#LingueLocali  #Kurds – PROTESTE IN ROJAVA CONTRO LE MISURE DI DAMASCO CHE PENALIZZANO L’INSEGNAMENTO DELLA LINGUA CURDA – di Gianni Sartori

Per alcuni popoli (anche in Europa: catalani, corsi, baschi, irlandesi…) la difesa della lingua madre assume un ruolo fondamentale nella lotta per l’autodeterminazione.

In Rojava – a causa delle misure adottate dal governo di Damasco – per il curdo ora si profila il rischio concreto di un possibile arretramento.

Fin dall’indipendenza della Siria nel 1946 la situazione della lingua costituisce uno degli elementi che più agitano e alimentano la “questione curda”. Esclusa dall’educazione e dalla vita pubblica per diversi anni in quanto il nazionalismo arabo tendeva a emarginare altri idiomi, culture, identità. Situazione destinata ad aggravarsi negli anni sessanta quando – un caso limite -a seguito di un censimento nella provincia di Hesekê nel 1962, oltre 120mila curdi vennero privati della cittadinanza (ma secondo fonti curde quelli classificati come “stranieri” furono molti di più).

Dopo l’avvento al potere (nel 1963) del Partito Ba’th Arabo Socialista, nel 1965 veniva elaborato un progetto in 12 punti denominato “Cintura Araba”.

Poi avviato a metà degli anni settanta dal governo di Hafez al-Assad. Vennero evacuati 330 villaggi curdi e circa 200mila curdi vennero espulsi e trasferiti con la forza nelle periferie delle città (Damasco, Aleppo, Hama…). Sostituiti da coloni arabi che si appropriavano delle terre e delle case dei curdi.

Vennero pesantemente censurate le attività culturali e le pubblicazioni curde, anche se formalmente la lingua curda non veniva proibita. Ma comunque esclusa dall’educazione e dall’amministrazione pubblica.

Questa situazione era destinata a rimanere sostanzialmente inalterata fino al nuovo millennio (il curdo veniva insegnato ai bambini praticamente in clandestinità) quando le lotte dei curdi consentirono anche alla loro lingua di risollevarsi.

Con la Rivoluzione del Rojava (2011-2012) vennero ricostituite anche le strutture educative e l’insegnamento uscì pubblicamente alla luce del sole. Una realtà che vide l’apertura già nel 2011 di nuove scuole: Şehit Osman Silêman a Kobanê il 9 de settembre; la Scuola Şehit Fewzî nel villaggio di Duraqliya (distretto di Şera-Afrin) il 6 ottobre; la Scuola Şehit Dîcle nel paese di Bestasusê (Dêrîk) il 12 ottobre; le scuole Şehit Reşo e Şehit Mustafa Gulo nel quartiere Enteriye di Qamishlo il 15 ottobre. E la Scuola Curda Reşîdê a Amûdê il 9 novembre.

In seguito altre scuole in curdo aprirono i battenti soprattutto nei cantoni di Afrin, Cizîrê e Kobanê. Si calcola in 890.680 il numero degli studenti educati in curdo, la loro lingua materna, nell’anno scolastico 2024-2025.

Contemporaneamente venivano ammessi all’Università di Rojava 827 studenti, 435 all’università di Kobanê e 326all’università di Al-Sharq.

Un autentico risorgimento per l’idioma curdo che – dopo anni di emarginazione – diventava elemento portante dell’intero sistema educativo nelle aree sotto il controllo curdo.

Alla caduta di Assad nel dicembre 2024 e con la nuova amministrazione sembrava dovesse aprirsi una fase di ulteriore riconoscimento per la lingua e la cultura curde.

Con il Decreto n° 13 del 16 gennaio 2026, il curdo venne riconosciuto come “lingua nazionale” insieme all’arabo. Seguito in agosto da un’ulteriore direttiva che – almeno apparentemente – avrebbe dovuto consentire il libero insegnamento del curdo nelle scuole pubbliche e private in cui è presente una significativa componente curda.

Ma, per farla breve, ora sembra cha la montagna abbia partorito il classico topolino riducendo l’insegnamento della lingua curda a soltanto tre ore settimanali.

