#AFRICA #CONGO: AVVIATO ANCORA NEL 2006 IL RITORNO ALLA DEMOCRAZIA APPARE INQUINATO DAL PASSATO COLONIALE E DAL SACCHEGGIO DELLE RISORSE NATURALI – di Gianni Sartori

Nel luglio del 2006 suscitava soddisfazione nella maggioranza degli osservatori l’alta affluenza nelle elezioni (domenica 30 luglio 2006), le prime democratiche  dal 1960, per eleggere il presidente e il nuovo parlamento. Poi la doccia fredda: per conoscere i risultati –  veniva annunciato – si doveva attendere almeno fino a  settembre. Tra i candidati, oltre a Joseph Kabila, vari ex comandanti delle milizie paramilitari sostenute dall’Uganda, come Jean-Pierre Bemba e personaggi in passato legati al vecchio dittatore Mobutu, come Pierre Pay Pay. Fatalmente, la presenza tra i numerosi (9707) candidati alla Camera dei figli sia di Lumumba che di Kasavubu riportava alla memoria un periodo travagliato e decisivo nella storia di questo immenso Paese africano.

Patrice Lumumba, leader del “Movimento nazionale congolese” (all’epoca l’unico diffuso sull’intero territorio nazionale) divenne capo del governo con le elezioni del maggio 1960, l’anno dell’indipendenza, festeggiata il 30 giugno.

Pochi mesi dopo, nel gennaio 1961, veniva assassinato.

“Questo assassinio – scriveva Joseph Ki-Zerbo, uno dei maggiori storici africani, scomparso nel 2006 – sollevò in tutto il mondo un grido di indignazione” (Histoire de l’Afrique Noire. D’Hier à Dèmain). Il 5 settembre 1960 il colonnello Sese Seku Mobutu, appoggiato dall’esercito, tentava il suo primo colpo di stato. Il 14 i soldati arrestavano Lumumba, che però riusciva ad evadere in novembre. Con pochi seguaci percorse l’intero Paese diffondendo “il suo sogno di un Congo unito e libero”. Jean Ziegler ha rievocato questa breve, tragica epopea in Main basse sur l’Afrique: “Ovunque arriva, solleva folle. I contadini vengono ad ascoltarlo a migliaia, alcuni lo seguono nella boscaglia”.

Ma dopo il suo passaggio “gli uomini rifluiscono nel loro anonimato, nella loro tristezza”. Ormai i congolesi “hanno il terrore dell’esercito e, come se non bastasse, l’ambasciata americana mette a disposizione di Mobutu agenti speciali, elicotteri, anche cani per stanare il fuggitivo”. Lumumba viene ripreso, incatenato e rinchiuso con cinque compagni a Thyssville, in un campo militare. Lo sorvegliano soldati Bakongo e Bangala, storicamente ostili ai Batetela, etnia originaria del prigioniero.

Oltre che contro il razzismo e il colonialismo, Lumumba si era battuto contro l’esasperato tribalismo per un Congo unitario, nazionale, rispettoso delle diversità. Al contrario, il presidente Joseph Kasavubu rappresentava un movimento di natura etnocentrica (Abako) per l’emancipazione della popolazione Bakongo, legato ai movimenti messianici del Congo occidentale. Ma, come un’ultima fiammata, il 13 gennaio 1961 “nel campo scoppia la rivolta. La parola di Lumumba – racconta Ziegler –  ha colpito ancora la folla; i soldati sono pronti a liberarlo, a marciare con lui su Leopoldville”. Mobutu si precipita nel campo-prigione con le sue “truppe lealiste” e i ribelli vengono schiacciati. Martedì 17 gennaio giunge l’epilogo. Mobutu e Kasavubu decidono di inviare Lumumba nel Katanga di Ciombé, secessionista con il sostegno della compagnia concessionaria Union Minière.

“Lumumba, Ohito, M’Polo, polsi e caviglie stretti da corde bagnate, vengono gettati su un DC3 dell’esercito”. Le torture iniziano subito: “durante il viaggio i prigionieri vengono picchiati, bruciati con la fiamma ossidrica, mutilati con le baionette”. Quando, dopo otto ore, l’aereo arriva a Elizabethville, sono già in attesa Munango, ministro dell’Interno del Katanga, alcuni militari katanghesi, ufficiali belgi e francesi arrivati in appoggio ai secessioniti. Scaraventati su un camion, i prigionieri scompaiono nella boscaglia: Una commissione di inchiesta dell’Onu ha ricostruito gli ultimi istanti di Lumumba. I suoi aguzzini lo presero in giro chiedendogli se “si sentiva sempre invulnerabile”. E Lumumba, sfinito, dissanguato, fece cenno di sì con il capo. Riporta ancora Ziegler: “Un mercenario bianco si inginocchiò sul prigioniero, prese la baionetta e la affondò lentamente, metodicamente”: Poi “il comandante Weber, ufficiale belga, gli diede il colpo di grazia”.

