo impegno i lavoratori di questa fabbrica metalmeccanica avevano ottenuto migliori condizioni normative e salariali. Aveva poi organizzato picchetti e ronde contro gli straordinari. Partecipò all’occupazione di case sfitte e della “Spinnaker”. Ai suoi funerali, oltre a centinaia di compagni, erano presenti tutte le operaie di tale fabbrica.

Alberto Graziani, studente universitario, aveva preso parte a tutte le iniziative del movimento: lotte per la casa e contro gli straordinari, organizzazione di precari e disoccupati…

In un comunicato del 1° maggio 1979 i tre militanti vennero ricordati dal “Comitato per la liberazione dei compagni in carcere”:

Come movimento comunista, al di là delle attuali differenze interne, rivendichiamo la figura politica di questi compagni. Maria Antonietta Berna, Angelo Dal Santo, Alberto Graziani sono stati parte integrante nella loro militanza di tutte le lotte dei proletari della zona. Sono morti esprimendo la rabbia, l’odio, l’antagonismo di classe contro questo Stato, contro questa società fondata e organizzata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nessuna disputa di linea politica e le differenziazioni di impostazione e di analisi e di pratica dentro il movimento possono offuscare e negare l’appartenenza di questi compagni all’intero movimento rivoluzionario, a tutti i comunisti. Di fronte all’iniziativa del nemico di classe, alle iniziative repressive, al terrore fisico e psicologico, al terrorismo propagandistico, allo stravolgimento e strumentalizzazione dei fatti, l’intero movimento di classe deve rivendicare a sé questi compagni caduti, per non dimenticare, per ricordare. Non vogliamo discutere di fronte al nemico la loro morte, essa vive oggettivamente e soggettivamente dentro il movimento di classe in Italia, alla sua altezza e nelle sue difficoltà, nel suo sviluppo fatto con la vita e con la morte di migliaia di compagni lungo una strada che porti fuori dalla barbarie capitalistica e dalla miseria del socialismo reale, per il comunismo. A questa strada difficile questi tre compagni hanno dato comunque il loro contributo, la loro vita. Per questo, oggi più che mai, sono con tutti noi”.

La sera stessa arrivano i primi arresti. Vengono incarcerati Chiara, moglie di Angelo; Lucia, compagna di Alberto; Lorenzo, compagno di Antonietta. Nel giro di poche ore anche Corrado e Tiziana che abitavano con Chiara e Angelo. Un altro ordine di cattura viene spiccato contro Donato, al momento irreperibile. Nel frattempo vengono eseguite decine di perquisizioni e si effettuano numerosi fermi. Un gran numero di posti di blocco trasforma i dintorni di Thiene in un quartiere cattolico di Belfast. Tutti coloro che in qualche modo avevano a che fare con il Gruppo Sociale di Thiene rischiano ora l’incriminazione per banda armata. Agli arrestati vengono contestati: l’appartenenza ad una associazione sovversiva costituita in banda armata; il concorso nella fabbricazione dell’ordigno esplosivo e nella detenzione di armi; il concorso in tutti gli episodi avvenuti nel Veneto negli anni precedenti. Fino al concorso morale nella morte dei tre giovani di Thiene. In un documento presentato da un imputato alla Corte d’Assise (“Quegli anni, quei giorni, autonomia operaia e lotte sociali nel Vicentino: 1976-1979”) viene riportato che “la sera dell’11 aprile Chiara, Lucia e Lorenzo vengono condotti all’obitorio dell’ospedale di Thiene e lì costretti al riconoscimento dei corpi straziati e devastati”. E aggiunge “…il riconoscimento venne effettuato con criteri infami usandolo come deterrente per tutti i compagni”.

