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IRLANDA, SCRIVERE SUGLI ATTENTATI AI PUB DI BIRMINGHAM – di Michael Flavin – pubblicato sul n. 3 del 2023

Per alcuni popoli (anche in Europa: catalani, corsi, baschi, irlandesi…) la difesa della lingua madre assume un ruolo fondamentale nella lotta per l’autodeterminazione.
In Rojava – a causa delle misure adottate dal governo di Damasco – per il curdo ora si profila il rischio concreto di un possibile arretramento.
Fin dall’indipendenza della Siria nel 1946 la situazione della lingua costituisce uno degli elementi che più agitano e alimentano la “questione curda”. Esclusa dall’educazione e dalla vita pubblica per diversi anni in quanto il nazionalismo arabo tendeva a emarginare altri idiomi, culture, identità. Situazione destinata ad aggravarsi negli anni sessanta quando – un caso limite -a seguito di un censimento nella provincia di Hesekê nel 1962, oltre 120mila curdi vennero privati della cittadinanza (ma secondo fonti curde quelli classificati come “stranieri” furono molti di più).
Dopo l’avvento al potere (nel 1963) del Partito Ba’th Arabo Socialista, nel 1965 veniva elaborato un progetto in 12 punti denominato “Cintura Araba”.
Poi avviato a metà degli anni settanta dal governo di Hafez al-Assad. Vennero evacuati 330 villaggi curdi e circa 200mila curdi vennero espulsi e trasferiti con la forza nelle periferie delle città (Damasco, Aleppo, Hama…). Sostituiti da coloni arabi che si appropriavano delle terre e delle case dei curdi.
Vennero pesantemente censurate le attività culturali e le pubblicazioni curde, anche se formalmente la lingua curda non veniva proibita. Ma comunque esclusa dall’educazione e dall’amministrazione pubblica.
Questa situazione era destinata a rimanere sostanzialmente inalterata fino al nuovo millennio (il curdo veniva insegnato ai bambini praticamente in clandestinità) quando le lotte dei curdi consentirono anche alla loro lingua di risollevarsi.
Con la Rivoluzione del Rojava (2011-2012) vennero ricostituite anche le strutture educative e l’insegnamento uscì pubblicamente alla luce del sole. Una realtà che vide l’apertura già nel 2011 di nuove scuole: Şehit Osman Silêman a Kobanê il 9 de settembre; la Scuola Şehit Fewzî nel villaggio di Duraqliya (distretto di Şera-Afrin) il 6 ottobre; la Scuola Şehit Dîcle nel paese di Bestasusê (Dêrîk) il 12 ottobre; le scuole Şehit Reşo e Şehit Mustafa Gulo nel quartiere Enteriye di Qamishlo il 15 ottobre. E la Scuola Curda Reşîdê a Amûdê il 9 novembre.
In seguito altre scuole in curdo aprirono i battenti soprattutto nei cantoni di Afrin, Cizîrê e Kobanê. Si calcola in 890.680 il numero degli studenti educati in curdo, la loro lingua materna, nell’anno scolastico 2024-2025.
Contemporaneamente venivano ammessi all’Università di Rojava 827 studenti, 435 all’università di Kobanê e 326all’università di Al-Sharq.
Un autentico risorgimento per l’idioma curdo che – dopo anni di emarginazione – diventava elemento portante dell’intero sistema educativo nelle aree sotto il controllo curdo.
Alla caduta di Assad nel dicembre 2024 e con la nuova amministrazione sembrava dovesse aprirsi una fase di ulteriore riconoscimento per la lingua e la cultura curde.
Con il Decreto n° 13 del 16 gennaio 2026, il curdo venne riconosciuto come “lingua nazionale” insieme all’arabo. Seguito in agosto da un’ulteriore direttiva che – almeno apparentemente – avrebbe dovuto consentire il libero insegnamento del curdo nelle scuole pubbliche e private in cui è presente una significativa componente curda.
Ma, per farla breve, ora sembra cha la montagna abbia partorito il classico topolino riducendo l’insegnamento della lingua curda a soltanto tre ore settimanali.
