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CORSICA – LA NAZIONE EREDITÀ, CREAZIONE E RI-CREAZIONE – di Andrìa Fazi – pubblicato sul n. 1 del 2025

A 50 anni dalla scomparsa (non è pietosa metafora dato che il corpo non è mai stato ritrovato, un autentico desaparecido) si torna a parlare di Eduardo Moreno Bergaretxe (Pertur). Rapito all’età di 25 anni il 23 luglio 1976 a Donibane Lohizune (Iparralde, Paese basco “francese”). Il sequestro venne rivendicato dalla Tripla A e dal Batallón Vasco Español (due gruppi paramilitari che agivano come squadroni della morte e da cui deriverà il più noto GAL).
Un caso che suscita ancora dubbi, contestazioni, ipotesi contrastanti e vere e proprie speculazioni, talora infondate.
Senza voler dire la parola definitiva, segnalo alcune incongruenze (ricorrenti, da manuale) nella ricostruzione (difficoltosa, incerta, talvolta oscura…per forza di cose) di tale vicenda.
Considerato l’ideologo della componente politico- militare di ETA, Pertur era l’autore di un documento passato alla storia come “el informe Otsagabia”.
Dove proponeva di riorganizzare l’ETA, non di abbandonare la lotta armata. Ricordo che siamo nel 1976, un anno “vissuto pericolosamente” per il popolo basco (attacco fascista a Jurramendi, strage di Vitoria-Gasteiz, fallita evasione da Segovia…). Quindi ogni considerazione va “contestualizzata”.
Da qualche mese Franco è – se pur tardivamente – defunto, ma molte componenti e costanti del franchismo sono ancora vive e vegete per quanto sul punto di riciclarsi.
Il progetto di Pertur era piuttosto era quello di subordinare l’organizzazione armata a una strategia di più ampio respiro politico, di maggior partecipazione popolare.
Assegnandole un ruolo più tattico che strategico. Al fine di costruire un partito rivoluzionario della classe operaia basca. Anche se le analogie rischiano sempre di nascondere una forzatura, qualcosa di simile a quanto era avvenuto con l’IRA in Irlanda (la divisione tra officials e provisionals).
In un documento del 2017 (Pertur: la desaparición de un revolucionario) realizzato dalla Cátedra de Derechos Humanos de la UPV/EHU si sosteneva che le indagini risultavano carenti fin dall’inizio, soprattutto nel voler individuare una presunta “limpieza interna” (sostanzialmente una regolamento dei conti in stile stalinista tra ETA-m e ETA-pm, o anche tra diverse correnti di ETA-pm). Ipotesi peraltro ampiamente diffusa dai media e ripresa alla grande anche nel 50° (non solo in Spagna). Viceversa, l’altra ipotesi – quella di un’azione di guerra sporca, per mano dei servizi e di mercenari fascisti italiani – veniva semplicemente accantonata definendola “priva di fondamento”. Nonostante i numerosi indizi in tal senso.
Con un successivo documento pubblicato e diffuso da alcuni siti della sinistra rivoluzionaria (“Otsagabia ponentsiya 50 urte: Pertur eta KASen interetor” ) si voleva restituire a Pertur la sua identità politica, diversa da quella che gli è stata in seguito attribuita (con una versione talvolta quasi caricaturale) sia da gran parte dei media che da vari settori politici (non del tutto, diciamo, “disinteressati”).
Con l’intento di “recuperare il suo autentico progetto politico”. Progetto che all’epoca (ricordo ancora: siamo negli anni settanta del secolo scorso: ogni parallelo con il presente è fuori luogo) non implicava l’abbandono della lotta armata. Tantomeno una rapida integrazione nel sistema della democrazia rappresentativa e del capitalismo.
Piuttosto un “adattamento” alle nuove condizioni storico-politiche. Comunque una proposta molto più complessa e complessiva (oltre che radicale) di quanto sbrigativamente veniva (e viene periodicamente) sbandierato dai media.
Come si è amaramente constatato “Pertur sufrió una doble desaparición: no solo física, sino también política”.
Per cui “también pretenden borrar la memoria militante de Pertur” (v. Haizea eta Sustraiak).
Ancora oggi per avallare la tesi di un regolamento di conti tutto interno (“ajuste interno”) all’organizzazione armata indipendentista in genere si fa riferimento alla testimonianza della compagna del giovane etarra, Lourdes Auzmendi.
Nonostante le prove (definirle solo indizi sarebbe riduttivo) presentate in tal senso da studi recenti (v. Il lavoro dello storico Iñaki Egaña e la recente intervista a un ex militante, l’avvocato Martín Auzmendi, su Berria).
Tra gli articoli più citati e commentati (anche da Concita de Gregorio su La Repubblica) in questi giorni spicca quello del 5 luglio di Pablo Ordaz su El País: “50 años buscando a Pertur”.
Sostanzialmente una biografia di Lourdes Auzmendi con in aggiunta l’intervista alla sorella di Pertur,Inés Moreno Bergaretxe.
Pur accennando vagamente all’ipotesi neofascista (v. Concutelli, Calore…) e anche a una possibile implicazione dello Stato, tale via investigativa non viene approfondita
Ma soprattutto Ordaz rilancia l’immagine di un Pertur “possibilista” scrivendo che “tras la muerte de Franco, el joven líder abogó por que la organización terrorista ETA depusiera las armas y se convirtiera en partido político”.
Una semplificazione funzionale all’ipotesi che a eliminarlo siano stati i suoi stessi compagni.
Nonostante quanto dichiarato dai familiari di Pertur in varie occasioni e non certo da ieri: “Confusión inicial, incertidumbre, ira, versiones contradictorias, pistas falsas, manipulación, homenajes e investigaciones fallidas; con cada paso, un rayo de esperanza y, de inmediato, una nueva desesperación”.
Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda Iñaki Beobid su El Diario Vasco del 7 luglio. Insistendo in particolare sul fatto che due militanti di ETA, Francisco Mujika Garmendia (Pakito) e Miguel Ángel Apalategi (Apala) sono stati gli ultimi a vedere Pertur ancora in vita. Considerando tale circostanza (peraltro mai negata dagli interessati) come una prova a sostegno della “pulizia interna”.
Se pur con qualche riserva, dieci giorni dopo El Diario Vasco pubblicava anche un documento dell’Observatorio Vasco de Derechos Humanos (GEBehatokia). In cui si sosteneva senza mezzi termini che “la desaparición de Pertur fue una operación de los servicios secretos del Estado español, y rechaza la autoría de las Fuerzas Especiales”.
In quanto solo i servizi segreti avevano i mezzi e le competenze per allestire un tale operazione: “infiltración, organización de una trampa (trappola nda), secuestro y eliminación de pruebas”.
