#Cina #Repressione – GLI UIGURI ABBANDONATI – QUASI – DA TUTTI, PERFINO DA ERDOGAN – di Gianni Sartori

Con una recente esternazione, il Papa aveva ricordato alcuni tra i popoli maggiormente oppressi. Oltre ai curdi  yezidi (ieri sterminati ieri dall’Isis, oggi perseguitati dalla Turchia) e ai rohingya (minoranza musulmana non riconosciuta come etnia dalla Birmania che ne riconosce ben 135 al proprio interno), anche gli uiguri. Sollevando fatalmente – apriti cielo! – le proteste di Pechino. Viceversa,  appare evidente che il premier turco Erdogan – dopo aver strumentalizzato in varie occasioni la situazione di questa popolazione turcofona e musulmana – ormai preferisce abbandonarla al proprio destino. Dato che concludere trattati e affari con Pechino risulta più conveniente.

D’altra parte la questione degli uiguri è una di quelle “a geometria variabile” che riemergono periodicamente. Vuoi per ragioni oggettive, vuoi strumentalmente.

Nel 2018 sul New York Times Chris Buckley rilanciava l’ipotesi (sempre respinta da Pechino) della presenza in Cina di campi di rieducazione per uiguri refrattari. O meglio: campi di detenzione arbitraria, dove gli internati avrebbero subito abusi e maltrattamenti allo scopo di cancellarne l’identità.

E – sempre periodicamente – si torna a parlare della sterilizzazione forzata per le donne di questa comunità minorizzata (parlare di “minoranza” sarebbe un eufemismo).

Una popolazione turcofona e musulmana, sottoposta a una “colonizzazione interna” da manuale (come avviene – con i doverosi distinguo – per i curdi e i baschi).

Ma, appunto, si tratta di una vecchia questione. Anche senza riandare al secolo scorso, basti ricordare come nel 2006 acquistasse una certa risonanza la vicenda, per certi aspetti kafkiana, di cinque uiguri rilasciati da Guantanamo dopo quattro anni e mezzo di maltrattamenti e torture. 

 

A GUANTANAMO CI FU COLLABORAZIONE STATUNITENSE-CINESE AI DANNI DEGLI UIGURI?

Adel Abdulhehim, Ahmed Adil, Haji Mohammed Ayub, Akhdar Qasem Basir e Abu Bakr Qasim erano stati catturati in Afghanistan al momento della preghiera e avevano conosciuto le prigioni – famigerate – di Kandahar. Trasportati poi a Camp Delta e quindi a Guantanamo, solo nel 2006 venivano riconosciuti come “Nlec” (no longer enemy combatants) e trasferiti in Albania (dove però rischiavano l’estradizione in Cina). Al momento della loro – per quanto tardiva – liberazione almeno altri 17 uiguri rimanevano rinchiusi a Guantanamo. Secondo Amnesty International, in almeno un’occasione sarebbero stati interrogati direttamente da agenti cinesi in trasferta nella base statunitense. E con le stesse tecniche utilizzate dagli americani sia a Guantanamo che ad Abu Ghraib (manipolazione ambientale, privazione del sonno, posture forzate…e ben altro). Per il governo cinese avrebbero fatto parte del Movimento islamico del Turkestan orientale, un movimento separatista (indipendentista, meglio) accusato di terrorismo. Invece per Amnesty International “Pechino si richiamava alla guerra al terrorismo internazionale come pretesto per le dure repressioni attuate  nello Xinjiang che hanno determinato gravi violazioni dei diritti umani contro la comunità degli uiguri”.

Sempre secondo A.I. anche nel 2006 sarebbero state “chiuse moschee, arrestati iman, militanti nazionalisti e pacifisti uiguri”. Inoltre “per le persone accusate di terrorismo, separatismo, estremismo religioso si spalancano le porte del carcere”  e in molti casi vi sarebbero state anche vere e proprie esecuzioni.

