#Americhe #Popoli – IN MEMORIA DI PADRE GIRALDO, UN GESUITA COLOMBIANO SEMPRE A FIANCO DELLE VITTIME – di Gianni Sartori

Come in altre occasioni, anche nell’ultimo incontro con padre Javier Giraldo (ma si tratta di quasi vent’anni fa, nel 2008 mi pare) si era parlato della sua Colombia.

Lacerata da più di 40 anni (all’epoca) da un conflitto politico-sociale alimentato da secolari ingiustizie, dai privilegi di pochi e dalla miseria delle moltitudini.

Martoriata da gruppi paramilitari, in genere filogovernativi, esercito, bande guerrigliere (le più note, ma non le uniche, le Farc). Un atroce conflitto che fatalmente coinvolgeva migliaia e migliaia di civili. Per il generoso gesuita che da anni si prodigava in favore delle vittime “il 90 delle violazioni dei diritti umani (uccisioni di contadini, indigeni, sindacalisti, insegnanti, esponenti di Ong…a cui più recentemente si sono aggiunti molti ex guerriglieri .nda) era imputabile alle squadre militari filogovernative e all’esercito. Il rimanente alla guerriglia”. Quanto ai desplazados (gli “sfollati”, profughi interni) mi ricordava che erano ”almeno tre milioni” (all’epoca naturalmente). A quel tempo padre Giraldo, praticamente in clandestinità, entrava e usciva dalla Colombia per proseguire nella sua opera di assistenza e denuncia degli abusi nonostante le ripetute e concrete minacce di morte che arrivavano regolarmente dai paramilitari.

Javier “un gesuita con una cultura teologica e giuridica incredibili” era il fondatore – e cittadino – della Comunità di Pace di San José de Apartadó. Qui si era infine trasferito definitivamente a vivere: nel rischio quotidiano della violenza paramilitare. E questa rimane la sua eredità più significativa: “espressione e simbolo della pace come unica risposta possibile alle tante forme di negazione violenta della dignità e della vita”.

Si era poi parlato anche dell’ulteriore espansione della “Scuola di perdono e riconciliazione” (Espere) che si ispirava al Nobel per la Pace Desmond Tutu e alle sue iniziative per traghettare pacificamente il Sudafrica nel dopo-apartheid. Gestita da una Fondazione presso i Missionari della Consolata di Bogotà, dalla Colombia dove era nata, Espere veniva ora esportata anche in altri paesi dell’America Latina. Grazie all’impegno di un altro religioso, padre Leonel Gomez che nel 2006 aveva ricevuto la menzione d’onore del premio Unesco di “Educazione alla pace”.

In precedenza, verso la fine degli anni novanta, grazie a padre Giraldo avevo potuto conoscere alcuni aspetti della situazione colombiana. In particolare la vicenda di Giacomo Turra, uno studente padovano massacrato di botte dalla polizia nel 1995 a Bogotà (https://www.arivista.org/riviste/Arivista/265/23.htm), il caso degli U’wa, una popolazione indigena sull’orlo dell’estinzione (https://www.arivista.org/riviste/Arivista/266/6.htm), le vicende della Fondacion Aurora della regione del Cauca ( https://www.arivista.org/riviste/Arivista/265/26.htm) e (qualche anno dopo) incontrare Enrique Cabeza e Yomaira Mendoza, rappresentati di una comunità afro-colombiana che da decenni doveva confrontarsi con la violenza dei latifondisti (https://rivistaetnie.com/colombia-parlano-le-vittime/).

Purtroppo il 25 agosto Javier Giraldo Moreno ci ha lasciati, a 82 anni, nella sua Bogotà. Come hanno ricordato alcuni esponenti della Fondazione Lelio e LisliI Basso “era una delle persone che negli ultimi 50 e più anni è stato protagonista assoluto della storia drammatica dei diritti umani in Colombia e ha rappresentato a livello internazionale un punto di riferimento imprescindibile per tutti i movimenti che hanno operato per la liberazione dei popoli. La sua presenza dagli anni ‘70 nella vita delle istituzioni Basso di via della Dogana Vecchia 5, a partire dalla Lega internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli e poi come membro della presidenza del Tribunale Permanente dei Popoli, ha rappresentato certamente, nel modo più completo e radicato nei terreni più difficili, la logica complessiva di una storia di ricerca di resistenza e liberazione per rendere attribuibili ed accessibili i diritti fondamentali”.

