#NoWar  #OPINIONI – LE GUERRE UCCIDONO NON SOLO CON LE BOMBE MA ANCHE DOPO, CON L’INQUINAMENTO – di Gianni Sartori

I guasti delle guerre – cosa talvolta sottovalutata – proseguono inesorabili anche quando il conflitto termina. Per decenni, o forse per secoli. Come hanno denunciato esponenti di ISDE (International Society Doctors for Environment), l’Associazione dei Medici per l’Ambiente. Analizzandone in dettaglio i vari impatti che le guerre hanno sull’ambiente e su chi lo abita.

Ripetutamente e pesantemente contaminati nel corso di una guerra sono quattro elementi fondamentali: aria, acqua, suolo e cibo. Appare inoltre scientificamente dimostrato che il settore militare-industriale è una delle principali cause del cambiamento climatico.

Tra i primi sul podio, gli USA.

Per gli espetti di ISDE: “se l’esercito statunitense fosse una nazione avrebbe le emissioni pro capite più alte al mondo”. Con una massiccia impronta di carbonio, contribuendo quindi all’effetto serra, attraverso l’uso di combustibili fossili (petrolio, cherosene, nafta…)

Le emissioni militari includono ossidi di azoto, anidride carbonica, monossido di carbonio e particolato, tutti altamente nocivi per l’ambiente e la salute umana.

Va anche ricordato che le conferenze della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), come l’ultima COP 28 di Dubai, obbligano gli Stati a comunicare le proprie emissioni di gas serra ogni anno, ma tale obbligo non si estende alle emissioni militari che rimangono su base volontaria.

Rendendo quanto mai reali, concrete espressioni talora usate come metafore ( “avvelenare i pozzi”, “rendere l’aria irrespirabile”)

Per cui, sostiene ISDE “la guerra non si limita a causare vittime umane, ma ne provoca anche a livello ambientale”. In sintonia con l’Assemblea Generale dell’ONU che ha dichiarato il 6 novembre “Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato”.

Per il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres “la guerra e l’ambiente sono profondamente interconnessi. In tutto il mondo, almeno il 40% dei conflitti ha avuto importanti conseguenze sulle risorse naturali. Troppo spesso l’ambiente è tra le vittime della guerra, attraverso atti deliberati di distruzione o danni collaterali, o perché, durante i conflitti, i governi non riescono a controllare e gestire le risorse naturali”.

Tra i conflitti in corso, vale sicuramente per il Kurdistan e per la Palestina.

E non da oggi se pensiamo che già da qualche decennio le organizzazioni curde denunciavano l’opera di devastazione ambientale, l’ecocidio sistematico operato dalle truppe turche in Kurdistan negli ultimi decenni.

Qualche esempio.

La generalizzata distruzione ambientale ottenuta con l’incendio o l’abbattimento pianificato di foreste secolari. Come nella zona di Mesila Kor (distretto di Amid) dove, qualche anno fa, vennero abbattuti in pochi giorni oltre diecimila alberi. Stesso sradicamento, non in senso metaforico, a Mush, Basur e Dersim. Metodi utilizzati dall’esercito turco sia per mettere in difficoltà la resistenza curda (da sempre le foreste forniscono un rifugio a ribelli e partigiani), sia come ritorsione e rappresaglia quando subiva una sconfitta. Incendiando i boschi e impedendone lo spegnimento, non solo in Bakur (Kurdistan sotto diretta amministrazione turca) ma anche nel Başûr (Kurdistan sotto amministrazione irachena), bombardato, invaso e occupato da truppe turche.

E anche nel Rojava (Nord-est della Siria). Nella regione di Afrin, sotto occupazione turca dal 2018 (operazione ironicamente denominata “Ramoscello d’ulivo”), sono stati tagliati e bruciati migliaia di ulivi. Segnalavano fonti curde che “come passa sotto silenzio la distruzione dell’ambiente e delle risorse di Afrin, così avviene per la distruzione delle foreste nel Kurdistan del Sud”. Ossia in Başûr, il Kurdistan entro i confini iracheni. Tra gli ecocidi più devastanti, il taglio di oltre 400 tonnellate di alberi sulle montagne Judi nel 2021. Operazioni propedeutiche alla costruzione di nuove basi militari turche in territorio iracheno.