Un po’ di Storia. Questa grande provincia occidentale della repubblica popolare  (“Turkestan orientale”o anche “Uyghuristan”; per i cinesi Xinjiang: “Nuova Frontiera”) era entrata a far parte dell’Impero cinese soltanto nella seconda metà del XVIII secolo. Qui vivono circa venti milioni di abitanti di cui undici milioni sono musulmani (dal 1300). La maggioranza dei musulmani, più di otto milioni, sono uiguri.

Una popolazione turcofona che sovente si è opposta alla politica colonizzatrice cinese.

Nel secolo scorso, durante la guerra civile, venne fondata una Repubblica dell’Est Turkestan che durò fino al 1949, quando l’esercito cinese venne a rioccupare la regione.

Al momento dell’avvento al potere del partito comunista, i cinesi di etnia han qui erano soltanto tra il sette e il dieci per cento della popolazione. Si calcola che attualmente siano oltre nove milioni (quasi il 50 per cento), grazie a una politica di “bilanciamento demografico” (eufemismo per “sostituzione etnica”) attuata da Pechino con l’invio di coloni han. Un metodo già ben sperimentato: dall’Irlanda alla Palestina, dal Tibet al Rojava. L’analogia profonda con il Tibet – ovviamente – salta agli occhi, ma sui media la situazione del Turkestan orientale non sembra godere della stessa popolarità.

Nel 1990 – dopo che un numero imprecisato di uiguri (presumibilmente una ventina) erano stati uccisi nel corso di una rivolta a Kashgar – era iniziate una nuova fase di lotta per l’indipendenza.

 

LE OLIMPIADI DEL 2008: PER GLI UIGURI BEN POCO DA FESTEGGIARE

Invece nel giugno 2008, all’epoca delle Olimpiadi, toccava agli inviati nel “Turkestan orientale”  stupirsi per la situazione qui riscontrata.  “Quasi da coprifuoco” scrivevano (e quel “quasi” appariva prudentemente riduttivo).

Prima di giungere – il 21 giugno 2008 – a Lhasa in Tibet (altra regione notoriamente sottoposta al colonialismo interno cinese), la torcia olimpica soprannominata dai cinesi la “Fiamma sacra”, aveva attraversato lo Xinjiang, l’immensa provincia a maggioranza musulmana. O così almeno all’epoca, dato che con la “sostituzione etnica” in atto le proporzioni possono cambiare rapidamente. Qui gli inviati scoprivano una popolazione totalmente “sotto controllo”. Lunedì 16 giugno (2008), alla vigilia dell’arrivo nella capitale Urumqi, i responsabili locali avevano “consigliato” alla popolazione di restare in casa a “guardare la televisione”, mentre la fiamma percorreva le strade della loro città. Il pubblico, avevano spiegato, avrebbe potuto “creare problemi alla sicurezza”. Proibito soprattutto “arrampicarsi sugli alberi e radunarsi sopra i ponti”. Il consiglio veniva seguito alla lettera e il giorno dopo il centro di Urumqi appariva deserto, mentre quei pochi che avevano voluto ugualmente assistere venivano fermati e perquisiti.

Il 18 giugno – sempre sotto stretta sorveglianza – la fiamma era stata portata a Kashgar. Questa città nei pressi del confine afghano-pachistano, importante centro della Via della seta, viene considerata come la più islamica di tutta la repubblica popolare e qui, nel 1990, l’esercito cinese uccise una ventina di persone  nel corso di una rivolta. A Kashgar le attività religiose venivano – e presumibilmente vengono – sottoposte a un forte controllo, in quei giorni ulteriormente inasprito.

Proibiti i pellegrinaggi e perfino i cortei nuziali, mentre alcune moschee erano state chiuse.