Come da manuale, la stampa nostrana in genere ha ignorato tale questione. Con qualche modesta, minima eccezione. Vedi l’articolo apparso su Avvenire il 29 agosto. Interpretando – forse in buona fede – la direttiva governativa come una forma di tutela per la lingua curda.

In realtà quello che fuoriusciva era messaggio leggermente fuorviante. Già nel titolo: “Siria, il curdo obbligatorio nelle scuole pubbliche”. Come se si trattasse di una conquista.

Poi quando scrive: “…mentre verrà progressivamente superato (superato? Direi abolito nda) il sistema che prevedeva l’insegnamento in curdo della maggior parte delle materie”. Quasi che il sistema finora vigente in Rojava fosse qualcosa di vecchio, arretrato…comunque da “superare”.

E infatti già il 30 agosto (non in risposta all’Avvenire ovviamente, di cui presumibilmente ignora anche l’esistenza) l’Università del Rojava (Qamishlo) pubblicava una protesta in merito alla decisione del Ministero dell’Educazione di ridurre a sole tre ore settimanali l’insegnamento del curdo. Trattato alla stregua di una lingua straniera. Ed è probabile che come tale venga classificato dai nuovi governanti (tra cui qualche ex jihadista) insediati a Damasco.

Per l’Università del Rojava tale misura “rappresenta una autentica regressione rispetto al modello educativo finora vigente. Un arretramento che rischia di compromettere i progressi realizzati in questi anni nella regione (la Siria del nord-est nda)”.

Rivendicando come negli ultimi dodici anni di Amministrazione autonoma “un’ampia esperienza accademica e pratica si è sviluppata nel Rojava. Attraverso un sistema educativo olistico il curdo ha rappresentato la principale lingua di insegnamento e di ricerca a ogni livello”.

Ovviamente l’uso della lingua madre non poteva limitarsi alla letteratura e alle scienze umane, ma si era esteso alle scienze esatte (matematica, fisica, chimica, ingegneria) e alla medicina. Raggiungendo livelli accademici di prim’ordine.

Ridurre la lingua curda a tre ore settimanali, continua il comunicato dell’Università “significa relegarla a materia linguistica secondaria”. Andrebbe invece mantenuta come “principale mezzo d’insegnamento delle discipline scientifiche”.

Onde evitare che si indebolisca la capacità di comprensione e di analisi degli studenti “strappandoli al contesto linguistico in cui hanno investito il loro impegno scolastico per dodici anni”.

Del resto è quanto raccomandano gli esperti mondiali in materia di educazione e apprendimento. Ossia che l’insegnamento nella lingua madre (oltre che un diritto umano fondamentale) costituisce un fattore decisivo per garantirne la qualità e stabilità e per favorire il pensiero critico.

Non si tratta quindi di privilegiare una lingua a scapito di un’altra, ma di adottare, con un approccio scientifico, un modello di insegnamento bilingue e inclusivo. Consentendo il simultaneo insegnamento delle materie fondamentali, scientifiche comprese, sia in curdo che in arabo.

Al fine di preservare i diritti linguistici e culturali di ogni studente e contribuire all’integrazione, sia accademica che nazionale, delle diverse comunità.

Il progetto del ministero invece si presenta piuttosto come “uno strumento politico di esclusione e marginalizzazione”.

Del resto – spiace dirlo – forse bisognava aspettarselo.

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – “LA CORSICA. Storia di un genocidio” di Sabino Acquaviva – LA PRESENTAZIONE – venerdì 4 settembre, ore 18

Pubblicato originariamente nel 1982, “La Corsica. Storia di un genocidio” è una delle opere più intense e controverse del sociologo veneto Sabino Acquaviva.
Attraverso la storia, la ricerca sociologica e l’analisi dei dati, Acquaviva racconta la Corsica come una nazione minacciata nella propria identità.
Una terra segnata dalle dominazioni straniere, dall’emigrazione, dalla crisi economica e demografica e dal progressivo indebolimento della sua lingua e della sua cultura.
Per rendere nuovamente disponibile questo testo, ormai pressoché introvabile, il Centro Studi Dialogo ne ha preparato una nuova edizione digitale, arricchita da immagini e materiali grafici.
Il libro sarà disponibile gratuitamente sul nostro blog dal 05.09.2026.

