#Kurds #Repressione – SQUADRE DELLA MORTE IN BASHUR – di Gianni Sartori

Nel Bashur (il Kurdistan sotto amministrazione irachena), alle ricorrenti operazioni di annientamento nei confronti dei militanti curdi provenienti dal Rojhilat per mano dei servizi iraniani, ora sembrano sovrapporsi analoghe attività dei servizi turchi (il MIT).
Già il 16 settembre si era registrato un inquietante episodio che per poco non è costato la vita al rifugiato Ferhat Bans Kondu, proveniente dal Bakur. Contro di lui venivano esplosi diversi colpi di arma da fuoco da parte di un uomo mascherato. Sopravvissuto alle ferite, il giovane curdo è rimasto presumibilmente vittima di una campagna sia contro i militanti del PKK, sia contro sostenitori e simpatizzanti.
Ma il mattino successivo – 17 settembre – per un altro curdo non c’è stata via di scampo. Yasin Bulut, ugualmente proveniente dal Bakur (era nato nella provincia di Kars nel 1957) e ritenuto un importante quadro del PKK, è stato assassinato con quattro pallottole a Sulaymaniyah (nel Bashur, il Kurdistan “iracheno”). Seriamente ammalato, l’uomo (64 anni) si stava recando a piedi nell’ospedale del distretto di Carcira per ricevere cure adeguate. I responsabili del delitto si sono prontamente dileguati lasciandolo cadavere sulla strada. Per diverse organizzazioni curde che puntano il dito sui servizi segreti turchi si è trattato di un “obiettivo mirato”, non certo casuale.
Conosciuto anche come Şükrü Serhat, nel 1978 Yasin Bulut si era integrato nel PKK. Arrestato con il colpo di Stato del 12 settembre 1980, è stato rinchiuso nel carcere di Diyarbakir (quello conosciuto come “l’inferno di Amed”) fino al 1991. Tornato in libertà, aveva raggiunto la guerriglia sulle montagne. Inoltre, ormai da 15 anni, era molto attivo nel Comitato delle famiglie dei combattenti caduti. Ai suoi funerali hanno partecipato migliaia di persone.

Gianni Sartori

#EuskalHerria #Repressione – PROTESTE ANTIFRANCESI IN IPAR EUSKAL HERRIA – di Gianni Sartori

Questo – per quanto mi riguarda – è una sorta di “conflitto di interessi” in grado di innescare un fatale corto-circuito. Come conciliare la scadenza del 14 luglio, data simbolo dell’insorgenza popolare contro il regime assolutistico, con la sacrosanta tutela del diritto all’autodeterminazione? Fatte le debite proporzioni, è un po’ come con il 25 Aprile per i veneti. Festa della Liberazione dal nazifascismo (molti la confondono con la conclusione, ma in realtà è la data dell’Insurrezione generale), ma anche Festa di San Marco. Ovviamente si possono celebrare entrambe. E in contemporaneità.

A quanto pare – e non da ora – nei Paesi Baschi del “Nord” (il Nord basco ovviamente) la Rivoluzione francese, comunque doverosa e sacrosanta, caso mai fin troppo tardiva (vedi l’affermazione dei Diritti dell’Uomo edel Cittadino), viene talvolta interpretata come una definitiva pietra tombale – giacobina – su Iparralde (Ipar Euskal Herria, la parte nord del Paese basco sotto amministrazione francese) in generale e sull’euskara (la lingua basca) in particolare. Anche se poi, a ben guardare, non è che prima – con la monarchia assoluta – le cose andassero alla grande.

All’epoca del Re Sole nel Lapurdi venne consumato un autentico genocidio (si parla di un 12% della popolazione, in gran parte donne) con la scusa di combattere la stregoneria. E la Bassa Navarra (Benabarra) venne praticamente regalata alla Francia dalla Spagna dato che sia il “re cattolico” Ferdinando, sia i suoi successori non riuscivano a sottometterne gli irriducibili indigeni. Come invece era accaduto in gran parte del regno di Navarra, invaso agli inizi del XVI secolo (anche grazie a una bolla pontificia che scomunicava i legittimi sovrani) e poi rimasto entro i confini spagnoli. Per merito- in gran parte – dell’Inquisizione che contribuì a massacrarne – accusandoli di “eresia” – nobili e intellettuali dissidenti.

Senza dimenticare che comunque, anche se non sempre graditi, gli indipendentisti baschi conservarono in Iparralde un luogo dove trovare rifugio durante il franchismo (almeno fino alle estradizioni di massa del 1986). Insomma, per quanto mi riguarda – e nonostante le contraddizioni insanabili – rimango grato al popolo francese (oltre che per La Commune e per il maggio ’68) per aver raso al suolo la Bastiglia, decollato il sovrano, ridimensionato i privilegi e il potere ecclesiastico. O averci almeno provato, dato che poi – tra Termidoro, Restaurazione e 18 brumaio – molte delle buone intenzioni si son perse per strada. Prendo atto comunque che gli amici baschi del “Nord” la pensano diversamente. Come confermerebbero alcuni fatti recenti. Alle sei del mattino del 15 settembre tre giovani baschi sono stati arrestati (a Hendaye e Urrugne) e portati nel commissariato di Bayonne a seguito dell’inchiesta sugli incidenti del 14 luglio scorso a Saint-Jean-de-Luz.