 Al passaggio della torcia olimpica nelle strade pattugliate  dai militari,  le finestre dovevano rimanere chiuse e nessuno poteva stare sul balcone. Potevano assistere soltanto alcune scolaresche e chi era disciplinatamente inquadrato nella sua “unità di lavoro”. In seguito Amnesty International aveva denunciato altri arresti arbitrari, sempre con il pretesto del separatismo. Anche ai nostri giorni le autorità cinesi della regione denunciano periodicamente di aver sventato “complotti, fomentati da militanti separatisti islamici”. All’epoca dei Giochi olimpici si era anche parlato, dando alla cosa una certa evidenza, del rischio di “rapimenti per giornalisti, diplomatici e atleti”. Qualche mese prima (marzo 2008) un aereo di linea aveva dovuto compiere un atterraggio  di emergenza all’aeroporto di Urumqi in quanto – stando alle fonti ufficiali – a bordo sarebbero stati scoperti esplosivi. La “minaccia separatista” verrebbe soprattutto dal “Movimento islamico del Turkestan orientale” (Etim).

Lo stesso movimento di cui, secondo le autorità cinesi, avrebbero fatto parte gli uiguri rilasciati da Guantanamo dopo quattro anni di mltrattamenti e torture.

Nel giugno 2008, alcune organizzazioni per la tutela dei diritti umani insieme a quelle degli uiguri rifugiati in Occidente avevano denunciato un “ulteriore inasprimento repressivo con il pretesto di combattere il terrorimo, il separatismo e l’estremismo religioso”.

Dilxat Raxit, all’epoca portavoce del Congresso mondiale uiguro (in esilio), aveva dichiarato che “Pechino sta approfittando delle Olimpiadi per reprimere ancora di più il nostro popolo”. 

 

UNA GUERRA TRA POVERI ANCHE QUELLA TRA UIGURI E HAN?

In seguito la situazione non era certo migliorata. Nel 2009 le proteste nella città di Urumqi degenerarono in scontri violenti tra manifestanti e polizia  causando ufficialmente almeno 197 morti. Tutto era cominciato il 5 luglio (2009) quando un corteo di studenti uiguri – che tuttavia inalberavano bandiere cinesi – veniva brutalmente  attaccato dalla polizia, scatenando l’indignazione della popolazione. Durante la notte, assalti a negozi e abitazioni di cinesi han mentre, raccontavano alcuni testimoni, la polizia – stranamente – evitava di intervenire. Decine di persone, definite “istigatori” dalle autorità, vennero poi arrestate e condannate a lunghe pene detentive. Molti processi inoltre si sarebbero svolti in segreto. La maggior parte degli imputati risultarono amministratori o collaboratori di siti internet in lingua uigura, quella parlata dalla popolazione turcofona della regione.

Quanto alla “guerra tra poveri” che talvolta sembra dilagare in questa regione, è plausibile che uiguri e han siano entrambi vittime di avvenimenti la cui responsabilità cade principalmente e pesantemente sul governo di Pechino.

Nell’aprile 2010 il giornalista Memetjan Abdulla veniva condannato alla pena perpetua con altri due giovani per “aver messo in pericolo la sicurezza dello Stato”. Sul loro sito Salkin avevano pubblicato l’appello per una manifestazione. Si trattava della protesta per la morte di alcuni operai uiguri (lavoratori immigrati, spesso discriminati) picchiati dagli amministratori locali cinesi in una fabbrica di Shaoguan nel sud della Cina.

Nei giorni della manifestazione e degli scontri successivi, Memetjan Abdulla si trovava a Pechino (dove lavorava per la Radio nazionale cinese). Per l’accusa, dal 5 luglio 2009 (data d’inizio delle proteste di Urumqi) sarebbe stato ripetutamente in contatto telefonico con una giornalista straniera. Secondo l’indagine condotta da una emittente statunitense (Radio Free Asia), il giornalista era stato accusato di aver tradotto nella sua lingua madre un appello del Congresso mondiale uiguro, l’organizzazione presieduta dalla dissidente in esilio Rebiya Kadeer (naturalizzata statunitense, candidata al Nobel per la Pace nel 2006). Apparso su Salkin, l’appello chiedeva di manifestare pacificamente dovunque nel mondo esistesse una comunità uigura. Un altro internauta coinvolto nel processo, Gheret Niyaz, era corso ai ripari informando le autorità su “appelli all’odio di natura settaria” che circolavano in internet. Nel processo i giudici devono averne tenuto conto e applicato qualche attenuante, visto che lo hanno condannato a “soli” quindici anni per aver parlato dei fatti del 5 luglio 2009 con alcuni giornalisti di Hong Kong.

