#Kurdistan #UltimaOra – INIZIA DOMANI LA PREANNUNCIATA AZIONE CONGIUNTA TURCHIA-IRAN CONTRO I KURDI IN IRAQ? – di Gianni Sartori

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La possibilità di una azione militare simultanea tra Ankara e Teheran in Iraq era stata evocata ancora il 18 novembre dal consolato degli Stati Uniti a Erbil.

In seguito tale possibilità veniva in qualche modo confermata addirittura indicando la possibile data, Domenica 27 novembre.

Oltre che il Kurdistan iracheno (Bashur) colpirebbe anche – e ulteriormente – il nord della Siria (Rojava).

Inutile chiedersi se, qualora questo avvenisse, la comunità internazionale reagirebbe in difesa della popolazione curda nello stesso modo in cui ha reagito per l’Ucraina.

Sappiamo che al mondo esistono popoli di serie A, B, C…

In ogni caso, una pessima maniera di celebrare il centenario del Trattato di Losanna.

A giustificazione del loro intervento Ankara e Teheran invocano, rispettivamente, la presunta responsabilità curda nell’attentato del 13 novembre a Istanbul (su cui invece si addensano fondati sospetti di “strategia della tensione” e l’ombra del MIT) e il traffico di armi attraverso la porosa frontiera iracheno-iraniana. Armi che potrebbero finire nelle mani dei manifestanti, alimentando quella che ormai da protesta per la morte di Jina Amini (16 settembre) si va trasformando in aperta ribellione contro la teocrazia.

Da giorni l’Iran sta bombardando le presunte basi dell’opposizione curda rifugiata in Iraq e contemporaneamente andrebbe ammassando truppe e centinaia di blindati in prossimità della frontiera.

Nel contempo la Turchia prosegue nei suoi attacchi con aerei, droni e artiglieria sia in Rojava che in Bashur.

Alcuni osservatori hanno ipotizzato che gli accordi per l’operazione congiunta contro i curdi potrebbero essere stati stipulati nel colloquio telefonico del 17 novembre tra i due ministri degli interni, Suleyman Soylu e Ahamad Vahidi.

Successivamente il comandante dei Guardiani della rivoluzione, l’iraniano Esmail Ghani si era recato a Bagdad a incontrare il primo ministro iracheno Abdul Latif Rachid. Per preavvisarlo di un possibile intervento militare via terra qualora il governo iracheno non avesse provveduto adeguatamente a blindare il confine.

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – PER COMBATTERE L’OPPOSIZIONE CURDA L’IRAN POTREBBE ANCHE INVADERE L’IRAQ – di Gianni Sartori

fonte immagine AsiaNews

Mentre i fascisti-rossi (chiamarli stalinisti, a ‘sto punto, sarebbe un complimento) nostrani (“euroasiatici” ?) esultano, come avevo previsto in tempi non sospetti, per le operazioni militari dell’astuto Erdogan e per la sua “strategia del serpente”, Teheran potrebbe voler emulare Ankara. Del resto, anche quando erano in contrasto su quasi tutto, su una cosa concordavano: togliere di mezzo la resistenza curda, magari sterminando la popolazione (curda) stessa.

Se finora poteva persistere una certa comprensione per gli eredi della legittima ribellione antimperialista del 1979 (poi comunque presto degenerata in teocrazia), di sicuro negli ultimi mesi ogni speranza di rinnovamento per l’Iran odierno è andata a ramengo.

Pur nella consapevolezza che le rivolte iniziate nel Rojhilat e da qui estese in tutto il paese (in particolare nel Belucistan) potrebbero venir dirottate, strumentalizzate (per esempio dai nostalgici del regime monarchico), è evidente che così non poteva continuare. Soprattutto per le popolazioni minorizzate come i Curdi.

Ed è appunto contro i dissidenti curdi, i partiti dell’opposizione rifugiati in Iraq  che potrebbe scattare l’ulteriore rappresaglia del regime. Prendendo a modello le operazioni turche in atto nel nord della Siria (Rojava) e dell’Iraq (Bashur).

In questi giorni il regime iraniano ha posizionato oltre 700 (settecento!) veicoli militari alla frontiera con l’Iraq.

Solo una minaccia o il preludio all’invasione vera e propria, via terra?

