#Kurds #Repressione – SVIZZERA/TURCHIA: VIAGGIO DI SOLO ANDATA – di Gianni Sartori

La notizia dell’espulsione di una richiedente asilo curda dalla svizzera si sovrappone a quella della morte in carcere di un prigioniero curdo

Se non fosse per un’altra notizia giunta in contemporanea (il 6 agosto) quella dell’espulsione in Turchia della richiedente asilo curda Bahar Yalçınkaya (madre di una bambina di cinque anni e di un bimbo di 15 mesi, nato in Svizzera) rientrerebbe ormai nell’ordinaria amministrazione.

Al momento la donna si troverebbe nel carcere femminile di Bakırköy insieme al figlio più piccolo.

Da circa due anni Yalçınkaya risiedeva nel centro di rimpatrio Rückkehrzentrum Oberhalden Finkenried a Zurigo.

Prelevata dalla sua stanza sarebbe stata ammanettata dietro la schiena davanti ai figli per venir poi condotta all’aeroporto.

Nuovamente arrestata appena giunta in Turchia, un giudice che ne ordinava la custodia cautelare in attesa del processo.

Inascoltato, Murat Özten, suo avvocato in Svizzera, aveva messo in guardia varie volte le autorità elvetiche in merito ai rischi che Bahar Yalçınkaya correva rientrando in Turchia. In quanto sottoposta a inchieste legate alle accuse nei suoi confronti di “propaganda a favore della causa curda”.

Notizia forse più inquietante del solito, dicevo, in quanto contemporanea a quella della morte di Özcan Aksu. Ugualmente posto in custodia cautelare (dopo essere stato fermato il 22 giugno), il giovane curdo è morto in un ospedale di Istanbul (l’ospedale universitario Dr. Sadi Konuk di Bakırköy). In conferenza stampa familiari, ÖHD (Associazione degli avvocati per la libertà) e ÇHD (Associazione degli avvocati progressisti) hanno richiesto un’inchiesta indipendente sia sulle torture da lui subite, sia sui ritardi nel curarlo.

Chiedendo di poter consultare tutti i dossier della polizia e con la richiesta di interrogatorio per i funzionari coinvolti (polizia, guardie carcerarie, amministratori, personale medico). Oltre a eventuali testimonianze di altri detenuti e le registrazioni delle telecamere di sorveglianza (carcere, ospedale, ambulanza…).

Dopo l’arresto Asku era stato rinchiuso (appunto in custodia cautelare, provvisoria) nel carcere di Marmara (prigione di Silivri).

La morte risale al 5 luglio, ma fuori dalla Turchia se ne è parlato solo ora. Nonostante evidenti segni dei maltrattamenti subiti (ferite, contusioni…) nessuna spiegazione ufficiale è stata data in merito alle cause del decesso. Così come delle ragioni per cui Özcan Aksu era stato arrestato.

La sorella, Melek Aksu, ha testimoniato sul fatto che i famigliari non erano stati informati dell’arresto (v. https://x.com/omeribrahim222/status/2084744298591912275) e delle difficoltà incontrate nel cercare di saper dove fosse detenuto.

Inoltre inizialmente le veniva negata la possibilità di visitarlo.

Aveva potuto vederlo, dietro un vetro, solo il 26 giugno. Le era apparso tremante, disorientato (all’inizio non l’aveva riconosciuta), con il volto tumefatto, un occhio gonfio, ferite alle orecchie, alle labbra e a un braccio. Alla sua domanda su chi l’avesse ridotto così aveva indicato le guardie dietro di lui.

Altre ferite (frattura del setto nasale, una ferita in corrispondenza del sopracciglio destro…) sono apparse al momento del recupero del cadavere da parte della famiglia.

Aksu (dopo che ferite sul suo corpo erano state fotografate) è stato sepolto in un cimitero della provincia di Muş.

Gianni Sartori

#Südtirol #LingueLocali – Il Tribunale amministrativo di Bozen riconosce il diritto all’uso della Lingua madre


Il Tribunale Amministrativo di Bolzano ha accolto parzialmente il ricorso di Roland Lang, presidente dell’Associazione Südtiroler Heimatbund (SHB), confermando così un’importante sentenza fondamentale in materia di tutela della lingua tedesca in Alto Adige. Il procedimento ha avuto origine dalla polizza di responsabilità civile per il trattore di Roland Lang. Diversi documenti relativi al contratto di assicurazione gli erano stati inviati esclusivamente in italiano. Il Tribunale Amministrativo ha ora chiarito che, in caso di assicurazione obbligatoria, tutti i documenti contrattuali relativi al contratto di assicurazione devono essere redatti sia in tedesco che in italiano.

Sono stati contestati tre documenti in solo italiano: la comunicazione relativa alla scadenza e al rinnovo dell’assicurazione, il certificato di assicurazione, l’e-mail relativa alla firma elettronica e alle sue condizioni d’uso.

    Il ricorso è stato quindi accolto! La sentenza è stata particolarmente chiara in merito a un’e-mail del 30 giugno 2026, contenente le relative condizioni d’uso per una firma elettronica avanzata. Il tribunale ha stabilito che tali documenti riguardavano direttamente il rapporto assicurativo e pertanto avrebbero dovuto essere forniti in tedesco. La firma elettronica, infatti, poteva essere utilizzata per firmare contratti e documenti relativi al rapporto assicurativo.

    Poiché Lang ha fatto valere il suo diritto di madrelingua tedesca lo stesso giorno, e la compagnia assicurativa non ha risposto a tale obiezione, il tribunale ha ritenuto che fossero stati soddisfatti anche i requisiti procedurali necessari. L’e-mail e le condizioni di servizio allegate sono state quindi dichiarate nulle. La compagnia assicurativa è stata condannata a fornire a Roland Lang una versione in tedesco dell’e-mail e delle condizioni di servizio entro 20 giorni dalla notifica della sentenza.

