Un aggiornamento sui presidi in solidarietà con il popolo kurdo – tramite Gianni Sartori

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SABATO 12
ALESSANDRIA - h 17 Piazzetta della Lega - RiseUp For Rojava! Presidio
ANCONA - h 11 Piazza della Repubblica - Mobilitiamoci per il Rojava per fermare l’attacco turco
                h 18 Piazza Roma - In piazza contro la guerra di Erdogan!
ASCOLI PICENO - h 17.30 Piazza Fausto Simonetti - Difendiamo il popolo curdo. Sit in ad Ascoli Piceno
ASTI - h 15 Piazza San Secondo - Presidio in sostegno dei compagni Kurdi
BARI - h 10 Via Abate Giacinto Gimma 148 (consolato onorario turco) - Difendiamo Il Rojava - Manifestazione
BENEVENTO - h 18 Corso Garibaldi
BOLOGNA - h 15 Piazza del Nettuno - Mobilitazione da Bologna per il Rojava
BOLZANO - h 15.30 Piazza del Grano - Manifestazione - Fermiamo L'invasione Della Siria Del Nord
BRESCIA - h 14.30 Largo Formentone - Spezzone solidale alla Marcia per l'Accoglienza
BRINDISI - h 17 Consolato Onorario Generale di Turchia - Rojava Libero! Manifestazione 12 ottobre a Brindisi
CARPI - h 16.30 Corso Alberto Pio - Mobilitazione a Carpi per il Rojava!
EMPOLI - h 17 Piazza della Vittoria - Difendiamo La Rojava
FIRENZE - h 17 Piazza del Carmine - Il giorno X è arrivato - Rise Up For Rojava
IMPERIA - h 10 Via San Giovanni - Defend Rojava - Presidio a Imperia
LIVORNO - h 18.30 Piazza Garibaldi - Fermiamo l'invasione turca del Rojava!
LUCCA - h 17 Piazza San Frediano - Il Rojava chiama, Lucca risponde!
MACERATA - h 18 Piazza Vittorio Veneto - Macerata per il Rojava - Mobilitiamoci contro l'attacco turco
MASSA - h 15.30 Piazza Cesare Bertagnini - Presidio contro l'invasione turca in Rojava
MILANO - h 14.30 Piazzale Piola - Spezzone solidale alla ● Manifestazione contro CPR e Decreti Salvini ● #oltreiconfini
MODENA - h 18 Piazza della Torre - Tutte/i in piazza per i curdi del Rojava 
NAPOLI - h 16 Largo Berlinguer (metro Toledo) - Napoli Manifesta contro l'Invasione del Rojava!
PADOVA - h 11 Piazza Antenore - Padova per il Rojava - Mobilitiamoci Contro L'attacco Turco
PALERMO - h 17.30 Teatro Massimo - Con il Popolo Curdo che Resiste! Corteo a Palermo
PAVIA - h 18.30 Piazza della Vittoria - Fermiamo l'invasione turca del Rojava
PERUGIA - h 15 Centro Storico - Erdogan Terrorista
PINEROLO - h 9 Piazza Facta - Contro l'invasione turca - In piazza per il Rojava
PISA - h 16 Piazza Garibaldi - Presidio contro l'invasione turca della Siria del Nord
PONTEDERA - h 17 Piazza Curtatone - Non lasciamo solo il Popolo Curdo fermiamo il terrorista Erdogan
PRATO - h 17.30 Piazza del Comune - STOP Invasione in Rojava! Solidarietà internazionale per la PACE
REGGIO CALABRIA - h 18.30 Csoa Angelina Cartella, Via Quarnaro, Gallico - Assemblea pubblica contro l'invasione turca del Rojava
REGGIO EMILIA - h 19.30 Piazza Prampolini - Reggio Emilia #riseup4rojava
RIMINI - h 11.30 Via IV Novembre 40 - Presidio Rimini per il Rojava
ROVIGO - h 10 Piazza Giuseppe Garibaldi - Diciamo NO all'aggressione Turca contro i Curdi
SALERNO - h 17 Piazza Vittorio Veneto - Presidio in difesa del Rojava 
SARDEGNA - h 15 Capo Frasca - Spezzone solidale alla Manifestada contra a s'ocupatzione militare de sa Sardigna
SAVONA - h 17.30 Piazza Mameli - Con i curdi, contro Erdogan
SIENA - h 15 Logge del Papa - Presidio contro l'invasione turca del Rojava
TERNI - h 10.30 Via del Lanificio 19/A - Presidio contro l'aggressione turca al Rojava
TORINO - h 17.30 Piazza Castello - Tutti in piazza contro l'invasione turca del Rojava
UDINE - h 16 Stazione Ferroviaria - Presidio in solidarietà col Rojava contro l'aggressione turca
VIAREGGIO - h 17.30 Piazza Inigo Campioni - Viareggio con il Rojava