Stando a quanto denunciava l’Ong Hengaw, centinaia di blindati iraniani si trovano attualmente parcheggiati nelle città di Piranshahr, Oshnovieh e Sardasht, in prossimità del confine.

Un innalzamento del livello dello scontro contro le organizzazioni curdo-iraniane che già vengono regolarmente bombardate dall’inizio delle manifestazioni.

Inevitabile pensare ad un’azione combinata, simultanea e convergente (come una tenaglia) tra Ankara e Teheran.

Una stessa logica genocida che nel nord della Siria assume i tratti di una vera e propria sostituzione etnica. Appare infatti scontata l’intenzione di Erdogan di esportare i rifugiati siriani attualmente in Turchia nei territori curdi una volta che siano stato “ripuliti” e svuotati.

Prevedendo forse quanto stava accadendo alcuni associazioni curde avevano lanciato due campagne di tweets (#Noflyzone4Kurdistan_Iran e #TurkeyAttacksRojava)

Chiedendo alle Nazioni Unite di chiudere gli spazi aerei siriano e iraniano proprio per fermare l’invasione del Rojava in corso e bloccare sul nascere la possibile invasione dell’Iraq. 

Gianni Sartori

#Kurds #Bombardamenti – PROTESTE CONTRO L’ATTACCO TURCO – di Gianni Sartori

fonte immagine ANF

Com’era facilmente prevedibile l’ennesima escalation (preparata e attesa da almeno un anno) della guerra mossa da Erdogan contro i curdi continua. Così nel Nord della Siria (Rojava e dintorni) come nel Nord dell’Iraq (Bashur). Sottoponendo molti villaggi situati nelle aree frontaliere ad un duplice bombardamento, sia dell’aviazione che dell’artiglieria pesante.

Bersaglio preferenziale e sistematicamente colpito, le infrastrutture civili. Nel nord e nell’est della Siria anche alcuni campi petroliferi (per ora quelli di Ewda e di Leylan a pochi chilometri da Tirbespiyê) con i droni.

Inoltre, nel primo pomeriggio del 22 novembre, le forze di Ankarahanno bombardato l’aeroporto di Minix (cantone di Shehba) e i villaggi di Alqamiyê e Kefer Antun. Stando ad altre fonti sarebbero ormai decine i villaggi colpiti, sempre nella giornata del 22 novembre, nella regione di Shehba. Così come una stazione di servizio a Elqemiyê.

Era invece già noto che nella notte del 19 novembre i turchi avevano ridotto in macerie un ospedale Covid a Kobanê.

Appare chiaro che Ankara intende colpire, distruggere deliberatamente le principali fonti di sostentamento, di sopravvivenza per la popolazione (come i depositi di grano).

Solo nella notte del 20 novembre negli attacchi contro le regioni curde della Siria e dell’Iraq si erano registrate almeno una trentina di vittime civili e militari (calcolo per difetto, sicuramente), per non parlare dei feriti.

Ma i curdi non si sono rannicchiati a piangere tra le macerie e già all’indomani scendevano in strada per protestare. Innanzitutto nelle regioni del nord e nell’est della Siria (a migliaia, nonostante il rischio di nuovi attacchi, in decine di città e villaggi), ma anche in varie parti del mondo. Ovunque esista una comunità della diaspora curda.

Chiedendo alla comunità internazionale (apparentemente sempre intenzionata a fare orecchie da mercante) di condannare e fermare il sanguinoso massacro (definito “terrorismo di Stato”).

Particolarmente dense di partecipanti le manifestazioni di Hesekê e Qamişlo (regione di Cezîre) dove sono state bruciate alcune bandiere turche.

Nel discorso tenuto davanti migliaia di persone presso il Centro culturale di Qamişlo, il copresidente della sezione locale del Consiglio della rivoluzione del Rojava – Mahsûm Hesen – ha denunciato il “terrore aereo” operato dalla Turchia come una “evidente espressione e prosecuzione della mentalità ottomana”.

