#SIRIA #KURDS – LA TURCHIA SI PREPARA A UNA NUOVA INVASIONE? – di Gianni Sartori

L’ipotesi che i testi missilistici del 16 ottobre avessero anche la funzione di “ricattare” gli Stati Uniti non appare del tutto campata per aria. Il messaggio di Ankara potrebbe essere questo: “se non ci permettete di invadere ulteriormente i territori curdi della Siria e del Nord Iraq (e magari anche il Nagorno-Karabakh a spese degli armeni) il sistema S-400 potrebbe diventare operativo in breve tempo”.

Ipotesi, naturalmente. Ma qualcosa vorrà pur dire il fatto che ormai da quattro giorni l’esercito turco sta attaccando sia i villaggi controllati  dalle Forze democratiche siriane (FDS) sia le postazioni del regime di Damasco (AAS).

Bombardando sistematicamente  Tel Abyad, Ain Issa e Tel Rifat. Con una particolare attenzione per le zone a est di Kobane. Lo scopo dell’operazione – che ha tutta l’aria di essere propedeutica a una nuova invasione – sarebbe quello di isolare ulteriormente la regione del Rojava rispetto alle altre regioni curde della Siria e anche dal Kurdistan iracheno (Basur).

Una invasione da concretizzare a breve, magari entro la prossima settimana e comunque prima delle elezioni statunitensi.

L’eventualità di una sconfitta per Trump (sostanzialmente non ostile verso Erdogan) e della vittoria per Biden potrebbe rimescolare le carte e – ma non contiamoci troppo – portare a ripristinare un maggiore sostegno ai curdi da parte di Washington.

Per questo l’intensità di questi nuovi attacchi è rivolta – ca va sans dire – soprattutto contro i curdi.

Obiettivo immediato di Erdogan sarebbe quello di allargare il più possibile i confini della sua riedizione di un  “sultanato ottomano”. A spese sia del Rojava che del Kurdistan del Sud (Basur, Nord Iraq) occupando anche le terre abitate dai curdi yazidi nella regione di Sinjar (Singal in curdo).

Mettendo il nuovo presidente statunitense – chiunque esso sia – di fronte al fatto compiuto.

D’altra parte perché dovrebbe preoccuparsi? E? fuori discussione che tutti o quasi (USA, Russia, Ue, Nato e anche l’ONU) sostanzialmente lo hanno lasciato fare, impunemente. Almeno finora, per Ankara non è stata delineata alcuna “linea rossa”.

Usque tandem?

Gianni Sartori

 

#REPRESSIONE #TURCHIA : LA MORTE SOSPETTA DI UN ALTRO PRIGIONIERO CURDO – di Gianni Sartori

Un rosario ormai. Un altro prigioniero curdo muore nelle carceri turche e – ancora una volta – lo spettro della tortura aleggia sulla sua tragica fine.
 
La prigione di alta sicurezza – di tipo F – si trova nella provincia di Kirikkale (Anatolia centrale). La giovane vittima (27 anni) si chiamava Serkan Tumay e i suoi familiari puntano ora il dito sui secondini che lo avevano picchiato brutalmente il mese scorso (come hanno confermato gli altri detenuti).
 
In particolare ne avevano sbattuto ripetutamente la testa contro il muro. Il giovane curdo aveva riportato molteplici fratture anche al cranio. Secondo i familiari, una sorta di rappresaglia nei confronti del prigioniero (condannato a una pena di due anni) per le sue denunce in merito sia alla disumana situazione carceraria, sia alle ripetute violenze dei carcerieri. Informati del pestaggio subito dal loro congiunto, i familiari avevano già sporto denuncia presso il procuratore generale di Manisa che – a sua volta – trasmetteva un rapporto alle autorità competenti di Kirikkale. Da questo, presumibilmente, la selvaggia, brutale ritorsione nei confronti di Serkan.
 
A conclusione della vicenda, informati il 18 ottobre della morte avvenuta il giorno prima, i familiari di Serkan hanno immediatamente sporto denuncia per omicidio nei confronti dell’amministrazione carceraria.
 