Lorenzo Bortoli (operaio decoratore alla Blue Bell di Bassano, 25 anni) subisce l’isolamento totale per quasi un mese. Dopo l’isolamento viene messo in cella con un altro imputato che starebbe già collaborando con i giudici, all’insaputa di tutti. Ricorda un suo amico che “gli si è voluto spezzare violentemente ogni possibilità di socializzazione, di vivibilità, di solidarietà all’interno del carcere, costruendogli addosso e attorno una realtà che solo attraverso la decisione di darsi la morte poteva negare”. Il primo tentativo di suicidio è del giorno 11 maggio con una ingestione di Roipnol. La direzione del carcere cercherà, invano, di farlo passare come un episodio di uso di sostanze stupefacenti. Numerose mozioni del Comitato Familiari che esprimono preoccupazione per la vita di Lorenzo, saranno sottoscritte da consigli di fabbrica e di quartiere. Anche sindacati e partiti intervengono affinché si ponga fine alla detenzione del giovane garantendogli la possibilità di ricostruirsi un equilibrio psico-fisico. Ma tra il primo e il secondo tentativo di suicidio (22 maggio) i magistrati spiccano un nuovo mandato di cattura accusandolo di aver preso parte ad alcune rapine. In realtà in quei giorni Lorenzo si trovava al lavoro. Il 29 maggio l’avvocato Carnelutti, suo difensore, presenta un’istanza con cui chiede la libertà per Lorenzo Bortoli e per Chiara Dal Santo che tra l’altro aspetta un figlio. La richiesta è motivata da “gravi e preoccupanti motivi di salute”. E ancora, quasi una premonizione: “Un possibile irreparabile danno all’integrità psico-fisica dei due giovani peserebbe sul processo”.

Ma il 31 maggio l’istanza viene respinta e le accuse ribadite, anche l’omicidio colposo nei confronti di Antonietta Berna. Il 18 giugno Lorenzo Bortoli viene trasferito con destinazione Trento. Sosta nel carcere di Verona e viene sistemato in una cella da solo. L’avvocato Carnelluti deposita a Vicenza un’istanza (che fa arrivare direttamente al G.I.) in cui segnala “il delicato stato di salute di Lorenzo Bortoli (fra l’altro reduce da due autentici tentativi di suicidio e da provocazioni di un coimputato assai sospetto) e mi preoccupo per l’atmosfera squallida di un carcere che non è certamente tra i migliori. Perché questa scelta? Da chi viene?”. Raccomanda inoltre di “valutare attentamente l’intenzione del mio difeso di restare solo in cella dal momento che le esperienze negative del passato legittimano il sospetto che ogni compagno di cella possa essere un provocatore”. Ma ormai il destino di Lorenzo sta per compiersi. Si toglie la vita impiccandosi nella notte tra il 19 e il 20 giugno**. Il suo ultimo desiderio, quello di poter essere sepolto con Antonietta si realizzerà solo in parte: le due tombe sono distinte ma comunque vicinissime. L’11 aprile 2019 – a 40 anni dal tragico evento – a Thiene, davanti all’ex abitazione di Bortoli, si è svolta una manifestazione in memoria dei quattro militanti.

Gianni Sartori

*nota 1: Per una serie di vicende personali chi scrive non ha partecipato di persona alle lotte della seconda metà degli anni settanta di cui si parla nell’articolo. Credevo anzi di aver concluso la mia militanza (iniziata davanti alla caserma statunitense Ederle nell’ottobre 1967), con le manifestazioni del settembre 1975 al consolato spagnolo di Venezia per protestare contro la fucilazione di due etarras e di tre militanti del FRAP. A farmi ricredere, nel 1981, la morte per sciopero della fame di Bobby Sands e di altri nove repubblicani dell’IRA e dell’INLA (contemporaneamente a quella di un prigioniero politico basco dei GRAPO). Quindi soltanto negli anni ottanta ho conosciuto alcuni di quei compagni dell’Alto Vicentino che avevano subito la repressione del 7 aprile. La mia prima impressione fu che in questa area pedemontana la “breve estate dell’Autonomia” avesse avuto caratteristiche simili a quelle dell’Irlanda del Nord e di Euskal Herria, sviluppando un’idea di “società molto orizzontale” (così Eva Forest mi spiegava la lotta dei baschi).