In Europa, tra le prossime manifestazioni di protesta in solidarietà con la popolazione curda va segnalata quella indetta per il 24 novembre (ore 18) davanti alla Préfecture di Marsiglia dal “Collectif Solidarité Kurdistan13”.*

E comunque sono già innumerevoli gli appelli internazionali alla solidarietà con i curdi (vedi a titolo d’esempio questo di riseup4rojava).**

In risposta agli attacchi turchi, vi è stato un lancio di razzi oltre frontiera. Inoltre nel distretto di Öncüpınar (provincia di Kilis) veniva assaltata una caserma della polizia turca. Nell’attacco sarebbero rimasti uccisi alcuni membri delle forze di polizia.

Aspri combattimenti anche nel cantone di Afrin (sotto occupazione turca) dove sono morti cinque guerriglieri curdi e sette tra militari e soldati turchi.

Gianni Sartori

*nota 1: Comunicato del “Collectif Solidarité Kurdistan13”


Arrêtez les massacres, condamnez le régime Erdogan !

« La Turquie a de nouveau violé, dans la nuit du 19 au 20 novembre 2022, l’espace aérien syrien et irakien en bombardant les régions kurdes du Rojava et de Bashur situées dans le nord de ces deux pays.
Cette énième agression au mépris du droit international, vient allonger la liste des violences perpétrées contre le peuple kurde et les populations à leur côté : utilisation de drones « tueur » envers des personnalités associatives, politiques et responsables militaires YPJ et YPG de l’Administration Autonome du Nord et de l’Est de la Syrie (AANES), usage d’armes chimiques dans le nord de l’Iraq, maniements des lois « anti-terroristes » à outrance dans une dérive généralisée, déplacements forcés des populations, affiliation de l’armée turque aux gangs de Daesh…
L’opération « Griffe, épée » était courue d’avance ; depuis des mois le Président Erdogan et ses ministres parcourent les chancelleries, pour quémander le feu vert d’une attaque armée et donc une occupation illégale du nord de la Syrie et de l’Iraq, sous le fallacieux argument de la lutte « anti-terroriste » et de « sécurisation des frontières ».
L’inertie légendaire des puissances occidentales lorsqu’il est question de contrer et défier les autorités d’Ankara sonne, tel un blanc-seing à l’obsession dévastatrice qu’a Erdogan de rendre à la Turquie sa grandeur passée…
… Au regard de ce macabre tableau, l’attentat sanglant d’Istanbul n’est autre qu’une machination machiavélique ordonnée par les autorités turques et planifié par le MIT, ses services secrets afin de justifier le pire…
Le CSK.13 appelle les forces politiques, syndicales, associatives, les citoyennes et les citoyens à manifester leur solidarité avec le peuple Kurde. »

Marseille le, 21 novembre 2022

Centre Démocratique Kurde Marseille (CDKM) – Ligue des Droits de l’Homme (LDH) Marseille – Marche Mondiale des Femmes (MMF) 13 Paca – Mouvement contre le racisme et pour l’amitié entre les peuples (MRAP) 13 – Mouvement de la Paix 13 – Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA) 13 – Parti Communiste Français (PCF) 13 – Parti de Gauche 13 – Solidarité & Liberté Provence – Union Départementale CGT

Annick Samouelian
Présidente / Solidarité & Liberté Provence
Coordinatrice / Collectif Solidarité Kurdistan 13




** nota 2:

voir ici l’appel de riseup4rojava

https://riseup4rojava.org/call/#

#Kurds #Iran – LA REPRESSIONE DEL REGIME IRANIANO COLPISCE FORSE SELETTIVAMENTE? – di Gianni Sartori

fonte immagine RUDAV

IN OGNI CASO LE VITTIME SEMBRANO ESSERE SOPRATTUTTO CURDI E BELUCI

Il giorno 18 novembre 2022 le milizie del regime al potere a Teheran hanno fucilato Mohammad Ahmadigagash (43 anni) durante una manifestazione a Mahabad.

Solo un morto, uno, in più che come il grano di un macabro rosario va ad allungare la lista.

Negli ultimi giorni le milizie governative avevano attaccato le manifestazioni anti-regime soprattutto nelle città località curde uccidendo almeno 11 persone tra Sanandaj (Sînê), Bukan, Sarvabad e Kamiyaran. Dieci con un colpo diretto (quattro alla testa, le altre al petto o al ventre).

Mentre la persona morta a Bukan sarebbe stata ammazzata a coltellate. Decine i feriti, alcuni in gravi condizioni.