 
 
 
Gianni Sartori

#VENETO #MemoriaStorica – La prima fake news nel Veneto? I dati del plebiscito di annessione all’Italia – di Ettore Beggiato

Il Veneto è stato annesso all’Italia con un plebiscito che si è svolto nei giorni 21 e 22 ottobre 1866, in ossequio a quanto previsto dal trattato di pace stipulato a Vienna  fra Italia e Austria il 3 ottobre 1866 nel quale si parla di “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”. 

Lascio perdere in questa sede che il Veneto fu in realtà passato al Regno d’Italia due giorni prima del voto, venerdì 19 ottobre, come sta scritto nella “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia” dello stesso giorno, e che quindi i veneti andarono a votare quando tutto era già stato deciso,  lascio anche perdere il modo in cui si svolsero le votazioni, schede di colore diversi per il si e per il no, obbligo di dichiarare le proprie generalità, nessuna segretezza del voto, per chiedere la vostra attenzione sulle varie lapidi che sono presenti nelle piazze e nei palazzi della nostra regione. 

Incomincio da quella che riporta i dati complessivi, visibile all’interno del Palazzo Ducale di Venezia; sta scritto che i voti favorevoli furono 641.758, quelli contrari appena 69, i voti nulli 273, vuol dire che il 99,99 % votò a favore. 

Passiamo a quella esposta a Palazzo Moroni, sede del Comune di Padova, dove si può leggere 15280 “tutti pel si”, che bravi i padovani ! 

In quella esposta nel Palazzo dei Trecento a Treviso, si legge che i voti affermativi furono 84526, quelli negativi 2, nulli 11; a Bassano del Grappa altro trionfo 3508 pel si, zero per no e 14 nulli. 

Allora, lascio da parte tutte le considerazioni di carattere storico, culturale, economico, sociale e faccio solo considerazioni di carattere statistico: è possibile che su quasi 650.000 votanti ci sia una percentuale del 99,99 % ? Gli studiosi lo escludono categoricamente, perché c’è il cosiddetto voto di sbaglio, perché qualche bastian contrario c’è sempre eccetera … è matematicamente impossibile che una massa così importante di votanti si arrivi al 99,99 % di voti in un senso oppure nell’altro …Eppure gli storici del regime si guardano bene dal contestare simili dati. 

E ancora, sono credibili i dati che appaiono a Padova, a Treviso, a Bassano del Grappa ? Non è credibile che a Padova non ci sia stato un voto contrario, non è credibile che a Bassano sia successo la stessa cosa e che nell’intera provincia di Treviso ci siano stati appena due voti contrari. 

E se non sono dati credibili, sono dati falsati; ma queste cose bisogna dirle, perché altrimenti si diventa complici di falsari; invece su tutta la questione  del plebiscito-truffa di annessione del Veneto all’Italia c’è un atteggiamento omertoso che dura da oltre centocinquantanni. 

 

Ettore Beggiato 

 

Autore di  “1866: la grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia” 

      

DIVAGAZIONI SU: MONO AZUL, GUERRA CIVILE SPAGNOLA, LORCA, WEIL …CON QUALCHE SUGGESTIONE LIBERTARIA… – di Gianni Sartori

Presumibilmente il riferimento all’anarchismo che – talvolta – emerge parlando di Federico Garcia Lorca (in qualche occasione direttamente da parte dall’interessato, vedi un paio delle sue numerosissime interviste) andrebbe inteso in senso puramente artistico, letterario.

Anche se qualche coincidenza di natura maggiormente politica – volendo – si potrebbe anche ripescarla.

Prima coincidenza. Il fatto che andando a presentare le opere teatrali del Siglo de Oro nei villaggi rurali e nei quartieri operai indossasse – a quanto riferiscono i biografi – il mitico mono azul.

Messa in scena? Paternalismo? Forse, ma non solo. Lorca partecipava sinceramente  alle sofferenze del popolo, degli oppressi. Pur restando sostanzialmente un riformista, non certo un rivoluzionario, Lorca era un antifascista dichiarato e possiamo ascriverlo sicuramente tra i “nostri”.