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – “LA CORSICA. Storia di un genocidio” di Sabino Acquaviva – LA PRESENTAZIONE – venerdì 4 settembre, ore 18 – sui nostri canali social

Pubblicato originariamente nel 1982, “La Corsica. Storia di un genocidio” è una delle opere più intense e controverse del sociologo veneto Sabino Acquaviva.
Attraverso la storia, la ricerca sociologica e l’analisi dei dati, Acquaviva racconta la Corsica come una nazione minacciata nella propria identità.
Una terra segnata dalle dominazioni straniere, dall’emigrazione, dalla crisi economica e demografica e dal progressivo indebolimento della sua lingua e della sua cultura.
Per rendere nuovamente disponibile questo testo, ormai pressoché introvabile, il Centro Studi Dialogo ne ha preparato una nuova edizione digitale, arricchita da immagini e materiali grafici.
Il libro sarà disponibile gratuitamente sul nostro blog dal 05.09.2026. 

#Diritti  #Popoli – A 50 ANNI DALLA CARTA DI ALGERI E DALLA FONDAZIONE DELLA LIDLIP – di Gianni Sartori

Risale al 1976 la fondazione della Lega Internazionale per i diritti e la liberazione dei Popoli (LIDLIP) in occasione della Conferenza di Algeri in difesa dei diritti collettivi dei popoli. Segretario della Conferenza fu il giurista internazionale Lelio Basso a cui si deve l’elaborazione della Dichiarazione internazionale dei Diritti dei Popoli (universalmente conosciuta come Carta di Algeri). Una raccolta in 30 articoli ripartita in sette paragrafi:

1)Diritto all’esistenza; 2) Diritto all’autodeterminazione politica; 3) Diritti economici dei popoli; 4) Diritto alla cultura; 5) Diritto all’ambiente e alle risorse comuni; 6) Diritti delle minoranze; 7) Garanzie e sanzioni.

Fondamentale sottolineare come sia il concetto di “Popolo” (e non di Stato o individuo) a porsi come soggetto di Diritto Internazionale. In seno alla LIDLIP operavano altre sezioni come La Fondazione Internazionale Lelio Basso e il rinnovato Tribunale Russel.

Scopo della Fondazione, investigare sulle violazioni dei diritti collettivi dei popoli. Analogamente al ruolo già svolto dal tribunale Russel I (organismo preesistente). Tra le varie formazioni nazionali (come la Lega italiana per i diritti e la liberazione dei popoli, quella catalana, francese etc…) va ricordata la Lega basca sorta nel 1988 (ufficialmente riconosciuta il 15 febbraio 1989) a seguito di una visita a Donosti (San Sebastian) di alcuni esponenti vicentini della LIDLIP. Un legame poi mantenuto negli anni a venire. In particolare nel 1995 con l’incontro-dibattito in Saletta Lampertico con lo storico basco Inaki Egana, l’esponente di Gestoras pro amnistia Gari Arriaga, il segretario nazionale della Lega italiana Luciano Ardesi (e vicepresidente del CIPAX) e il giornalista di Radio popolare Giovanni Giacopuzzi. Nel febbraio 1990 la Lega basca (insieme a un’altra organizzazione, Euskaria) convocò una grande manifestazione (decine di migliaia i partecipanti) per l’autodeterminazione su iniziativa del primo segretario, lo storico di Iparralde Manex Goinetxe (tragicamente scomparso nel 2004 con la moglie Anne-Marie Pargad sui Pirenei). Si svolse a Irunea (Pamplona) in Navarra, considerata parte integrante, fondativa, di Euskal Herria. Auspicando comunque che fossero gli stessi partiti baschi (a cui la Lega non intendeva sostituirsi) ad assumere direttamente i principi della Carta di Algeri.