Altre notizie inquietanti, in particolare i dati sul gran numero di uiguri “giustiziati per crimini politici”(oltre 700 dal 1997 al 2011), venivano diffuse nel 2011. Nello stesso periodo sarebbero stati migliaia quelli incarcerati e spesso condannati all’ergastolo con l’accusa di aver “fomentato disordini”.

 

2011: IN CINA UN ANNO VISSUTO PERICOLOSAMENTE

Del resto quel 2011 era passato alla storia come un anno particolarmente segnato da manifestazioni, scontri e “disordini”. Non solo tra gli uiguri.

Secondo Brice Pedroletti, inviata di Le Monde, gli “incidenti di massa – come vengono ufficialmente definiti – furono decine di migliaia”. In particolare nel mese di giugno 2011 vi fu un’impennata degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Dopo che una donna incinta era stata violentemente picchiata dalla polizia municipale di Xintang, la città venne letteralmente messa a ferro e fuoco per tre giorni consecutivi. In prima fila contro i blindati dell’esercito e della polizia, i giovani operai migranti provenienti dalle campagne. Quasi contemporaneamente in un’altra località della provincia di Guangdong un operaio che reclamava il suo salario, veniva ferito gravemente dalla polizia privata padronale (alla faccia del “socialismo”). Migliaia di lavoratori migranti avevano allora circondato e assediato la sede del governo locale. Le immagini entravano in circolazione grazie al blog Weibo. Dopo qualche giorno moriva – nel corso dell’interrogatorio nel commissariato di Lichuan – Ran Jianxin, fermato per essersi opposto all’epulsione degli abitanti di un’area destinata a ospitare un’area industriale. Mentre le immagini del suo corpo devastato dalle percosse venivano diffuse, sempre da Weibo, migliaia di persone scendevano in strada attaccando i blindati delle forze dell’ordine.

Con la presenza di oltre 30 milioni di operai migranti, la regione di Guandong veniva definita “l’officina del mondo”. Ma anche “una poltiglia urbana di aree industriali e nuove città dove l’ambiente era stato devastato”. Mentre gli abitanti originari vivevano sostanzialmente di rendita grazie alle terre collettive affittate alle aziende, i migranti qui al massimo sopravvivevano subendo le prepotenze dei datori di lavoro, delle amministrazioni locali e delle forze di sicurezza.

Del resto le crepe del sistema cinese (un gigante social-capitalista dai piedi di argilla ?) erano apparse con evidenza già l’anno precedente – nel 2010 – con i grandi scioperi alla Honda e i numerosissimi casi di suicidio tra gli operai della Foxconn.

Dopo di allora, un crescendo di manifestazioni popolari sempre più determinate, l’incremento delle petizioni individuali e – anche – di piccoli attentati e sabotaggi (come ritorsione per qualche ingiustizia subita) che comunque sembrano mettere – se non in crisi – almeno in discussione il controllo sociale. Sarà sicuramente utopistico e ingenuo, ma vien da pensare cosa potrebbe accadere in Cina se le lotte sociali (di classe) si coniugassero con quelle per i diritti dei popoli minorizzati.

Ovviamente il potere, rappresentato dal Partito comunista cinese (Pcc) non è rimasto a guardare. Ancora nel 1999 veniva costituito l’”Ufficio 610”, inizialmente per contrastare il gruppo dissidente di ispirazione religiosa Falun Gong. Da allora il governo cinese ha mostrato di saper ricorrere a sistemi sempre più sofisticati. Sia intervenendo nella rete con appelli apparentemente spontanei alla “calma”, sia fornendo qualche maggiore garanzia ai lavoratori migranti. Ma soprattutto grazie a una vasta rete, tuttora operativa, di uffici e commissioni che operano per il “mantenimento della stabilità” coinvolgendo e stipendiando decine di migliaia di persone. Con agenzie private incaricate di intercettare e rispedire indietro chi si reca nei capoluoghi per inoltrare petizioni  o proteste. In controtendenza sui progetti di riforma della Corte suprema per una maggiore indipendenza della magistratura, l’apparato del Pcc in questi anni ha comunque voluto riaffermare il proprio controllo anche sulla giustizia.