    È opportuno precisare che il tribunale ha anche confermato il diritto a una versione in tedesco degli altri due documenti contestati: la notifica di scadenza e rinnovo della polizza datata 8 giugno 2026 e il certificato di assicurazione.

    Per quanto riguarda la polizza assicurativa, il tribunale ha constatato che agli atti non vi era alcuna prova di un precedente ricorso per invalidità nei confronti della compagnia assicurativa. Pertanto, il ricorso su questo punto era inammissibile.
    Il presidente della SHB, Roland Lang, considera la sentenza un’importante conferma dei diritti della comunità di lingua tedesca in SudTirolo:

    “Questa sentenza dimostra chiaramente che il diritto alla propria lingua madre tedesca non può esistere solo sulla carta. Chiunque stipuli un’assicurazione obbligatoria in Alto Adige deve poter contare sul fatto che tutti i documenti gli vengano forniti nella propria lingua madre. Particolare attenzione deve essere prestata alle procedure elettroniche e ai contratti digitali. Se una compagnia assicurativa richiede ai propri clienti l’utilizzo di firme elettroniche, anche le relative condizioni devono essere comprensibili e disponibili nella lingua madre del cliente”, ha affermato Lang.

    Per il Südtiroler Heimatbund (SHB), è fondamentale che il tribunale abbia confermato il principio: i documenti contrattuali relativi al rapporto assicurativo devono essere disponibili nella lingua madre dell’assicurato. Se necessario, devono essere richiesti sistematicamente! Ma i sudtirolesi devono anche esercitare i propri diritti, afferma la SHB!

    Il tribunale non si è pronunciato esplicitamente sulle spese processuali. Poiché Roland Lang ha gestito personalmente il procedimento, il tribunale ha presunto che non avesse sostenuto spese legali rimborsabili. In pratica, ciò significa che Lang non dovrà rimborsare le compagnie assicurative (4 avvocati) per le sue spese legali, ma allo stesso tempo non riceverà alcun rimborso delle spese sostenute.

    Alleghiamo copia della sentenza e del manuale diffuso dalla Provincia di Bolzano in merito alla parità linguistica.

    #MemoriaStorica #EuskalHerria – ANCORA DUBBI E POLEMICHE SULLA SCOMPARSA DI PERTUR NEL 1976 – Gianni Sartori

    A 50 anni dalla scomparsa (non è pietosa metafora dato che il corpo non è mai stato ritrovato, un autentico desaparecido) si torna a parlare di Eduardo Moreno Bergaretxe (Pertur). Rapito all’età di 25 anni il 23 luglio 1976 a Donibane Lohizune (Iparralde, Paese basco “francese”). Il sequestro venne rivendicato dalla Tripla A e dal Batallón Vasco Español (due gruppi paramilitari che agivano come squadroni della morte e da cui deriverà il più noto GAL).

    Un caso che suscita ancora dubbi, contestazioni, ipotesi contrastanti e vere e proprie speculazioni, talora infondate.

    Senza voler dire la parola definitiva, segnalo alcune incongruenze (ricorrenti, da manuale) nella ricostruzione (difficoltosa, incerta, talvolta oscura…per forza di cose) di tale vicenda.

    Considerato l’ideologo della componente politico- militare di ETA, Pertur era l’autore di un documento passato alla storia come “el informe Otsagabia”.

    Dove proponeva di riorganizzare l’ETA, non di abbandonare la lotta armata. Ricordo che siamo nel 1976, un anno “vissuto pericolosamente” per il popolo basco (attacco fascista a Jurramendi, strage di Vitoria-Gasteiz, fallita evasione da Segovia…). Quindi ogni considerazione va “contestualizzata”.

    Da qualche mese Franco è – se pur tardivamente – defunto, ma molte componenti e costanti del franchismo sono ancora vive e vegete per quanto sul punto di riciclarsi.

    Il progetto di Pertur era piuttosto era quello di subordinare l’organizzazione armata a una strategia di più ampio respiro politico, di maggior partecipazione popolare.

    Assegnandole un ruolo più tattico che strategico. Al fine di costruire un partito rivoluzionario della classe operaia basca. Anche se le analogie rischiano sempre di nascondere una forzatura, qualcosa di simile a quanto era avvenuto con l’IRA in Irlanda (la divisione tra officials e provisionals).

    In un documento del 2017 (Pertur: la desaparición de un revolucionario) realizzato dalla Cátedra de Derechos Humanos de la UPV/EHU si sosteneva che le indagini risultavano carenti fin dall’inizio, soprattutto nel voler individuare una presunta “limpieza interna” (sostanzialmente una regolamento dei conti in stile stalinista tra ETA-m e ETA-pm, o anche tra diverse correnti di ETA-pm). Ipotesi peraltro ampiamente diffusa dai media e ripresa alla grande anche nel 50° (non solo in Spagna). Viceversa, l’altra ipotesi – quella di un’azione di guerra sporca, per mano dei servizi e di mercenari fascisti italiani – veniva semplicemente accantonata definendola “priva di fondamento”. Nonostante i numerosi indizi in tal senso.

    Con un successivo documento pubblicato e diffuso da alcuni siti della sinistra rivoluzionaria (“Otsagabia ponentsiya 50 urte: Pertur eta KASen interetor” ) si voleva restituire a Pertur la sua identità politica, diversa da quella che gli è stata in seguito attribuita (con una versione talvolta quasi caricaturale) sia da gran parte dei media che da vari settori politici (non del tutto, diciamo, “disinteressati”).