Nell’aprile 2021 erano scoppiati decine di devastanti incendi in seguito ai bombardamenti effettuati con aerei (F-16), elicotteri da combattimento e droni (Bayraktar TB2) sulle colline di Zindoora, nel distretto di Metina (dove è già insediata una base militare turca). Nel corso delle operazioni delle forze speciali di Ankara denominate Pençe Şimşek (Artiglio lampo) e Pençe Yıldırım (Artiglio fulmine).

Stessa sorte subivano i territori e le popolazioni civili di Gilwi-Bjok (distretto di Zab) e i distretti di Marwanos e Shuk (Avashin). Un’autentica “soluzione finale” per spopolare l’area, renderla inabitabile. Con migliaia di ettari di terreni coltivati (orti, vigneti…) ridotti in cenere. A cui aggiungere la morte di un gran numero di animali.

Sempre in Başûr, migliaia di alberi vennero abbattuti a Zakho (dove si sono installate altre basi militari) e a Barwari. Per essere poi venduti come legname in Turchia, mentre – effetto collaterale – gli abitanti si trasformavano in sfollati (profughi interni).

Danni devastanti a boschi secolari, provocati dai bombardamenti, sono stati documentati da giornalisti indipendenti nella zona di Sergelê e di Medya (dove era presente la resistenza curda).

Ancora più criminale l’uso – documentato – di armi chimiche sempre nella zona di Medya. Armamenti proibiti dagli accordi internazionali a cui – almeno in teoria – aderisce anche la Turchia.

Guerra chimica nel Kurdistan

Certo, nel Kurdistan “iracheno” non mancavano i precedenti. In questo caso per mano di Saddam.

Un pesante attacco con armi chimiche avvenne tra il 16 e il 19 marzo 1988 era passato tragicamente alla storia come il “massacro di Halabja”. Il giorno prime, 15 marzo, questa città della provincia di as-Sulaymaniya era temporaneamente caduta in mano alla formazione curda dell’UPK (Unione Patriottica Curda) guidata da Jalal Talabani.

Eravamo in piena guerra Iran-Iraq, iniziata nel 1980. E l’Occidente (in particolare gli Stati Uniti) all’epoca si era sostanzialmente schierato con Bagdad: vedi l’abbattimento da parte dell’incrociatore USS Vincennes dell’Airbus A300 iraniano – con 290 vittime civili tra cui 66 bambini – solo qualche mese dopo, in luglio.

Il massacro di Halabja fu il risultato dell’impiego di gas chimici (iprite) per ordine di Ali Hassan al-Majid, conosciuto come “Ali il Chimico” (poi condannato a morte e giustiziato dopo la caduta di Saddam). Per l’operazione genocida, inserita nella più vasta operazione Anfal dal febbraio al settembre 1988, l’aviazione irachena si servì di caccia-bombardieri MiG-31 e Mirage. In questa circostanza i morti accertati, tutti curdi, furono oltre cinquemila. Ma, calcolando anche le vittime dei precedenti attacchi aerei contro Halabja dal 23 febbraio al 19 marzo 1988 (quando la città era caduta in mano all’esercito iraniano) le vittime curde complessive dell’operazione Anfal furono molte di più. Almeno 180mila, a cui si deve aggiungere la distruzione del 90% dei villaggi curdi del Bashur e la deportazione di gran parte dei curdi sopravvissuti.

Oltre naturalmente ai danni di lunga durata per l’acqua e il suolo avvelenati dalle sostanze chimiche, dagli inquinanti che dopo un conflitto rimangono sul terreno

E Gaza? Ancora peggio se possibile.

Già all’inizio del 2024 veniva pubblicato su Social Science Research Network un documento (elaborato da ricercatori britannici e statunitensi) secondo cui, in soli due mesi di guerra, le emissioni di gas in grado di alterare il clima corrispondevano a 281 mila tonnellate di CO2. Una quantità superiore alle emissioni annuali di una ventina dei paesi tra quelli più esposti al cambiamento climatico. Il Gambia, per esempio, in un intero anno ne emette più o meno la stessa quantità.