 

Gianni Sartori   

#AFRICA #CONGO: AVVIATO ANCORA NEL 2006 IL RITORNO ALLA DEMOCRAZIA APPARE INQUINATO DAL PASSATO COLONIALE E DAL SACCHEGGIO DELLE RISORSE NATURALI – di Gianni Sartori

Nel luglio del 2006 suscitava soddisfazione nella maggioranza degli osservatori l’alta affluenza nelle elezioni (domenica 30 luglio 2006), le prime democratiche  dal 1960, per eleggere il presidente e il nuovo parlamento. Poi la doccia fredda: per conoscere i risultati –  veniva annunciato – si doveva attendere almeno fino a  settembre. Tra i candidati, oltre a Joseph Kabila, vari ex comandanti delle milizie paramilitari sostenute dall’Uganda, come Jean-Pierre Bemba e personaggi in passato legati al vecchio dittatore Mobutu, come Pierre Pay Pay. Fatalmente, la presenza tra i numerosi (9707) candidati alla Camera dei figli sia di Lumumba che di Kasavubu riportava alla memoria un periodo travagliato e decisivo nella storia di questo immenso Paese africano.

Patrice Lumumba, leader del “Movimento nazionale congolese” (all’epoca l’unico diffuso sull’intero territorio nazionale) divenne capo del governo con le elezioni del maggio 1960, l’anno dell’indipendenza, festeggiata il 30 giugno.

Pochi mesi dopo, nel gennaio 1961, veniva assassinato.

“Questo assassinio – scriveva Joseph Ki-Zerbo, uno dei maggiori storici africani, scomparso nel 2006 – sollevò in tutto il mondo un grido di indignazione” (Histoire de l’Afrique Noire. D’Hier à Dèmain). Il 5 settembre 1960 il colonnello Sese Seku Mobutu, appoggiato dall’esercito, tentava il suo primo colpo di stato. Il 14 i soldati arrestavano Lumumba, che però riusciva ad evadere in novembre. Con pochi seguaci percorse l’intero Paese diffondendo “il suo sogno di un Congo unito e libero”. Jean Ziegler ha rievocato questa breve, tragica epopea in Main basse sur l’Afrique: “Ovunque arriva, solleva folle. I contadini vengono ad ascoltarlo a migliaia, alcuni lo seguono nella boscaglia”.

Ma dopo il suo passaggio “gli uomini rifluiscono nel loro anonimato, nella loro tristezza”. Ormai i congolesi “hanno il terrore dell’esercito e, come se non bastasse, l’ambasciata americana mette a disposizione di Mobutu agenti speciali, elicotteri, anche cani per stanare il fuggitivo”. Lumumba viene ripreso, incatenato e rinchiuso con cinque compagni a Thyssville, in un campo militare. Lo sorvegliano soldati Bakongo e Bangala, storicamente ostili ai Batetela, etnia originaria del prigioniero.

Oltre che contro il razzismo e il colonialismo, Lumumba si era battuto contro l’esasperato tribalismo per un Congo unitario, nazionale, rispettoso delle diversità. Al contrario, il presidente Joseph Kasavubu rappresentava un movimento di natura etnocentrica (Abako) per l’emancipazione della popolazione Bakongo, legato ai movimenti messianici del Congo occidentale. Ma, come un’ultima fiammata, il 13 gennaio 1961 “nel campo scoppia la rivolta. La parola di Lumumba – racconta Ziegler –  ha colpito ancora la folla; i soldati sono pronti a liberarlo, a marciare con lui su Leopoldville”. Mobutu si precipita nel campo-prigione con le sue “truppe lealiste” e i ribelli vengono schiacciati. Martedì 17 gennaio giunge l’epilogo. Mobutu e Kasavubu decidono di inviare Lumumba nel Katanga di Ciombé, secessionista con il sostegno della compagnia concessionaria Union Minière.

