#ALBANIA – COME DA MANUALE: LA REPRESSIONE GARANTISCE LO SFRUTTAMENTO (E I PROFITTI) – di Gianni Sartori

bulquiza

Contraddizioni (eufemismo) del capitalismo. Nonostante le esportazioni di cromo producano oltre 100 milioni di euro annuali, le famiglie di Bulqiza (la cui stessa sopravvivenza dipende dalle miniere) sono tra le più povere dell’Albania. La costituzione del Sindacato unitario dei minatori di Bulqiza risaliva al 17 novembre dell’anno scorso. Erano trascorsi soltanto cinque giorni e già il presidente di tale organizzazione veniva poco elegantemente licenziato dalla società mineraria AlbChrome (una delle società che fanno parte della Balfin di Samir Mane, la più potente associazione di società minerarie presente nella regione).
Pronta la risposta delle maestranze che entravano in sciopero esigendo la reintegrazione del sindacalista sul posto di lavoro, la fine della repressione antioperaia e un congruo aumento salariale.
Apriti cielo! Non l’avessero mai fatto! Nei giorni successivi è scattata la rappresaglia e altri sindacalisti, sia dirigenti che semplici iscritti, sono stati fermati, incarcerati – se pur temporaneamente – e interrogati dalla polizia. E agli inizi del dicembre 2019, un altro membro del comitato sindacale veniva licenziato. Tutto questo senza che i media ne dessero notizia. Sotto il tiro incrociato della proprietà e delle forze di polizia, i minatori decidevano allora di sospendere lo sciopero in cambio della – per quanto vaga – garanzia che la questione dei sindacalisti allontanati forzatamente sarebbe stata riesaminata dall’Ispettorato del lavoro.
Ma in realtà tutto era poi continuato come prima. Sia per quanto riguarda i numerosi e gravi incidenti in miniera, sia con le minacce di licenziamento per alcuni sindacalisti e retrocessione di qualifica per altri. In gennaio, mentre alcuni “mazzieri” sul libro paga di Samir Mane devastavano un luogo di ritrovo dei minatori, la polizia arrestava altri militanti intenti a distribuire un volantino di protesta contro l’AlbChrome.
Con la fantasiosa accusa di “turbare l’ordine pubblico” e di “provocare il panico tra la cittadinanza”.
Gianni Sartori

#Americhe -COLOMBIA: L’ELN DICHIARA LO SCIOPERO GENERALE (ARMATO) – di Gianni Sartori

camilo torres

Il 14 febbraio l’Ejército de Liberacion Nacional (una delle più antiche formazioni guerrigliere della Colombia, la sua fondazione risale al 1964) aveva decretato uno sciopero generale armato di 72 ore. In particolare nei settori delle attività commerciali e del trasporto.

Coincidenza, il 15 febbraio cadeva l’anniversario della morte in combattimento (nel 1966) del prete Camilo Torres, esponente della teologia della liberazione e guerrigliero integrato nell’ELN.

Ernesto Che Guevara, destinato a morire nell’ottobre dell’anno successivo, fece in tempo a ricordarlo nel suo Crear dos, tres…muchos Vietnam– Mensaje a los pueblos del mundo a través de la Tricontinental” (insieme ad altri guerriglieri latino-americani caduti negli anni sessanta: Turcios Lima, Fabrizio Ojeda, Lobaton e Luis De la Puente Uceda…).

Stando alle prime impressioni, lo sciopero appare sostanzialmente riuscito, almeno nei territori controllati dalla guerriglia. A conti fatti, l’esercito ha dato prova di inadeguatezza – se non di impotenza – nell’impedire l’azione di protesta. E questo nonostante le ottimistiche dichiarazioni in conferenza stampa di alcuni ufficiali di alto grado.

Come era stato “consigliato” dall’ELN, in molte località soldati e poliziotti hanno preferito rimanere all’interno delle caserme e dei commissariati

Nel frattempo la guerriglia colpiva nei punti cruciali varie infrastrutture riuscendo a fermare un paio autostrade in direzione di Bogotà e di Medellin.

Sempre l’ELN ha fatto saltare – rendendola temporaneamente inagibile – la strada da Catatumbo verso il Venezuela e Cucuta (Norte de Santander).