In seguito, dal 1962 al 1963, governò l’ex lumumbista C. Adoule, combattuto dalla guerriglia che si ispirava con intransigenza al vero pensiero, anticoloniale e africanista, di Lumumba. Dopo la fine della secessione katanghese (evidentemente non più funzionale agli interessi coloniali dopo la morte di Lumumba) per un intervento militare dell’Onu, Moise Ciombé, ritornato dall’esilio, diventava primo ministro di Kasavubu (1964-1965) con l’appoggio belga-statunitense.

Un altro risolutivo colpo di stato del 1965 portava al potere, per ben 32 anni, Joseph Mobutu. Nel 1967 fece approvare una nuova Costituzione instituendo un regime a partito unico. Candidato unico alle elezioni presidenziali, venne eletto nel 1970, nel 1977 e nel 1984. Il sogno di Lumumba sopravvisse per qualche tempo grazie alla resistenza armata, iniziata a Kwilu nel 1963, del suo ministro dell’istruzione Pierre Mulele. Ma nel 1970, attirato con l’inganno a Kinshasa, Mulele venne assassinato da Mobutu. Significativo che in sostegno di Mulele  (se pur brevemente, per circa sette-otto mesi nel 1965) siano intervenuti alcuni cubani guidati da Ernesto Guevara. In tali circostanze il CHE ebbe modo di conoscere – ricavandone, pare, una pessima impressione – un comandante della guerriglia, Laurent-Désiré Kabila (il padre di Joseph).

Oltre che dal “Movimento nazionale congolese” (divenuto Mnc-Lumumba), le rivolte erano guidate dal “Partito solidale africano”, dal “Cartello Balubakat” e dal “Centro di raggruppamento africano”. Nell’Est dello Zaire (denominazione adottata da Mobutu dal 1971 al 1997) la ribellione organizzata da Olenga, Gbenge e Soumialot prese il controllo di intere città. Si costituì un “Consiglio nazionale di liberazione” con lo scopo di arrivare a “una effettiva e totale decolonizzazione”. Dal 1964 si intensificava la repressione, organizzata direttamente dai “consiglieri” militari belgi, contro i guerriglieri Simba dell’Esercito popolare di liberazione (Apl). Sulle montagne vicino al lago Tanganika  tra il 1972 e il 1974 si registrarono scontri durissimi tra esercito zairota e Apl e nel 1977 l’intera area venne sottoposta a selvaggi bombardamenti. Sempre nel 1977, in questa zona “per lottare contro l’imperialismo e contro la dittatura di Mobutu”, venne fondato il Csl (Consiglio supremo della liberazione) formato dal Prp (Partito della rivoluzione popolare) e dal Flnc (Fronte di liberazione nazionale congolese, con base in Angola). Tra i fondatori, nel 1966, del Prp Laurent Desiré Kabila (già seguace di Mulele), Gabriel Yumbu e Gaston Soumialot. Il Flnc in breve tempo passò da posizioni genericamente “antimobutiste” a una visione “nazionale e antimperialista”, probabilmente per l’influenza esercitata dal Mpla angolano.

Gli accordi del 1978 tra Angola e Zaire portarono in seguito al sostanziale disarmo delle milizie Flnc e al controllo delle frontiere da parte dell’Oua. Nel 1978 il MarC (Movimento d’azione per il risorgimento del Congo), fondato da Monguya Mbenge nel 1974, rivendicò un tentativo di colpo di stato. Tutto il gruppo dirigente, in esilio in Belgio, venne condannato a morte in contumacia. Sempre nel 1978 si forma l’OlC (Organizzazione di liberazione del Congo), guidata dall’ex ambasciatore e fondatore del Mnur Mbeka Makosso e formata prevalentemente da intellettuali. L’intenzione era di “rappresentare un’alternativa politica al regime di Mobutu accettabile dall’Occidente”. Occidente che nel frattempo, non dimentichiamo, appoggiava il sanguinario dittatore. Tra le componenti dell’OIC, il “Movimento nazionale d’unione e riconciliazione” (Mnur); la “Convenzione dei democratici socialisti” (Codeso) di Alì Kalonga; il “Partito socialista congolese” (Psc) di V. Nzamba; le “Forze libere del Congo” (FlC) di Yav Kabey; il movimento di Jean Ciombé, figlio di Moise Ciombé.

A far cadere dopo trent’anni il dittatore Mobutu fu la rivolta dei banyamulenge, movimento dei tutsi nella regione orientale, sostenuti dal Ruanda. Alla guida dell’insurrezione ritroviamo Laurent Kabila (di etnia Luba) che nel 1997 occupò Kinshasa. Successivamente, l’ennesima guerra civile scoppiata nel 1998 coinvolse vari stati africani: Angola, Namibia, Ciad, Sudan e Zimbabwe a fianco di Kabila; Uganda e Ruanda con gli insorti del “Raggruppamento congolese per la democrazia” (Rcd).

Un “cessate il fuoco” del 1999- prima fra le frazioni congolesi, poi tra gli Stati coinvolti – non impedì il protrarsi di scontri armati fino all’anno successivo.