    Con l’intento di “recuperare il suo autentico progetto politico”. Progetto che all’epoca (ricordo ancora: siamo negli anni settanta del secolo scorso: ogni parallelo con il presente è fuori luogo) non implicava l’abbandono della lotta armata. Tantomeno una rapida integrazione nel sistema della democrazia rappresentativa e del capitalismo.

    Piuttosto un “adattamento” alle nuove condizioni storico-politiche. Comunque una proposta molto più complessa e complessiva (oltre che radicale) di quanto sbrigativamente veniva (e viene periodicamente) sbandierato dai media.

    Come si è amaramente constatato “Pertur sufrió una doble desaparición: no solo física, sino también política”.

    Per cui “también pretenden borrar la memoria militante de Pertur” (v. Haizea eta Sustraiak).

    Ancora oggi per avallare la tesi di un regolamento di conti tutto interno (“ajuste interno”) all’organizzazione armata indipendentista in genere si fa riferimento alla testimonianza della compagna del giovane etarra, Lourdes Auzmendi.

    Nonostante le prove (definirle solo indizi sarebbe riduttivo) presentate in tal senso da studi recenti (v. Il lavoro dello storico Iñaki Egaña e la recente intervista a un ex militante, l’avvocato Martín Auzmendi, su Berria).

    Tra gli articoli più citati e commentati (anche da Concita de Gregorio su La Repubblica) in questi giorni spicca quello del 5 luglio di Pablo Ordaz su El País: “50 años buscando a Pertur”.

    Sostanzialmente una biografia di Lourdes Auzmendi con in aggiunta l’intervista alla sorella di Pertur,Inés Moreno Bergaretxe.

    Pur accennando vagamente all’ipotesi neofascista (v. Concutelli, Calore…) e anche a una possibile implicazione dello Stato, tale via investigativa non viene approfondita

    Ma soprattutto Ordaz rilancia l’immagine di un Pertur “possibilista” scrivendo che “tras la muerte de Franco, el joven líder abogó por que la organización terrorista ETA depusiera las armas y se convirtiera en partido político”.

    Una semplificazione funzionale all’ipotesi che a eliminarlo siano stati i suoi stessi compagni.

    Nonostante quanto dichiarato dai familiari di Pertur in varie occasioni e non certo da ieri: “Confusión inicial, incertidumbre, ira, versiones contradictorias, pistas falsas, manipulación, homenajes e investigaciones fallidas; con cada paso, un rayo de esperanza y, de inmediato, una nueva desesperación”.

    Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda Iñaki Beobid su El Diario Vasco del 7 luglio. Insistendo in particolare sul fatto che due militanti di ETA, Francisco Mujika Garmendia (Pakito) e Miguel Ángel Apalategi (Apala) sono stati gli ultimi a vedere Pertur ancora in vita. Considerando tale circostanza (peraltro mai negata dagli interessati) come una prova a sostegno della “pulizia interna”.

    Se pur con qualche riserva, dieci giorni dopo El Diario Vasco pubblicava anche un documento dell’Observatorio Vasco de Derechos Humanos (GEBehatokia). In cui si sosteneva senza mezzi termini che “la desaparición de Pertur fue una operación de los servicios secretos del Estado español, y rechaza la autoría de las Fuerzas Especiales”.

    In quanto solo i servizi segreti avevano i mezzi e le competenze per allestire un tale operazione: “infiltración, organización de una trampa (trappola nda), secuestro y eliminación de pruebas”.

    Utilizzando come manovalanza i soliti neofascisti italiani (all’epoca rifugiati in massa in Spagna) e altri mercenari in grado di sequestrare il giovane militante abertzale. Prelevandolo in Iparralde e trasportandolo oltre confine (evidenti le analogie con il sequestro e l’uccisione di Laza e Zabala nel 1983).

    Sottolineando come non abbia molto senso dire che l’operazione fosse condotta da Pakito e Apala, due esponenti di spicco dell’ETA. I quali invece avrebbero evitato di incontrare pubblicamente Pertur e di farsi vedere con lui se intendevano eliminarlo.

    Inoltre – come già detto – un’operazione di tale portata richiedeva pianificazione, risorse e soprattutto coperture.

    Sempre sul documento di GEBehatokia si ricorda che anche un altro esponente dell’Ufficio Politico di ETA-pm, Sabin Atxalandabaso, aveva ricevuto lo stesso messaggio pervenuto a Pertur con cui si chiedeva da parte di un non meglio identificato “esponente dell’opposizione” di incontrarlo. Invito a cui Atxalandabaso non aveva dato seguito sospettando una trappola.

    Entrambi, Pertur e Atxalandabaso, poco tempo prima avevano trascorso un periodo in Algeria incontrando esponenti del FLN per concordare l’addestramento di decine di militanti baschi in caserme algerine (a Souma).

    E forse- un’aggravante per il governo madrileno – incontrare esponenti del Polisario.

    Di questi contatti sia l’ambasciata spagnola che i servizi segreti erano stati informati.

    Nel documento poi si analizza un precedente, avvenuto in una riunione del 1976. Quando a conclusione della stessa Pertur era stato messo agli “arresti” da altri militanti. Un episodio che andrebbe interpretato come un tentativo per ridurne il prestigio e condizionare il dibattito interno. Non certo propedeutico all’eliminazione fisica. Così come le “cospirazioni” e le “manovre sporche” di cui Pertur scriveva in una lettera a Lourdes Auzmendi andrebbero considerate come una critica severa al clima interno dell’organizzazione, non come espressione di timore per la propria vita.