Quanto alla Fondazione Internazionale Lelio Basso, venne costituita da un gruppo di esponenti della cultura, delle scienze e della politica di diversa formazione e nazionalità allo scopo di strutturare in maniera permanente le attività avviate ancora nel 1966 con la costituzione del tribunale Internazionale sul Vietnam. Proseguite tra il 1973 e il 1976 con le tre sessioni del Tribunale Russel II sull’America Latina. Lelio Basso visitò anche il Cile di Allende (poco prima del golpe del settembre 1973) e in quella circostanza era accompagnato dal “comunista critico” scledense (come orgogliosamente rivendicava) Dario Canale, reduce dall’esperienza brasiliana. (1) Possiamo dire che la Fondazione internazionale raccoglieva gran parte della vasta eredità politica e morale di Lelio Basso, derivata da oltre un cinquantennio di intensa attività politica, di studi sui movimenti operai europei e sui movimenti popolari e di liberazione del pianeta. Nel 1973 aveva costituito la Fondazione Lelio e Lisli Basso (ISSOCO-Istituto per lo Studio della Società Contemporanea) che vedeva riuniti la sua cospicua biblioteca personale (specializzata nella Storia del movimento operaio a partire dalla Rivoluzione francese), un preesistente Istituto di studi e ricerche su tematiche simili e un vecchio stabile a Roma restaurato per diventare la sede sia della biblioteca che del centro studi.

Nel 1976, dopo anni di intensa partecipazione alla politica internazionale, Lelio Basso volle ampliare tale realtà con la Fondazione internazionale, insediata nel medesimo edificio, ma con statuto, organi dirigenti e biblioteca autonomi. Era il 17 febbraio quando, al momento della chiusura della terza e ultima sessione del Tribunale Russel II sull’America Latina (definito “un laboratorio collettivo di analisi e riflessioni politiche”), venne dato l’annuncio di fronte a un’ampia, eterogenea e qualificata assemblea. Costituita da esiliati politici latino-americani, rappresentanti dei movimenti di liberazione provenienti da ogni angolo del mondo (e molti in attesa di iniziative analoghe a quella dei due Tribunali Russel), esponenti politici e sindacalisti italiani, intellettuali, artisti, militanti di vari movimenti di sostegno ai popoli oppressi (all’epoca sorti numerosi soprattutto in Europa). Adottando, in prospettiva, lo stesso metodo del tribunale Russel: denunce fondate su una documentazione rigorosa sia sulle violazioni dei diritti umani (riuscendo per esempio a stabilire quando la tortura diventava vero e proprio strumento di governo), sia sulle cause socio-economiche che determinavano i meccanismi del controllo imperialista (dove “l’uomo era un mezzo e il profitto un fine”). Per denunciare la logica che consentiva l’asservimento di interi popoli ai progetti delle multinazionali. Come ricordava lo stesso Lelio Basso, nel prendere tale decisione per lui risulterà fondamentale (oltre alla lettura di Marx) l’esperienza diretta delle sofferenze causate dalle guerre mondiali. Ricordando quella che fu definita “la sfida a distanza tra Luigi Bianchi – alias il partigiano Lelio Basso, responsabile per il CLN Alta Italia- e Mishia Seifert, il boia del lager di Bolzano (da dove il CLN cercava di organizzare le evasioni). Sempre nel 1976, come già detto, verrà fondata la LIDLIP a cui affidare le iniziative di solidarietà, di sostegno ai popoli in lotta. Di seguito erano nate varie sezioni sia in Europa che in America Latina, in Asia e Africa (v. la militante antiapartheid Ruth First).