DOMENICA 13
COSENZA - h 17 Piazza XI Settembre - Cosenza - Difendiamo il Rojava - NO all'invasione turca! 
GIULIANOVA - h 18.30 Campetto Occupato, Via dello Splendore - Difendiamo il Rojava, dall'invasione turca! Assemblea
ROMA - h 17 Viale Castro Pretorio 88 - Presidio in difesa dei Curdi fronte Biblioteca Nazionale
            h 18 Parco Nomentano Lorenzo Orsetti - Mille candele per il Rojava: contro le bombe accendiamo la pace

LUNEDI' 14
FERRARA - h 18.30 Prefettura (Corso Ercole d'Este 16) - RISE UP for Rojava
LA SPEZIA - h 18 Piazza Mentana - RiseUpForRojava - Presidio in solidarietà al popolo curdo
MILANO - h 18 Consolato di Turchia, Via Antonio Canova 36 - Fermatevi! Milano al fianco del popolo curdo

MERCOLEDI' 16
TRENTO - h 17 Piazza Mario Pasi - Trento Bozen per il Rojava-Mobilitiamoci contro l'attacco turco

IN PIAZZA PER SOSTENERE IL POPOLO KURDO – segnalazioni di Gianni Sartori

Syria Trukey US

riceviamo e pubblichiamo:

SABATO 12 OTTOBRE H 15:00 PIAZZA DEL NETTUNO (Bologna)
***IN CASO DI IMMEDIATO ATTACCO DA PARTE DELLA TURCHIA TUTTI PRONTI PER SCENDERE IN PIAZZA IL PRIMA POSSIBILE***
12 ottobre giornata mondiale di mobilitazione e azione contro l’occupazione turca e la pulizia etnica dei curdi nella Siria settentrionale e orientale.
Dal Comitato di solidarietà del Rojava in Europa
“Sin dall’istituzione dell’autonomia autonoma democratica curda nella Siria settentrionale e orientale (DASA), il confine tra Turchia e Siria settentrionale e orientale è stato molto sicuro e nessuna azione armata contro la Turchia ha avuto origine da questo territorio. In recenti colloqui mediati dall’amministrazione statunitense tra la DASA e lo stato turco, le forze democratiche siriane (SDF) hanno dimostrato la loro volontà di lavorare per una pace duratura.
La nuova dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca, dal presidente degli Stati Uniti D. Trump, ha violato l’accordo negoziato tra la DASA e lo stato turco. Questa affermazione dimostra che gli Stati Uniti hanno apparentemente abbandonato i curdi, risultando in un’area che è stata, fino ad ora, un’oasi di stabilità e coesistenza in Siria, dovendo affrontare un altro periodo di sanguinosi conflitti.
Erdogan e il suo regime autoritario rappresentano la dittatura totalitaria, il militarismo e la violenta persecuzione delle minoranze, dei curdi e dei loro alleati nella Siria settentrionale e orientale. Più di 11.000 uomini e donne delle forze di sicurezza della Siria settentrionale e orientale hanno dato la vita per liberare questa regione dall’ISIS, per proteggere i popoli della Siria settentrionale e orientale e per fornire loro un futuro migliore, e oltre 22.000 altri sono rimasti feriti in questa campagna combattuta duramente. In questo modo, il mondo è stato protetto dalla brutalità dell’ISIS.
Un’invasione della regione da parte delle forze turche creerà le circostanze in cui l’ISIS può essere rianimato e commettere crimini contro l’umanità, diventando ancora una volta una minaccia per tutto il Medio Oriente, l’Europa e il mondo causando morte e distruzione indicibili e costringendo milioni di persone a fuggire dalle loro case e diventare rifugiati.
Pertanto, chiediamo alle comunità internazionali e alle organizzazioni della società civile in tutto il mondo di agire contro l’occupazione turca e la pulizia etnica contro i curdi nella Siria settentrionale e orientale il 12 ottobre 2019. ”
ENGLISH VERSION
URGENT CALL
FOR A GLOBAL ACTION DAY ON THE 12th OCTOBER
Against the Turkish Occupation and Ethnic cleansing of KURDS in North & East Syria
Since the establishment of the Kurdish democratic autonomous self-administration in North and East Syria (DASA), the border between Turkey and North and East Syria has been highly secure, and no armed actions against Turkey have originated from this territory. In recent talks mediated by the US administration between the DASA and the Turkish state, the Syrian Democratic Forces (SDF) have demonstrated their willingness to work for lasting peace.
The new statement released by the White House, US President D. Trump has violated the agreement negotiated between the DASA and the Turkish state. This statement demonstrates that the US has seemingly abandoned the Kurds, resulting in an area which has been, until now, an oasis of stability and coexistence in Syria, having to face another period of bloody conflict.
Erdogan and his authoritarian regime represent totalitarian dictatorship, militarism and violent persecution of minorities, and the Kurds and their allies in North and East Syria. More than 11,000 men and women from the security forces of North and East Syria gave their lives to liberate this region from ISIS, to protect the peoples of North and East Syria and to provide them with a better future, and over 22,000 more were wounded in this hard-fought campaign. By doing this, the world was protected from ISIS brutality.
An invasion of the region by Turkish forces will create circumstances in which ISIS can be revived and commit crimes against humanity, once again becoming a threat to the entire Middle East, Europe and the world causing untold death and destruction and compelling millions to flee their homes and become refugees.
Therefore, we call upon the international communities and civil society organizations worldwide to take action against the Turkish Occupation and Ethnic cleansing against KURDS in North & East Syria on the 12th October 2019.
-Stop the Turkish occupation
-Stop Turkish Ethnic cleansing
Rojava Solidarity Committee
Riportiamo un elenco delle iniziative di cui abbiamo avuto notizia finora.Gli aggiornamenti verranno pubblicati anche sulla pagina Facebook e sull’account Twitter.
Mercoledì 9 ottobre
Svizzera, Canton Ticino, Bellinzona: Oggi:
Giovedì 10 ottobre
Venerdì 11 ottobre
Sabato 12 ottobre
Milano: manifestazione “No CPR” con spezzone in solidarietà confederazione Siria Occidentale e orientale
Sardegna: manif contro occupazione militare della sardegna, con spezzone in solidarietà:  https://www.facebook.com/180107789008316/posts/1002107416808345/
Palermo: Concentramento piazza Verdi (Massimo) ore 17,00
Bologna: Mobilitazione alle 15:  https://www.facebook.com/events/518177518755832/
Domenica 13 ottobre
La Redazione di Rete Kurdistan Italia 