    Altri articoli riprendevano poi la vicenda di Dolores González Katarain (Yoyes), dirigente di ETA assassinata nel 1986. Sostenendo che “ETA elimina a sus disidentes”.

    Sorvolando però sul fatto che in quella circostanza l’ETA aveva rivendicato il proprio operato. Come sempre del resto, anche le azioni poi considerate politicamente errate (altra cosa, ovviamente il giudizio morale).

    Appare inoltre quantomeno una forzatura (perlomeno dal punto di vista storiografico) collegare automaticamente quella che viene definita “l’eredità politica di Pertur ” al successivo disarmo di ETA-pm e alla nascita nel 1977 di Euskadiko Ezkerra (Sinistra basca, negli anni novanta confluita nel PSOE).

    Per completezza va riportato che non sono soltanto i media mainstream a sottoscrivere l’ipotesi del regolamento di conti tra fazioni interne dell’ETA, ma anche un organismo come il Centro para la Memoria de las Víctimas del Terrorismo. In uno studio di Gaizka Fernández Soldevilla, si legge che “casi absoluta certeza”, Pertur (definito un “moderato”) venne assassinato da altri etarras come conseguenza di un “conflicto ideológico”.

    Escludendo nel contempo ogni implicazione istituzionale e definendo – sbrigativamente e senza portare elementi di prova -pura “invención” la questione della “guerra sucia”.

    Qualche legittima e solida obiezione alle versioni dominanti (“ufficiali”) viene dal lavoro dello storico Iñaki Egaña (v. Il libro Objetos perdidos del 2021) e dal medico forense Paco Etxeberria, membro dell’Asociación Científica Aranzadi con cui ha partecipato alle riesumazioni nelle fosse comuni delle vittime del franchismo. Oltre ad aver investigato su alcuni casi di desaparecidos baschi (v. in particolare il caso di Lasa e Zabala sequestrati e assassinati dal GAL nel 1983).

    In Objetos perdidos,  Egaña ha pubblicato nuove testimonianze che mancavano nel rapporto UPV/EHU del 2017. Arrivando alla conclusione che l’uccisione di Pertur non fu un “ni un crimen pasional ni un acto interno de pura venganza”.

    Ma piuttosto, con ogni probabilità, una “operación de inteligencia organizada por los servicios secretos españoles —y quizás también por los franceses— con motivaciones geopolíticas”.

    A sostegno di tale ipotesi riporta che l’appuntamento richiesto a Pertur (per una inesistente riunione) il 23 luglio era una “trampa” (trappola) Preparata tramite la libreria Mugalde di Hendaya (punto di incontro abituale per i rifugiati baschi) e pervenuta da un militante fidato come Joseba Aulestia (Zotza) presumibilmente ingannato a sua volta. Come già detto anche un altro rifugiato in Iparralde, Sabin Atxalandabaso, aveva ricevuto il medesimo messaggio, ma non lo prese in considerazione ritenendolo “sospechoso”.

    Altra questione dibattuta. Per il tragitto percorso da Pertur da Saint-Jean-de-Luz alla frontiera di Behobia occorrono circa 20 minuti. Molto meno di quanto dichiarato da Francisco Mujika Garmendia (Pakito) alla polizia francese.

    Ma ciò che non implica necessariamente un rapporto con la scomparsa di Pertur. In quanto militante etarra poteva avere anche altre ragioni per mentire alla polizia.

    Altro elemento rilevante, il viaggio di poche settimane prima in Algeria di Pertur avvenuto in coincidenza con uno dei momenti più incandescenti della crisi della ex colonia spagnola del Sahara Occidentale. Con l’eventualità, plausibile, di contatti tra ETA e Fronte Polisario (fondato tre anni prima mentre risaliva al febbraio del 1976 la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi) di cui erano a conoscenza sia i servizi segreti spagnoli che quelli francesi.

    Egaña riporta che un esponente dell’intelligence francese avrebbe (condizionale d’obbligo) chiesto a Atxalandabaso informazioni su Carlos Txakala (un venezuelano sostenitore della causa palestinese arrestato in Francia) in cambio di Pertur. Individuando uno scenario più complesso di quello assai semplificato proposto dai media.

    Egaña analizza anche il metodo particolare utilizzato per contattare Pertur richiamandosi al rapporto dell’Observatorio Vasco de Derechos Humanos (GEBehatokia): “La única reunión confirmada para el 23 de julio de 1976 fue la prevista para las 11:30 de la mañana en Pausu (en la frontera con Behobia). También hemos podido confirmar que Joseba Aulestia Zotza entregó una nota a Pertur esa misma mañana, a primera hora, en su domicilio. Por lo tanto, ambas comunicaciones llegaron a Pertur a través de un canal de total confianza…”.

    E vien da chiedersi chi e perché avrebbe dovuto far ricorso a un militante di assoluta fiducia, insospettabile, come Josefa Aulestia che oltretutto condivideva in pieno al linea politica di Pertur?

    A cui si aggiunge quanto già detto sul messaggio analogo ricevuto da Sabin Atxalandabaso (come Pertur esponente dell’Ufficio politico e della sezione internazionale di ETApm). Un invito falso inviato contemporaneamente a due esponenti di ETA pm lascia intendere che qualcuno volesse colpire, disgregare la dirigenza stessa dell’organizzazione.

    A tal proposito il giudizio dell’Observatorio Vasco de Derechos Humanos (GEBehatokia) è perentorio: “la razón por la que las circunstancias de la muerte de Pertur no se han esclarecido incluso después de 50 años es el deseo de proteger el anonimato de la persona que proporcionó a la policía la información para su detención”.