** nota 2:Come risulta evidente dal documento qui sotto riportato, la tragica fine di Lorenzo suscita l’indignazione – a livello locale – addirittura del PCI, il partito ritenuto mandantedell’operazione “7 Aprile” di Calogero. Comitato di zona Partito Comunista Italiano, “Un suicidio che riempie di sdegno, Thiene 21-6-79 “Apprendiamo con profondo sgomento e indignazione la notizia della morte, nel carcere di Verona, di Lorenzo Bortoli. E’ accaduto ciò che si temeva e ciò che le forze dell’amministrazione della giustizia erano tenute ad evitare. Era infatti evidente che dopo 2 tentativi di suicidio Lorenzo Bortoli si trovava in uno stato psicofisico di estrema prostrazione e che, in mancanza di cure adeguate, di un’attenta assistenza e sorveglianza, di un trattamento più umano e non assolutamente segregante, non avrebbe desistito nel suo intento di togliersi la vita. Proprio queste cure, questa assistenza, avevamo sollecitato aderendo all’appello del 30 Maggio lanciato da alcune personalità e cittadini democratici sul Giornale di Vicenza. Anche alla luce di ciò, il comportamento delle autorità giudiziarie e dell’amministrazione carceraria è tale da suscitare sdegno e riprovazione, in quanto si è dimostrato insensibile e incurante verso il diritto fondamentale di ogni essere umano: il diritto alla vita, e verso i diritti costituzionali di un imputato di potersi difendere, nella pienezza delle proprie facoltà intellettuali e fisiche, dalle accuse mossegli. Il suicidio di Lorenzo Bortoli è quindi un fatto di eccezionale gravità. Le responsabilità nel comportamento delle autorità carcerarie e giudiziarie vanno perciò indagate e punite, per salvaguardare i valori dello stato di diritto e le garanzie che la Costituzione da ad ogni cittadino.”

Bibliografia minima:

1) “Quegli anni, quei giorni – autonomia operaia e lotte sociali nel Vicentino: 1976-1979

(E’ un testo ricco di informazioni di carattere storico, indispensabili per comprendere il contesto dei tragici avvenimenti del 1979. Realizzato da un imputato vicentino del processo “7 Aprile-Veneto”, fotocopiato in proprio – pro manuscripto – forse reperibile in qualche Centro di documentazione ndr)

2) “E’ primavera. Intervista a Antonio Negri” di Claudio Calia, BeccoGiallo edizioni, 2008 (a fumetti, con tutte le riserve su Toni Negri naturalmente)

3 “Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie” (2 volumi) a cura di S. Bianchi e L. Caminiti, DeriveApprodi, 2007

4) “Anni di sogno e di piombo” di Alessandro Stella, Ed. Arcadia 2015

5) Ed eventualmente, per conoscere anche l’altra campana: “Terrore Rosso – dall’autonomia al partito armato” Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, editori Laterza, 2010 –

6) La follia veneta – Come una regione bianca diviene culla del terrorismo” Mino Monicelli, Editori Riuniti, 1981 (datato, ma ancora interessante per comprendere il clima dell’epoca)

#Südtirol – CAMPO D’ISARCO – Il nuovo libro di Günther Rauch

Tagebuch Wachsoldaten Brisanz Attentat in Eppan

Il nuovo libro di Günther Rauch, dedicato al diario di una guardia del campo ‘Campo d’Isarco’, promette ulteriori rivelazioni sui crimini di guerra italiani.

COMUNICATO STAMPA DEGLI ORGANIZZATORI DELLA COMMEMORIAZIONE DEL PROSSIMO 7 SETTEMBRE.

 Er hat sich von den vielerlei Einschüchterungsversuchen nicht ablenken lassen und seine mühevollen Recherchen fortgesetzt: Pünktlich zur Gedenk- und Mahnwache der Schützen und Heimatvereine am 7. September in Blumau erscheint ein neues, von Günther Rauch geschriebenes Buch über die italienischen Kriegsverbrechen und mit neuen Belegen über das faschistische Konzentrationslager.

Wie Roland Lang, der Obmann des unlängst gegründeten und für die Herausgabe des Buches verantwortlich zeichnenden „Verein Südtiroler Geschichte“ bekannt gibt, trägt das 230 Seiten starke und reich bebilderte Buch den Titel „KZ Campo d’Isarco: Tagebuch eines Wachsoldaten“.

„Es ist eine Quelle von besonderer Bedeutung“, betont Roland Lang, der als Obmann des Südtiroler Heimatbundes auch Mitträger der Gedenk- und Mahnwache ist. „Denn der aus dem Trentino stammende Wachsoldat tat etwas, was nur ganz wenige Soldaten getan haben: Er schrieb ein „Diarium“, in dem er festhielt, was ihn im KZ Prato d’Isarco und danach im grausamen Treiben gegen Rebellen am Balkan besonders tief bewegte.“ Sein Soldatenleben wurde bereits wenige Wochen nach seiner Einberufung zum Militärdienst im italienischen Armeekorps in Bozen und seiner Wachposten-Übernahme im KZ Camp d’Isarco zu einem gefühlsbetonten und gewissermaßen zu einem irrationalen Erlebnis. Zum Beispiel: die vom Scharfschützen seinem Tagebuch aufgezeichneten Erzählungen über die Härte des von den faschistischen Milizen gestellten Lagerkommandanten und die Flucht von sieben britischen Gefangenen aus „der Hölle von Prato d’Isarco“ erinnern in vielem an den Spielfilm „Gesprengte Ketten“ mit Steve McQueen. „Plastisch und packend stehen die Dinge vor einem, denn der italienische Scharfschütze, der uns Episoden aus den letzten Faschismusjahren schildert, hat sie miterlebt“, so Roland Lang.