Sappiamo infatti – e forse la sua scelta non era casuale – che il mono azul, la tuta blu da operaio, era – di fatto – anche una sorta di divisa degli anarcosindacalisti. Lo divenne sicuramente nel corso della guerra civile quando le milizie libertarie (composte da militanti della FAI, della CNT, del POUM e anche da internazionalisti come Rosselli) usavano tale indumento – pratico se non comodo – in trincea e in battaglia (anche perché altri presumibilmente non ne avevano). Tra l’altro questo potrebbe spiegare perché durante la Resistenza i partigiani azionisti (politicamente gli eredi di Giustizia e Libertà) indossassero talvolta la tuta da operaio (mentre i comunisti, quando potevano scegliere, preferivano abiti di foggia militare).

Un esplicito richiamo alla militanza di Carlo Rosselli in una colonna mista di anarchici italiani (tra cui Camillo Berneri) ed esponenti di Giustizia e Libertà?

Seconda coincidenza. Da più parti ci si ostina a dire che il luogo preciso (comunque localizzato nel territorio di Fuentegrande de Alfacar, nei pressi di Granada) dove venne sepolto l’autore di Poeta en Nueva York  non è stato ancora ritrovato. E’ invece assai probabile che qualche anno fa venisse identificato. Tuttavia i discendenti ne avevano impedito (o comunque fatto sospendere) la riesumazione in quanto il cadavere potrebbe essere stato deturpato – con un volgare riferimento alla sua omosessualità – dagli aguzzini di Lorca. Ma la coincidenza anarquista in che cosa consisteva allora? Insieme a quello del poeta – nella medesima fossa comune – erano stati interrati altri corpi, tra cui quelli di due militanti anarchici fucilati con Garcia Lorca (Joaquin Arcollas e Francisco Galadi). Tutto qui, ma la cosa è perlomeno curiosa.

Tornando poi sul mono azul è inevitabile rivedere l’immagine in tuta da operaia di Simone Weil.

Anche se in genere all’epoca le lavoratrici indossavano camici o grembiuli, la foto viene sovente utilizzata a commento della  – per quanto breve – esperienza da lavoratrice di fabbrica della tormentata filosofa (anche alla Renault).

In realtà osservandola attentamente si intravede una parte (due lettere) della sigla CNT, il sindacato degli anarchici nella penisola iberica.

Non solo. La foto sembra proprio scattata a Barcellona. Anche perché alle sue spalle si nota un tipico platano delle Ramblas (almeno nelle rare occasioni in cui la foto viene pubblicata integralmente, di solito l’albero risulta “tagliato”). Nonostante i buoni propositi, Simone Weil venne presto allontanata dall’impiego delle armi. Durante l’addestramento militare i suoi compagni rischiavano di venir colpiti dalla maldestra volontaria (forse per scarsità di diottrie) e quindi si preferì dirottarla alle cucine. Anche qui però incontrò qualche difficoltà, ustionandosi seriamente per aver messo il piede in una padella di olio bollente. Alla fine decise quindi di smobilitare individualmente rientrando in Francia (su richiesta degli apprensivi genitori che l’avevano
raggiunta).  

A posteriori –  quasi per giustificare la sua defezione – evocherà la delusione provata, a suo dire, per il comportamento dei miliziani repubblicani.

In particolare per alcuni “eccessi” che sarebbero stati commessi dagli anarchici (episodi che le erano stati riferiti, quindi con beneficio d’inventario). Quelli di cui racconterà nell’infelice e inopportuna lettera a George Bernanos. Quantomeno una “caduta di stile”  per quell’osceno e sproporzionato paragone tra i crudeli massacri (oltre tremila morti) operati dai fascisti italiani a Maiorca  (vicenda raccontata malamente, direi timidamente, in qualche pagina de I grandi cimiteri sotto la luna) e le presunte intemperanze della Colonna Durruti.

Ma prima di morire, stando almeno a quanto ebbe a dichiarare la nipote dopo la seconda guerra mondiale, Simone Weil avrebbe fatto in tempo a ricredersi. Dopo essere venuta a conoscenza dei ben più gravi misfatti commessi dai franchisti (e dai loro alleati italiani e tedeschi) nei confronti delle popolazioni iberiche (e dei Repubblicani in particolare, vedi le sacas). E anche della sorte disgraziata toccata alle altre donne miliziane del suo gruppo.




 

Gianni Sartori