    Nel suo libro Egaña riconsidera il percorso tra Saint-Jean-de-Luz e Behobia (dodici chilometri, circa 20 minuti) e il tempo impiegato dalla Renault 5.

    Alla polizia francese Pakito aveva dichiarato che viaggiarono dalle 9,40 alle 11,30 e questa dichiarazione è stata utilizzata per anni come una prova per dimostrare che “qualcosa di strano doveva essere accaduto”.

    Da ulteriori testimonianze raccolte Egaña conferma che effettivamente Pakito e Apala alle 11,50 si trovavano nel bar La Poste di Hendaya con altri militanti. Compatibilmente con i circa quaranta minuti (andata e ritorno) richiesti dal percorso (una conferma che alle 11,30 erano ripartiti da Behobia per rientrare a Hendaya).

    Ma allora perché Pakito avrebbe mentito sui tempi del viaggio con Pertur ? Forse – è l’opinione di Egaña – per coprire qualche attività clandestina o per nascondere alla polizia altre questioni, affari personali…

    E comunque se i due militanti, Pakito e Apala, avessero avuto l’intenzione di sequestrare Pertur, perché mai si sarebbero fatti vedere passeggiare tranquillamente con lui per le strade di Saint-Jean-de-Luz (come confermato da molti altri rifugiati e cittadini)? Tantomeno avrebbero ammesso di averlo accompagnato a Behobia.

    Ma l’elemento più significativo del lavoro investigativo di Egaña sembra essere la “conexión entre Pertur y Argelia” in un momento di acuta crisi della questione Saharawi. Quando Madrid di fatto amministrava ancora l’ex colonia.

    Contatti che con ogni probabilità venivano monitorati dalla polizia e dall’ambasciata spagnola.

    Nel timore che l’indipendentismo basco ottenesse ulteriore sostegno da governi o movimenti di liberazione stranieri. E qui, per analogia, vien da pensare al caso dell’esponente dell’ANC Dulcie September (v. https://centrostudidialogo.com/2021/08/07/euskalherria-sudafrica-lombra-del-gal-sulla-morte-di-dulcie-september-di-gianni-sartori/ ).

    Già l’anno prima numerosi militanti di ETA.pm erano stati addestrati nello Yemen (dove avrebbero conosciuto quel venezuelano, Carlos Txakala, a cui si interessavano i servizi segreti francesi).

    Appare poi evidente che se Pertur fosse stato effettivamente quel “posibilista y reformista” (di cui parlano i media mainstream) che intendeva abbandonare in maniera assoluta la lotta armata in nome della democrazia borghese e del capitalismo, perché mai si sarebbe recato in Algeria a trattare per l’addestramento militare dei militanti baschi?

    Forse non era esattamente quello il suo obiettivo. Forse intendeva piuttosto trasformare l’ETA in uno strumento subordinato alla direzione politica, non eliminarla di punto in bianco.

    Potremmo – forse -definirlo un “marxista rivoluzionario e antimperialista” che cercava di adattare la strategia al nuovo contesto del post-franchismo (relativamente post va detto).

    Infatti nel documento conosciuto come “el informe Otsagabia” non si parla di deporre le armi (siamo, ribadisco, nella Spagna degli anni settanta non ancora completamente fuoriuscita dal franchismo: un’altra epoca, un altro contesto sociale …), ma piuttosto di costruire un partito rivoluzionario per la classe operaia basca.

    Come ha spiegato recentemente Martin Auzmendi, militante con Pertur e avvocato della famiglia: “Él no cuestionaba la lucha armada; nosotros tampoco, y yo también estaba allí. Sosteníamos que era necesario adaptarse y que la lucha armada debía proteger los logros de los movimientos populares, bajo dirección política. A partir de esto, algunos han dicho, por decirlo suavemente, que Pertur Berezie fue eliminado porque quería acabar con la lucha armada. Y eso no es cierto; las discrepancias eran otras”.

    All’oscura vicenda di Pertur si collega una similare, quella di Bernardo Bidaola (Txirrita). Il giovane faceva parte di un piccolo gruppo legato a ETA-pm che il 25 aprile 1976 tentava di “crusar la frontera” (con l’aiuto di una guardia forestale) tra Sara e Etxalar. Preparando il terreno per un’evasione dal carcere di Martutene (a soli venti giorni da quella, poi fallita, di Segovia organizzata da ETA-m e da ETA-pm e in cui perse la vita il libertario catalano Oriol Solé del MIL). Il piccolo gruppo di polimili venne intercettato dalla Guardia Civil. Rimasto indietro a causa di una ferita, Txirrita scomparve per oltre un mese. Venne ritrovato cadavere nei boschi il 28 maggio. Stando alla versione ufficiale si sarebbe suicidato. Ma nel 2018 il medico forense Paco Etxeberria (che aveva partecipato alle ricerche di Pertur) dopo una nuova autopsia aveva categoricamente smentito l’ipotesi del suicidio arrivando a chiedersi: “¿dónde estuvo Txirrita todo este tiempo y quién lo mató?”.

    Un inciso: ovviamente anche qualche lettore avrà pensato alla problematica morte di Anuk (Xabier Kalparsoro) nel settembre 1993…

    C’è un particolare che collega il caso di Pertur con quello di Txirrita.

    Anche Txirrita era appena rientrato dall’Algeria dove aveva preso parte all’addestramento organizzato da Pertur e Atxalandabas. Ed era a conoscenza sia dei nomi dei partecipanti, sia degli accordi con il FLN algerino, sia delle questioni logistiche.