Utilizzando come manovalanza i soliti neofascisti italiani (all’epoca rifugiati in massa in Spagna) e altri mercenari in grado di sequestrare il giovane militante abertzale. Prelevandolo in Iparralde e trasportandolo oltre confine (evidenti le analogie con il sequestro e l’uccisione di Laza e Zabala nel 1983).
Sottolineando come non abbia molto senso dire che l’operazione fosse condotta da Pakito e Apala, due esponenti di spicco dell’ETA. I quali invece avrebbero evitato di incontrare pubblicamente Pertur e di farsi vedere con lui se intendevano eliminarlo.
Inoltre – come già detto – un’operazione di tale portata richiedeva pianificazione, risorse e soprattutto coperture.
Sempre sul documento di GEBehatokia si ricorda che anche un altro esponente dell’Ufficio Politico di ETA-pm, Sabin Atxalandabaso, aveva ricevuto lo stesso messaggio pervenuto a Pertur con cui si chiedeva da parte di un non meglio identificato “esponente dell’opposizione” di incontrarlo. Invito a cui Atxalandabaso non aveva dato seguito sospettando una trappola.
Entrambi, Pertur e Atxalandabaso, poco tempo prima avevano trascorso un periodo in Algeria incontrando esponenti del FLN per concordare l’addestramento di decine di militanti baschi in caserme algerine (a Souma).
E forse- un’aggravante per il governo madrileno – incontrare esponenti del Polisario.
Di questi contatti sia l’ambasciata spagnola che i servizi segreti erano stati informati.
Nel documento poi si analizza un precedente, avvenuto in una riunione del 1976. Quando a conclusione della stessa Pertur era stato messo agli “arresti” da altri militanti. Un episodio che andrebbe interpretato come un tentativo per ridurne il prestigio e condizionare il dibattito interno. Non certo propedeutico all’eliminazione fisica. Così come le “cospirazioni” e le “manovre sporche” di cui Pertur scriveva in una lettera a Lourdes Auzmendi andrebbero considerate come una critica severa al clima interno dell’organizzazione, non come espressione di timore per la propria vita.
Altri articoli riprendevano poi la vicenda di Dolores González Katarain (Yoyes), dirigente di ETA assassinata nel 1986. Sostenendo che “ETA elimina a sus disidentes”.
Sorvolando però sul fatto che in quella circostanza l’ETA aveva rivendicato il proprio operato. Come sempre del resto, anche le azioni poi considerate politicamente errate (altra cosa, ovviamente il giudizio morale).
Appare inoltre quantomeno una forzatura (perlomeno dal punto di vista storiografico) collegare automaticamente quella che viene definita “l’eredità politica di Pertur ” al successivo disarmo di ETA-pm e alla nascita nel 1977 di Euskadiko Ezkerra (Sinistra basca, negli anni novanta confluita nel PSOE).
Per completezza va riportato che non sono soltanto i media mainstream a sottoscrivere l’ipotesi del regolamento di conti tra fazioni interne dell’ETA, ma anche un organismo come il Centro para la Memoria de las Víctimas del Terrorismo. In uno studio di Gaizka Fernández Soldevilla, si legge che “casi absoluta certeza”, Pertur (definito un “moderato”) venne assassinato da altri etarras come conseguenza di un “conflicto ideológico”.
Escludendo nel contempo ogni implicazione istituzionale e definendo – sbrigativamente e senza portare elementi di prova -pura “invención” la questione della “guerra sucia”.
Qualche legittima e solida obiezione alle versioni dominanti (“ufficiali”) viene dal lavoro dello storico Iñaki Egaña (v. Il libro Objetos perdidos del 2021) e dal medico forense Paco Etxeberria, membro dell’Asociación Científica Aranzadi con cui ha partecipato alle riesumazioni nelle fosse comuni delle vittime del franchismo. Oltre ad aver investigato su alcuni casi di desaparecidos baschi (v. in particolare il caso di Lasa e Zabala sequestrati e assassinati dal GAL nel 1983).
In Objetos perdidos, Egaña ha pubblicato nuove testimonianze che mancavano nel rapporto UPV/EHU del 2017. Arrivando alla conclusione che l’uccisione di Pertur non fu un “ni un crimen pasional ni un acto interno de pura venganza”.
Ma piuttosto, con ogni probabilità, una “operación de inteligencia organizada por los servicios secretos españoles —y quizás también por los franceses— con motivaciones geopolíticas”.
A sostegno di tale ipotesi riporta che l’appuntamento richiesto a Pertur (per una inesistente riunione) il 23 luglio era una “trampa” (trappola) Preparata tramite la libreria Mugalde di Hendaya (punto di incontro abituale per i rifugiati baschi) e pervenuta da un militante fidato come Joseba Aulestia (Zotza) presumibilmente ingannato a sua volta. Come già detto anche un altro rifugiato in Iparralde, Sabin Atxalandabaso, aveva ricevuto il medesimo messaggio, ma non lo prese in considerazione ritenendolo “sospechoso”.
Altra questione dibattuta. Per il tragitto percorso da Pertur da Saint-Jean-de-Luz alla frontiera di Behobia occorrono circa 20 minuti. Molto meno di quanto dichiarato da Francisco Mujika Garmendia (Pakito) alla polizia francese.
Ma ciò che non implica necessariamente un rapporto con la scomparsa di Pertur. In quanto militante etarra poteva avere anche altre ragioni per mentire alla polizia.
Altro elemento rilevante, il viaggio di poche settimane prima in Algeria di Pertur avvenuto in coincidenza con uno dei momenti più incandescenti della crisi della ex colonia spagnola del Sahara Occidentale. Con l’eventualità, plausibile, di contatti tra ETA e Fronte Polisario (fondato tre anni prima mentre risaliva al febbraio del 1976 la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi) di cui erano a conoscenza sia i servizi segreti spagnoli che quelli francesi.
Egaña riporta che un esponente dell’intelligence francese avrebbe (condizionale d’obbligo) chiesto a Atxalandabaso informazioni su Carlos Txakala (un venezuelano sostenitore della causa palestinese arrestato in Francia) in cambio di Pertur. Individuando uno scenario più complesso di quello assai semplificato proposto dai media.
Egaña analizza anche il metodo particolare utilizzato per contattare Pertur richiamandosi al rapporto dell’Observatorio Vasco de Derechos Humanos (GEBehatokia): “La única reunión confirmada para el 23 de julio de 1976 fue la prevista para las 11:30 de la mañana en Pausu (en la frontera con Behobia). También hemos podido confirmar que Joseba Aulestia Zotza entregó una nota a Pertur esa misma mañana, a primera hora, en su domicilio. Por lo tanto, ambas comunicaciones llegaron a Pertur a través de un canal de total confianza…”.