LA TURCHIA STA PER INVADERE IL ROJAVA? – di Gianni Sartori

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Ormai da settimane Erdogan andava esternando in merito alla sua intenzione di attaccare il Rojava per sradicarvi l’esperienza del “Confederalismo democratico”, la rivoluzione curda. Ossia fare il bis di Afrin con il suo seguito di repressione, uccisioni e pulizia etnica. Ovviamente – se l’invasione effettivamente avvenisse – qui non potrà andare altro che peggio. Sei milioni di civili (arabi, armeni, curdi e turcomanni) rischiano, come minimo, di dover lasciare le loro case, diventare profughi e sfollati.
Non sembra consentire dubbi ottimistici o tardive speranze l’annuncio dell’amministrazione statunitense del 6 ottobre: “ le truppe americane posizionate in Siria stanno per ritirarsi dai confini turchi in quanto la Turchia sta per avviare un’operazione prevista da lunga data nel nord del paese”  (vedi Huffingtonpost).
E infatti – stando a quanto comunicava l’ANF – già dal mattino del 7 ottobre le forze della coalizione internazionale avrebbero “ cominciato a ritirarsi dai posti di osservazione di frontiera di Serekaniye e Gire Spi nella regione dell’Eufrate”.
Questa la – opinabile – giustificazione ufficiale di Washington. Dato che la Casa Bianca ha richiesto invano a Francia, Germania e altri stati europei di riprendersi i combattenti dello stato islamico, quelli con cittadinanza europea, fatti prigionieri, Ankara vorrebbe ora farsene carico, diventarne direttamente responsabile. L’ennesimo colpo basso per i curdi e i popoli della Siria del Nord e dell’Est. Una ulteriore conferma della solitudine, dell’abbandono a cui la comunità internazionale condanna da sempre il popolo curdo i cui carnefici sono, di volta in volta, sostenuti e appoggiati sia dalla Russia di Putin, sia dagli USA di Trump. Così come in passato dalla Germania o da altre nazioni europee (Italia compresa, vedi la vendita di elicotteri).
I curdi sono intenzionati a resistere, a combattere. Ma appare evidente la sproporzione tra la potenza di fuoco della Turchia – uno Stato membro della Nato – e quella di un popolo braccato e perseguitato. Un popolo che ancora una volta deve amaramente constatare di “non avere altri amici oltre le montagne”.
Gianni Sartori

ANCHE LE FORESTE SANGUINANO… INDIA 2009- 2019: DIECI ANNI DALL’AVVIO DI GREENHUNT – di Gianni Sartori – (parte prima)

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In India per coloro che si oppongono con vigore alla politica del partito di maggioranza scatta automaticamente la definizione di “naxaliti urbani”.

E chi mai sarebbero ‘sti naxaliti?

Sono guerriglieri comunisti – maoisti – in genere acquartierati nelle foreste (e quindi soprattutto rurali). Al momento rappresentano probabilmente la maggior fonte di preoccupazione  per il grande capitale e per i suoi devastanti progetti di sfruttamento.