Un’inchiesta aperta dal procuratore della Repubblica di Bayonne su richiesta del prefetto dei Pyrènèes-Atlantiques (al momento il Paese Basco francese non gode di un proprio Dipartimento) e affidata alla polizia giudiziaria di Bayonne. Un quarto militante che non si trovava in casa al momento della perquisizione si era poi consegnato spontaneamente. Davanti al commissariato si sono ben presto radunate oltre 200 persone richiedendone l’immediato rilascio. Come è poi avvenuto nel pomeriggio. Due imputati sono accusati di “vol (furto nda) en reunion”; un altro per resistenza alla forza pubblica.                                                                                                                                          

Cos’era accaduto il 14 luglio? Alcune centinaia di manifestanti si erano radunati rispondendo all’appello di U14 per protestare contro la Festa nazionale francese e alcuni tricolori erano stati prelevati (il famoso “vol en reunion”) dal monumento ai caduti. Inoltre veniva esposto uno striscione con la scritta “Hau ez da Frantzia, esta Espania ere, Euskal Herria da”. Concetto facilmente comprensibile anche senza traduzione.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – IRAN: TRA TORTURE E SPARIZIONI FORZATE, I CURDI SEMPRE SOTTO TIRO – di Gianni Sartori

In Iran, secondo i calcoli di Amnesty International, sarebbero 72 le donne e gli uomini deceduti in stato di detenzione (solo quelli accertati naturalmente, quindi la cifra è al ribasso) dal gennaio 2010.
Sia nelle prigioni che in altri centri di detenzione (42 per la precisione) sparsi in sedici province.
Talvolta per incuria oppure – nel maggior numero di casi – per i maltrattamenti e le torture subiti. E spesso si tratta di curdi.
L’ultima vittima accertata si chiamava Yaser Mangouri. Secondo l’organizzazione di difesa dei diritti umani HENGAW, il giovane curdo (31 anni, padre di due figli) è morto nel carcere di Oroumieh (Ourmia) dove era rinchiuso da due mesi, sottoposto a interrogatorio da parte dei servizi di sicurezza.
Per aggiungere al danno anche le beffe, soltanto dopo un mese da quando il direttore generale delle prigioni iraniane, Mohammad Mehdi Hajmohammadi, si era pubblicamente scusato per le torture inflitte ai prigionieri nelle carceri del Paese (soltanto dopo che nella rete erano state diffuse immagini di sorveglianza che documentavano tali inique attività).
La notizia è stata data ai familiari l’8 settembre, ma sostenendo che il giovane era stato ucciso due mesi prima (il 17 luglio 2021, quando in realtà era stato arrestato) durante uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza. HENGAW ha invece potuto accertate che in quella circostanza Yaser Mangouri era appena uscito da casa e non era armato. Nei due mesi in cui è stato detenuto non ha potuto né contattare un avvocato, né godere di una visita da parte dei familiari.
Ancora in marzo la stessa organizzazione aveva comunicato che quest’anno erano almeno 22 i cittadini curdi arrestati dai servizi di sicurezza per attività politiche o civili (spesso di natura ambientalista) o semplicemente per aver preso parte al Newroz. Inoltre – sempre in base al comunicato di HENGAW – dal 2017 almeno 23 prigionieri curdi (di cui 15 sicuramente politici) erano stati torturati a morte in carcere o nei centri di detenzione.
Ancora in febbraio ben 36 organizzazioni della società civile e di difesa dei diritti umani (tra cui Amnesty International, articolo 19, diverse organizzazioni per i diritti dei Beluci, HENGAW, Kurdistan Human Rights di Ginevra, Kurdistan Human Rights Network, Minority Rights Group International…) avevano richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale in merito alle ondate di arresti arbitrari, alle detenzioni segrete (sostanzialmente dei sequestri di persona) e alle sparizioni che colpivano in particolare la minoranza curda in Iran.
Dal 6 gennaio al 3 febbraio 2021 in una ventina di località almeno 96 curdi iraniani (militanti della società civile e per i diritti umani, scrittori, studenti universitari, ecologisti, ex prigionieri politici e anche persone qualsiasi non impegnate politicamente) erano stati arrestati – in genere brutalmente – dai guardiani della rivoluzione o da agenti del ministero degli Interni. Attualmente 89 di loro sarebbero ancora detenuti e in una quarantina di casi si può parlare di “sparizione forzata” (in pratica: le autorità rifiutano di rivelare ai familiari anche solo dove si trova il loro congiunto di cui non hanno più notizie).

Gianni Sartori