#Turchia #Repressione – PRIGIONIERI, SINDACALISTI, RIFUGIATI SOTTO TIRO – di Gianni Sartori

Il prigioniero Mehmet Sait Yildirim (75 anni, di cui 31 trascorsi dietro le sbarre) venne condannato all’ergastolo nel 1995 per la sua militanza nel PKK. Qualche giorno fa, il 24 agosto, era stato portato all’ospedale di Izmir a causa di una crisi cardiaca.

Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza n° 1 di Buca Kiriklar (praticamente in isolamento) è da tempo gravemente malato. Inoltre – stando alle dichiarazioni del suo avvocato Fatma Demirer – i suoi rari contatti telefonici con la famiglia sarebbero stati utilizzati per giustificare il prolungamento della detenzione.

Dopo l’intervento (inserimento di uno stent per le coronarie) veniva immediatamente rispedito in prigione. Nonostante la sua liberazione condizionale fosse prevista ancora nel dicembre 2025, resta detenuto in quanto la detenzione viene ripetutamente prolungata per ragioni politiche.

Con una decisione che l’avvocato ha definito “arbitraria” il Comitato di sorveglianza ha stabilito che “Mehmet Sait non mostra una buona condotta e non mostra segni di pentimento”. Avrebbe infatti dichiarato di voler ritrovare la sua libertà, ma “senza perdere l’onore”.

Nonostante le dure condizioni, nelle prigioni turche non mancano momenti di mobilitazione. Per il 31 agosto è previsto uno sciopero della fame di 24 ore in solidarietà con le proteste e lo sciopero della fame dei prigionieri appartenenti a organizzazioni turche di sinistra. In particolare per Cem Dursum, esponente del gruppo musicale antimperialista Grup Yorum e per Tacettin Erol Şahin, militante di Devrimci Gençlik. Entrambi in sciopero della fame ormai da più di 125 giorni.

Ma non sono solo i prigionieri politici a subire la repressione del governo di Erdogan.

Alla fine di agosto, a seguito di numerose manifestazioni dei minatori che da oltre quindici giorni reclamavano il pagamento del salario e delle indennità, due dirigenti sindacali di Bağımsız Maden-İş (Gökay Çakır e Başaran Aksu) venivano arrestati. Con l’accusa di aver “incitato la popolazione all’odio e all’ostilità” attraverso i social.

Come denunciano i loro avvocati “una procedura con cui in realtà si vuole reprimere la mobilitazione dei minatori”. Nonostante le trattative per i salari e le indennità non pagate si avviassero a conclusione.

Di segno opposto la notizia che il rifugiato curdo Barış Helvaci (in passato esponente del Partito dei lavoratori di Turchia) ha sospeso lo sciopero della fame (durato più di 80 giorni dal 4 giugno). Avendo ottenuto il riesame della sua richiesta d’asilo che era stata rigettata il 28 maggio dall’Immigratie en Naturalisatiedienst (IND). L’espulsione in Turchia lo avrebbe esposto al pericolo di persecuzioni e maltrattamenti per ragioni politiche.

Come era già accaduto in passato. Sia in Turchia (nel settembre 2023 la sua abitazione a Izmir era stata attaccata da fascisti turchi) che nei Paesi Bassi. Durante il lungo sciopero della fame Barış Helvaci aveva ottenuto il permesso di installare una tenda di protesta davanti alla sede dell’IND dell’Aja. Ma il 19 giugno la tenda veniva assaltata da militanti di destra turchi e il giovane curdo ripetutamente minacciato.

La polizia olandese, dichiarando di non poter garantirne la sicurezza, imponeva la rimozione della tenda (nonostante fosse stata regolarmente autorizzata).

Gianni Sartori

#Americhe #Popoli – IN MEMORIA DI PADRE GIRALDO, UN GESUITA COLOMBIANO SEMPRE A FIANCO DELLE VITTIME – di Gianni Sartori

Come in altre occasioni, anche nell’ultimo incontro con padre Javier Giraldo (ma si tratta di quasi vent’anni fa, nel 2008 mi pare) si era parlato della sua Colombia.