Nel 1979 la LIDLIP ottenne dall’ONU lo statuto di organizzazione non governativa accreditata presso l’ECOSOC (Economic and Social Council). Ancora nel 1979, sei mesi dopo la morte di Lelio Basso, ma in risposta alla sua precisa richiesta, viene costituito il Tribunale permanente dei Popoli, inteso come strumento per dare voce ai popoli in lotta, diffondendo i principi e le analisi della Fondazione internazionale. Tutte queste realtà (definite “i tre figli legittimi di quel singolare e straordinario atto normativo che fu la Carta di Algeri” ) si alimentavano della stessa ispirazione e confluivano in una medesima consapevolezza. Quella della necessità di contribuire attivamente all’emancipazione delle classi subalterne e dei popoli oppressi dallo sfruttamento e dal colonialismo (sia esterno che interno). Progetto incolmabile senza l’attiva partecipazione del cosiddetto (all’epoca almeno) “Terzo-Mondo”. La sezione di Vicenza (di cui chi scrive fu anche responsabile per un periodo) era stata fondata all’inizio degli ottanta da un piccolo gruppo di militanti di ispirazione cattolico-progressista (teologia della liberazione), alcuni legati alla CISL (ma era, sottolineo, la CISL degli anni ottanta: pacifista, terzomondista, talvolta “a sinistra” della stessa CGIL). Un ruolo trainante quello svolto dalla futura scrittrice e giornalista Silvia Calamati (autrice di numerosi libri sulla questione irlandese e traduttrice del Diario di Bobby Sands).

Sua la realizzazione nel 1984 di una mostra sull’apartheid in Namibia e Sudafrica che venne poi esposta (ampliata, accresciuta e aggiornata regolarmente) per oltre un decennio in molte realtà venete. Da Verona con i comboniani di Nigrizia, (Alex Zanotelli, Efrem Tresoldi…) a Padova (CSO Gramigna), in collaborazione sia con alcune biblioteche vicentine (la Bertoliana) che con vari movimenti, associazioni (v. ARCI di Longare, Creazzo…), gruppi pacifisti e antimperialisti di Vicenza (coll. Spartakus), Schio (il Vortice), Bassano…Oltre che del Sudafrica (fondamentali gli incontri-dibattito con Benny Nato dell’African National Congress e con Edgardo Pellegrini di Radio popolare – 1984 e 1987 – e la campagna per i “Sei di Sharpeville”) si occupò delle questioni curda, irlandese, catalana, armena, saharawi, indigena e basca (un esponente della LIDLIP fu a Madrid in veste di osservatore internazionale per il processo a Herri Batasuna nel 1997). Tra gli incontri organizzati dalla locale sezione della LIDLIP nella “città del Palladio” (in saletta Lampertico o a Villa Lattes), ricordo quelli sul Kurdistan con Ahmet Yaman (portavoce di Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan) e Dino Frisullo; sull’Irlanda con i giornalisti Stefano Chiarini e Orsola Casagrande e con gli scrittori ed ex prigionieri politici Ronan Bennet e Laurence McKeown; sui traffici illegali di armi verso il Sudafrica (le “triangolazioni”) con Efrem Tresoldi; sulle violazioni dei diritti umani in Colombia (in collaborazione con l’Associazione Giacomo Turra) con Roberto Afanador rappresentante del popolo indigeno u’wa e con Carlos Romero della Fondacion Aurora del Cauca ; sulla questione dei Tamil (ma spaziando poi su armeni, curdi, saharawi, America Latina, Eritrea, Cipro…) con Verena Graf (principale “erede” politica di Lelio Basso e all’epoca Segretaria Generale della LIDLIP oltre che Rappresentante permanente della stessa presso la Commissione diritti umani delle Nazioni Unite); sulla questione armena con Baykar Sivazliyan; sui fatti di Genova del 2001 (gas CS) con l’indigenista eco-femminista Laura Corradi.