E vien da chiedersi chi e perché avrebbe dovuto far ricorso a un militante di assoluta fiducia, insospettabile, come Josefa Aulestia che oltretutto condivideva in pieno al linea politica di Pertur?
A cui si aggiunge quanto già detto sul messaggio analogo ricevuto da Sabin Atxalandabaso (come Pertur esponente dell’Ufficio politico e della sezione internazionale di ETApm). Un invito falso inviato contemporaneamente a due esponenti di ETA pm lascia intendere che qualcuno volesse colpire, disgregare la dirigenza stessa dell’organizzazione.
A tal proposito il giudizio dell’Observatorio Vasco de Derechos Humanos (GEBehatokia) è perentorio: “la razón por la que las circunstancias de la muerte de Pertur no se han esclarecido incluso después de 50 años es el deseo de proteger el anonimato de la persona que proporcionó a la policía la información para su detención”.
Nel suo libro Egaña riconsidera il percorso tra Saint-Jean-de-Luz e Behobia (dodici chilometri, circa 20 minuti) e il tempo impiegato dalla Renault 5.
Alla polizia francese Pakito aveva dichiarato che viaggiarono dalle 9,40 alle 11,30 e questa dichiarazione è stata utilizzata per anni come una prova per dimostrare che “qualcosa di strano doveva essere accaduto”.
Da ulteriori testimonianze raccolte Egaña conferma che effettivamente Pakito e Apala alle 11,50 si trovavano nel bar La Poste di Hendaya con altri militanti. Compatibilmente con i circa quaranta minuti (andata e ritorno) richiesti dal percorso (una conferma che alle 11,30 erano ripartiti da Behobia per rientrare a Hendaya).
Ma allora perché Pakito avrebbe mentito sui tempi del viaggio con Pertur ? Forse – è l’opinione di Egaña – per coprire qualche attività clandestina o per nascondere alla polizia altre questioni, affari personali…
E comunque se i due militanti, Pakito e Apala, avessero avuto l’intenzione di sequestrare Pertur, perché mai si sarebbero fatti vedere passeggiare tranquillamente con lui per le strade di Saint-Jean-de-Luz (come confermato da molti altri rifugiati e cittadini)? Tantomeno avrebbero ammesso di averlo accompagnato a Behobia.
Ma l’elemento più significativo del lavoro investigativo di Egaña sembra essere la “conexión entre Pertur y Argelia” in un momento di acuta crisi della questione Saharawi. Quando Madrid di fatto amministrava ancora l’ex colonia.
Contatti che con ogni probabilità venivano monitorati dalla polizia e dall’ambasciata spagnola.
Nel timore che l’indipendentismo basco ottenesse ulteriore sostegno da governi o movimenti di liberazione stranieri. E qui, per analogia, vien da pensare al caso dell’esponente dell’ANC Dulcie September (v. https://centrostudidialogo.com/2021/08/07/euskalherria-sudafrica-lombra-del-gal-sulla-morte-di-dulcie-september-di-gianni-sartori/ ).
Già l’anno prima numerosi militanti di ETA.pm erano stati addestrati nello Yemen (dove avrebbero conosciuto quel venezuelano, Carlos Txakala, a cui si interessavano i servizi segreti francesi).
Appare poi evidente che se Pertur fosse stato effettivamente quel “posibilista y reformista” (di cui parlano i media mainstream) che intendeva abbandonare in maniera assoluta la lotta armata in nome della democrazia borghese e del capitalismo, perché mai si sarebbe recato in Algeria a trattare per l’addestramento militare dei militanti baschi?
Forse non era esattamente quello il suo obiettivo. Forse intendeva piuttosto trasformare l’ETA in uno strumento subordinato alla direzione politica, non eliminarla di punto in bianco.
Potremmo – forse -definirlo un “marxista rivoluzionario e antimperialista” che cercava di adattare la strategia al nuovo contesto del post-franchismo (relativamente post va detto).
Infatti nel documento conosciuto come “el informe Otsagabia” non si parla di deporre le armi (siamo, ribadisco, nella Spagna degli anni settanta non ancora completamente fuoriuscita dal franchismo: un’altra epoca, un altro contesto sociale …), ma piuttosto di costruire un partito rivoluzionario per la classe operaia basca.
Come ha spiegato recentemente Martin Auzmendi, militante con Pertur e avvocato della famiglia: “Él no cuestionaba la lucha armada; nosotros tampoco, y yo también estaba allí. Sosteníamos que era necesario adaptarse y que la lucha armada debía proteger los logros de los movimientos populares, bajo dirección política. A partir de esto, algunos han dicho, por decirlo suavemente, que Pertur Berezie fue eliminado porque quería acabar con la lucha armada. Y eso no es cierto; las discrepancias eran otras”.
All’oscura vicenda di Pertur si collega una similare, quella di Bernardo Bidaola (Txirrita). Il giovane faceva parte di un piccolo gruppo legato a ETA-pm che il 25 aprile 1976 tentava di “crusar la frontera” (con l’aiuto di una guardia forestale) tra Sara e Etxalar. Preparando il terreno per un’evasione dal carcere di Martutene (a soli venti giorni da quella, poi fallita, di Segovia organizzata da ETA-m e da ETA-pm e in cui perse la vita il libertario catalano Oriol Solé del MIL). Il piccolo gruppo di polimili venne intercettato dalla Guardia Civil. Rimasto indietro a causa di una ferita, Txirrita scomparve per oltre un mese. Venne ritrovato cadavere nei boschi il 28 maggio. Stando alla versione ufficiale si sarebbe suicidato. Ma nel 2018 il medico forense Paco Etxeberria (che aveva partecipato alle ricerche di Pertur) dopo una nuova autopsia aveva categoricamente smentito l’ipotesi del suicidio arrivando a chiedersi: “¿dónde estuvo Txirrita todo este tiempo y quién lo mató?”.
Un inciso: ovviamente anche qualche lettore avrà pensato alla problematica morte di Anuk (Xabier Kalparsoro) nel settembre 1993…
C’è un particolare che collega il caso di Pertur con quello di Txirrita.
Anche Txirrita era appena rientrato dall’Algeria dove aveva preso parte all’addestramento organizzato da Pertur e Atxalandabas. Ed era a conoscenza sia dei nomi dei partecipanti, sia degli accordi con il FLN algerino, sia delle questioni logistiche.