Quasi sicuramente la stima riportata andava considerata al ribasso. Non erano incluse le emissioni di gas metano e non veniva presa in considerazione l’intera catena dell’approvvigionamento bellico. In questo caso, in base a studi precedenti, si arriverebbe a cifre dalle cinque alle otto volte superiori (oltre 2 milioni di tonnellate di CO2 equivalente).

Nel conteggio parziale si quantificava la quantità di CO2 proveniente dai voli aerei, dalla fabbricazione e dall’esplosione delle bombe e dal carburante utilizzato dai mezzi a terra e dall’artiglieria. Gli aerei cargo statunitensi impiegati per trasportare rifornimenti militari in Israele costituivano circa il 50% delle emissioni totali (133 mila tonnellate di CO2), gli aerei israeliani 121 mila tonnellate, il trasporto terrestre circa 5mila tonnellate. “Solo” 21 mila tonnellate per bombe, razzi e munizioni. Cifre che parlano da sole.

Ovviamente anche Hamas ci metteva del suo, soprattutto con il lancio di razzi. Ossia l’equivalente di 713 tonnellate di CO2 nel periodo considerato (i primi due mesi di guerra)

Sempre nel 2024 (quindi in tempi non sospetti) veniva pubblicata una “valutazione preliminare” dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, rimasta purtroppo inascoltata, secondo cui “gli impatti ambientali della guerra a Gaza sono senza precedenti, esponendo la comunità a un rapido aumento dell’inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria e al rischio di danni irreversibili agli ecosistemi naturali”.

Ragion per cui, attraverso il suo direttore esecutivo (Inger Andersen) L’UNEP ribadiva “la richiesta di un cessate il fuoco immediato per proteggere le vite umane e contribuire a mitigare gli impatti ambientali del conflitto”.

Infatti già allora appariva evidente non solo che i palestinesi affrontavano sofferenze disumane, ma che “i crescenti danni ambientali a Gaza rischiano di bloccare la popolazione in una dolorosa e lunga ripresa. Sebbene rimangano molti interrogativi sull’esatto tipo e quantità di contaminanti che colpiscono l’ambiente di Gaza, la gente sta già vivendo oggi (si riferisce al gennaio 2024 nda) le conseguenze dei danni ai sistemi di gestione ambientale e dell’inquinamento legati al conflitto. L’acqua e i servizi igienici sono crollati. Le infrastrutture critiche continuano a essere decimate. Le aree costiere, il suolo e gli ecosistemi sono stati gravemente danneggiati. Tutto questo sta danneggiando profondamente la salute delle persone, la sicurezza alimentare e la resilienza di Gaza”, E dal gennaio 2024 le cose sono andate soltanto peggiorando.

Tra le maggiori criticità già allora prevedibili (e confermate nel corso del conflitto), la distruzione degli impianti di desalinizzazione e del trattamento delle acque reflue. Quelle che hanno contaminato le spiagge, il terreno e l’acqua dolce con agenti patogeni, microplastiche e sostanze chimiche nocive. Una minaccia di lunga durata non solo per la popolazione, ma anche per le sorgenti, la vita marina, la flora, la fauna e i terreni coltivabili. Rendendo la Striscia se non addirittura inabitabile alquanto malsana.

E poi la produzione, a causa dei bombardamenti, di milioni di tonnellate di macerie e detriti. Fonte di rischi per la salute umana e per l’ambiente a causa delle polveri e della contaminazione da minerali pesanti, amianto, rifiuti industriali etc (oltre alle centinaia, migliaia di cadaveri in decomposizione sotto le macerie). Per non parlare del pericolo rappresentato, soprattutto per i bambini, dalla grande quantità di ordigni inesplosi. Un’inedita fonte di inquinamento quella derivata dalla distruzione dei pannelli solari con fuoriuscita di piombo e altri metalli pesanti.

La scarsità di gas per cucinare ha messo le famiglie nella condizione di dover bruciare non solo legna, ma anche plastica e rifiuti. Aggiungendosi agli incendi e ai combustibili bruciati. Anche se non si conoscono dati attendibili, è facilmente intuibile quale sia attualmente la qualità dell’aria a Gaza.

Gianni Sartori