Gianni Sartori

nota 1: Canale, arrestato e torturato per mesi dalla giunta militare, venne poi liberato grazie a una campagna internazionale. Contribuì attivamente all’organizzazione della seconda sessione del “Tribunale Internazionale Bertrand Russel” contro i crimini delle dittature sudamericane. Rientrato in Brasile nel 1979 (dove manteneva contatti con i dissidenti e forse anche con la guerriglia di Marighela), venne nuovamente arrestato, torturato e quindi rimpatriato. Grazie ai contatti con il partito comunista brasiliano, si trasferì in Mozambico (dove il Frelimo aveva sconfitto il colonialismo portoghese) a insegnare i principi del marxismo all’Università di Maputo. Più volte minacciato di morte dalla Renamo (mercenari finanziato dal Sudafrica e dagli Usa), temendo di venire assassinato (come Mondlane, Ruth First, poi Samora Machel) si trasferì nella DDR. Morì suicida a Stoccarda (pare sconvolto da quanto avvenuto in Cambogia e in Piazza Tienamen) nel 1989 lasciando come eredità politico-esistenziale-morale una sorta di testamento: “Sophodialogi”. In sua memoria nel 2013 Ezio Maria Simini (che con Canale aveva condiviso la militanza nella Federazione giovanile comunista di Schio) pubblicò “Su su fino al soffitto del mondo – biografia di Dario Canale comunista scledense”. Ricordandolo con queste parole: “Dario Canale è stato un uomo che ha messo al centro della sua esistenza la difesa dei deboli, degli emarginati, degli sfruttati, la libertà dall’oppressione delle dittature. Un libero pensatore che mal tollerava le pastoie di una rigida acquiescenza alle ideologie dominanti, nemmeno a quelle alle quali la sua formazione politica si rifaceva”.

#Turchia  #Repressione – Prime mobilitazioni per impedire l’estradizione della rifugiata politica Jülide Yazıcı – di Gianni Sartori

In Francia ormai da otto anni, la rifugiata politica Jülide Yazici (insegnante, 32 anni) è stata arrestata il 4 agosto all’aeroporto di Tirana. E ora, detenuta in Albania, rischia l’estradizione in Turchia.

Esponente dell URC (Union pour la Reconstruction Communiste, organizzazione francese sorta nel 2024 dalla fusione tra l’Association Nationale des Communistes e il Rassemblement Communiste), Jülide Yazici collabora regolarmente con la rivista Teori ve Politika.

Accusata da Ankara di aver “fornito sostegno logistico a un’organizzazione terroristica” e di “partecipazione a un gruppo terroristico” (per il suo sostegno all’HDP), era stata condannata (in contumacia) da un tribunale di Istanbul a quattro anni e due mesi. Nel novembre 2020 la Francia le aveva concesso lo status di rifugiata politica riconoscendo nei suoi confronti il “rischio fondato di persecuzione“ in caso di ritorno in patria.

Nel 2013 Yazici aveva preso parte alle manifestazioni di Gezi Park insieme a Kirmizi fularli (Cappuccio Rosso, come era conosciuta Ayse Deniz Karacagil, caduta poi nel 2017 con le YPJ) contro il regime di Recep Tayyip Erdoğan. Inoltre lei, turca, sosteneva attivamente il partito filocurdo HDP (Halkların Demokratik Partisi, attualmente DEM).

Contando sullo status di rifugiata e l’assoluta mancanza di pericolosità della sua cliente, l’avvocato ne aveva richiesto – ma finora invano -almeno gli arresti domiciliari mentre veniva esaminata la domanda di estradizione della Turchia. Una volta di più finisce sotto osservazione l’atteggiamento (possiamo definirlo “compiacente” ?) di alcuni stati europei e in particolare di quelli dei Balcani nei confronti delle richieste turche. Anche l’Albania si allinea quindi alla diffusa politica repressiva nei confronti dei dissidenti curdi e turchi.

In barba ai diritti umani e al diritto d’asilo.

In solidarietà con la militante turca sabato 8 agosto numerose organizzazioni di sinistra e di difesa dei diritti umani si sono riunite davanti al consolato albanese di Parigi. Oltre a URC, vanno segnalati ACTIT (Association Culturelle des Travailleurs Immigrés de Turquie) SKB (Strollad komunour Breizh, Partito comunista bretone), FSE (Fédération syndicale étudiante), MJCF (Mouvement Jeunes communistes de France)…

Denunciando le procedure con cui si vorrebbe riconsegnarla ad Ankara e rivolgendo un appello al governo francese che dovrebbe intervenire consentendole di rientrare in Francia.

Mentre le autorità albanesi stanno esaminando la domanda di estradizione della Turchia, dagli avvocati della giovane arriva un nuovo messaggio preoccupato e preoccupante: la rifugiata rischia, in caso di estradizione, di venir sottoposta a maltrattamenti, torture.