Ridotto in maniera significativa anche il traffico tra Calì e la frontiera con l’Ecuador. Autisti di autobus e camionisti si sono rifiutati di percorrere la strada panamericana che attraversa territori in cui è significativa la presenza – e l’azione di controllo – dell’ELN (in particolare nel sud-ovest della provincia del Cauca).

Dopo aver subito alcuni attacchi armati, la compagnia petrolifera Ecopetrol (pubblica) ha dovuto fermare la pipeline Cano-Limon Covenas.

Nel dipartimento di Arauca, alcune città (tra cui la capitale provinciale) apparivano completamente deserte.

Nel corso dei combattimenti tra guerriglia e forze dell’ordine sarebbero morti almeno cinque poliziotti. Lungo la strada che unisce Pelaya a El Burro (dipartimento di Cesar) un attentato ne ha ferito sei. Un altro poliziotto è rimasto ferito a Cucuta, nei pressi della frontiera.

Per quanto riguarda l’esercito, un soldato è stato ucciso dalla guerriglia nella regione di Catatumbo.

Gianni Sartori

#VENETO #LinguaLocale – Dal Brasile arriva su Amazon dizionario veneto-portoghese – di Ettore Beggiato

DARCY

Gli amici veneti-brasiliani mi girano una gran bella notizia: la seconda edizione del “Dissionario talian-portoghese” di Darcy Loss Luzzatto è disponibile anche su Amazon.

Darcy Loss Luzzatto, vulcanico autore ed editore, è l’alfiere di tutti coloro che parlano el “talian” (o veneto-brasiliano), una vera e propria leggenda vivente della lingua e della cultura taliana; dopo aver stampato volumi come “Talian: Nocoes de gramatica, historia e cultura”, in pratica un manuale per imparare “el talian” ad uso dei ..brasiliani, “El nostro parlar”, “Ghen ‘avemo fato arquante”e tanti altri, ecco questa nuova fatica: pagine e pagine di temini come fàvaro, cuciaro, cunicio tradotti in portoghese con relative spiegazioni.

Per esempio, freschin, praticamente intraducibile in italiano, in brasiliano diventa “odor desagradavel” e per spiegarlo meglio l’amico Darcy aggiunge un ” Che bira zela questa? La sa de freschin!” che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni…..

Una lingua, “el talian” o veneto-brasilian, che va considerata l’ultima lingua neo-latina conosciuta, singolare koinè su base veneto-centrale nella quale si innestano termini brasiliani; una lingua “viva”, usata quotidianamente sul lavoro o all’università, per scrivere canzoni e poesie, per fare teatro, alla radio o alla tv.

Emblematico il caso di Serafina Correa, cittadina di 12.000 abitanti dove per una settimana all’anno il talian è “lingua ufficiale”.

E proprio a Serafina Correa, nel Rio Grande do Sul, risiede Paulo Massolini, medico chirurgo, discendente di famiglie che arrivano dalle provincie di Bergamo, Pordenone e Vicenza, che ha portato il “talian” ad essere riconosciuto dal governo federale di Brasilia come “Patrimonio Culturale Immateriale del Brasile”, prima lingua minoritaria brasiliana che ha ricevuto tale riconoscimento; il talian viene correntemente parlato da milioni di brasiliani, ed è la seconda lingua più parlata dell’immenso paese latino-americano dopo il portoghese.

Pochi conoscono le dimensioni dell’emigrazione veneta: dal 1875 in avanti si calcola che quasi un milione di veneti abbiano cercato fortuna all’estero, viste le disperate condizioni nelle quali si era venuta a trovare la nostra regione all’indomani dell’annessione all’Italia.

In buona parte andarono in Brasile, soprattutto negli stati meridionali, Rio Grande do Sul, S. Catarina, Paranà. Qui fondarono paesi e città, rimanendo però fedeli alla loro cultura, alle loro tradizioni, alla loro lingua.

Ma facciamo parlare i protagonisti. Ecco come inizia la presentazione della prima edizione padre Rovilio Costa dell’Academia Rio-Grandense de Letras, autorevolissimo esponente della cultura taliana, autore di decine di volumi, alcuni dei quali pubblicati dalla Fondazione Agnelli:

“Darcy Loss Luzzatto no’l ga mai desmentegà la so lengua. E atraverso la lengua no’l ga mai desmentegà la so gente, la so storia.”