Arundhati Roy ne aveva parlato nel libro-testimonianza “Camminando con i compagni” (edizioni Rapporti sociali). La scrittrice indiana vi narrava l’esperienza vissuta tra i guerriglieri contribuendo a farne conoscere sia le motivazioni che il notevole livello di radicamento tra gli adivasi (gli “abitanti originari”, i tribali).

I Naxaliti nascono alla fine degli anni sessanta in quel di Naxalbari, un villaggio del Bengala occidentale (distretto di Darjeeling). Tra i fondatori Charu Mazumbar, già esponente del Partito comunista indiano (arrestato nel 1972, morì dieci giorno dopo a causa delle torture cui venne sottoposto)*.

Crescendo e ampliandosi il movimento, nel corso degli anni si è materializzata quella che viene definita la Compact Revolutionary Zone. La CRZ si estende dai confini con il Nepal fino all’Andhra Pradesh, nel sud dell’India. In collegamento con altri movimenti di ispirazione maoista come i partiti comunisti del Bhutan e del Nepal. Tra le cause che possono aver contribuito (involontariamente) all’ulteriore espansione del movimento va presa in considerazione la creazione delle ZES (Zone economiche speciali). Zone franche  in cui le imprese, sia indiane che straniere, godono di condizioni di favore (esentate da tasse, dazi e altro) e possono usufruire di moderne infrastrutture realizzate dal governo. Effetto collaterale, l’evacuazione forzata di migliaia di tribali che si erano rifiutati di cedere la Terra ai gruppi industriali e alimentari.

Non è un caso che gli stati in cui è maggiore la concentrazione di ZES (Jharkand, Orissa, Andhra Pradesh…) siano gli stessi in cui si è maggiormente diffusa l’azione dei naxaliti. Così come avviene nel Chhattisgarth dove le compiacenti autorità locali hanno concluso accordi per mettere a disposizione dei gruppi industriali (Essar, Tata…) vasti terreni per installarvi acciaierie e miniere. Alle legittime proteste e azioni dirette della popolazione nel 2009 il ministro dell’Interno rispondeva con una vasta operazione militare. Denominata Greenhunt, avrebbe dovuto sradicare la resistenza nelle regioni del centro e dell’est del paese. Oltre alle forze locali di polizia, venivano mobilitati circa 100mila tra soldati e paramilitari con l’obiettivo di occupare militarmente i territori e consentire la realizzazione delle attività economiche. Strategia dichiarata: “ripulire, controllare, costruire”.

Finora non ci sono riusciti.

Vishwa Adivasi Divas

Una scadenza a cui regolarmente aderisce il Partito comunista dell’India (maoista) è la Vishwa Adivasi Divas ( “Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni”). Anche quest’anno (2019) i naxaliti hanno rivolto un appello ai tribali (adivasi) che celebrano tale ricorrenza chiedendo di farne una “giornata di lotta per proteggere i diritti e la identità delle tribù”. Niente di nuovo.

In un comunicato di qualche anno fa, Sainath (all’epoca segretario della divisione di Darbha, distretto di Bastar nello stato di Chhattisgarh) denunciava che gli adivasi (circa ottanta milioni, l’8% della popolazione indiana) “non sono indù e tuttavia le forze fasciste braminiche minacciano l’identità, l’esistenza e i diritti delle tribù e per questo Vishwa Adivasi Divas va considerata come un giorno di lotta contro tali minacce”.

Parole che suonavano come un avvertimento al governo indiano per le sue politiche di “sfruttamento della popolazione tribale, violazioni dei loro diritti nel tentativo di distruggerle, annichilirne la stessa esistenza oltre che l’identità”.

E non soltanto parole. Il comitato della divisione di Darbha era uno dei più temuti dalle forze militari. Nel 2013 si rese responsabile dell’attacco a Jhirum Ghati di un convoglio del Congresso, attacco che causò la morte di 32 persone (tra cui alcuni leader politici di tale partito indiano).

Nel comunicato si ricordavano e condannavano  anche gli episodi di  “linciaggi mafiosi – causati dal fondamentalismo indù – e altre atrocità commesse contro dalit (paria nda) e adivasi”.

Così come la “cessione di terre e foreste tribali a imprenditori privati e alle multinazionali da parte del governo”.

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Chiamandole alla lotta, i naxaliti ricordavano alle popolazioni tribali che “non siete soli, noi siamo al vostro fianco.

A quale genere di lotta si riferiscono i naxaliti nei loro appelli?

Stando alle preoccupate dichiarazioni dei funzionari delle unità Anti-Naxal,  questi messaggi avrebbero “tutta l’aria di un appello all’insurrezione”.

Vorrei anche qui riportare alcune critiche (peraltro amichevoli e costruttive) di Sunil Deepak  a un mio intervento (“LINGUE E POPOLAZIONI MINACCIATE DAL PROGRESSO)** sulla scomparsa delle lingue indiane tradizionali in cui esprimevo simpatia per l’operato dei naxaliti.