Citando ancora, stavolta per esteso, l’ottimo Egaña: “Los servicios de inteligencia españoles obtenían información sobre el entrenamiento de la milicia mediante arrestos y torturas. Los detalles y nombres de quienes viajaban a Argelia se publicaban meses después en un informe exhaustivo firmado por Alberto Semprún. Sin embargo, al parecer, la policía disponía de muy poca información sobre ETA (PM). La única excepción era la información obtenida a través de Bernardo Bidaola Txirrita; este militante de ETA (PM) fue arrestado el 25 de abril de 1976 en la frontera de Etxalar. Apareció muerto 33 días después, cerca del lugar de su detención. Según la dirección de ETA (PM), fue trasladado al cuartel de la Guardia Civil en Pamplona, donde murió durante una sesión de tortura. Antes de su arresto, Bidaola acababa de regresar de un entrenamiento en Argelia. Al parecer, gracias a la información obtenida bajo tortura de Txirritari, los servicios de inteligencia lograron identificar a Pertur y Atxalandabaso como los responsables de las negociaciones con Argelia y comenzaron a preparar una operación para eliminarlos. Unos meses después, un artículo publicado por Alberto Semprun reveló los nombres de los militantes que habían viajado a Argelia, pero no se trataba de periodismo de investigación, sino de una filtración destinada a legitimar la persecución contra Pertur y convertirlo en objetivo. Una vez más, la prensa actuó como portavoz de la policía y los servicios de inteligencia, y le asignó otro objetivo a Pertur. Además, los casos de Txirrita y Pertur revelan que las autoridades y los principales medios de comunicación han utilizado el mismo modelo para abordar las desapariciones. En el caso de Txirrita, el Ministerio del Interior supuso que se había suicidado; sin embargo, el trabajo forense de Paco Etxeberria refutó esta versión. En el caso de Pertur, la policía primero difundió el rumor del intercambio, y luego la prensa estableció la hipótesis de una purga interna”.
E conclude: “ ¿Por qué deberíamos creerles sobre la desaparición de Pertur? ¿Por qué deberíamos dar crédito a quienes han repetido la misma versión una y otra vez durante medio siglo?”.
Nel corso delle sue indagini (e grazie alla collaborazione di Gorka Endaza) nel 2016 Egaña aveva raccolto le testimonianze di alcuni ex contrabbandieri. Costoro avrebbero ammesso (senza però spiegare da chi provenisse tale consegna) di aver tentato di occultare il cadavere di Txirrita in una grotta vicino a Etxalar. Ma per un incidente il corpo era rimasto deposto tra gli alberi dove venne casualmente rinvenuto. Il mese successivo gli stessi contrabbandieri ricevevano il compito di far sparire un altro cadavere riuscendo a occultarlo nella cavità già individuata per Txirrita. Inevitabile chiedersi: si trattava del corpo di Pertur? Una eventualità da non scartare a priori.
Per cui, recatosi a Etxalar con il medico forense Paco Etxeberria (muniti di metal detector e con alcuni speleologi), Egaña insieme a Gorka Endaza, aveva lungamente esplorato la zona. Esaminando varie cavità, ma invano: alcune risultarono troppo anguste o nel frattempo si erano allagate. Ma soprattutto un’altra risultava completamente bloccata da numerosi pali di cemento.
Un mistero inquietante.
Sempre in base alle ricostruzioni di Egaña, il duplice mistero sulla scomparsa provvisoria di Txirrita e su quella definitiva di Pertur si colloca a pieno titolo in quella che è passata alla storia come Operación Pancorbo. Avviata nel 1975 dal generale José Antonio Sáenz de Santa María (stando alla sua biografia, su precisa richiesta del ministro Manuel Fraga Iribarne), prende il nome dalla località di Pancorbo (nei pressi di Burgos). Destinata a diventare un centro per la detenzione, gli interrogatori ed eventualmente l’eliminazione dei militanti abertzale. In puro stile argentino.
Si ritiene infatti che per l’occasione alcuni esponenti della giunta argentina siano appositamente venuti a Madrid per fornire assistenza e collaborazione.
Coincidenza, dal giugno 1975 si registrarono almeno 35 attacchi contro rifugiati baschi in Iparralde. A cui aggiungere sia i casi di Pertur e di Txirrita, sia diversi episodi di “suicidio” o “incidente” che in realtà potrebbero essere esecuzioni extra-giudiziarie mascherate.
Nel 2019 Egaña con Etxeberria riesumarono dal cimitero di Ameyugo (Burgos) il corpo di un giovane dall’apparente età di 25. Con le mani legate, due colpi di arma da fuoco alla testa e segni di tortura (dita del piede amputate). Nella convinzione di aver finalmente trovato Pertur, venne sottoposto alle analisi con il DNA. Ma invano e il cadavere, forse una vittima della Guerra civile, era destinato a rimanere anonimo. Comunque un segno di continuità dato che qui (a pochi chilometri da Pancorbo) per decenni durante la dittatura franchista vennero giustiziati prigionieri repubblicani e dissidenti. Un continuo sovrapporsi di pratiche repressive fino alla guerra sporca contro l’indipendentismo basco.
Concludo tornando all’annosa questione della presenza (cospicua)di neofascisti italiani rifugiati in Spagna (Concutelli, Calore, Delle Chiaie, Pozzan, Cauchi, Cicuttini, Vinciguerra…) e della partecipazione di alcuni di loro (come quelli fotografati a Jurramendi sempre nel 1976) nella repressione dei dissidenti. Non solo baschi, naturalmente. Vedi i cinque giuslavoristi assassinati a Madrid nel gennaio 1977 (Matanza de Atocha) dove il “palo” sarebbe stato un italiano.
Ripescando da precedenti articoli scritti in “epoca non sospetta”, segnalo:
Su Pertur e i fascisti italici: https://centrostudidialogo.com/2023/03/17/euskalherria-memoriastorica-scusate-se-vi-parlo-ancora-di-pertur-di-gianni-sartori/
Per una visione d’insieme del 1976 in Euskal Herria: https://centrostudidialogo.com/2021/09/02/euskalherria-prigionieripolitici-qualche-considerazione-sui-paesi-baschi-e-la-recente-liberazione-di-un-prigioniero-di-gianni-sartori/
Gianni Sartori

Come i più informati sapranno, Il Palazzo di Giustizia di Bolzano, è temporaneamente inagibile e chiuso al pubblico a causa di un grave crollo parziale della struttura avvenuto il 16 luglio 2026.
La struttura è ubicata in Piazza del Tribunale. La Piazza fu realizzata tra il 1939 e il 1942 ed il Palazzo di Giustizia, a forma concava, fu costruito tra il 1939 e il 1956.