Inoltre in questi giorni si va costituendo un comitato di sostegno. Chiedendo a sindacati, associazioni, collettivi…di partecipare alle mobilitazioni e sottoscrivere l’appello per opporsi all’estradizione in Turchia di Jülide Yazici e per la sua liberazione.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – SVIZZERA/TURCHIA: VIAGGIO DI SOLO ANDATA – di Gianni Sartori

La notizia dell’espulsione di una richiedente asilo curda dalla svizzera si sovrappone a quella della morte in carcere di un prigioniero curdo

Se non fosse per un’altra notizia giunta in contemporanea (il 6 agosto) quella dell’espulsione in Turchia della richiedente asilo curda Bahar Yalçınkaya (madre di una bambina di cinque anni e di un bimbo di 15 mesi, nato in Svizzera) rientrerebbe ormai nell’ordinaria amministrazione.

Al momento la donna si troverebbe nel carcere femminile di Bakırköy insieme al figlio più piccolo.

Da circa due anni Yalçınkaya risiedeva nel centro di rimpatrio Rückkehrzentrum Oberhalden Finkenried a Zurigo.

Prelevata dalla sua stanza sarebbe stata ammanettata dietro la schiena davanti ai figli per venir poi condotta all’aeroporto.

Nuovamente arrestata appena giunta in Turchia, un giudice che ne ordinava la custodia cautelare in attesa del processo.

Inascoltato, Murat Özten, suo avvocato in Svizzera, aveva messo in guardia varie volte le autorità elvetiche in merito ai rischi che Bahar Yalçınkaya correva rientrando in Turchia. In quanto sottoposta a inchieste legate alle accuse nei suoi confronti di “propaganda a favore della causa curda”.

Notizia forse più inquietante del solito, dicevo, in quanto contemporanea a quella della morte di Özcan Aksu. Ugualmente posto in custodia cautelare (dopo essere stato fermato il 22 giugno), il giovane curdo è morto in un ospedale di Istanbul (l’ospedale universitario Dr. Sadi Konuk di Bakırköy). In conferenza stampa familiari, ÖHD (Associazione degli avvocati per la libertà) e ÇHD (Associazione degli avvocati progressisti) hanno richiesto un’inchiesta indipendente sia sulle torture da lui subite, sia sui ritardi nel curarlo.

Chiedendo di poter consultare tutti i dossier della polizia e con la richiesta di interrogatorio per i funzionari coinvolti (polizia, guardie carcerarie, amministratori, personale medico). Oltre a eventuali testimonianze di altri detenuti e le registrazioni delle telecamere di sorveglianza (carcere, ospedale, ambulanza…).

Dopo l’arresto Asku era stato rinchiuso (appunto in custodia cautelare, provvisoria) nel carcere di Marmara (prigione di Silivri).

La morte risale al 5 luglio, ma fuori dalla Turchia se ne è parlato solo ora. Nonostante evidenti segni dei maltrattamenti subiti (ferite, contusioni…) nessuna spiegazione ufficiale è stata data in merito alle cause del decesso. Così come delle ragioni per cui Özcan Aksu era stato arrestato.

La sorella, Melek Aksu, ha testimoniato sul fatto che i famigliari non erano stati informati dell’arresto (v. https://x.com/omeribrahim222/status/2084744298591912275) e delle difficoltà incontrate nel cercare di saper dove fosse detenuto.

Inoltre inizialmente le veniva negata la possibilità di visitarlo.

Aveva potuto vederlo, dietro un vetro, solo il 26 giugno. Le era apparso tremante, disorientato (all’inizio non l’aveva riconosciuta), con il volto tumefatto, un occhio gonfio, ferite alle orecchie, alle labbra e a un braccio. Alla sua domanda su chi l’avesse ridotto così aveva indicato le guardie dietro di lui.

Altre ferite (frattura del setto nasale, una ferita in corrispondenza del sopracciglio destro…) sono apparse al momento del recupero del cadavere da parte della famiglia.

Aksu (dopo che ferite sul suo corpo erano state fotografate) è stato sepolto in un cimitero della provincia di Muş.