“Lumumba, Ohito, M’Polo, polsi e caviglie stretti da corde bagnate, vengono gettati su un DC3 dell’esercito”. Le torture iniziano subito: “durante il viaggio i prigionieri vengono picchiati, bruciati con la fiamma ossidrica, mutilati con le baionette”. Quando, dopo otto ore, l’aereo arriva a Elizabethville, sono già in attesa Munango, ministro dell’Interno del Katanga, alcuni militari katanghesi, ufficiali belgi e francesi arrivati in appoggio ai secessioniti. Scaraventati su un camion, i prigionieri scompaiono nella boscaglia: Una commissione di inchiesta dell’Onu ha ricostruito gli ultimi istanti di Lumumba. I suoi aguzzini lo presero in giro chiedendogli se “si sentiva sempre invulnerabile”. E Lumumba, sfinito, dissanguato, fece cenno di sì con il capo. Riporta ancora Ziegler: “Un mercenario bianco si inginocchiò sul prigioniero, prese la baionetta e la affondò lentamente, metodicamente”: Poi “il comandante Weber, ufficiale belga, gli diede il colpo di grazia”.

In seguito, dal 1962 al 1963, governò l’ex lumumbista C. Adoule, combattuto dalla guerriglia che si ispirava con intransigenza al vero pensiero, anticoloniale e africanista, di Lumumba. Dopo la fine della secessione katanghese (evidentemente non più funzionale agli interessi coloniali dopo la morte di Lumumba) per un intervento militare dell’Onu, Moise Ciombé, ritornato dall’esilio, diventava primo ministro di Kasavubu (1964-1965) con l’appoggio belga-statunitense.

Un altro risolutivo colpo di stato del 1965 portava al potere, per ben 32 anni, Joseph Mobutu. Nel 1967 fece approvare una nuova Costituzione instituendo un regime a partito unico. Candidato unico alle elezioni presidenziali, venne eletto nel 1970, nel 1977 e nel 1984. Il sogno di Lumumba sopravvisse per qualche tempo grazie alla resistenza armata, iniziata a Kwilu nel 1963, del suo ministro dell’istruzione Pierre Mulele. Ma nel 1970, attirato con l’inganno a Kinshasa, Mulele venne assassinato da Mobutu. Significativo che in sostegno di Mulele  (se pur brevemente, per circa sette-otto mesi nel 1965) siano intervenuti alcuni cubani guidati da Ernesto Guevara. In tali circostanze il CHE ebbe modo di conoscere – ricavandone, pare, una pessima impressione – un comandante della guerriglia, Laurent-Désiré Kabila (il padre di Joseph).

Oltre che dal “Movimento nazionale congolese” (divenuto Mnc-Lumumba), le rivolte erano guidate dal “Partito solidale africano”, dal “Cartello Balubakat” e dal “Centro di raggruppamento africano”. Nell’Est dello Zaire (denominazione adottata da Mobutu dal 1971 al 1997) la ribellione organizzata da Olenga, Gbenge e Soumialot prese il controllo di intere città. Si costituì un “Consiglio nazionale di liberazione” con lo scopo di arrivare a “una effettiva e totale decolonizzazione”. Dal 1964 si intensificava la repressione, organizzata direttamente dai “consiglieri” militari belgi, contro i guerriglieri Simba dell’Esercito popolare di liberazione (Apl). Sulle montagne vicino al lago Tanganika  tra il 1972 e il 1974 si registrarono scontri durissimi tra esercito zairota e Apl e nel 1977 l’intera area venne sottoposta a selvaggi bombardamenti. Sempre nel 1977, in questa zona “per lottare contro l’imperialismo e contro la dittatura di Mobutu”, venne fondato il Csl (Consiglio supremo della liberazione) formato dal Prp (Partito della rivoluzione popolare) e dal Flnc (Fronte di liberazione nazionale congolese, con base in Angola). Tra i fondatori, nel 1966, del Prp Laurent Desiré Kabila (già seguace di Mulele), Gabriel Yumbu e Gaston Soumialot. Il Flnc in breve tempo passò da posizioni genericamente “antimobutiste” a una visione “nazionale e antimperialista”, probabilmente per l’influenza esercitata dal Mpla angolano.

