
Fa male rileggere in questi giorni KOBANE CALLING dell’ottimo Zerocalcare. Quando, giunto finalmente nella città che aveva “preso a calci in culo l’Isis”, si chiede se sarà “piena di balli, feste, canti…’ste robe qua, no?”. E invece scorge un “cumulo di rovine” . Finché, quando si alza il vento e si avverte inconfondibile la “puzza dei morti, di tutti quei cadaveri sepolti sotto le macerie”, deve domandarsi “com’è l’odore di una città che ha preso a calci in culo l’Isis?”.
Ma almeno, per quanto Kobane fosse destinata a diventare suo malgrado “un museo a cielo aperto della vergogna dell’umanità, di cosa è stato lasciato accadere” (come Gaza ovviamente) all’epoca della prima lettura, avevamo qualche certezza.
O almeno la speranza che quella delle YPG fosse una conquista definitiva, un punto di non ritorno.
Un esempio per i popoli oppressi e il loro diritto all’autodeterminazione.
E ora invece, a quanto pare, ci risiamo.
Inutile girarci attorno. Probabilmente siamo di fronte – se non alla capitolazione – a una serie debacle dell’esperienza dell’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA DEMOCRATICA DELLA SIRIA DEL NORD-EST (DAANES) in Rojava. Con le Fds (Forze democratiche siriane, a direzione curda) accerchiate dalla prepotenza salafita del cosiddetto “governo di transizione” di Damasco e già forzatamente ritirate da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor.
Anche se gli “accordi” con il governo centrale avevano evitato un bagno di sangue, l’amarezza per tutti i sacrifici compiuti (decine di migliaia i combattenti caduti lottando contro lo Stato islamico) è palpabile.
Una battaglia, va ricordato, condotta non solo contro i fondamentalisti islamici, ma anche contro il patriarcato e l’oppressione in ogni sua forma.
Resta, a futura memoria, il valore incommensurabile di un’esperienza (il Confederalismo democratico) che non va assolutamente archiviata.
Radicalmente democratica (rivoluzionaria), ha saputo coniugare il diritto all’autodeterminazione con i diritti delle donne, delle minoranze e la difesa ambientale. Un lascito per le future generazioni, non solo nel Medio oriente.
Paragonabile (lasciando da parte le implicazioni ideologiche) alla “breve estate dell’anarchia” con le collettivizzazioni e l’autogestione di massa in Catalunya e Aragona del ’36 -’37.
Certo, dicevo, ora come ora prevale l’amarezza. Fa veramente male rivedere Kobane sotto assedio come undici anni fa. Allora per mano dell’Isis, ora dalle truppe siriane e dalle milizie filoturche.
Senza elettricità (anche le strutture sanitarie), acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet. Con migliaia di civili, intere famiglie, provenienti dai villaggi circostanti che vi hanno cercato rifugio dormendo all’aperto o in tende improvvisate. Mentre le cellule jihadiste (rafforzate anche dai molti detenuti dell’Isis che ne hanno approfittato per evadere) si vanno ricostituendo.
Quindi non si tratta soltanto della brutale occupazione di un territorio da parte del centralismo autoritario di Damasco, ma della messa in discussione, dell’affossamento di un modello politico che avrebbe consentito la realizzazione di una Siria plurale e inclusiva.
Nella visione di Öcalan (dal 1999 richiuso nell’isola-prigione di Imrali, la Robben Island turca) il Confederalismo democratico si configura come superamento dello Stato-nazione percepito come “strumento di oppressione”. Proponendo un modello alternativo di società orizzontale, di autogoverno fondato su “autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria”. Ispirando la realizzazione – per quanto temporanea, precaria – di una Siria autenticamente democratica dove curdi, arabi, armeni, siriaci, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse.
Ma il suo messaggio di pace appare ancora fragile oltre che inascoltato.
Infatti, nonostante Öcalan abbia ripetutamente proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi (arrivando un anno fa, il 27 febbraio 2025, a decretare lo scioglimento del PKK), il “Mandela curdo” rimane tuttora incarcerato. Contemporaneamente in Turchia la repressione si inasprisce. In particolare nei confronti di chi esprime solidarietà al Rojava.
Ai primi di febbraio venivano arrestate altre 92 persone, tutte ritenute appartenenti a organizzazioni di sinistra (tra loro diversi avvocati e giornalisti). Peggio ancora nel Bakur (il Kurdistan sottoposto all’amministrazione turca) dove oltre 600 persone erano state fermate per aver manifestato in sostegno alla resistenza di Sdf, Ypg e Ypj (al momento un’ottantina sono ancora incarcerate).
Tra i fermati (poi espulsi) anche numerosi internazionalisti della “Carovana dei popoli in difesa dell’umanità” che si erano uniti alle mobilitazioni verso il confine siriano (a Suruc, al confine con la città di Kobane sotto assedio).
Questo l’odierno paesaggio, piuttosto sconfortante.
Anche se possiamo sempre auspicare, sperare che (come il vento dell’Ecclesiaste) ogni popolo “va e poi ritorna”. Per cui, come diceva il buon Gasparazzo “non finisce qui”. Probabilmente.
Gianni Sartori