I maoisti e le tribù: questa è la parte dell’articolo di Sartori con la quale mi sento in leggero disaccordo. Dalle parole di Sartori emerge una visione romantica della lotta dei maoisti accanto ai poveri delle tribù sfruttati e calpestati dalle multinazionali con il benestare del governo (…). Ho avuto 3 occasioni di entrare nei territori controllati dai maoisti, 2 volte in India e una volta nel Nepal. Penso che siano persone accecate dalla ideologia, brutali e violente, sicuramente non migliori e forse peggiori dal sistema che dichiarano di voler cambiare. Il loro controllo sulle tribù nelle aree occupate era ferreo e spietato (…). L’India delle caste, degli esclusi e sfruttati deve cambiare, ma non con una rivoluzione violenta che vuole sostituire il sistema democratico con un sistema totalitario basato sulle idee di Stalin o di Mao”.

Prendo nota. Ovviamente nutro qualche riserva –  soprattutto di metodo – nei confronti sia del maoismo che del leninismo (non dimentico Kronstadt nel 1921, tantomeno il maggio ’37 di Barcellona).

Ma ritengo vada comunque riconosciuto che senza i naxaliti per gli adivasi il destino sarebbe stato quello degli indiani d’America o degli aborigeni australiani. Ossia deportazione, etnocidio…nella migliore delle ipotesi venir rinchiusi in qualche riserva. 

Ripercorrere a ritroso alcuni degli eventi più recenti (gli ultimi mesi di quest’anno) può darne un’idea.

29 settembre: Una militante maoista conosciuta come Jugni, esponete del PCI (maoista) del MMC (Maharashtra-Madhya Pradesh- Chhattisgarh) è stata uccisa dalla polizia. Verso le ore13, le forze di sicurezza hanno attaccato un accampamento dei guerriglieri nel distretto di Kabirdham (Chhattisgarh) vicino al villaggio di Suratiya.

Altri militanti presenti nell’accampamento sarebbero riusciti a sganciarsi per rifugiarsi nella foresta. Sul luogo la polizia ha recuperato materiale propagandistico e vari documenti.

22-23 Settembre 2019: sono cinque i maoisti uccisi in due giorni dalle unità di èlite “Greyhounds” dello stato di Andhra Pradesh nella zona di frontiera tra l’Andhra e l’Orissa (Odisha in lingua hindi, noto anche come meta turistica per “visitare” le tribù dravidiche). Tre il giorno 22 (tra cui due donne) durante uno scontro nel distretto di Visakhapatnam) e altri due il giorno successivo durante un rastrellamento. Recuperati dalla polizia alcuni fucili automatici, pistole, un AK47 (fucile d’assalto Kalashnikov)

13-14 settembre: Sarebbero almeno sei i naxaliti uccisi – nel corso di tre distinti scontri a fuoco – nella regione del Bastar (Chhattisgarh) tra il 13 e il 14 settembre. 

Nella notte del 13 (verso le 23,30), due maoisti (Lachu Mandavi e Podiya, membri del comitato locale di Malangi) già ricercati e sulla cui testa era posta una consistente taglia, venivano intercettati e – dopo essere in un primo momento riusciti a sganciarsi – abbattuti in una foresta presso il villaggio di Kutrem (distretto di Dantewada). 

Un altro guerrigliero veniva ucciso il mattino successivo in una foresta nei pressi del villaggio di Punnur (distretto di Bijapur). Obiettivo dell’operazione anti-guerriglia era la cattura di un importante comandante maoista segnalato nella regione. Verso sera, durante un altro scontro a fuoco in una foresta di Tadmetla-Mukram nullah, altri tre naxaliti venivano colpiti a morte. Qui la polizia era intervenuta per eliminare un posto di blocco dei maoisti sulla strada per Tadmetla.

28 Agosto: ricercato da più di dieci anni,  il militante maoista Rakesh Sodhi (sulla cui testa era posta una taglia di 800mila rupie) è stato ucciso durante uno scontro a fuoco in un accampamento naxalita nella foresta di Pakanguda (Malkangiri). Nella stessa circostanza sarebbe rimasta gravemente ferita un’altra persona (un “paramilitare” sulla  cui identità mancano dettagli precisi). La sparatoria è avvenuta nel corso di un rastrellamento operato dal gruppo delle operazioni speciali (SOG) e dalla Forza volontaria di distretto (DVF, a cui apparteneva quello ferito gravemente). Tra i principali dirigenti del Comitato speciale delle zone di frontiera di Andhra-Orissa, Rakesh Sodhi era ritenuto responsabile di almeno una dozzina di attacchi opera della guerriglia. In particolare di quello che nel luglio 2008 aveva causato la morte di 17 membri delle Forze speciali a Kalimela  (Malkangiri).