E dopo una ricostruzione quanto mai dettagliata dei primi anni di emigrazione veneta, lancia un chiaro messaggio a chi arriva dall’Italia e dal Veneto:

“Prima de tuto, che i italiani, sia veneti o de altre region, i vegna in Brasil rispetando la nostra cultura taliana, la nostra lengua che la ze el Talian, no par imporre el so modo de veder e de far”

E più avanti: ” Par noantri l’è importante l’italiano, e l’è importante el talian, questo parchè, solo questo, lo ghemo parlà fin incoi. E i nostri genitori i ze stai proibidi de parlar Talian e no italiano che no i lo ga mai imparà.”

Si calcola infatti che appena l’un per mille degli emigranti approdati in Brasile sapesse parlare l’italiano ufficiale (il toscano).

E l’introduzione dell’autore, inizia così:

“I nostri vecii, co i ze rivadi, oriundi de i pi difarenti posti del Nord d’Italia, i se ga portadi adrio no solche la fameia e i pochi trapei che i gaveva de suo, ma anca la soa parlada, le soe abitudini, la soa fede, la so maniera de essar…. Qua, metesti tuti insieme, par farse capir un co l’altro, par forsa ghe ga tocà mescolar su i soi dialeti d’origine e, cossita, pianpian ghe ze nassesto sta nova lengua, pi veneta che altro, parchè i veneti i zera la magioranza, el Talian o Veneto brasilian.”

E conclude con una poesia che dovrebbe essere diffusa nel nostro Veneto, dove scandalosamente c’è gente che si vergogna di parlare la lingua veneta, e soprattutto nelle nostre scuole: “Com’e bela ‘a nostra lengua, com’è melodiosa. E poetica. Basta parlada con orgolio e alegria, mai con paura o co la boca streta e vergognosa. E si con onor, con tanto tanto amor e simpatia”.  

                                                            ETTORE BEGGIATO

                                                           cittadino onorario di

                                                           Serafina Correa- Rio Grande do Sul

#TIROL – In memoria di Andreas Hofer, il comandante degli Schützen è ancora oggi un simbolo di libertà – di Roland Lang

Tiroler Fahne Gebirge

Andreas Hofer è diventato un simbolo di libertà nella Storia, secondo lo Südtiroler Heimatbund. Non era un politico o un poeta per la libertà. Non ha mai  scritto alcun trattato filosofico. Era solo un semplice commerciante di bestiame e locandiere. Ma è passato alla storia per il suo impavido impegno nei confronti del Diritto alla Libertà del suo popolo e per il suo coinvolgimento diretto. Era votato a un Tirolo libero.

Andreas Hofer Statue Februar 2020

Gedenken an Andreas Hofer
Schützenkommandant auch heute noch Symbol der Freiheit

Andreas Hofer wurde in der Geschichte zu einer Symbolgestalt für die Freiheit, so der Südtiroler Heimatbund. Er war kein Politiker und auch kein Freiheitsdichter. Er hatte auch keine philosophischen Abhandlungen verfasst. Er war nur ein einfacher Viehhändler und Gastwirt. In die Geschichte ist er aber mit seinem unerschrockenen Eintreten für die Freiheitsrechte seines Volkes und seiner geraden Haltung eingegangen. Sein Einsatz galt einem freien Tirol.

Es war nicht darum gegangen, ob die alte österreichische oder die auferlegte bayerisch-französische Verwaltung als moderner und effektiver anzusehen war.

Es war darum gegangen, dass die alten Tiroler Freiheitsrechte von einer bevormundenden und landfremden Obrigkeit aufgehoben worden waren. Es war darum gegangen, dass man es den Tirolern aus der Hand genommen hatte, ihren verbrieften Freiheitsrechten gemäß selbst zu bestimmen, wie und in welcher gesellschaftlichen Ordnung sie in ihrem eigenen Land leben wollten.

Dagegen waren Andreas Hofer und seine Mitkämpfer aufgestanden und dieser Einsatz bis zum Tod hat sie in das Ehrenbuch Tirols eingetragen.