Lacerata da più di 40 anni (all’epoca) da un conflitto politico-sociale alimentato da secolari ingiustizie, dai privilegi di pochi e dalla miseria delle moltitudini.

Martoriata da gruppi paramilitari, in genere filogovernativi, esercito, bande guerrigliere (le più note, ma non le uniche, le Farc). Un atroce conflitto che fatalmente coinvolgeva migliaia e migliaia di civili. Per il generoso gesuita che da anni si prodigava in favore delle vittime “il 90 delle violazioni dei diritti umani (uccisioni di contadini, indigeni, sindacalisti, insegnanti, esponenti di Ong…a cui più recentemente si sono aggiunti molti ex guerriglieri .nda) era imputabile alle squadre militari filogovernative e all’esercito. Il rimanente alla guerriglia”. Quanto ai desplazados (gli “sfollati”, profughi interni) mi ricordava che erano ”almeno tre milioni” (all’epoca naturalmente). A quel tempo padre Giraldo, praticamente in clandestinità, entrava e usciva dalla Colombia per proseguire nella sua opera di assistenza e denuncia degli abusi nonostante le ripetute e concrete minacce di morte che arrivavano regolarmente dai paramilitari.

Javier “un gesuita con una cultura teologica e giuridica incredibili” era il fondatore – e cittadino – della Comunità di Pace di San José de Apartadó. Qui si era infine trasferito definitivamente a vivere: nel rischio quotidiano della violenza paramilitare. E questa rimane la sua eredità più significativa: “espressione e simbolo della pace come unica risposta possibile alle tante forme di negazione violenta della dignità e della vita”.

Si era poi parlato anche dell’ulteriore espansione della “Scuola di perdono e riconciliazione” (Espere) che si ispirava al Nobel per la Pace Desmond Tutu e alle sue iniziative per traghettare pacificamente il Sudafrica nel dopo-apartheid. Gestita da una Fondazione presso i Missionari della Consolata di Bogotà, dalla Colombia dove era nata, Espere veniva ora esportata anche in altri paesi dell’America Latina. Grazie all’impegno di un altro religioso, padre Leonel Gomez che nel 2006 aveva ricevuto la menzione d’onore del premio Unesco di “Educazione alla pace”.

In precedenza, verso la fine degli anni novanta, grazie a padre Giraldo avevo potuto conoscere alcuni aspetti della situazione colombiana. In particolare la vicenda di Giacomo Turra, uno studente padovano massacrato di botte dalla polizia nel 1995 a Bogotà (https://www.arivista.org/riviste/Arivista/265/23.htm), il caso degli U’wa, una popolazione indigena sull’orlo dell’estinzione (https://www.arivista.org/riviste/Arivista/266/6.htm), le vicende della Fondacion Aurora della regione del Cauca ( https://www.arivista.org/riviste/Arivista/265/26.htm) e (qualche anno dopo) incontrare Enrique Cabeza e Yomaira Mendoza, rappresentati di una comunità afro-colombiana che da decenni doveva confrontarsi con la violenza dei latifondisti (https://rivistaetnie.com/colombia-parlano-le-vittime/).

Purtroppo il 25 agosto Javier Giraldo Moreno ci ha lasciati, a 82 anni, nella sua Bogotà. Come hanno ricordato alcuni esponenti della Fondazione Lelio e LisliI Basso “era una delle persone che negli ultimi 50 e più anni è stato protagonista assoluto della storia drammatica dei diritti umani in Colombia e ha rappresentato a livello internazionale un punto di riferimento imprescindibile per tutti i movimenti che hanno operato per la liberazione dei popoli. La sua presenza dagli anni ‘70 nella vita delle istituzioni Basso di via della Dogana Vecchia 5, a partire dalla Lega internazionale per i Diritti e la Liberazione dei Popoli e poi come membro della presidenza del Tribunale Permanente dei Popoli, ha rappresentato certamente, nel modo più completo e radicato nei terreni più difficili, la logica complessiva di una storia di ricerca di resistenza e liberazione per rendere attribuibili ed accessibili i diritti fondamentali”.