Il 24 agosto cinque maoisti sono stati uccisi durante uno scontro a fuoco nella giungla di Dhurbeda (Abujhmad, a 350 chilometri da Raipur) con forze antiguerriglia composte dalla Guardia di riserva del distretto di Narayanpur (DRG) e dalle Forze di intervento speciale (FST). 

Narayanpur (nella regione del Bastar, Stato del Chhattisgarh) è uno dei distretti in cui la guerriglie maoista è più forte e organizzata.

In precedenza, il 21 agosto, un altro naxalita veniva ucciso nel corso di una  operazione anti-guerriglia nella giungla di Burgula (Manuguru, circoscrizione di Pinapaka)

Altra vittima maoista il 9 agosto, sempre in uno scontro a fuoco, nella foresta di Tholkobera  (distretto di West Singbhum, stato di Jharkhand). Qui veniva anche scoperto un deposito di armi (alquanto modesto: tre fucili, di cui due da caccia e munizioni). L’operazione era stata pianificata e condotta congiuntamente dal 94° battaglione della CRPF e dalla polizia di Jharkhand.

(continua)

#HoTornaremAFer #Catalunya #Milano #28settembre

Un incontro culturale di alto livello per conoscere e capire la “questione” catalana, sotto vari aspetti, dall’ambito culturale a quello giuridico, passando attraverso l’impegno sociale e partecipativo.
Un sentito ringraziamento ai tre relatori: il prof. Aureli Argemì (pres. em. del CIEMEN ), il prof. Pietro Cataldi (rettore dell’Univ. per Stranieri di Siena) e Marco Santopadre (giornalista e scrittore).
Ringraziamo anche il moderatore dell’incontro, il giornalista e scrittore genovese Andrea Acquarone.
Grazie anche a tutti coloro che hanno portato un saluto al convegno: da Elisenda Paluzie (pres. Assemblea Nacional Catalana) a Marcel Mauri (portavoce Òmnium Cultural), da Roberto Gremmo a Maurizio Castagna (a nome di ass. cult. di Napoli e Sicilia)
Un particolare ringraziamento inoltre a Toni Orpinell (rappr. Assemblea Nacional Catalana Itàlia) che ci ha raggiunto da Roma e a Paola Bonesu , che ci ha aiutato e supportato nella fase dell’organizzazione.
Un ultimo e, ovviamente sentito, GRAZIE all’attento pubblico che ha assistito all’evento.

A seguito del convegno, ci è pervenuto un messaggio da parte del President catalano in esilio, Carles Puigdemont, messaggio che ci riempie di soddisfazione e ci onora.


Non abbiamo dubbi: #HoTorneremAFer

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GRAZIE ALL’IMPEGNO CURDO, DUE BAMBINI FIGLI DI MILIZIANI ISLAMICI DECEDUTI SONO STATI RIMPATRIATI IN AUSTRIA – di Gianni Sartori

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Stando a quanto ha dichiarato Fanar al-Kaeet, un responsabile per gli Esteri dell’amministrazione autonoma curda (notizia riportata in un comunicato del 2 ottobre dell’agenzia AFP) due fratellini rimasti orfani (i cui familiari, legati allo Stato islamico, erano presumibilmente deceduti) sono stati consegnati a rappresentanti degli Esteri austriaci e portati a Vienna. Avvenuto attraverso il passaggio di Samaka (tra il nord-est della Siria e il Kurdistan iracheno) tale rimpatrio risulta tra i primi del genere verso un paese europeo. Un’operazione che ha potuto realizzarsi grazie alle autorità curde delle zone autonome (almeno per ora e comunque relativamente) all’interno dello Stato siriano.

La richiesta all’amministrazione curda veniva direttamente dal Ministero degli Esteri austriaco in risposta alle pressanti domande della nonna dei due piccoli. La loro mamma, austriaca, aveva raggiunto il “califfato” ancora nel 2014, all’età di quindici anni.

Da marzo, con la definitiva sconfitta dello stato islamico, si è posto l’urgente e drammatico il problema dei familiari dei miliziani islamici (in particolare per quelli di provenienza europea). Attualmente sarebbero parecchie migliaia gli stranieri confinati nei campi del nord-est siriano sotto controllo curdo. Tra loro quattromila donne e dodicimila bambini, la metà dei quali – secondo l’ONU – orfani o comunque “non accompagnati”.

Finora a rimpatriare decine di donne e bambini ( e anche qualche miliziano) loro concittadini sono stati soprattutto l’Uzbekistan, Il Kazakistan e il Kosovo. Piuttosto rari invece, almeno finora, i casi di figli di cittadini europei andati a combattere con l’Isis recuperati da paesi europei.

Con questo rimpatrio si è  forse voluto dare un segnale di segno opposto e – stando a quanto affermano fonti del ministero degli Esteri austriaco – altri tre bambini nella stessa situazione dovrebbe essere rimpatriati a breve.