Al centro della facciata era collocato un rilievo raffigurante la Giustizia seduta, priva della benda sugli occhi che tradizionalmente simboleggia l’imparzialità; ai suoi lati sono raffigurati un giudice recante il codice e un soldato con una spada.
Lungo il perimetro superiore della facciata corre un’iscrizione in latino, “Pro italico imperio virtute iustitia hierarchia unguibus et rostris” (“Virtù e giustizia a difesa dell’impero italiano con i denti e le unghie”), che richiama retoricamente i valori del regime fascista a difesa dell’impero.
Con il suo esplicito riferimento all’impero coloniale fascista proclamato nel 1936, l’iscrizione rimanda alla funzione originaria dell’edificio, che, insieme alla sede del partito e alla chiesa di Cristo Re, situata in posizione sfalsata, era destinata a glorificare il regime e, lungo l’ex viale Giulio Cesare (l’odierno Corso Italia) a svolgere “l’esplicita funzione di essere una porta d’accesso ideologica alla “Nuova Bolzano” fascista”.
Visto che tale aspetto ha sempre causato tensioni, proprio per i palesi riferimenti al periodo fascista, con la componente linguistica tedesca della Provincia di Bolzano, ora che si parla di ricostruzione andrebbero identificati nuovi percorsi per risolvere tale situazione.
A tal fine, l’associazione https://www.suedtiroler-freiheitskampf.net/ ha incaricato l’avvocato Nicola Canestrini, dello studio legale https://canestrinilex.com/ di redigere una valutazione giuridica su tale questione e, grazie alla disponibilità del suo presidente Roland Lang, siamo in grado di offrirla alla lettura di chi ci segue, nella speranza che le autorità preposte taglino i legami con il passato e guardino verso un futuro di concordia tra le componenti della Società Civile sudtirolese.
VALENCIA – L’INDIPENDENZA COME PROCESSO DI DECOLONIZZAZIONE – di Antòni Infànte – pubblicato sul n. 4 del 2025

L’occupazione delle terre da parte di indigeni e contadini poveri viene regolarmente sottoposta alla repressione. Ma le cose potrebbero anche peggiorare…
Le ultime notizie dal Brasile riguardavano sia le lotte per il recupero di terre ancestrali da parte di gruppi indigeni, sia quelle dei contadini senza terra determinati a riappropriarsi di un lembo di terreno coltivabile attingendo alle immense proprietà di qualche ricchissimo fazendero. Ricordando che in Brasile l’1% possiede il 45% delle terre agricole (probabilmente la maggiore concentrazione fondiaria al mondo). A fronte di almeno 3 milioni di contadini senza terra.
E ovviamente ogni occupazione delle terre (v. Portella delle Ginestre, 1 maggio 1947) comporta una dura repressione. Anche in Brasile. Sia da parte di gruppi paramilitari al soldo dei latifondisti, sia per mano delle forze speciali. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio gruppi di pistoleros mercenari avevano ripetutamente attaccato le terre di Kaa’Jari nel territorio indigeno Iguatemipeguá (municipalità di Amambai) e di Coronel Sapucaia, (Stato del Mato Grosso do Sul). Successivamente erano entrate in campo le DOF (Dipartimento per le operazioni di frontiera) e la polizia militare operando una mezza dozzina di arresti (anche un minorenne). Procedendo all’espulsione di numerose famiglie indigene deportate nel villaggio di Limão Verde (ugualmente sottoposto a spari ed esplosioni) e presidiando militarmente la zona. Dove – stando alle informazioni raccolte dal CIMI – un piccolo gruppo di indigeni potrebbe essere rimasto sul posto in difficili condizioni. Isolati, circondati dalle truppe della DOF che occupano ogni punto di accesso alla riserva e ogni strada anche secondaria.
Da tempo i rappresentanti della comunità guarani-kaiowá denunciavano i colpevoli ritardi nel riconoscimento delle loro terre ancestrali (ormai da oltre venti anni). Come si legge nel comunicato stampa del CIMI (Conselho Indigenista Missionário): “Nella terra indigena (TI) Iguatemipeguá 2, nella notte di sabato 25 e l’alba di domenica 26 (aprile nda) un gruppo di Kaiowá e Guarani ha ripreso possesso di una parcella della fazenda Limoeiro, limitrofa della riserva Limão Verde e sovrapposta al tekoha* Tapykora Korá. Questa rivendicazione deriva dagli eventi dell’anno scorso, ossia il rientro delle famiglie Kaiowá et Guarani sulle loro terre ancestrali nella zona rivendicata della TI”.
Come già detto, pronta la reazione dei proprietari. Con l’attacco durato l’intera notte da parte di tiratori professionisti a cui seguiva l’intervento della DPF con il supporto delle truppe scelte e l’arresto di alcuni autoctoni. Tra quelli identificati grazie a un video girato sul posto: Josilaine Gonçalves e suo padre, Valdenir Gonçalves, Aracilda Nunes, Carlos Garniel Batista da Silva, Daiane Ortiz e un ragazzo di 14 anni di cui si conoscono solo le iniziali (GV). Di seguito portati nel commissariato di Amambai. E – raccogliendo le istanze degli indigeni – il comunicato del CIMI aggiunge: “Siamo molto preoccupati in quanto la polizia picchia e tortura le persone arrestate, ma sosteniamo che l’occupazione delle terre è legittima. Non stiamo recuperando altro che ciò che era nostro tradizionalmente. La zona era stata oggetto di uno studio e un accordo giudiziario prevedeva la sua delimitazione. Perché non è stata ancora realizzata? Noi la occupiamo come una forma di auto-delimitazione in quanto non esiste altra soluzione per il nostro popolo”. Invano Kaiowá e Guarani, fin dalle prime ore del mattino del 26 aprile, avevano chiesto l’intervento della FNSP (Forza nazionale di sicurezza pubblica), ma questa si è fatta viva solo nel pomeriggio quando pistoleros e DOF avevano completato l’opera di trasferimento forzato.