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – “LA CORSICA. Storia di un genocidio” di Sabino Acquaviva – LA PRESENTAZIONE – venerdì 4 settembre, ore 18 – sui nostri canali social

Pubblicato originariamente nel 1982, “La Corsica. Storia di un genocidio” è una delle opere più intense e controverse del sociologo veneto Sabino Acquaviva.
Attraverso la storia, la ricerca sociologica e l’analisi dei dati, Acquaviva racconta la Corsica come una nazione minacciata nella propria identità.
Una terra segnata dalle dominazioni straniere, dall’emigrazione, dalla crisi economica e demografica e dal progressivo indebolimento della sua lingua e della sua cultura.
Per rendere nuovamente disponibile questo testo, ormai pressoché introvabile, il Centro Studi Dialogo ne ha preparato una nuova edizione digitale, arricchita da immagini e materiali grafici.
Il libro sarà disponibile gratuitamente sul nostro blog dal 05.09.2026. 

#Diritti  #Popoli – A 50 ANNI DALLA CARTA DI ALGERI E DALLA FONDAZIONE DELLA LIDLIP – di Gianni Sartori

Risale al 1976 la fondazione della Lega Internazionale per i diritti e la liberazione dei Popoli (LIDLIP) in occasione della Conferenza di Algeri in difesa dei diritti collettivi dei popoli. Segretario della Conferenza fu il giurista internazionale Lelio Basso a cui si deve l’elaborazione della Dichiarazione internazionale dei Diritti dei Popoli (universalmente conosciuta come Carta di Algeri). Una raccolta in 30 articoli ripartita in sette paragrafi:

1)Diritto all’esistenza; 2) Diritto all’autodeterminazione politica; 3) Diritti economici dei popoli; 4) Diritto alla cultura; 5) Diritto all’ambiente e alle risorse comuni; 6) Diritti delle minoranze; 7) Garanzie e sanzioni.

Fondamentale sottolineare come sia il concetto di “Popolo” (e non di Stato o individuo) a porsi come soggetto di Diritto Internazionale. In seno alla LIDLIP operavano altre sezioni come La Fondazione Internazionale Lelio Basso e il rinnovato Tribunale Russel.

Scopo della Fondazione, investigare sulle violazioni dei diritti collettivi dei popoli. Analogamente al ruolo già svolto dal tribunale Russel I (organismo preesistente). Tra le varie formazioni nazionali (come la Lega italiana per i diritti e la liberazione dei popoli, quella catalana, francese etc…) va ricordata la Lega basca sorta nel 1988 (ufficialmente riconosciuta il 15 febbraio 1989) a seguito di una visita a Donosti (San Sebastian) di alcuni esponenti vicentini della LIDLIP. Un legame poi mantenuto negli anni a venire. In particolare nel 1995 con l’incontro-dibattito in Saletta Lampertico con lo storico basco Inaki Egana, l’esponente di Gestoras pro amnistia Gari Arriaga, il segretario nazionale della Lega italiana Luciano Ardesi (e vicepresidente del CIPAX) e il giornalista di Radio popolare Giovanni Giacopuzzi. Nel febbraio 1990 la Lega basca (insieme a un’altra organizzazione, Euskaria) convocò una grande manifestazione (decine di migliaia i partecipanti) per l’autodeterminazione su iniziativa del primo segretario, lo storico di Iparralde Manex Goinetxe (tragicamente scomparso nel 2004 con la moglie Anne-Marie Pargad sui Pirenei). Si svolse a Irunea (Pamplona) in Navarra, considerata parte integrante, fondativa, di Euskal Herria. Auspicando comunque che fossero gli stessi partiti baschi (a cui la Lega non intendeva sostituirsi) ad assumere direttamente i principi della Carta di Algeri.