Gianni Sartori

#Südtirol #LingueLocali – Il Tribunale amministrativo di Bozen riconosce il diritto all’uso della Lingua madre


Il Tribunale Amministrativo di Bolzano ha accolto parzialmente il ricorso di Roland Lang, presidente dell’Associazione Südtiroler Heimatbund (SHB), confermando così un’importante sentenza fondamentale in materia di tutela della lingua tedesca in Alto Adige. Il procedimento ha avuto origine dalla polizza di responsabilità civile per il trattore di Roland Lang. Diversi documenti relativi al contratto di assicurazione gli erano stati inviati esclusivamente in italiano. Il Tribunale Amministrativo ha ora chiarito che, in caso di assicurazione obbligatoria, tutti i documenti contrattuali relativi al contratto di assicurazione devono essere redatti sia in tedesco che in italiano.

Sono stati contestati tre documenti in solo italiano: la comunicazione relativa alla scadenza e al rinnovo dell’assicurazione, il certificato di assicurazione, l’e-mail relativa alla firma elettronica e alle sue condizioni d’uso.

    Il ricorso è stato quindi accolto! La sentenza è stata particolarmente chiara in merito a un’e-mail del 30 giugno 2026, contenente le relative condizioni d’uso per una firma elettronica avanzata. Il tribunale ha stabilito che tali documenti riguardavano direttamente il rapporto assicurativo e pertanto avrebbero dovuto essere forniti in tedesco. La firma elettronica, infatti, poteva essere utilizzata per firmare contratti e documenti relativi al rapporto assicurativo.

    Poiché Lang ha fatto valere il suo diritto di madrelingua tedesca lo stesso giorno, e la compagnia assicurativa non ha risposto a tale obiezione, il tribunale ha ritenuto che fossero stati soddisfatti anche i requisiti procedurali necessari. L’e-mail e le condizioni di servizio allegate sono state quindi dichiarate nulle. La compagnia assicurativa è stata condannata a fornire a Roland Lang una versione in tedesco dell’e-mail e delle condizioni di servizio entro 20 giorni dalla notifica della sentenza.

    È opportuno precisare che il tribunale ha anche confermato il diritto a una versione in tedesco degli altri due documenti contestati: la notifica di scadenza e rinnovo della polizza datata 8 giugno 2026 e il certificato di assicurazione.

    Per quanto riguarda la polizza assicurativa, il tribunale ha constatato che agli atti non vi era alcuna prova di un precedente ricorso per invalidità nei confronti della compagnia assicurativa. Pertanto, il ricorso su questo punto era inammissibile.
    Il presidente della SHB, Roland Lang, considera la sentenza un’importante conferma dei diritti della comunità di lingua tedesca in SudTirolo:

    “Questa sentenza dimostra chiaramente che il diritto alla propria lingua madre tedesca non può esistere solo sulla carta. Chiunque stipuli un’assicurazione obbligatoria in Alto Adige deve poter contare sul fatto che tutti i documenti gli vengano forniti nella propria lingua madre. Particolare attenzione deve essere prestata alle procedure elettroniche e ai contratti digitali. Se una compagnia assicurativa richiede ai propri clienti l’utilizzo di firme elettroniche, anche le relative condizioni devono essere comprensibili e disponibili nella lingua madre del cliente”, ha affermato Lang.

    Per il Südtiroler Heimatbund (SHB), è fondamentale che il tribunale abbia confermato il principio: i documenti contrattuali relativi al rapporto assicurativo devono essere disponibili nella lingua madre dell’assicurato. Se necessario, devono essere richiesti sistematicamente! Ma i sudtirolesi devono anche esercitare i propri diritti, afferma la SHB!

    Il tribunale non si è pronunciato esplicitamente sulle spese processuali. Poiché Roland Lang ha gestito personalmente il procedimento, il tribunale ha presunto che non avesse sostenuto spese legali rimborsabili. In pratica, ciò significa che Lang non dovrà rimborsare le compagnie assicurative (4 avvocati) per le sue spese legali, ma allo stesso tempo non riceverà alcun rimborso delle spese sostenute.

    Alleghiamo copia della sentenza e del manuale diffuso dalla Provincia di Bolzano in merito alla parità linguistica.