    Citando ancora, stavolta per esteso, l’ottimo Egaña: “Los servicios de inteligencia españoles obtenían información sobre el entrenamiento de la milicia mediante arrestos y torturas. Los detalles y nombres de quienes viajaban a Argelia se publicaban meses después en un informe exhaustivo firmado por Alberto Semprún. Sin embargo, al parecer, la policía disponía de muy poca información sobre ETA (PM). La única excepción era la información obtenida a través de Bernardo Bidaola Txirrita; este militante de ETA (PM) fue arrestado el 25 de abril de 1976 en la frontera de Etxalar. Apareció muerto 33 días después, cerca del lugar de su detención. Según la dirección de ETA (PM), fue trasladado al cuartel de la Guardia Civil en Pamplona, donde murió durante una sesión de tortura. Antes de su arresto, Bidaola acababa de regresar de un entrenamiento en Argelia. Al parecer, gracias a la información obtenida bajo tortura de Txirritari, los servicios de inteligencia lograron identificar a Pertur y Atxalandabaso como los responsables de las negociaciones con Argelia y comenzaron a preparar una operación para eliminarlos. Unos meses después, un artículo publicado por Alberto Semprun reveló los nombres de los militantes que habían viajado a Argelia, pero no se trataba de periodismo de investigación, sino de una filtración destinada a legitimar la persecución contra Pertur y convertirlo en objetivo. Una vez más, la prensa actuó como portavoz de la policía y los servicios de inteligencia, y le asignó otro objetivo a Pertur. Además, los casos de Txirrita y Pertur revelan que las autoridades y los principales medios de comunicación han utilizado el mismo modelo para abordar las desapariciones. En el caso de Txirrita, el Ministerio del Interior supuso que se había suicidado; sin embargo, el trabajo forense de Paco Etxeberria refutó esta versión. En el caso de Pertur, la policía primero difundió el rumor del intercambio, y luego la prensa estableció la hipótesis de una purga interna”.

    E conclude: “ ¿Por qué deberíamos creerles sobre la desaparición de Pertur? ¿Por qué deberíamos dar crédito a quienes han repetido la misma versión una y otra vez durante medio siglo?”.

    Nel corso delle sue indagini (e grazie alla collaborazione di Gorka Endaza) nel 2016 Egaña aveva raccolto le testimonianze di alcuni ex contrabbandieri. Costoro avrebbero ammesso (senza però spiegare da chi provenisse tale consegna) di aver tentato di occultare il cadavere di Txirrita in una grotta vicino a Etxalar. Ma per un incidente il corpo era rimasto deposto tra gli alberi dove venne casualmente rinvenuto. Il mese successivo gli stessi contrabbandieri ricevevano il compito di far sparire un altro cadavere riuscendo a occultarlo nella cavità già individuata per Txirrita. Inevitabile chiedersi: si trattava del corpo di Pertur? Una eventualità da non scartare a priori.

    Per cui, recatosi a Etxalar con il medico forense Paco Etxeberria (muniti di metal detector e con alcuni speleologi), Egaña insieme a Gorka Endaza, aveva lungamente esplorato la zona. Esaminando varie cavità, ma invano: alcune risultarono troppo anguste o nel frattempo si erano allagate. Ma soprattutto un’altra risultava completamente bloccata da numerosi pali di cemento.

    Un mistero inquietante.

    Sempre in base alle ricostruzioni di Egaña, il duplice mistero sulla scomparsa provvisoria di Txirrita e su quella definitiva di Pertur si colloca a pieno titolo in quella che è passata alla storia come Operación Pancorbo. Avviata nel 1975 dal generale José Antonio Sáenz de Santa María (stando alla sua biografia, su precisa richiesta del ministro Manuel Fraga Iribarne), prende il nome dalla località di Pancorbo (nei pressi di Burgos). Destinata a diventare un centro per la detenzione, gli interrogatori ed eventualmente l’eliminazione dei militanti abertzale. In puro stile argentino.

    Si ritiene infatti che per l’occasione alcuni esponenti della giunta argentina siano appositamente venuti a Madrid per fornire assistenza e collaborazione.

    Coincidenza, dal giugno 1975 si registrarono almeno 35 attacchi contro rifugiati baschi in Iparralde. A cui aggiungere sia i casi di Pertur e di Txirrita, sia diversi episodi di “suicidio” o “incidente” che in realtà potrebbero essere esecuzioni extra-giudiziarie mascherate.

    Nel 2019 Egaña con Etxeberria riesumarono dal cimitero di Ameyugo (Burgos) il corpo di un giovane dall’apparente età di 25. Con le mani legate, due colpi di arma da fuoco alla testa e segni di tortura (dita del piede amputate). Nella convinzione di aver finalmente trovato Pertur, venne sottoposto alle analisi con il DNA. Ma invano e il cadavere, forse una vittima della Guerra civile, era destinato a rimanere anonimo. Comunque un segno di continuità dato che qui (a pochi chilometri da Pancorbo) per decenni durante la dittatura franchista vennero giustiziati prigionieri repubblicani e dissidenti. Un continuo sovrapporsi di pratiche repressive fino alla guerra sporca contro l’indipendentismo basco.

    Concludo tornando all’annosa questione della presenza (cospicua)di neofascisti italiani rifugiati in Spagna (Concutelli, Calore, Delle Chiaie, Pozzan, Cauchi, Cicuttini, Vinciguerra…) e della partecipazione di alcuni di loro (come quelli fotografati a Jurramendi sempre nel 1976) nella repressione dei dissidenti. Non solo baschi, naturalmente. Vedi i cinque giuslavoristi assassinati a Madrid nel gennaio 1977 (Matanza de Atocha) dove il “palo” sarebbe stato un italiano.