Almeno in questo caso le colpe – innegabili – di padri e madri non ricadranno sui figli, vittime innocenti del fanatismo.

Gianni Sartori

#KURDISTAN – TERRORE DI STATO IN AFRIN – di Gianni Sartori

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Da Afrin invasa e occupata dall’esercito turco e dalle milizie mercenarie giungono notizie di sequestri, maltrattamenti e torture ai danni della popolazione curda. Altre informazioni provengono dai racconti di coloro che sono riusciti a fuggire raggiungendo qualche campo profughi.

Il 24 settembre è avvenuto l’ennesimo inquietante episodio, quando il gruppo islamico “Sultan Murad”, legato allo Stato turco, ha prelevato sei civili dal villaggio di Qurt Qilad (distretto di Shera).

Questi i loro nomi: Mihemed Quma Ehmed, Mihemed Ehmed Reso,  Omer Sahin Moso, Mustafa Abdulqadir Sex Ehmed, Issam Menam Moso e Henan Mihemed Muslin. Sempre il giorno 24 si registravano due rapimenti di studenti (Leyal Deri e Beyan Hemo). In questo caso potrebbe trattarsi dell’opera di una delle bande criminali che imperversano, con il consenso delle forze di occupazione, nella città martoriata.

Tra agosto e settembre sono state oltre 140 le persone rapite, tra cui una trentina di donne. Ovviamente non di tutti i casi si viene a conoscenza, soprattutto quando i sequestri sono opera dei servizi segreti turchi. In particolare le bande jihadiste usano il sequestro per ricattare le famiglie chiedendo un riscatto, ma in molti casi la persona rapita resta desaparecida anche a pagamento avvenuto.

Da parte sua la “polizia militare” si dedica al sequestro di denaro, beni e mezzi di trasporto della popolazione che viene fermata ai posti di blocco.

Recentemente “Rete Kurdistan” ha pubblicato l’ennesima testimonianza raccolta dall’agenzia ANHA.

Ebdo Omer, sequestrato dai miliziani, ha raccontato di essere stato a lungo torturato e di aver assistito alle torture inflitte ad altri civili imprigionati. Ha inoltre voluto testimoniare in merito alla morte di alcuni prigionieri – rinchiusi nelle stesse prigioni, prima di Kefer Zité, poi di al-Rai – sia per tortura che per fame. 

Torturato già in strada al momento della cattura (al punto di provocarne lo svenimento) Ebdo Omer venne successivamente appeso ad un gancio e picchiato con un grosso tubo. Dato che non poteva, anche se avesse voluto, fornire ai suoi carcerieri le informazioni richieste (le posizioni della guerriglia) sulle sue ferite venne versato sale. Come conseguenza delle botte ora non è più in grado di utilizzare il braccio sinistro. E comunque gli è andata ancora bene (visto che ha potuto raccontarla). Perlomeno rispetto ad altri prigionieri deceduti a causa delle torture, assassinati o semplicemente scomparsi senza lasciare traccia.

Un quadro generale che la politologa tedesca, specialista in Turchia, Elke Dangeleit ha interpretato come una “pulizia etnica pianificata contro i curdi in Siria”.

Prosegue intanto anche l’opera di devastazione ambientale per mano dell’esercito turco con l’incendio delle foreste, in particolare nel distretto di Mabata. Le bande integraliste invece hanno abbattuto decine e decine di alberi in quello di Rajo.

Ma, va detto, i curdi non si limitano a subire.

Anche in agosto le Forze di Liberazione di Afrin (FLA) avevano attaccato le truppe di occupazione nel villaggio di Kirame (distretto di Sherawa) uccidendo due soldati. Altri due militari sono stati uccisi nel distretto di Shera.

Questo per quanto riguarda i territori curdi all’interno dello stato siriano, al momento invasi e occupati da Ankara.

In Rojhilat (territori curdi sotto l’amministrazione iraniana), sempre in questi giorni, sono state eseguite altre condanne a morte contro persone curde.

Il 26 settembre, nella prigione di Sanandaj (Sine) è stata impiccata, dopo aver trascorso cinque anni nel braccio della morte, Leyla Zarafshan. Stando a quanto comunicato da Zarafshan (Organizzazione per i diritti umani) la donna sarebbe stata condannata in quanto ritenuta responsabile della morte del marito.

Sempre in Iran, altri quattro detenuti curdi, in carcere per reati comuni, sarebbero stati impiccati il 25 settembre a Urmia (Azerbajan occidentale).