Das brandneue Buch von Günther Rauch ist als Fortsetzung und Ergänzung des im September 2018 erschienenen und bereits nach wenigen Wochen vergriffenen Buches „Italiens vergessenes Konzentrationslager ‚Campo d’Isarco‘ bei Bozen (1941 – 1943)“ zu verstehen.

Mit der Schilderung der von Benito Mussolini eingeleiteten sittlichen und kulturellen Verwüstungen und in Gang gesetzten Kriegseskalationen und mit der erstmaligen Veröffentlichung von Auszügen des von einem Trentiner Soldaten geschriebenen „Diariums“ wirft das von Rauch verfasste Werk ein neues Licht auf die ungeheure Radikalität und Destruktivität, die nach der Machtübernahme der Schwarzhemden von Italien auf ganz Europa übergesprungen ist. Es ist der Beginn einer der erschütterndsten Tragödien der Geschichte des alten Kontinents.

„Viel zu leicht hat man die Worte und Taten des Duce beseitegelegt“, schreibt Roland Lang: „Mit der Veröffentlichung von Auszügen des Tagebuchs des italienischen KZ-Wachsoldaten will der ‚Verein Südtiroler Geschichte‘ dazu beitragen, dass die dunklen Kapiteln der Geschichte unserer Heimat Südtirol und die schwarzen und braunen Verbrechen weder banalisiert werden noch verblassen“.

In dem neuen Buch werden mehrere sträflich verdrängte Kapitel der italienischen Aggressions- und Kriegsgeschichte in Erinnerung gerufen. Unter anderem werden einige bisher weitgehend unbekannt gebliebene Geschehnisse enthült, die sich im Zusammenhang mit dem am 27. August 1935 von Mussolini absolvierten Truppenbesuch am Nonsberg und der in Bozen abgehaltenen Sitzung des italienischen Ministerrates zur Einleitung des mit Genozid-Charakter geführten Abessinienkrieges abgespielt haben.

Das neue Buch von Günther Rauch wird in diesen Tagen fertiggedruckt, um pünktlich am Samstag, 7. September zu erscheinen. An diesem Tag findet von 18.00 bis 19.00 Uhr in der Breiener Straße in Blumau die von den Schützen und den Heimatverbänden anberaumte Gedenk- und Mahnwache statt, um an die im italienischen KZ „Campo di concentramento Prato d’Isarco“ gefangengehaltenen Regimegegner und Soldaten der alliierten Truppen zu erinnern.

Im Anschluss an die Veranstaltung laden die Karneider Schützenkompanien zu einem kleinen Imbiss und Umtrunk ein. Im Kulturhaus ist auch das neue Buch „KZ Campo d’Isarco – Tagebuch eines Wachsoldaten“ gegen eine Spende erhältlich.

Für das Gedenkkomitee

Roland Lang

SÜDTIROL – LLIBERTAT PRESOS POLITICS – Bozen, 24 agosto 2019

Protest Katalanen August 2019 A

Comunicato stampa  bi-lingue

Mit einem stillen Protest erinnerten heute einige Funktionäre des Südtiroler Heimatbundes an die katalanischen politischen Häftlinge vor dem Denkmal der für die Freiheit Gefallenen in Bozen.
Frei gewählte Mitglieder der katalanischen Regierung werden seit über einem Jahr auf Grundlage von Gesetzen aus franquistischer Zeit unter fragwürdigen Bedingungen von den spanischen Behörden in Haft gehalten.
Nach der Unabhängigkeitserklärung Kataloniens 2017 wurde den Regierungsmitgliedern “Rebellion” vorgeworfen, ein Tatbestand, den kein anderer europäischer Staat kennt.»
Gegen diese menschenrechtswidrige Freiheitsberaubung wollten wir ein Zeichen setzen, so Meinrad Berger, Hannes Marmsoler und Roland Lang in einer Aussendung.
Oggi, alcuni esponenti del  Südtiroler Heimatbundes hanno ricordato i prigionieri politici catalani di fronte al monumento ai Caduti per la Libertà a Bolzano con una protesta silenziosa.