Come da manuale, la stampa nostrana in genere ha ignorato tale questione. Con qualche modesta, minima eccezione. Vedi l’articolo apparso su Avvenire il 29 agosto. Interpretando – forse in buona fede – la direttiva governativa come una forma di tutela per la lingua curda.
In realtà quello che fuoriusciva era messaggio leggermente fuorviante. Già nel titolo: “Siria, il curdo obbligatorio nelle scuole pubbliche”. Come se si trattasse di una conquista.
Poi quando scrive: “…mentre verrà progressivamente superato (superato? Direi abolito nda) il sistema che prevedeva l’insegnamento in curdo della maggior parte delle materie”. Quasi che il sistema finora vigente in Rojava fosse qualcosa di vecchio, arretrato…comunque da “superare”.
E infatti già il 30 agosto (non in risposta all’Avvenire ovviamente, di cui presumibilmente ignora anche l’esistenza) l’Università del Rojava (Qamishlo) pubblicava una protesta in merito alla decisione del Ministero dell’Educazione di ridurre a sole tre ore settimanali l’insegnamento del curdo. Trattato alla stregua di una lingua straniera. Ed è probabile che come tale venga classificato dai nuovi governanti (tra cui qualche ex jihadista) insediati a Damasco.
Per l’Università del Rojava tale misura “rappresenta una autentica regressione rispetto al modello educativo finora vigente. Un arretramento che rischia di compromettere i progressi realizzati in questi anni nella regione (la Siria del nord-est nda)”.
Rivendicando come negli ultimi dodici anni di Amministrazione autonoma “un’ampia esperienza accademica e pratica si è sviluppata nel Rojava. Attraverso un sistema educativo olistico il curdo ha rappresentato la principale lingua di insegnamento e di ricerca a ogni livello”.
Ovviamente l’uso della lingua madre non poteva limitarsi alla letteratura e alle scienze umane, ma si era esteso alle scienze esatte (matematica, fisica, chimica, ingegneria) e alla medicina. Raggiungendo livelli accademici di prim’ordine.
Ridurre la lingua curda a tre ore settimanali, continua il comunicato dell’Università “significa relegarla a materia linguistica secondaria”. Andrebbe invece mantenuta come “principale mezzo d’insegnamento delle discipline scientifiche”.
Onde evitare che si indebolisca la capacità di comprensione e di analisi degli studenti “strappandoli al contesto linguistico in cui hanno investito il loro impegno scolastico per dodici anni”.
Del resto è quanto raccomandano gli esperti mondiali in materia di educazione e apprendimento. Ossia che l’insegnamento nella lingua madre (oltre che un diritto umano fondamentale) costituisce un fattore decisivo per garantirne la qualità e stabilità e per favorire il pensiero critico.
Non si tratta quindi di privilegiare una lingua a scapito di un’altra, ma di adottare, con un approccio scientifico, un modello di insegnamento bilingue e inclusivo. Consentendo il simultaneo insegnamento delle materie fondamentali, scientifiche comprese, sia in curdo che in arabo.
Al fine di preservare i diritti linguistici e culturali di ogni studente e contribuire all’integrazione, sia accademica che nazionale, delle diverse comunità.
Il progetto del ministero invece si presenta piuttosto come “uno strumento politico di esclusione e marginalizzazione”.
Del resto – spiace dirlo – forse bisognava aspettarselo.
Gianni Sartori
Pubblicato originariamente nel 1982, “La Corsica. Storia di un genocidio” è una delle opere più intense e controverse del sociologo veneto Sabino Acquaviva.
Attraverso la storia, la ricerca sociologica e l’analisi dei dati, Acquaviva racconta la Corsica come una nazione minacciata nella propria identità.
Una terra segnata dalle dominazioni straniere, dall’emigrazione, dalla crisi economica e demografica e dal progressivo indebolimento della sua lingua e della sua cultura.
Per rendere nuovamente disponibile questo testo, ormai pressoché introvabile, il Centro Studi Dialogo ne ha preparato una nuova edizione digitale, arricchita da immagini e materiali grafici.
Il libro sarà disponibile gratuitamente sul nostro blog dal 05.09.2026.


Il prigioniero Mehmet Sait Yildirim (75 anni, di cui 31 trascorsi dietro le sbarre) venne condannato all’ergastolo nel 1995 per la sua militanza nel PKK. Qualche giorno fa, il 24 agosto, era stato portato all’ospedale di Izmir a causa di una crisi cardiaca.
Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza n° 1 di Buca Kiriklar (praticamente in isolamento) è da tempo gravemente malato. Inoltre – stando alle dichiarazioni del suo avvocato Fatma Demirer – i suoi rari contatti telefonici con la famiglia sarebbero stati utilizzati per giustificare il prolungamento della detenzione.
Dopo l’intervento (inserimento di uno stent per le coronarie) veniva immediatamente rispedito in prigione. Nonostante la sua liberazione condizionale fosse prevista ancora nel dicembre 2025, resta detenuto in quanto la detenzione viene ripetutamente prolungata per ragioni politiche.
Con una decisione che l’avvocato ha definito “arbitraria” il Comitato di sorveglianza ha stabilito che “Mehmet Sait non mostra una buona condotta e non mostra segni di pentimento”. Avrebbe infatti dichiarato di voler ritrovare la sua libertà, ma “senza perdere l’onore”.
Nonostante le dure condizioni, nelle prigioni turche non mancano momenti di mobilitazione. Per il 31 agosto è previsto uno sciopero della fame di 24 ore in solidarietà con le proteste e lo sciopero della fame dei prigionieri appartenenti a organizzazioni turche di sinistra. In particolare per Cem Dursum, esponente del gruppo musicale antimperialista Grup Yorum e per Tacettin Erol Şahin, militante di Devrimci Gençlik. Entrambi in sciopero della fame ormai da più di 125 giorni.
Ma non sono solo i prigionieri politici a subire la repressione del governo di Erdogan.
Alla fine di agosto, a seguito di numerose manifestazioni dei minatori che da oltre quindici giorni reclamavano il pagamento del salario e delle indennità, due dirigenti sindacali di Bağımsız Maden-İş (Gökay Çakır e Başaran Aksu) venivano arrestati. Con l’accusa di aver “incitato la popolazione all’odio e all’ostilità” attraverso i social.
Come denunciano i loro avvocati “una procedura con cui in realtà si vuole reprimere la mobilitazione dei minatori”. Nonostante le trattative per i salari e le indennità non pagate si avviassero a conclusione.
Di segno opposto la notizia che il rifugiato curdo Barış Helvaci (in passato esponente del Partito dei lavoratori di Turchia) ha sospeso lo sciopero della fame (durato più di 80 giorni dal 4 giugno). Avendo ottenuto il riesame della sua richiesta d’asilo che era stata rigettata il 28 maggio dall’Immigratie en Naturalisatiedienst (IND). L’espulsione in Turchia lo avrebbe esposto al pericolo di persecuzioni e maltrattamenti per ragioni politiche.
Come era già accaduto in passato. Sia in Turchia (nel settembre 2023 la sua abitazione a Izmir era stata attaccata da fascisti turchi) che nei Paesi Bassi. Durante il lungo sciopero della fame Barış Helvaci aveva ottenuto il permesso di installare una tenda di protesta davanti alla sede dell’IND dell’Aja. Ma il 19 giugno la tenda veniva assaltata da militanti di destra turchi e il giovane curdo ripetutamente minacciato.
La polizia olandese, dichiarando di non poter garantirne la sicurezza, imponeva la rimozione della tenda (nonostante fosse stata regolarmente autorizzata).
Gianni Sartori

Come in altre occasioni, anche nell’ultimo incontro con padre Javier Giraldo (ma si tratta di quasi vent’anni fa, nel 2008 mi pare) si era parlato della sua Colombia.
Lacerata da più di 40 anni (all’epoca) da un conflitto politico-sociale alimentato da secolari ingiustizie, dai privilegi di pochi e dalla miseria delle moltitudini.