Quanto alla Fondazione Internazionale Lelio Basso, venne costituita da un gruppo di esponenti della cultura, delle scienze e della politica di diversa formazione e nazionalità allo scopo di strutturare in maniera permanente le attività avviate ancora nel 1966 con la costituzione del tribunale Internazionale sul Vietnam. Proseguite tra il 1973 e il 1976 con le tre sessioni del Tribunale Russel II sull’America Latina. Lelio Basso visitò anche il Cile di Allende (poco prima del golpe del settembre 1973) e in quella circostanza era accompagnato dal “comunista critico” scledense (come orgogliosamente rivendicava) Dario Canale, reduce dall’esperienza brasiliana. (1) Possiamo dire che la Fondazione internazionale raccoglieva gran parte della vasta eredità politica e morale di Lelio Basso, derivata da oltre un cinquantennio di intensa attività politica, di studi sui movimenti operai europei e sui movimenti popolari e di liberazione del pianeta. Nel 1973 aveva costituito la Fondazione Lelio e Lisli Basso (ISSOCO-Istituto per lo Studio della Società Contemporanea) che vedeva riuniti la sua cospicua biblioteca personale (specializzata nella Storia del movimento operaio a partire dalla Rivoluzione francese), un preesistente Istituto di studi e ricerche su tematiche simili e un vecchio stabile a Roma restaurato per diventare la sede sia della biblioteca che del centro studi.

Nel 1976, dopo anni di intensa partecipazione alla politica internazionale, Lelio Basso volle ampliare tale realtà con la Fondazione internazionale, insediata nel medesimo edificio, ma con statuto, organi dirigenti e biblioteca autonomi. Era il 17 febbraio quando, al momento della chiusura della terza e ultima sessione del Tribunale Russel II sull’America Latina (definito “un laboratorio collettivo di analisi e riflessioni politiche”), venne dato l’annuncio di fronte a un’ampia, eterogenea e qualificata assemblea. Costituita da esiliati politici latino-americani, rappresentanti dei movimenti di liberazione provenienti da ogni angolo del mondo (e molti in attesa di iniziative analoghe a quella dei due Tribunali Russel), esponenti politici e sindacalisti italiani, intellettuali, artisti, militanti di vari movimenti di sostegno ai popoli oppressi (all’epoca sorti numerosi soprattutto in Europa). Adottando, in prospettiva, lo stesso metodo del tribunale Russel: denunce fondate su una documentazione rigorosa sia sulle violazioni dei diritti umani (riuscendo per esempio a stabilire quando la tortura diventava vero e proprio strumento di governo), sia sulle cause socio-economiche che determinavano i meccanismi del controllo imperialista (dove “l’uomo era un mezzo e il profitto un fine”). Per denunciare la logica che consentiva l’asservimento di interi popoli ai progetti delle multinazionali. Come ricordava lo stesso Lelio Basso, nel prendere tale decisione per lui risulterà fondamentale (oltre alla lettura di Marx) l’esperienza diretta delle sofferenze causate dalle guerre mondiali. Ricordando quella che fu definita “la sfida a distanza tra Luigi Bianchi – alias il partigiano Lelio Basso, responsabile per il CLN Alta Italia- e Mishia Seifert, il boia del lager di Bolzano (da dove il CLN cercava di organizzare le evasioni). Sempre nel 1976, come già detto, verrà fondata la LIDLIP a cui affidare le iniziative di solidarietà, di sostegno ai popoli in lotta. Di seguito erano nate varie sezioni sia in Europa che in America Latina, in Asia e Africa (v. la militante antiapartheid Ruth First).

Nel 1979 la LIDLIP ottenne dall’ONU lo statuto di organizzazione non governativa accreditata presso l’ECOSOC (Economic and Social Council). Ancora nel 1979, sei mesi dopo la morte di Lelio Basso, ma in risposta alla sua precisa richiesta, viene costituito il Tribunale permanente dei Popoli, inteso come strumento per dare voce ai popoli in lotta, diffondendo i principi e le analisi della Fondazione internazionale. Tutte queste realtà (definite “i tre figli legittimi di quel singolare e straordinario atto normativo che fu la Carta di Algeri” ) si alimentavano della stessa ispirazione e confluivano in una medesima consapevolezza. Quella della necessità di contribuire attivamente all’emancipazione delle classi subalterne e dei popoli oppressi dallo sfruttamento e dal colonialismo (sia esterno che interno). Progetto incolmabile senza l’attiva partecipazione del cosiddetto (all’epoca almeno) “Terzo-Mondo”. La sezione di Vicenza (di cui chi scrive fu anche responsabile per un periodo) era stata fondata all’inizio degli ottanta da un piccolo gruppo di militanti di ispirazione cattolico-progressista (teologia della liberazione), alcuni legati alla CISL (ma era, sottolineo, la CISL degli anni ottanta: pacifista, terzomondista, talvolta “a sinistra” della stessa CGIL). Un ruolo trainante quello svolto dalla futura scrittrice e giornalista Silvia Calamati (autrice di numerosi libri sulla questione irlandese e traduttrice del Diario di Bobby Sands).