Hier schließt sich auch der Kreis zu den Standschützen des ersten Weltkrieges und den Freiheitskämpfern der 1960er Jahre. So wie Andreas Hofer war es auch ihnen nicht beschieden gewesen, das angestrebte große Ziel der Freiheit umgehend zu erreichen. Aber sie haben mit ihrem Widerstand Zeichen gesetzt und das Land vor dem Aufgehen in einer aufgezwungenen Fremdherrschaft bewahrt und in seiner Eigenart als einen kulturellen Teil Europas erhalten.

Sie haben es damit auch den nachkommenden Generationen ermöglicht, als Tiroler für das Recht ihrer Heimat auf Selbstbestimmung einzutreten. Trotz nunmehr 100 Jahren Fremdbestimmung verdanken wir es den Frauen und Männern von 1809, von 1915 und 1961, dass der Ruf des Tiroler Adlers im Land im Gebirge noch immer nicht verstummt ist.

Schließen wir daher alle jene, die in der jüngeren Zeit Opfer für die Heimat erbracht haben, ehrend in das Gedenken an Andreas Hofer und seine Mitstreiter ein! Die Freiheit ist das höchste Gut eines Volkes und muss auch in einem geeinten Europa respektiert werden.

Am Gedenktag unseres Freiheitshelden erinnert der SHB auch an die politischen Gefangenen in Katalonien und überall in der Welt. Sich für die Freiheit dieser Idealisten einzusetzen, sollte jedem Politiker ein echtes Anliegen sein.

Der SHB ersucht seine Mitglieder, gemeinsam mit der Vereinsfahne, am Sonntag, den 23. Februar, an der Landesgedenkfeier für Andreas Hofer beim Sandwirt im Passeier mit Beginn um 14.15 Uhr teilzunehmen.

Roland Lang
Obmann des Südtiroler Heimatbundes

#PAKISTAN – MA SONO MORALMENTE ACCETTABILI LE “SETTIMANE BIANCHE” IN PAESI SOTTOPOSTI A REGIMI MILITARISTI E REPRESSIVI? – di Gianni Sartori

pak

A voler essere irriverenti, scanzonati, magari leggermente cinici si potrebbe anche dirlo: “Ah! Ecco perché gli elicotteri di soccorso (militari o comunque gestiti dall’esercito) non arrivavano – o arrivavano in ritardo – per soccorrere gli spavaldi occidentali in gita sulla neve!”. Servivano ad altro evidentemente. Quando non li usano per colpire – anche con gas letali – le popolazioni indocili (come nelle città di Dera Bugti, Mashkai, Awaran, Nisarabad, Panjgur… bombardate e ridotte in macerie), sono utilizzati per scaricare in mare dissidenti  e oppositori. Meglio se beluci.

Per saperne qualcosa di più in merito alla sostanziale “pulizia etnica” con cui i governi pachistani intendono mantenere nei limiti di norma (i loro limiti di norma , beninteso) la questione Belucistan,  conviene andare a rileggersi l’articolo di Francesca Marino (Espresso del 3 novembre 2019, “Gettati in mare dagli elicotteri: il Pakistan come l’Argentina golpista”). Ricordando anche che il Pakistan è al secondo posto (dopo il Qatar e prima della Turchia) tra i paesi destinatari della vendita di armamenti italiani.

Un passo indietro. Messo alla gogna per un pacato intervento sull’alpinismo come  ipotetica prosecuzione del colonialismo, ho lasciato perdere avendo altro (molto altro, vedi il Kurdistan) di cui occuparmi.

Tuttavia rispolverando le mie – per quanto frammentarie – informazioni sul Pakistan, ho ripescato cose che già sapevo, ma su cui non mi ero mai soffermato più di tanto.

Per esempio sui beluci che vivono una situazione analoga a quella dei curdi in Bakur, i territori sottoposti alla Turchia (ma non solo; non è che nel Rojhelat – territorio curdo sottoposto al regime iraniano –  se la passino tanto meglio, come del resto succede ai beluci “iraniani”).