Membri liberi del governo catalano sono  detenuti dalle autorità spagnole da più di un anno sulla base delle leggi  franchiste,  in condizioni discutibili.

Dopo la dichiarazione di indipendenza della Catalogna nel 2017, i membri del governo sono stati accusati di “ribellione”, un fatto che nessun altro Stato europeo conosce.

Contro questa privazione illegale della libertà e dei diritti umani volevamo dare un segnale, così si sono espressi Meinrad Berger, Hannes Marmsoler e Roland Lang .

                                                                  Roland Lang

#VENETO – Il Palazzo Venezia di Roma e quello di Istanbul ritornino di proprietà del Veneto – di Ettore Beggiato

Palazzo Venezia

Il 24 agosto 1866 veniva firmata a Vienna la “Convenzione  fra la Francia e l’Austria per la Venezia” che ripropongo; è un documento particolarmente interessante soprattutto all’art. 1 “Sua Maestà l’Imperatore d’Austria cede il Regno Lombardo-Veneto a Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi, che lo accetta” e all’articolo aggiuntivo.

L’articolo 1 ratifica il passaggio del Veneto dall’Austria alla Francia (cosa che secondo alcuni studiosi era già avvenuta il 5 luglio 1866 dopo la disfatta austriaca di Sadowa) e che sarà propedeutico al passaggio del Veneto dalla Francia all’Italia, come previsto dal trattato di pace di Vienna del 3 ottobre, “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”, cioè il Veneto sarebbe passato all’Italia solo dopo un voto libero e democratico, altro che il plebiscito-truffa del 21-22 ottobre 1866 avvenuto due giorni dopo il formale passaggio del Veneto ai Savoia !

L’articolo aggiuntivo ricorda invece che:  

“La proprietà dei Palazzi di Austria a Roma e a Costantinopoli, già appartenenti alla Repubblica Veneta, restano acquisite al Governo au­striaco.”

Il Palazzo di Austria altro non è che il Palazzo  Venezia (o Palazzo San Marco)  costruito nel 1455 per il cardinale veneto Pietro Barbo, nominato poi papa Paolo II. Il progetto del palazzo, il primo rinascimentale di Roma, viene attribuito a Leon Battista Alberti; all’interno ci sono  pitture di Donato Bramante e di Andrea Mantegna. Nel 1564 vene ceduto alla Serenissima Repubblica Veneta che lo destinò a residenza degli ambasciatori veneti (e tale veste mi auguro venga ripristinata quanto prima). Nel 1916 fu espropriato dall’Italia.

L’altro  “Palazzo  Venezia” è a Costantinopoli (Istanbul) storica dimora dell’ ambasciatore  veneti (bailo) nella facciata del quale campeggia un bel leone di San Marco, ed è attuale dimora estiva dell’ambasciatore italiano ad Ankara (Turchia).

I due palazzi appartengono al patrimonio inalienabile del popolo veneto: sarebbe opportuno che  la nostra Regione incominciasse l’iter per la restituzione.

Ettore Beggiato

 

Convenzione

tra la Francia e l’Austria

per la Venezia

Vienna 24 agosto 1866

Napoleone,

per grazia di Dio e volontà nazionale, Imperatore dei Francesi

A tutti coloro i quali leggeranno queste presenti lettere, salve.

Essendo stata firmata una Convenzione, a Vienna, il 24 agosto 1866, tra la Francia e l’Austria per la cessione del Regno Lombardo-Veneto alla Francia.

Convenzione avente il seguente contenuto:

le Loro Maestà l’Imperatore dei Francesi e l’Imperatore d’Austria, Re di Ungheria e di Boemia, desiderose di regolare la cessione della Venezia precedentemente convenuta tra le Loro Maestà, hanno nominato come Loro Plenipotenziari a questo fine precisamente ossia:

Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi, il Duca di Gramont, Suo Ambasciatore presso Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica, Grande Croce del Suo Ordine Imperiale della Legione d’Onore, ecc, ecc, ecc.

e Sua Maestà l’Imperatore d’Austria, Re di Ungheria e di Boemia, il Conte di Mensdorff-Pouilly, Luogotenente Generale, Suo Ciambellano e Consigliere intimo, Ministro di  Sua Casa e degli Affari Esteri, Cavaliere dell’Ordine Militare di Maria Teresa, Grande Croce dell’Ordine Imperiale di Leopoldo, Grande Ufficiale della Legione d’Onore, ecc, ecc, ecc.