    Ripescando da precedenti articoli scritti in “epoca non sospetta”, segnalo:

    Su Pertur e i fascisti italici: https://centrostudidialogo.com/2023/03/17/euskalherria-memoriastorica-scusate-se-vi-parlo-ancora-di-pertur-di-gianni-sartori/

    Per una visione d’insieme del 1976 in Euskal Herria: https://centrostudidialogo.com/2021/09/02/euskalherria-prigionieripolitici-qualche-considerazione-sui-paesi-baschi-e-la-recente-liberazione-di-un-prigioniero-di-gianni-sartori/

    Gianni Sartori

    #Südtirol #Approfondimenti – Osservazioni sulla ricostruzione del Palazzo del Tribunale di Bolzano

    Come i più informati sapranno, Il Palazzo di Giustizia di Bolzano, è temporaneamente inagibile e chiuso al pubblico a causa di un grave crollo parziale della struttura avvenuto il 16 luglio 2026.

    La struttura è ubicata in Piazza del Tribunale. La Piazza fu realizzata tra il 1939 e il 1942 ed il Palazzo di Giustizia, a forma concava, fu costruito tra il 1939 e il 1956.

    Al centro della facciata era collocato un rilievo raffigurante la Giustizia seduta, priva della benda sugli occhi che tradizionalmente simboleggia l’imparzialità; ai suoi lati sono raffigurati un giudice recante il codice e un soldato con una spada.

    Lungo il perimetro superiore della facciata corre un’iscrizione in latino, “Pro italico imperio virtute iustitia hierarchia unguibus et rostris” (“Virtù e giustizia a difesa dell’impero italiano con i denti e le unghie”), che richiama retoricamente i valori del regime fascista a difesa dell’impero.

    Con il suo esplicito riferimento all’impero coloniale fascista proclamato nel 1936, l’iscrizione rimanda alla funzione originaria dell’edificio, che, insieme alla sede del partito e alla chiesa di Cristo Re, situata in posizione sfalsata, era destinata a glorificare il regime e, lungo l’ex viale Giulio Cesare (l’odierno Corso Italia) a svolgere “l’esplicita funzione di essere una porta d’accesso ideologica alla “Nuova Bolzano” fascista”.

    Visto che tale aspetto ha sempre causato tensioni, proprio per i palesi riferimenti al periodo fascista, con la componente linguistica tedesca della Provincia di Bolzano, ora che si parla di ricostruzione andrebbero identificati nuovi percorsi per risolvere tale situazione.

    A tal fine, l’associazione https://www.suedtiroler-freiheitskampf.net/ ha incaricato l’avvocato Nicola Canestrini, dello studio legale https://canestrinilex.com/ di redigere una valutazione giuridica su tale questione e, grazie alla disponibilità del suo presidente Roland Lang, siamo in grado di offrirla alla lettura di chi ci segue, nella speranza che le autorità preposte taglino i legami con il passato e guardino verso un futuro di concordia tra le componenti della Società Civile sudtirolese.

    #Americhe #Territorio – BRASILE: INDIGENI E “SENZA TERRA” ALLA STREGUA DI TERRORISTI? – di Gianni Sartori

    L’occupazione delle terre da parte di indigeni e contadini poveri viene regolarmente sottoposta alla repressione. Ma le cose potrebbero anche peggiorare…

    Le ultime notizie dal Brasile riguardavano sia le lotte per il recupero di terre ancestrali da parte di gruppi indigeni, sia quelle dei contadini senza terra determinati a riappropriarsi di un lembo di terreno coltivabile attingendo alle immense proprietà di qualche ricchissimo fazendero. Ricordando che in Brasile l’1%  possiede il 45% delle terre agricole (probabilmente la maggiore concentrazione fondiaria al mondo). A fronte di almeno 3 milioni di contadini senza terra.

    E ovviamente ogni occupazione delle terre (v. Portella delle Ginestre, 1 maggio 1947) comporta una dura repressione. Anche in Brasile. Sia da parte di gruppi paramilitari al soldo dei latifondisti, sia per mano delle forze speciali. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio gruppi di pistoleros mercenari avevano ripetutamente attaccato le terre di Kaa’Jari nel territorio indigeno Iguatemipeguá (municipalità di Amambai) e di Coronel Sapucaia, (Stato del Mato Grosso do Sul). Successivamente erano entrate in campo le DOF (Dipartimento per le operazioni di frontiera) e la polizia militare operando una mezza dozzina di arresti (anche un minorenne). Procedendo all’espulsione di numerose famiglie indigene deportate nel villaggio di Limão Verde (ugualmente sottoposto a spari ed esplosioni) e presidiando militarmente la zona. Dove – stando alle informazioni raccolte dal CIMI – un piccolo gruppo di indigeni potrebbe essere rimasto sul posto in difficili condizioni. Isolati, circondati dalle truppe della DOF che occupano ogni punto di accesso alla riserva e ogni strada anche secondaria.

    Da tempo i rappresentanti della comunità guarani-kaiowá denunciavano i colpevoli ritardi nel riconoscimento delle loro terre ancestrali (ormai da oltre venti anni). Come si legge nel comunicato stampa del CIMI (Conselho Indigenista Missionário): “Nella terra indigena (TI) Iguatemipeguá 2, nella notte di sabato 25 e l’alba di domenica 26 (aprile nda) un gruppo di Kaiowá e Guarani ha ripreso possesso di una parcella della fazenda Limoeiro, limitrofa della riserva Limão Verde e sovrapposta al tekoha*  Tapykora Korá. Questa rivendicazione deriva dagli eventi dell’anno scorso, ossia il rientro delle famiglie Kaiowá et Guarani sulle loro terre ancestrali nella zona rivendicata della TI”.