Dopo l’invio da parte dell’Onu di osservatori, nel 2000 si giunse ad un accordo per il dispiegamento di forze neutrali ai confini con Ruanda e Uganda. Il numero delle vittime di questa “prima guerra mondiale africana” sarebbe di quasi quattro milioni di morti. Laurent Désiré Kabila veniva ucciso nel 2001, ma il figlio adottivo Joseph Kabila – grazie alla mediazione del Sudafrica e dell’Onu – riprendeva comunque il dialogo con gli avversari e nel 2002 firmava un trattato di pace sottoscritto anche dal presidente ruandese Paul Kagame. Come stabilito da tale accordo (“globale e inclusivo” – firmato a Pretoria il 17 dicembre 2002) si applicava la formula “uno più quattro” alla presidenza per cui i leader delle principali fazioni (governo di Kinshasa, RCD-Goma, MlC, opposizione non armata) vennero nominati vicepresidenti, con un parlamento e un governo di transizione (dal luglio 2003), l’integrazione nell’esercito o nella società degli ex membri delle milizie. Nella prospettiva di libere elezioni multipartitiche entro il giugno 2006 (data ripetutamente rinviata e infine posticipata a luglio).

Nel dicembre 2005 veniva approvata con referendum una nuova Costituzione che prevede due soli mandati presidenziali di cinque anni ciascuno.

Già allora comunque Kabila figlio veniva spesso accusato di aver svenduto le risorse naturali del Paese (diamanti, rame, argento, coltan…) agli stranieri (Sud Africa, Usa, Gran Bretagna, belgio, Kazakistan…) in cambio di sostegno politico.   

Finalmente – come si diceva all’inizio – il 30 luglio 2006 la popolazione congolese (all’epoca 25,5 milioni di elettori su circa 60 milioni di abitanti) veniva chiamata alle urne per il primo turno delle prime elezioni generali multipartitiche (presidenziali e parlamentari, finanziate con 460 milioni di dollari dalla Comunità internazionale) dopo 45 anni. Più di novemila i candidati per 500 seggi alla Camera e 33 gli aspiranti alla Presidenza. Tra i principali partiti in lizza: la ”Unione democratica per il progresso sociale” (Udps); la “Convenzione delle istituzioni democratiche e sociali” (Cides); il “Movimento per la liberazione del Congo” (MlC); un altro “Movimento di liberazione” denominato Red-Ml; le “Forze per la libertà” (Fdl); il “Movimento per la resistenza patriottica zairese” (Rpz).

In agosto, contati i voti delle 169 circoscrizioni, apparve inevitabile andare al ballottaggio tra Kabila (44, 81%) e Jean Pierre Bemba (20,03%). Il secondo turno si tenne alla fine di ottobre 2006.   

Kabila risultò vincitore e venne riconfermato per un secondo mandato (con il 48,95% contro il 32,33& dello sfidante Etienne Tshisekedi) anche nelle elezioni del  2011 su cui graveranno sospetti – non propriamente infondati – di brogli e irregolarità.

Nel 2017 (in due turni: 15 e 30 luglio) si sono tenute nuove elezioni parlamentari.

Il mandato di Kabila scadeva nel 2016 e quindi, dopo una serie di rinvii, nel dicembre 2018 si sono svolte finalmente quelle presidenziali (contemporaneamente con legislative e provinciali).

Stavolta Tshisekedi risultava vincitore (come venne confermato dalla Corte Suprema di Kinhasa), ma non mancarono le voci, i sospetti di accordi sottobanco con Joseph Kabila. O almeno questa era la convinzione espressa dello sfidante Martin Fayulu (il favorito della vigilia a cui andava il sostegno della Chiesa cattolica – la Conferenza Episcopale Congolese – del Belgio, della Francia e dell’Unione africana) che lo accusava di essere sostanzialmente un “burattino” nelle mani del presidente uscente. Costui avrebbe astutamente presentato come proprio “delfino designato” l’impresentabile ex ministro dell’interno (Emmanuel Ramazani Shadary, tristemente noto per la dura repressione dei manifestanti) mentre segretamente si accordava con Tshisekedi (fino ad allora consederato – almeno  ufficialmente – un oppositore di Kabila).

E la situazione attuale? Anche se ufficialmente l’epidemia di ebola sarebbe stata debellata, il Paese appare ancora lacerato dai conflitti*, dalla corruzione, dalla povertà e dal sottosviluppo (si ritrova al 176° posto su 188).

Quanto alle prospettive future, non sono certo rosee. Dopo aver fornito materia prima per cellulari e computer (vedi il coltan), per il Congo si va profilando lo spettro di ulteriori saccheggi. Un prelievo forzato di risorse da parte dei colossi automobilistici per i loro progetti spacciati per “verdi”, ecologici. Nel mirino in particolare la provincia di Lualaba dove viene estratto il 50% del cobalto, indispensabile per le batterie al litio delle auto elettriche.

 

Gianni Sartori

 

* nota 1: Si calcola che le milizie ancora operative siano oltre un centinaio (solo nel Nord Kivu almeno una cinquantina); milizie che per garantirsi il controllo e lo sfruttamento dei giacimenti opprimono le popolazioni compiendo ripetute, sistematiche violazioni dei diritti umani (omicidi, stupri, arruolamento forzato di minori..).