I quali, dopo essersi comunicato i loro pieni poteri, ritenuti in buona e dovuta forma, sono convenuti sui seguenti articoli:

Articolo 1

Sua Maestà l’Imperatore d’Austria cede il Regno Lombardo-Veneto a Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi, che lo accetta.

Articolo 2

I debiti che saranno riconosciuti relativi al Regno Lombardo-Veneto in conformità ai precedenti del Trattato di Zurigo, restano legati al possesso del territorio ceduto.

Essi saranno fissati ulteriormente dai Commissari speciali, designati a questo proposito da Sua Maestà l’Imperatore d’Austria e da Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi.

Articolo 3

Una sistemazione particolare, i cui termini saranno fissati tra i Commissari austriaci e francesi all’ uopo incaricati, stabilirà, in conformità alle usanze militari e mantenendo tutti i riguardi dovuti all’onore dell’ Austria, il modo e le condizioni dell’evacuazione delle piazze austriache.

Le guarnigioni austriache potranno trasportare tutto il materiale trasportabile.

Una sistemazione ulteriore sarà conclusa dai Commissari speciali in merito al materiale non trasportabile.

Articolo 4

La rimessa effettiva del possesso del Regno Lombardo-Veneto dai Commissari austriaci ai Commissari francesi avrà luogo dopo la conclusione della sistemazione riguardante la evacuazione delle truppe e dopo che la pace sarà stata firmata tra le Loro Maestà l’Imperatore Francesco Giuseppe e il Re Vittorio Emanuele.

Articolo 5

I Comandanti delle truppe austriache daranno luogo ad un’intesa per la esecuzione di queste clausole con le autorità militari che saranno loro designate dai Commissari francesi, salvo ricorso, in caso di contestazio­ne, ai detti Commissari di Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi.

Articolo 6

La presente Convenzione sarà ratificata e le Ratificazioni saranno scambiate, a Vienna, nel più breve tempo possibile.

In fede di ciò, i Plenipotenziari rispettivi l’hanno sottoscritta e vi hanno apposto il sigillo dei loro stemmi.

Fatto in doppia spedizione, a Vienna, il 24 agosto 1866

(L. S.) firmato Gramont             (L. S.) firmato Mensdorff-Pouilly

Articolo aggiuntivo

La proprietà dei Palazzi di Austria a Roma e a Costantinopoli, già appartenenti alla Repubblica Veneta, restano acquisite al Governo au­striaco.

(L. S.) firmato Gramont             (L. S.) firmato Mensdorff-Pouilly

Noi, vista ed esaminata detta Convenzione, seguita da un Articolo aggiuntivo, l’abbiamo approvata e approviamo in tutte ed ogni disposizioni che vi sono contenute; dichiariamo che è accettata, confermata e ratificata, e promettiamo che sarà inviolabilmente osservata.

In fede di ciò, Noi abbiamo dato le presenti firmate di nostro pugno e suggellate con il nostro Sigillo Imperiale.

A St. Cloud, il 29 agosto 1866.

L.S. Napoléon

Per l’Imperatore

Drouyn de Lhuys

#ANNIVERSARI – 23 agosto 1989 – The BALTIC WAY

 

La Via Baltica o Baltic Way (in estone Balti kett, in lettone Baltijas ceļš, in lituano Baltijos kelias), un evento popolare di protesta, tenutosi il 23 agosto 1989 nelle allora Repubbliche Socialiste Sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania, quando approssimativamente due milioni di persone, tenendosi pacificamente per mano, formarono una catena umana lunga circa 600 km passando attraverso Tallinn, Riga e Vilnius, le capitali delle Repubbliche Baltiche.

La manifestazione fu organizzata per attirare l’opinione pubblica mondiale sulle condizioni economiche e politiche delle tre repubbliche baltiche sotto l’occupazione sovietica, in concomitanza col cinquantesimo anno dal Patto Molotov-Ribbentrop. Nel 1989 questi Stati erano l’unico caso, in Europa, ad avere ancora un’occupazione straniera sovietica dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questi stati, non di etnia russa ma annessi forzatamente all’Urss nel 1940, erano da sempre desiderosi di ritornare indipendenti.