Sua la realizzazione nel 1984 di una mostra sull’apartheid in Namibia e Sudafrica che venne poi esposta (ampliata, accresciuta e aggiornata regolarmente) per oltre un decennio in molte realtà venete. Da Verona con i comboniani di Nigrizia, (Alex Zanotelli, Efrem Tresoldi…) a Padova (CSO Gramigna), in collaborazione sia con alcune biblioteche vicentine (la Bertoliana) che con vari movimenti, associazioni (v. ARCI di Longare, Creazzo…), gruppi pacifisti e antimperialisti di Vicenza (coll. Spartakus), Schio (il Vortice), Bassano…Oltre che del Sudafrica (fondamentali gli incontri-dibattito con Benny Nato dell’African National Congress e con Edgardo Pellegrini di Radio popolare – 1984 e 1987 – e la campagna per i “Sei di Sharpeville”) si occupò delle questioni curda, irlandese, catalana, armena, saharawi, indigena e basca (un esponente della LIDLIP fu a Madrid in veste di osservatore internazionale per il processo a Herri Batasuna nel 1997). Tra gli incontri organizzati dalla locale sezione della LIDLIP nella “città del Palladio” (in saletta Lampertico o a Villa Lattes), ricordo quelli sul Kurdistan con Ahmet Yaman (portavoce di Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan) e Dino Frisullo; sull’Irlanda con i giornalisti Stefano Chiarini e Orsola Casagrande e con gli scrittori ed ex prigionieri politici Ronan Bennet e Laurence McKeown; sui traffici illegali di armi verso il Sudafrica (le “triangolazioni”) con Efrem Tresoldi; sulle violazioni dei diritti umani in Colombia (in collaborazione con l’Associazione Giacomo Turra) con Roberto Afanador rappresentante del popolo indigeno u’wa e con Carlos Romero della Fondacion Aurora del Cauca ; sulla questione dei Tamil (ma spaziando poi su armeni, curdi, saharawi, America Latina, Eritrea, Cipro…) con Verena Graf (principale “erede” politica di Lelio Basso e all’epoca Segretaria Generale della LIDLIP oltre che Rappresentante permanente della stessa presso la Commissione diritti umani delle Nazioni Unite); sulla questione armena con Baykar Sivazliyan; sui fatti di Genova del 2001 (gas CS) con l’indigenista eco-femminista Laura Corradi.

Gianni Sartori

nota 1: Canale, arrestato e torturato per mesi dalla giunta militare, venne poi liberato grazie a una campagna internazionale. Contribuì attivamente all’organizzazione della seconda sessione del “Tribunale Internazionale Bertrand Russel” contro i crimini delle dittature sudamericane. Rientrato in Brasile nel 1979 (dove manteneva contatti con i dissidenti e forse anche con la guerriglia di Marighela), venne nuovamente arrestato, torturato e quindi rimpatriato. Grazie ai contatti con il partito comunista brasiliano, si trasferì in Mozambico (dove il Frelimo aveva sconfitto il colonialismo portoghese) a insegnare i principi del marxismo all’Università di Maputo. Più volte minacciato di morte dalla Renamo (mercenari finanziato dal Sudafrica e dagli Usa), temendo di venire assassinato (come Mondlane, Ruth First, poi Samora Machel) si trasferì nella DDR. Morì suicida a Stoccarda (pare sconvolto da quanto avvenuto in Cambogia e in Piazza Tienamen) nel 1989 lasciando come eredità politico-esistenziale-morale una sorta di testamento: “Sophodialogi”. In sua memoria nel 2013 Ezio Maria Simini (che con Canale aveva condiviso la militanza nella Federazione giovanile comunista di Schio) pubblicò “Su su fino al soffitto del mondo – biografia di Dario Canale comunista scledense”. Ricordandolo con queste parole: “Dario Canale è stato un uomo che ha messo al centro della sua esistenza la difesa dei deboli, degli emarginati, degli sfruttati, la libertà dall’oppressione delle dittature. Un libero pensatore che mal tollerava le pastoie di una rigida acquiescenza alle ideologie dominanti, nemmeno a quelle alle quali la sua formazione politica si rifaceva”.