Gli accordi del 1978 tra Angola e Zaire portarono in seguito al sostanziale disarmo delle milizie Flnc e al controllo delle frontiere da parte dell’Oua. Nel 1978 il MarC (Movimento d’azione per il risorgimento del Congo), fondato da Monguya Mbenge nel 1974, rivendicò un tentativo di colpo di stato. Tutto il gruppo dirigente, in esilio in Belgio, venne condannato a morte in contumacia. Sempre nel 1978 si forma l’OlC (Organizzazione di liberazione del Congo), guidata dall’ex ambasciatore e fondatore del Mnur Mbeka Makosso e formata prevalentemente da intellettuali. L’intenzione era di “rappresentare un’alternativa politica al regime di Mobutu accettabile dall’Occidente”. Occidente che nel frattempo, non dimentichiamo, appoggiava il sanguinario dittatore. Tra le componenti dell’OIC, il “Movimento nazionale d’unione e riconciliazione” (Mnur); la “Convenzione dei democratici socialisti” (Codeso) di Alì Kalonga; il “Partito socialista congolese” (Psc) di V. Nzamba; le “Forze libere del Congo” (FlC) di Yav Kabey; il movimento di Jean Ciombé, figlio di Moise Ciombé.

A far cadere dopo trent’anni il dittatore Mobutu fu la rivolta dei banyamulenge, movimento dei tutsi nella regione orientale, sostenuti dal Ruanda. Alla guida dell’insurrezione ritroviamo Laurent Kabila (di etnia Luba) che nel 1997 occupò Kinshasa. Successivamente, l’ennesima guerra civile scoppiata nel 1998 coinvolse vari stati africani: Angola, Namibia, Ciad, Sudan e Zimbabwe a fianco di Kabila; Uganda e Ruanda con gli insorti del “Raggruppamento congolese per la democrazia” (Rcd).

Un “cessate il fuoco” del 1999- prima fra le frazioni congolesi, poi tra gli Stati coinvolti – non impedì il protrarsi di scontri armati fino all’anno successivo.

Dopo l’invio da parte dell’Onu di osservatori, nel 2000 si giunse ad un accordo per il dispiegamento di forze neutrali ai confini con Ruanda e Uganda. Il numero delle vittime di questa “prima guerra mondiale africana” sarebbe di quasi quattro milioni di morti. Laurent Désiré Kabila veniva ucciso nel 2001, ma il figlio adottivo Joseph Kabila – grazie alla mediazione del Sudafrica e dell’Onu – riprendeva comunque il dialogo con gli avversari e nel 2002 firmava un trattato di pace sottoscritto anche dal presidente ruandese Paul Kagame. Come stabilito da tale accordo (“globale e inclusivo” – firmato a Pretoria il 17 dicembre 2002) si applicava la formula “uno più quattro” alla presidenza per cui i leader delle principali fazioni (governo di Kinshasa, RCD-Goma, MlC, opposizione non armata) vennero nominati vicepresidenti, con un parlamento e un governo di transizione (dal luglio 2003), l’integrazione nell’esercito o nella società degli ex membri delle milizie. Nella prospettiva di libere elezioni multipartitiche entro il giugno 2006 (data ripetutamente rinviata e infine posticipata a luglio).

Nel dicembre 2005 veniva approvata con referendum una nuova Costituzione che prevede due soli mandati presidenziali di cinque anni ciascuno.