La fazenda Limoeiro occupa, viola di fatto, il territorio Kaa’Jari che è parte integrante della terra indigena (TI). Come veniva definito in dettaglio dal rapporto di identificazione e delimitazione (RCID) e stabilito dall’ordinanza 790 della FUNAI (Fondazione nazionale per i popoli indigeni) già dal 2008. La riserva di Limão Verde (una delle otto del Mato Grosso do Sul) era stata creata per decreto nel 1928 in risposta alle richieste del Servizio di protezione degli Indiani (SPI). Doveva interessare circa 2000 ettari, ma l’invasione delle fattorie ha ridotto a soli 668 ettari quelli realmente occupati dai popoli Kaiowá e Guarani. Per cui: “siamo qui in attesa delle procedure amministrative di demarcazione dal 2008. Soffrendo la fame, la mancanza d’acqua e ammalandoci a causa dei pesticidi utilizzati dall’azienda”. Altri gruppi indigeni vivono in accampamenti di fortuna lungo le autostrade. Va anche ricordato che la terra indigena Iguatemipeguá 2 resta inclusa nel CAC (Compromisso de Ajustamento de Conduta) del febbraio 2007 firmato tra il Tribunale federale (MPF) e la Funai. Sempre In aprile (dal 3 al 17) una delegazione di 30 autoctoni si era recata a Brasilia chiedendo alla Funai di completare il processo di identificazione e delimitazione come stabilito dai decreti del Ministero di Giustizia. Oltre ad avviare nuovi studi e indagini per identificare le altre zone (almeno un’ottantina) rimaste fuori dalle misure di demarcazione. In ogni caso si tratterebbe solo di una minima parte dei territori da cui Kaiowá e Guarani sono stati espulsi. Come ha spiegato Aty Guasu in una lettera al Ministero “noi occupiamo meno del 3% dell’attuale territorio del Mato Grosso do Sul ossia meno del 10% di quello che era il nostro Tekoha Guasu (Grande Territorio nda)”. Quasi contemporaneamente (il 1 maggio), nello Stato del Pará, un migliaio di famiglie avevano occupato delle terre chiedendone la redistribuzione. Rianimando un conflitto di lunga durata con i proprietari terrieri,conseguenza della difficile situazione in cui versano molte comunità rurali. Il MST (Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra) lotta – legittimamente – per la redistribuzione della terra in base all’articolo 184 della Costituzione brasiliana. L’occupazione aveva subito un vero e proprio assedio (bloccando la fornitura di cibo e acqua) di alcuni giorni da parte della polizia e dei gruppi armati al servizio dei grandi proprietari terrieri. In nome, ca va sans dire, della difesa della proprietà privata. Cogliendo forse l’occasione di questi ultimi eventi (ma la richiesta aleggiava da tempo) Il deputato Evair de Melo, seguace di Bolsonaro, ha chiesto agli Stati Uniti di inserire il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra tra le organizzazioni terroriste. Accusando – senza fornire la benché minima prova -il MST di legami con il narcotraffico e i gruppi armati e lo stesso MST di volersi trasformare in una “milizia armata” operante in Venezuela (?!). Un intervento organico all’offensiva condotta dall’estrema destra brasiliana per criminalizzare le iniziative dei contadini senza terra e degli indigeni.
Una campagna diffamatoria intesa a giustificare l’ulteriore inasprimento della repressione e che ha colpito anche altri movimenti come la LCP (Lega dei contadini poveri) nello stato di Rondônia. La componente bolsonarista cerca in tal modo di garantirsi sostegno internazionale (in particolare da Trump) nel tentativo di qualificare come “terrorista” ogni gruppo dissidente in Brasile (quelli di sinistra, beninteso). In pratica, una richiesta di “intervento, di ingerenza straniera” come è stata definita e criticata dal governo nazionale (federale, Gabinete do Brasil) di Lula.
*nota 1: Nella lingua guarani il termine Tekoha assume vari significati. Letteralmente “il luogo di un modo di essere” (Teko: si riferisce alle norme, usanze, modi di vita della comunità; Ha significa luogo), ma nel tempo ha assunto un significato sacro, il luogo dove le tradizioni si conservano e perpetuano. Ossia dove i Guarani vivono in armonia con la loro cultura e l’ambiente.
Gianni Sartori

(in memoria dei compagni Giorgio Fortuna e Arnaldo Cestaro con cui avevo percorso – anche di corsa – le afose strade di Genova)
Il micidiale gas CS, usato dalla polizia contro i manifestanti a Genova nel 2001 (ufficialmente oltre 6 mila candelotti sparati…), è una sostanza messa al bando dalla Convenzione di Ginevra. E’ dunque proibito usarla in guerra, perché gravemente tossica anche per le popolazioni residenti e per chi la usa.
Come è possibile venga ancora usata impunemente in tempo di pace?
In realtà qui sembra regnare un po’ di confusione. Talvolta nei documenti ci si riferisce al gas CS come “arma non letale” il cui uso per ragioni di ordine pubblico è consentito, legale. Paradossalmente vien da dire, Dato che – come già detto – se utilizzato in guerra viene considerato “arma chimica”.
All’epoca – luglio 2001 – la presenza mia e di altri compagni nella delegazione vicentina alla manifestazione contro il G8 di Genova era stata ben documentata dalle immagini apparse sul Giornale di Vicenza del 22 luglio 2001. Come si poteva vedere in quelle foto lo striscione e la bandiera erano quelli del Movimento UNA (Uomo-Natura-Animali). Qualcuno di noi aveva anche partecipato alle manifestazioni dei giorni precedenti, ma la maggior parte era arrivata la mattina di quel maledetto sabato 21 luglio per esprimere il più radicale dissenso da una politica che nega i diritti degli umani, degli animali e della Terra stessa, in via di progressiva devastazione. Nel giro di un anno diversi dei nostri militanti e simpatizzanti (così come tanti altri amici e conoscenti), dopo aver trascorso “uno dei peggiori inverni della loro vita”, avevano dovuto rassegnarsi all’idea di essere stati irrorati con il micidiale aerosol che la polizia aveva usato in modo massiccio contro centinaia di migliaia di persone. Imparando a proprie spese che la mancanza improvvisa del respiro, le bronchiti ricorrenti, il perenne mal di gola… non erano una conseguenza dello smog (non solo almeno), ma, con tutta probabilità, del fatto di aver respirato il CS, il gas presente nei lacrimogeni usati a Genova in quantità industriale (ufficialmente – ripeto – si parlava di oltre 6.000 candelotti sparati, ma presumibilmente furono molti di più). Sui bossoli in alluminio raccolti (che ricoprivano a migliaia le strade) era ben evidente la scritta: “cartuccia 40mm a caricamento lacrimogeno al CS.STA – 1 – 98”.
Il CS non è una sostanza qualsiasi. E’ stata messa al bando dalla Convenzione mondiale sulle armi chimiche, ma solo per il suo uso in tempo di guerra.
E’ considerato estremamente dannoso, perché può provocare danni permanenti e può avere effetti sui cromosomi delle persone.
Il CS era già noto per essere stato usato in Vietnam e per essere una delle sostanze di cui si accusava l’Iraq. Inoltre era già stato oggetto di una richiesta di messa al bando da parte dell’associazione dei medici sudcoreani e veniva studiato con preoccupazione negli USA. Come aveva scritto il senatore verde Francesco Martone (vittima dei CS e autore di un’inchiesta sui fatti di Genova): “chi era a Genova lo ricorda. Ricorda il fiato mozzato, il cuore in gola, l’impossibilità di respirare, la pelle bruciata e gli occhi pieni di lacrime. Ricorda la sensazione di vomito e nausea immediata, ed il bruciore allo stomaco, i dolori al fegato”.