Tra l’altro ho ritrovato un mio vecchio articolo (vedi “Gli USA ridisegnano (a tavolino!) un nuovo Medioriente. Un tentativo di strumentalizzare le lotte per l’autodeterminazione di curdi e beluci?” – 21 gennaio 2007, dovrebbe essere ancora in rete) dove appunto tali analogie – per quanto non approfondite quanto meritavano –  si intravedevano tra le righe.

In sostanza, se inizialmente parlando di “colonialismo” mi riferivo più che altro all’aspetto culturale (diffusione del consumismo, spettacolarizzazione e mercificazione della Montagna, degrado ambientale…) ho dovuto prendere atto che forse eravamo di fronte a forme di colonialismo classiche: investimenti economici, controllo delle classi dirigenti (della comprador bourgeoisie), accordi militari…

Sia di quello occidentale nei confronti di paesi del – cosiddetto, molto cosiddetto – “terzo mondo”, sia di quello “interno” operato da Stati – come appunto il Pakistan o la Turchia – nei confronti delle popolazioni minorizzate (“minoritarie” non rende l’idea).

MA “IL PREZZO DELLA CONQUISTA” CHI LO HA PAGATO VERAMENTE?

Non mancavano i precedenti. Anche leggendo il libro-intervista con Lacedelli di Giovanni Cenacchi sulla conquista del K2 nel 1954 si comprende – al di là delle intenzioni degli autori – quale fosse la reale posta in gioco.

Nonostante scelga di non approfondire più di tanto (pag. 115: “è questo un argomento su cui non è possibile trarre conclusioni certe” sic!) sui rapporti tra il governo italiano e quello pakistano dell’epoca, l’autore non può ignorare che le imprese italiane (tra cui spiccava la nota, per qualcuno famigerata, Impregilo)*, utilizzando sia finanziamenti governativi, sia quelli della Banca mondiale, ebbero in appalto le “grandi opere”. In particolare quelle da realizzare nel bacino dell’Indo (dighe, canali, infrastrutture…) come la monumentale diga di Tarbela. Senza escludere altri benefit (politici, economici, commerciali…forse anche militari) in cambio del permesso per la spedizione.

Ma – per restare in clima coloniale – si va completamente fuori del vaso con il tentativo di giustificare Lacedelli & C per le problematiche sorte con i portatori hunza

Le definisce un “tema d’atmosfera (a cosa si riferisce, forse a quella rarefatta delle alte vette??? nda ) che può imbarazzare nel racconto del nostro alpinista ampezzano”. E fustiga (pag. 90) preventivamente gli eventuali buonisti radical-chic con parole che riporto per esteso e che si commentano da sole:

Una retorica etnologica e terzomondista che affligge ancora oggi molte relazioni d’alpinismo extraeuropeo dipinge a volte l’indigeno di montagna come un “buon selvaggio”, generoso e sorridente, povero di beni materiali ma ricco di una spiritualità da cui noi ricchi occidentali dovremmo imparare valori rimossi . Il ricordo che Lino Lacedelli, montanaro tra i montanari agli antipodi culturali delle sue Dolomiti, ci consegna a proposito di hunza e balti è tutt’altro che edificante e “politically correct”. Tra i coolies della lunga carovana del K2 non mancavano soggetti affidabili e ammirabili, certo. Ma la maggior parte pare fosse costituita da fannulloni, scioperati e scioperanti, bugiardi, pronti a darsi malati e a fuggire alla prima occasione, non senza aver rubacchiato dalle italiche tasche. Lacedelli ricorda che a volte “era necessario prenderne uno o due  da parte e usare la piccozza” (…). Fin qui note di colore (…)”. **

Di colore? O forse intendeva “di dolore”?

Lacedelli & C – poveretti! – saranno anche stati figli del loro tempo, ma tali frasi vengono scritte e  pubblicate nel XXI secolo (il libro è del 2004).

Capite ora perché insisto: gli alpinisti, così come i loro parenti stretti, i turisti,  è meglio se ne restino a casa loro. Dovunque vanno fanno solo danni, morali e materiali.

