
Qualcuno ha voluto azzardare una coincidenza, un accostamento. Tra il cinquantesimo anniversario della rivolta studentesca di Soweto del 16 giugno 1976 (costata centinaia di vittime, ufficialmente circa duecento) e quella (opinabile) della fine ufficiale dell’apartheid (17-18 giugno 1991). Anni fa avevo conosciuto una militante che vi aveva preso parte: Theresa Machabane Ramashamole, l’unica donna dei Sei di Sharpeville. Nata nel 1960 è deceduta il 25 novembre del 2015.
Una coincidenza alquanto significativa, a mio parere. Dal 1999 il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E di violenza (torture, umiliazioni, una condanna a morte sospesa all’ultimo momento…) Theresa ne aveva subito tantissima. Come donna, come nera sudafricana, come militante antiapartheid. Ancora ragazza, aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto – rimanendo ferita – contro l’insegnamento obbligatorio dell’afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla polizia si chiamava Hector Pieterson e la foto di lui, moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo, è ancora un simbolo.
Era il 1976, e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Qui c’era sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina, “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più”, raccontava. “Mia madre era riuscita a fuggire, anche se con il pancione correva meno veloce degli altri”. Teresa nacque quattro mesi dopo, già segnata dal destino.
Una vita, la sua, destinata a conoscere sia la resistenza all’apartheid sia il carcere e la tortura con percosse e scariche elettriche; e che stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti, nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini, era stato ucciso (alle pietre lanciate dalla folla contro la sua abitazione il funzionario aveva risposto a fucilate). Contro di loro nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca, in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.
Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Erano emerse nuove prove, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar, e la pena venne commutata in vent’anni.
Alla fine, con l’apartheid era ormai diventato indifendibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali), vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991; Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991; Ja Ja e Fransis il 26 settembre 1992.
Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro, a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrò di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”. Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria presso la sede dell’African National Congress di Vereeniging.
Qui una persona che mi è molto cara la incontrò nel 2004. Alla parete – mi racconterà poi – insieme ad altre immagini e fotografie, ritrovò appeso sia l’adesivo della campagna per la loro liberazione (quello giallo con il disegno di Crepax) che il volantino “SALVIAMO I SEI DI SHARPEVILLE” ciclostilato e distribuito negli anni ottanta dal sottoscritto (all’epoca responsabile dalla sezione di Vicenza della Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli). Anche la sua morte in qualche modo aveva rappresentato uno strascico dell’apartheid. Così come quella di un altro dei sei, Duma Khumalo, torturato durante la detenzione e morto nel 2006 (venti anni fa, un altro triste anniversario) mentre teneva un conferenza a Cape Town . Ci eravamo sentiti al telefono pochi giorni prima e avevamo parlato delle analogie tra la sua esperienza e quella di Primo Levi (di cui aveva letto i libri). Con l’associazione Khulumani, Duma aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.
Anni fa scrivevo che “dei Sei di Sharpeville, passati loro malgrado alla storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione”. Ma ormai, avendo nel frattempo perso i contatti, dovrei aggiungere “forse”.
Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 (al suo funerale Theresa aveva letto anche un nostro messaggio) mentre Fransis Don, il calciatore, era deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.
Anniversari che fatalmente riportano alla memoria i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe uccise con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponete dell’ANC, uccisa in Francia dai servizi segreti). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticati. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
Un commiato affettuoso anche per le tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” (come nella grande manifestazione all’Arena di Verona) e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Beyers Naudé, Febe Cavazzutti, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Luciano Ceretta… Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
A Duma, Theresa… e a tutte le vittime dell’apartheid vada la nostra gratitudine. Così come quella dei curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.
Gianni Sartori