Nella sua inchiesta Martone aveva anche ricostruito la storia dell’uso repressivo di questo gas. Il CS era già stato usato a Seattle, a Québec, a Genova, in Irlanda del Nord, a Waco, a Seul, in Palestina, in Malesia, in Perù.
In un libro di Gore Vidal, “La Fine della libertà. Verso un nuovo totalitarismo?”, si racconta appunto la strage di Waco, quando il 19 aprile del 1993 gli agenti dell’FBI posero fine al lungo assedio alla sede della setta dei Davidiani, usando gas CS e carri armati. Secondo alcuni analisti, fu proprio il CS a innescare l’incendio nel quale morirono 82 persone.
Scoperto ancora negli anni venti del secolo scorso, il CS (sigla per chlorobenzylidene malonitrile, in italiano “ortoclorobenzalmalonitrile”) era poi stato sviluppato negli anni ’50 dal Chemical Defence Experimental Establishment [Porton, Inghilterra]. In Italia i candelotti al CS li produceva la ditta Simad S.p.A. di Carsoli, in provincia dell’Aquila.
Il CS è una sostanza cristallina solitamente mescolata con un composto pirotecnico in una granata o candelotto. Si diffonde sotto forma di nebbia o fumo di particelle sospese. La sua efficacia deriva dalla proprietà irritante, molto forte, per la pelle e le mucose, e di agente lacrimante anche in dosi minime. Gli effetti caratteristici sono una congiuntivite istantanea con blefarospasmo, irritazione e dolore. Il CS micronizzato e mescolato con un anti-agglomerante o trattato con idrorepellenti a base di silicone (formule note come CS1 e CS2) può rimanere attivo per giorni e settimane, in particolare se polverizzato al suolo.
A Québec, dove si fece uso di CS per reprimere le manifestazioni contro il Trattato dell’Area di libero commercio delle Americhe (aprile 2001), l’Ufficio di Igiene pubblica avvisò i residenti di indossare guanti di gomma e lenti protettive nel trattare i residui, di gettar via cibo e bevande contaminati (anche quelli contenuti in lattine o scatolette), di rimpiazzare i filtri dell’aria condizionata e lavare l’esterno delle abitazioni.
Non risulta che gli abitanti di Genova abbiano mai ricevuto suggerimenti del genere.
Secondo uno studio pubblicato nel 1989 dal Journal of the American Medical Association, il CS assorbito verrebbe metabolizzato nei tessuti periferici sotto forma di cianuro, nota sostanza cancerogena.
Uno degli autori di questo studio, Bailus Walker, professore di tossicologia ambientale dell’Università di Howard, ha studiato le complicazioni polmonari nel corso di una visita degli ospedali della Corea del Sud, nel 1987, dopo che la polizia locale aveva usato il CS contro i dimostranti.
Il dottor Walker riscontrò danni al sistema respiratorio di bambini, e casi di danno cromosomico, al punto di affermare che il CS può essere “molto, molto tossico”, se usato nelle dosi sbagliate.
In Corea il governo aveva ammesso l’uso di 351 mila candelotti lacrimogeni contro civili nel solo mese di giugno del 1987, molti di più di tutto il gas lacrimogeno usato nell’intero 1986. In Corea, i medici hanno constatato che varie centinaia di migliaia, se non milioni di civili erano stati esposti agli effetti del CS, senza essere stati poi debitamente assistiti.
Gli esperti consigliano di trattare l’esposizione ad alte concentrazioni di gas lacrimogeno, per inalazione o ingestione, come quelle che possono occorrere in uno spazio chiuso o in prossimità dell’esplosione di un candelotto, “con molta cautela, anzi consigliano un periodo di osservazione di qualche giorno poiché un edema polmonare potrebbe sopraggiungere solo in un secondo tempo”.
In prossimità dell’esposizione i rischi di edema polmonare o di altre gravi complicazioni sono molto alti.
Secondo la commissione medica sudcoreana “l’uso di gas lacrimogeni contro civili in Corea del Sud è una pratica disumana e non accettabile dal punto di vista medico”.
Ed ancora: “Consideriamo l’uso di gas CS e di altri gas lacrimogeni con i loro effetti clinici equivalente ad una operazione di guerra chimica contro popolazioni civile, e pertanto chiediamo la totale messa la bando di queste sostanze”.
I medici raccomandavano poi al governo sudcoreano di rendere immediatamente disponibili al pubblico ed ai professionisti del settore medico e della salute pubblica i dati relativi alla composizione chimica di tutti i gas lacrimogeni usati, informazioni sulle concentrazioni e varie formule di questi agenti, precedenti studi tossicologici svolti o disponibili, ed ogni altra informazione tecnica rilevante per comprenderne le conseguenze mediche e sanitarie.
“Il governo, inoltre, dovrà incoraggiare immediatamente scienziati e ricercatori a svolgere tutti gli studi epidemiologici e clinici necessari per chiarire gli effetti degli agenti di gas lacrimogeni usati. Una tale ricerca dovrà essere svolta in maniera indipendente e comprendere gli effetti acuti e subacuti, cronici e di lungo periodo di tali agenti, in particolare su soggetti a rischio come bambini, neonati, anziani, soggetti con malattie croniche preesistenti e pazienti in degenza”.
Lo stesso Parlamento europeo (European Parliament Directorate General for Research Directorate A The Stoa – Scientific an Technological Options Assessment – Programme) commissionò uno studio specifico sull’uso di gas lacrimogeni (“Crowd Control Technologies. An appraisal of technologies for political control”) nel giugno 2000. Se ne ricava che già allora esisteva una pubblicistica sterminata sul CS, almeno 115.107 articoli! Secondo i dati raccolti dallo STOA, ad alti livelli di esposizione, il CS può causare polmonite ed edema polmonare fatale, disfunzioni respiratorie, oppure gravi gastroenteriti ed ulcere perforanti.
A livelli più alti il CS è stato associato con disfunzioni cardiache, danni al fegato e morte.
Sperimentazioni in vitro hanno dimostrato che il CS è clastogenico, causa cioè la separazione dei cromosomi, e mutageno, cioè può causare mutamenti genetici ereditabili, mentre in altri casi il CS aveva dimostrato di poter causare un aumento nel numero di cromosomi abnormi.