Martoriata da gruppi paramilitari, in genere filogovernativi, esercito, bande guerrigliere (le più note, ma non le uniche, le Farc). Un atroce conflitto che fatalmente coinvolgeva migliaia e migliaia di civili. Per il generoso gesuita che da anni si prodigava in favore delle vittime “il 90 delle violazioni dei diritti umani (uccisioni di contadini, indigeni, sindacalisti, insegnanti, esponenti di Ong…a cui più recentemente si sono aggiunti molti ex guerriglieri .nda) era imputabile alle squadre militari filogovernative e all’esercito. Il rimanente alla guerriglia”. Quanto ai desplazados (gli “sfollati”, profughi interni) mi ricordava che erano ”almeno tre milioni” (all’epoca naturalmente). A quel tempo padre Giraldo, praticamente in clandestinità, entrava e usciva dalla Colombia per proseguire nella sua opera di assistenza e denuncia degli abusi nonostante le ripetute e concrete minacce di morte che arrivavano regolarmente dai paramilitari.
Javier “un gesuita con una cultura teologica e giuridica incredibili” era il fondatore – e cittadino – della Comunità di Pace di San José de Apartadó. Qui si era infine trasferito definitivamente a vivere: nel rischio quotidiano della violenza paramilitare. E questa rimane la sua eredità più significativa: “espressione e simbolo della pace come unica risposta possibile alle tante forme di negazione violenta della dignità e della vita”.
Si era poi parlato anche dell’ulteriore espansione della “Scuola di perdono e riconciliazione” (Espere) che si ispirava al Nobel per la Pace Desmond Tutu e alle sue iniziative per traghettare pacificamente il Sudafrica nel dopo-apartheid. Gestita da una Fondazione presso i Missionari della Consolata di Bogotà, dalla Colombia dove era nata, Espere veniva ora esportata anche in altri paesi dell’America Latina. Grazie all’impegno di un altro religioso, padre Leonel Gomez che nel 2006 aveva ricevuto la menzione d’onore del premio Unesco di “Educazione alla pace”.
In precedenza, verso la fine degli anni novanta, grazie a padre Giraldo avevo potuto conoscere alcuni aspetti della situazione colombiana. In particolare la vicenda di Giacomo Turra, uno studente padovano massacrato di botte dalla polizia nel 1995 a Bogotà (https://www.arivista.org/riviste/Arivista/265/23.htm), il caso degli U’wa, una popolazione indigena sull’orlo dell’estinzione (https://www.arivista.org/riviste/Arivista/266/6.htm), le vicende della Fondacion Aurora della regione del Cauca ( https://www.arivista.org/riviste/Arivista/265/26.htm) e (qualche anno dopo) incontrare Enrique Cabeza e Yomaira Mendoza, rappresentati di una comunità afro-colombiana che da decenni doveva confrontarsi con la violenza dei latifondisti (https://rivistaetnie.com/colombia-parlano-le-vittime/).
Purtroppo il 25 agosto Javier Giraldo Moreno ci ha lasciati, a 82 anni, nella sua Bogotà. Come hanno ricordato alcuni esponenti della Fondazione Lelio e LisliI Basso “era una delle persone che negli ultimi 50 e più anni è stato protagonista assoluto della storia drammatica dei diritti umani in Colombia e ha rappresentato a livello internazionale un punto di riferimento imprescindibile per tutti i movimenti che hanno operato per la liberazione dei popoli. La sua presenza dagli anni ‘70 nella vita delle istituzioni Basso di via della Dogana Vecchia 5, a partire dalla Lega internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli e poi come membro della presidenza del Tribunale Permanente dei Popoli, ha rappresentato certamente, nel modo più completo e radicato nei terreni più difficili, la logica complessiva di una storia di ricerca di resistenza e liberazione per rendere attribuibili ed accessibili i diritti fondamentali”.
Gianni Sartori

Pubblicato originariamente nel 1982, “La Corsica. Storia di un genocidio” è una delle opere più intense e controverse del sociologo veneto Sabino Acquaviva.
Attraverso la storia, la ricerca sociologica e l’analisi dei dati, Acquaviva racconta la Corsica come una nazione minacciata nella propria identità.
Una terra segnata dalle dominazioni straniere, dall’emigrazione, dalla crisi economica e demografica e dal progressivo indebolimento della sua lingua e della sua cultura.
Per rendere nuovamente disponibile questo testo, ormai pressoché introvabile, il Centro Studi Dialogo ne ha preparato una nuova edizione digitale, arricchita da immagini e materiali grafici.
Il libro sarà disponibile gratuitamente sul nostro blog dal 05.09.2026.