    Come già detto, pronta la reazione dei proprietari. Con l’attacco durato l’intera notte da parte di tiratori professionisti a cui seguiva l’intervento della DPF con il supporto delle truppe scelte e l’arresto di alcuni autoctoni. Tra quelli identificati grazie a un video girato sul posto: Josilaine Gonçalves e suo padre, Valdenir Gonçalves, Aracilda Nunes, Carlos Garniel Batista da Silva, Daiane Ortiz e un ragazzo di 14 anni di cui si conoscono solo le iniziali (GV). Di seguito portati nel commissariato di Amambai. E – raccogliendo le istanze degli indigeni – il comunicato del CIMI aggiunge: “Siamo molto preoccupati in quanto la polizia picchia e tortura le persone arrestate, ma sosteniamo che l’occupazione delle terre è legittima. Non stiamo recuperando altro che ciò che era nostro tradizionalmente. La zona era stata oggetto di uno studio e un accordo giudiziario prevedeva la sua delimitazione. Perché non è stata ancora realizzata? Noi la occupiamo come una forma di auto-delimitazione in quanto non esiste altra soluzione per il nostro popolo”. Invano Kaiowá e Guarani, fin dalle prime ore del mattino del 26 aprile, avevano chiesto l’intervento della FNSP (Forza nazionale di sicurezza pubblica), ma questa si è fatta viva solo nel pomeriggio quando pistoleros e DOF avevano completato l’opera di trasferimento forzato.

    La fazenda Limoeiro occupa, viola di fatto, il territorio Kaa’Jari che è parte integrante della terra indigena (TI). Come veniva definito in dettaglio dal rapporto di identificazione e delimitazione (RCID) e stabilito dall’ordinanza 790 della FUNAI (Fondazione nazionale per i popoli indigeni) già dal 2008. La riserva di Limão Verde (una delle otto del Mato Grosso do Sul) era stata creata per decreto nel 1928 in risposta alle richieste del Servizio di protezione degli Indiani (SPI). Doveva interessare circa 2000 ettari, ma l’invasione delle fattorie ha ridotto a soli 668 ettari quelli realmente occupati dai popoli Kaiowá e Guarani. Per cui: “siamo qui in attesa delle procedure amministrative di demarcazione dal 2008. Soffrendo la fame, la mancanza d’acqua e ammalandoci a causa dei pesticidi utilizzati dall’azienda”. Altri gruppi indigeni vivono in accampamenti di fortuna lungo le autostrade. Va anche ricordato che la terra indigena Iguatemipeguá 2 resta inclusa nel CAC (Compromisso de Ajustamento de Conduta) del febbraio 2007 firmato tra il Tribunale federale (MPF) e la Funai. Sempre In aprile (dal 3 al 17) una delegazione di 30 autoctoni si era recata a Brasilia chiedendo alla Funai di completare il processo di identificazione e delimitazione come stabilito dai decreti del Ministero di Giustizia. Oltre ad avviare nuovi studi e indagini per identificare le altre zone (almeno un’ottantina) rimaste fuori dalle misure di demarcazione. In ogni caso si tratterebbe solo di una minima parte dei territori da cui Kaiowá e Guarani sono stati espulsi. Come ha spiegato Aty Guasu in una lettera al Ministero “noi occupiamo meno del 3% dell’attuale territorio del Mato Grosso do Sul ossia meno del 10% di quello che era il nostro Tekoha Guasu (Grande Territorio nda)”. Quasi contemporaneamente (il 1 maggio), nello Stato del Pará, un migliaio di famiglie avevano occupato delle terre chiedendone la redistribuzione. Rianimando un conflitto di lunga durata con i proprietari terrieri,conseguenza della difficile situazione in cui versano molte comunità rurali. Il MST (Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra) lotta – legittimamente – per la redistribuzione della terra in base all’articolo 184 della Costituzione brasiliana. L’occupazione aveva subito un vero e proprio assedio (bloccando la fornitura di cibo e acqua) di alcuni giorni da parte della polizia e dei gruppi armati al servizio dei grandi proprietari terrieri. In nome, ca va sans dire, della difesa della proprietà privata. Cogliendo forse l’occasione di questi ultimi eventi (ma la richiesta aleggiava da tempo) Il deputato Evair de Melo, seguace di Bolsonaro, ha chiesto agli Stati Uniti di inserire il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra tra le organizzazioni terroriste. Accusando – senza fornire la benché minima prova -il MST di legami con il narcotraffico e i gruppi armati e lo stesso MST di volersi trasformare in una “milizia armata” operante in Venezuela (?!). Un intervento organico all’offensiva condotta dall’estrema destra brasiliana per criminalizzare le iniziative dei contadini senza terra e degli indigeni.

    Una campagna diffamatoria intesa a giustificare l’ulteriore inasprimento della repressione e che ha colpito anche altri movimenti come la LCP (Lega dei contadini poveri) nello stato di Rondônia. La componente bolsonarista cerca in tal modo di garantirsi sostegno internazionale (in particolare da Trump) nel tentativo di qualificare come “terrorista” ogni gruppo dissidente in Brasile (quelli di sinistra, beninteso). In pratica, una richiesta di “intervento, di ingerenza straniera” come è stata definita e criticata dal governo nazionale (federale, Gabinete do Brasil) di Lula.

    *nota 1: Nella lingua guarani il termine Tekoha assume vari significati. Letteralmente “il luogo di un modo di essere” (Teko: si riferisce alle norme, usanze, modi di vita della comunità; Ha significa luogo), ma nel tempo ha assunto un significato sacro, il luogo dove le tradizioni si conservano e perpetuano. Ossia dove i Guarani vivono in armonia con la loro cultura e l’ambiente.

    Gianni Sartori