Si parva licet…

Con tali premesse, a questo punto anche la sostituzione di un ponte in legno con uno in acciaio può assumere valenze differenti da quelle di un intervento umanitario. Magari una forma di “pubblicità” che rinvia a futuri accordi commerciali, appalti e commesse. Per non parlare del fatto che tale ponte, oltre ai fuoristrada per raggiungere comodamente il villaggio turistico, consentirà il transito anche a blindati e affini. Non si sa mai, visto che non ci troviamo nella tradizionalmente neutrale Svizzera, ma nella Repubblica islamica del Pakistan. Il Paese che avrebbe (condizionale d’obbligo) ospitato per anni a Abbottabad il latitante Osama Bin Laden (nonostante Islamabad ricevesse sostanziosi aiuti militari anche dagli USA). Il Paese che mantiene tuttora in carcere, sottoponendolo a torture, Shakil Afridi, l’incauto medico che nel 2011 avrebbe (sempre col condizionale) fornito alla Cia le informazioni (e il dna) che avrebbero consentito ai Navy Seal l’eliminazione fisica dello sceicco.

Per non parlare della difficile situazione sanitaria che non si risolve certo con qualche donazione e creando ulteriore dipendenza e subalternità.

Per dirne una, quest’anno una epidemia di Hiv ha colpito centinaia di bambini (di famiglie povere, particolare non secondario) a Ratodero.

Le accuse nei confronti di un pediatra che avrebbe riutilizzato le stesse siringhe (evento peraltro probabile) avevano lo scopo di minimizzare la gravità della situazione. Con centinaia di dentisti, barbieri e paramedici che operano direttamente in strada, senza rispettare – anche volendo – procedure e protocolli e utilizzando strumenti non sterilizzati. Del resto la possibilità di cure adeguate per gran parte della popolazione, soprattutto la più diseredata, sta diventando un lusso inaccessibile e ci si arrangia come si può.

Ma su questo la popolazione, i sindacati, le associazioni si stanno già, per quanto faticosamente, riorganizzando.

Anche recentemente si sono avuti scontri tra manifestanti (medici, operatori sanitari, parenti di malati…) e polizia, con numerosi feriti e arresti, davanti a cliniche e ospedali per protestare contro la nuova legge RDHA che promuove la privatizzazione della sanità.

Concludo. Nel secolo scorso si praticavano forme di boicottaggio nei confronti  dell’apartheid di Pretoria e – ancora oggi – della pulizia etnica di Ankara contro i curdi (qualcuno rammenta la la spinosa faccenda della Turban?). Allo stesso modo – almeno credo – si dovrebbe agire nei confronti di Islamabad che – tra le altre cose – perseguita e opprime i beluci (decine di migliaia le persone torturate e i desaparecidos, oltre alla sostituzione etnica in stile cinese, come in Tibet).

E ovviamente la prima forma di boicottaggio è quella del turismo. Sia alpinistico che sciistico, escursionistico o magari balneare. Quindi, niente settimane bianche sulle vette pakistane più o meno inviolate. Pensateci, ma non limitatevi a questo.

Resta comunque improbabile che tali argomenti tolgano il sonno a quanti vivono di Montagna. O meglio, della sua rappresentazione spettacolare (vedi operatori turistici, documentaristi, scrittori “di montagna”… e affini). Ormai ridotti a propagandisti sponsorizzati – direttamente o indirettamente – dell’ideologia della stessa. Un tanto al chilo.

Gianni Sartori

*nota 1: Attualmente denominata Salini-Impregilo, è stata oggetto di una denuncia all’Ocse da parte di Survival International per la realizzazione della Gibe III, la più grande diga africana. Devastante per l’ambiente e le popolazioni locali.

**nota 2: A parte un possibile riferimento polemico al libro di Ralph Bircher  “Gli Hunza”, va segnalato l’abbinamento – con intenzioni offensive – di “scioperati e scioperanti” (neanche il diritto di sciopero per gli indigeni?) e l’utilizzo – coloniale DOC – del temine “coolies”.

Come è noto i coolies vennero sfruttati, maltrattati e malpagati (oltre che in Asia, in Australia e negli Stati Uniti) fino al XX secolo per i lavori più faticosi e malsani.

Quanto alle piccozzate pare che all’epoca non scandalizzassero più di tanto. E forse ancora oggi non scandalizzano abbastanza. Meno, sicuramente, di quelle inferte nel 2014 da due escursionisti polacchi alla capanna “Info Mont-Blanc”.