Dal punto di vista tossicologico, molte associazioni mediche raccomandavano lo svolgimento di maggiori analisi di laboratorio ed epidemiologiche, per avere un quadro completo delle conseguenze mediche derivanti dall’esposizione di componenti quali il CS.
Il Journal of the American Medical Association sosteneva che la “possibilità di conseguenze mediche di lungo termine, quali formazione di tumori, effetti sull’apparato riproduttivo e malattie polmonari è particolarmente preoccupante, considerando l’esposizione alla quale vengono soggetti dimostranti e non dimostranti in caso di operazioni di ordine pubblico”.
L’agenzia che fornì il CS al cloruro di metilene, la Defense Technology Corporation (Wyoming) si è poi unita alla Federal Laboratories. Questa ditta, nel 1992, insieme alla TransTechnology Corp, fu oggetto di una causa civile da parte delle famiglie di nove palestinesi uccisi dall’esposizione a CS, usato massicciamente dagli israeliani contro l’Intifada.
Va anche ricordato che l’Italia ha ratificato nel 1925 il protocollo di Ginevra contro l’uso di sostanze soffocanti o gas e che nel 1969 almeno ottanta paesi hanno votato per la messa al bando dei gas lacrimogeni in operazioni di guerra.
Come si spiega che il CS sia proibito in guerra, ma permesso in tempo di pace?
Secondo alcuni esperti, esisterebbe una vera e propria scappatoia legale nella Convenzione sulle armi chimiche dato che la Convezione non proibisce l’uso di gas tossici in operazioni “pacifiche” come ad esempio quelle di “law enforcement”, il ripristino della legge…
Ma a questo punto è lecito chiedersi quali siano le garanzie sanitarie sia per coloro che protestano, che per le popolazioni delle città teatro di questi micidiali esperimenti di guerra tossica. Infatti chi lancia i gas ha la maschera, a chi li riceve, manifestante o no, resta avvelenato.
Un’ultima curiosità. In molti ci eravamo chiesti cosa significasse la misteriosa sigla CS (visto che non si riferisce ai componenti chimici). In realtà è formata dalle iniziali dei cognomi degli scopritori (due statunitensi, negli anni venti del secolo scorso): Ben Corson e Roger Staughton. Gran bella soddisfazione venir ricordati per una roba del genere!
Gianni Sartori

Stando alle dichiarazioni di Avi Shushan, con il loro intervento Mossad e Netanyahu avrebbero consentito a Erdogan di sopravvivere a un cancro letale…
Così cantavano negli anni sessanta i Gufi (v. I Gufi cantano due secoli di Resistenza) * sul testo di Trilussa scritto allo scoppio della prima guerra mondiale (1914):
“sò cugini e fra parenti
nun se fanno i complimenti
torneranno proprio tutti uguali
li rapporti personali
e senza l’ombra d’un rimorso
sai che ber discorso
ce faranno tutti insieme
su la pace e sul lavoro
pè quer popolo cojone
risparmiato dar cannone”
Sulle note di “Feramiù” (aria popolare piemontese), già all’epoca la canzone antimilitarista aveva avuto vasta diffusione. Tanto da essere pubblicata – a guerra in corso – da vari giornali socialisti e poi nel gennaio 1921 sul giornale di Gramsci “L’Ordine Nuovo”.
Ecco, magari oggi le parentele tra regnanti (pardon, governanti) non sono più così “di sangue” (il loro), ma la sostanza non cambia di molto. Soprattutto quando si tratta di versarlo il sangue (in questo caso degli altri, delle popolazioni, curdi o palestinesi poco cambia).
Questo almeno si deduce dalla notizia secondo cui un medico israeliano, inviato in Turchia con la benedizione di Benjamin Netanyahu, avrebbe (condizionale d’obbligo) curato Recep Tayyip Erdoğan ammalato seriamente di cancro.
Lo ha dichiarato Avi Shushan, ex portavoce dell’Ospedale Sourasky (conosciuto come Ichilov) sul canale israeliano C14news commentando le immagini del presidente turco apparso non proprio in splendida forma in occasione del recente vertice Nato.
Erdogan si sarebbe gravemente ammalato circa sei o sette anni fa e un medico (rimasto anonimo) di Ichilov sarebbe stato inviato in Turchia “in qualità di rappresentante dello Stato di Israele su richiesta del Mossad e con l’approvazione del primo ministro”.
Era già noto che Erdogan ha subito almeno due operazioni (2011 e 2012), ma – stando alle dichiarazioni ufficiali – i medici avrebbero rinvenuto e tolto solo “polpi non cancerosi”.
In realtà la notizia dell’intervento di assistenza sanitaria da parte di Tel Aviv circolava da tempo.
Già nel 2022 i media israeliani avevano rivelato che Erdogan veniva seguito dal professor Itzhak Shapira, ex direttore dell’Ospedale Ichilov.
Ma finora, nonostante venisse sollecitato dai media, Shushan non ne aveva mai voluto parlare.
Interviene ora, indignato, in quanto ”quest’uomo che ora minaccia gli Ebrei è ancora vivo e respira grazie a un medico ebreo, grazie a un Israeliano, grazie a Benjamin Netanyahu e grazie a David Barnea” (ex responsabile del Mossad nda).
Una conferma della complessità dei rapporti altalenanti tra Israele e Turchia (si parlava di un ruolo israeliano anche nella cattura-sequestro di Ocalan in Kenia) sia in campo sia militare che di intelligence. Oltre naturalmente che in campo economico e commerciale.
Le relazioni diplomatiche tra i due Paesi venivano ristabilite nel 2022, ma gli ambasciatori erano stati nuovamente ritirati nell’ottobre 2023 sulla questione di Gaza.
Nel 2024, accusando Israele di genocidio nei confronti del popolo palestinese (allineandosi in questo con il Sudafrica), Erdogan aveva sospeso i contatti diretti. Ma- come segnalavano i gruppi filo-palestinesi – non erano invece cessati le forniture petrolifere e il commercio tramite paesi terzi (triangolazione).
Come aveva segnalato in un suo rapporto del 2025 Francesca Albanese (https://www.ohchr.org/en/documents/country-reports/a80492-gaza-genocide-collective-crime-report-special-rapporteur-situation).
Identificando i porti turchi come punto di transito per il petrolio e altre merci, Albanese sostiene che la Turchia si colloca all’interno di un’ampia rete di paesi terzi. Consentendo – di fatto – a Israele di operare come sappiamo a Gaza.
Gianni Sartori
* nota 1: oltre a Ninna nanna della guerra: Partire, partirò, partir bisogna; Addio Lugano Bella; O Gorizia tu sia maledetta; Il bersagliere ha cento penne; Bella ciao; Pietà l’è morta…