Calcolando invece tutti gli ultimi giorni, le persone ammazzate nel Rojhilat (il Kurdistan sotto amministrazione, ma a questo punto bisogna dire: occupazione, iraniana) erano più di venti.

Tra le vittime sia manifestanti che cittadini colpiti a caso. Così tanto per terrorizzare e convincere la popolazione a restare chiusa in casa. Dalla morte di Jina Mahsa Amini (16 settembre) ormai le vittime sono quasi quattrocento (383 quelle identificate).

In buona parte – e la cosa non sembra essere casuale – si tratta di curdi (un’ottantina) e beluci (oltre 100). E questo nonostante entrambe siano “minoranze” nel Paese.

Ovviamente si tratta di cifre sottostimate in quanto il regime rende difficile la circolazione di notizie, cifre e statistiche.

Questi i nomi di di alcune delle persone uccise e identificate (identità fornite dall’ONG Hengaw):

1) Saman Qadirbaygi, ucciso il 15 novembre a Bukan;

2) Fuad Mohammadi, cittadino di Kamiyaran, morto il 15 novembre (a causa delle ferite) nell’ospedale di Sanandaj;

3) Zanyar Allah Moradi, 26 anni, ucciso a Sanandaj;

4) Isa Beiglari, 39 anni, davanti all’Universitàdel Kurdistan a Sanandaj (Sînê)

5) Daniyal Pabandi, 17 anni, ucciso il 16 novembre, a Saqqez;

6) Burhan Karami, 30 anni, abbattuto con diversi colpi in testa il 16 novembre a Kamiyaran;

7) Salar Mojaver, 30 anni, morto il 16 novembre nel corso di una manifestazione a Bukan;

8) Asad Rahimi, 30 anni, morto il 16 novembre sempre nella manifestazione di Bukan;

9) Mohammad Hasanzadeh, 28 anni, ucciso a coltellate il 16 novembre  mentre tentava di proteggere una donna aggredita dalle forze di sicurezza a Bukan;

10) Shaho Bahmani, ucciso il 17 novembre a Sanandaj;

11) Aram Habibi, ucciso il 17 novembre a Sanandaj…

Quanto al totale delle vittime, secondo Iran Human Rights le persone uccise dal regime durante manifestazioni nell’intero Iran (Rojhilat compreso) sarebbero almeno 342 (tra cui 43 bambini e 26 donne). Sempre secondo Iran Human Rights, nove dei minori uccisi erano bambine e tre sarebbero stati figli di rifugiati afgani.

Incalcolabile (diverse migliaia) il numero degli arrestati.

Alcuni di loro (per ora una ventina, ma la lista è destinata ad allungarsi) rischiano una condanna a morte in quanto accusati di “moharebeh” (inimicizia nei confronti di dio) e di “efsad-fil-arz” (corruzione sulla terra).

Nei processi farsa istituiti dai tribunali rivoluzionari (anche se di “rivoluzionario” hanno ben poco, caso mai possono evocare l’Inquisizione) cinque sono già stati condannati alla pena capitale.

Dovendo localizzare i luoghi degli eccidi, tra le 23 province prese in considerazione, le più colpite sarebbero il Sistan e il Belucistan (123 vittime accertate). Seguite da Teheran (39), Mazandaran (33), Kurdistan (quello iraniano ovviamente, 32) e Gilan (23).

E ancora: Azerbaïdjan occidentale (23); Alborz (15); Kermanshah (14); Khuzestan (5); Khorasan-Razavi (5); Isfahan (4); Zanjan (4) ; Lorestan (3); Markazi (3); Qazvin (2); Kohgiluyeh e Boyer Ahmad (2); Azerbaïdjan orientale (2); Ardabil (2); Ilam (2); Hamedan (2); Bushehr (2); Semnan (1); Kerman (1).

Il picco si era raggiunto nei giorni 21, 22 e 30 settembre (con quello che in Belucistan viene ricordato come il “Venerdì di sangue”). Il giorno peggiore in novembre è stato il 4 con 16 vittime.

Ovviamente queste sono le cifre registrate. Ma secondo Iran Human Rights, in base alle segnalazioni ricevute, i morti potrebbero essere molti di più.

Gianni Sartori