Già allora comunque Kabila figlio veniva spesso accusato di aver svenduto le risorse naturali del Paese (diamanti, rame, argento, coltan…) agli stranieri (Sud Africa, Usa, Gran Bretagna, belgio, Kazakistan…) in cambio di sostegno politico.   

Finalmente – come si diceva all’inizio – il 30 luglio 2006 la popolazione congolese (all’epoca 25,5 milioni di elettori su circa 60 milioni di abitanti) veniva chiamata alle urne per il primo turno delle prime elezioni generali multipartitiche (presidenziali e parlamentari, finanziate con 460 milioni di dollari dalla Comunità internazionale) dopo 45 anni. Più di novemila i candidati per 500 seggi alla Camera e 33 gli aspiranti alla Presidenza. Tra i principali partiti in lizza: la ”Unione democratica per il progresso sociale” (Udps); la “Convenzione delle istituzioni democratiche e sociali” (Cides); il “Movimento per la liberazione del Congo” (MlC); un altro “Movimento di liberazione” denominato Red-Ml; le “Forze per la libertà” (Fdl); il “Movimento per la resistenza patriottica zairese” (Rpz).

In agosto, contati i voti delle 169 circoscrizioni, apparve inevitabile andare al ballottaggio tra Kabila (44, 81%) e Jean Pierre Bemba (20,03%). Il secondo turno si tenne alla fine di ottobre 2006.   

Kabila risultò vincitore e venne riconfermato per un secondo mandato (con il 48,95% contro il 32,33& dello sfidante Etienne Tshisekedi) anche nelle elezioni del  2011 su cui graveranno sospetti – non propriamente infondati – di brogli e irregolarità.

Nel 2017 (in due turni: 15 e 30 luglio) si sono tenute nuove elezioni parlamentari.

Il mandato di Kabila scadeva nel 2016 e quindi, dopo una serie di rinvii, nel dicembre 2018 si sono svolte finalmente quelle presidenziali (contemporaneamente con legislative e provinciali).

Stavolta Tshisekedi risultava vincitore (come venne confermato dalla Corte Suprema di Kinhasa), ma non mancarono le voci, i sospetti di accordi sottobanco con Joseph Kabila. O almeno questa era la convinzione espressa dello sfidante Martin Fayulu (il favorito della vigilia a cui andava il sostegno della Chiesa cattolica – la Conferenza Episcopale Congolese – del Belgio, della Francia e dell’Unione africana) che lo accusava di essere sostanzialmente un “burattino” nelle mani del presidente uscente. Costui avrebbe astutamente presentato come proprio “delfino designato” l’impresentabile ex ministro dell’interno (Emmanuel Ramazani Shadary, tristemente noto per la dura repressione dei manifestanti) mentre segretamente si accordava con Tshisekedi (fino ad allora consederato – almeno  ufficialmente – un oppositore di Kabila).

E la situazione attuale? Anche se ufficialmente l’epidemia di ebola sarebbe stata debellata, il Paese appare ancora lacerato dai conflitti*, dalla corruzione, dalla povertà e dal sottosviluppo (si ritrova al 176° posto su 188).

Quanto alle prospettive future, non sono certo rosee. Dopo aver fornito materia prima per cellulari e computer (vedi il coltan), per il Congo si va profilando lo spettro di ulteriori saccheggi. Un prelievo forzato di risorse da parte dei colossi automobilistici per i loro progetti spacciati per “verdi”, ecologici. Nel mirino in particolare la provincia di Lualaba dove viene estratto il 50% del cobalto, indispensabile per le batterie al litio delle auto elettriche.

 

Gianni Sartori

 

* nota 1: Si calcola che le milizie ancora operative siano oltre un centinaio (solo nel Nord Kivu almeno una cinquantina); milizie che per garantirsi il controllo e lo sfruttamento dei giacimenti opprimono le popolazioni compiendo ripetute, sistematiche violazioni dei diritti umani (omicidi, stupri, arruolamento forzato di minori..).