#Turchia  #Repressione – Prime mobilitazioni per impedire l’estradizione della rifugiata politica Jülide Yazıcı – di Gianni Sartori

In Francia ormai da otto anni, la rifugiata politica Jülide Yazici (insegnante, 32 anni) è stata arrestata il 4 agosto all’aeroporto di Tirana. E ora, detenuta in Albania, rischia l’estradizione in Turchia.

Esponente dell URC (Union pour la Reconstruction Communiste, organizzazione francese sorta nel 2024 dalla fusione tra l’Association Nationale des Communistes e il Rassemblement Communiste), Jülide Yazici collabora regolarmente con la rivista Teori ve Politika.

Accusata da Ankara di aver “fornito sostegno logistico a un’organizzazione terroristica” e di “partecipazione a un gruppo terroristico” (per il suo sostegno all’HDP), era stata condannata (in contumacia) da un tribunale di Istanbul a quattro anni e due mesi. Nel novembre 2020 la Francia le aveva concesso lo status di rifugiata politica riconoscendo nei suoi confronti il “rischio fondato di persecuzione“ in caso di ritorno in patria.

Nel 2013 Yazici aveva preso parte alle manifestazioni di Gezi Park insieme a Kirmizi fularli (Cappuccio Rosso, come era conosciuta Ayse Deniz Karacagil, caduta poi nel 2017 con le YPJ) contro il regime di Recep Tayyip Erdoğan. Inoltre lei, turca, sosteneva attivamente il partito filocurdo HDP (Halkların Demokratik Partisi, attualmente DEM).

Contando sullo status di rifugiata e l’assoluta mancanza di pericolosità della sua cliente, l’avvocato ne aveva richiesto – ma finora invano -almeno gli arresti domiciliari mentre veniva esaminata la domanda di estradizione della Turchia. Una volta di più finisce sotto osservazione l’atteggiamento (possiamo definirlo “compiacente” ?) di alcuni stati europei e in particolare di quelli dei Balcani nei confronti delle richieste turche. Anche l’Albania si allinea quindi alla diffusa politica repressiva nei confronti dei dissidenti curdi e turchi.

In barba ai diritti umani e al diritto d’asilo.

In solidarietà con la militante turca sabato 8 agosto numerose organizzazioni di sinistra e di difesa dei diritti umani si sono riunite davanti al consolato albanese di Parigi. Oltre a URC, vanno segnalati ACTIT (Association Culturelle des Travailleurs Immigrés de Turquie) SKB (Strollad komunour Breizh, Partito comunista bretone), FSE (Fédération syndicale étudiante), MJCF (Mouvement Jeunes communistes de France)…

Denunciando le procedure con cui si vorrebbe riconsegnarla ad Ankara e rivolgendo un appello al governo francese che dovrebbe intervenire consentendole di rientrare in Francia.

Mentre le autorità albanesi stanno esaminando la domanda di estradizione della Turchia, dagli avvocati della giovane arriva un nuovo messaggio preoccupato e preoccupante: la rifugiata rischia, in caso di estradizione, di venir sottoposta a maltrattamenti, torture.

Inoltre in questi giorni si va costituendo un comitato di sostegno. Chiedendo a sindacati, associazioni, collettivi…di partecipare alle mobilitazioni e sottoscrivere l’appello per opporsi all’estradizione in Turchia di Jülide Yazici e per la sua liberazione.

Gianni Sartori