Gianni Sartori

L’IMPRESA DI MAGELLANO? POCO DA FESTEGGIARE, A MIO AVVISO… – di Gianni Sartori

pigafetta vicenza

 

Conosco Federico dal 2006. All’epoca in quel di Cà Brusà si ritrovarono per tre giorni di dibattiti e altre iniziative contro la Valdastico Sud (A 31) soggetti alquanto eterogenei. Gli anarchici di Rovereto (che avrei rivisto alle manifestazioni contro gli impianti sciistici di Costa d’Agra), i NO TAV dalla Val Susa, vari comitati sorti in prossimità del Brenta (vedi il cromo a Tezze), vicentini in procinto di emettere i primi vagiti No Dal Molin, reduci – inquisiti – dalle giornate di Genova 2001, qualche seguace di Zerzan (i “primitivisti”), Margherita Verlato (sorella del compianto Antonio, insostituibile difensore del paesaggio vicentino) di Italia Nostra, qualche antagonista dell’Alto Vicentino (Francesca), gli immancabili Fausto Schiavetto e Arnaldo Cestaro (sì, quello della Diaz…). E appunto Federico, contadino biologico. Suo, tra  l’altro, l’esperimento di rilanciare nel vicentino la coltivazione del grano monococco.

Proprio Francesca mi raccontò del tentativo di qualche giorno prima di bloccare i lavori della A 31 e del gesto – simbolico, ma comunque sul momento efficace – di Federico che aveva scagliato contro le ruspe la sua bicicletta. In seguito sia Federico che Arnaldo si impegnarono duramente  per rilanciare la lotta, quando nel Basso Vicentino si andava ormai diffondendo la rassegnazione. Ma invano. 

Sappiamo come andò a finire. Grazie a giunte comunali compiacenti, alla Provincia e alla Lega, l’autostrada purtroppo fu realizzata. Anche se in realtà si dovrebbe parlare di una vera e propria discarica in cui vennero letteralmente scaricate (abusivamente, di notte, per essere prontamente ricoperte al mattino) tonnellate e tonnellate di scarti di fonderia conditi con minerali pesanti (ormai saranno arrivati in falda).

Insomma, conoscevo Federico come il nostro José Bové veneto e rimasi quindi leggermente stupito quando, passato a salutarlo in bici, mi sventolò davanti al naso la fotocopia della “Relazione del primo viaggio intorno al mondo” di Antonio Pigafetta (vicentino e cavaliere di Rodi, come veniva specificato). Parlò con entusiasmo di un comitato (l’Associazione Culturale Pigafetta 500) sorto per celebrare l’anniversario del 20 settembre 1519, data della partenza di Ferdinando Magellano per la prima circumnavigazione del globo terracqueo. Dando per scontato che ne avrei scritto, magari su Quaderni Vicentini, venni anche invitato agli incontri settimanali che si svolgevano a Palazzo Chiericati (il Museo Civico). Pur apprezzandone l’energico entusiasmo non nascosi le mie perplessità.

“Ma come? – sospirai – Posso anche capire l’orgoglio vicentino, ma dobbiamo proprio stare a celebrare acriticamente questo preludio funesto della globalizzazione e dell’imperialismo?”.

Sia ben chiaro. Non ho niente di personale contro il Pigafetta. Anzi, ripensando a quando arrivai in città, ragazzino spaesato che fino al giorno prima girava scalzo per i campi e alle sera in stalla andava a filò (uno dei miei nonni era il boaro della fattoria), devo riconoscere che la statua del navigatore in viale Roma rappresentò uno dei primi punti di riferimento, diventato in breve tempo familiare,  per orientarmi nella metropoli. Abituato ad arrampicarmi sugli alberi, fu probabilmente la mia prima, inconsueta, palestra di roccia.

Identico discorso per la storica abitazione in esuberante gotico fiorito (abitavo in via SS Apostoli, nelle immediate vicinanze), affascinato anche dal motto- per quanto all’epoca incomprensibile –  qui inciso (“Il n’est rose, sans espine” in francese antico).

E ricordo poi, altra traccia del Pigafetta, la lapide sulla facciata di una abitazione di Longara (vi abitarono i miei zii) dove – stando alle cronache, ad alcune almeno – l’illustre personaggio sarebbe deceduto. Esistono almeno un paio di altre versioni per cui sarebbe morto nei pressi di Viterbo durante una pestilenza (nel 1527). O ancora più tardi (nel 1531) a Modone in combattimento. A scelta.

Tornando alla lapide citata, chi passa in auto difficilmente la identifica. Ma se l’autobus – o la corriera – rallenta un pochino è all’altezza giusta guardando dal finestrino.

Alla fine non ne ho fatto niente. Non ho presenziato alle riunioni e non ho scritto nulla in merito alla scadenza. Almeno finora.

In compenso mi sono riletto la “Relazione del primo viaggio intorno al mondo ” del Pigafetta, meticolosa trascrizione rielaborata sulla base dei suoi stessi diari (l’originale, dato per perso, venne ritrovato da Carlo Amoretti nel 1797). Riprendendo in mano anche un vecchio libro di Giotto Danieli (“L’impresa di Magellano”, UTET 1965) che tenevo in libreria e ricavandone comunque la conferma sulla legittimità dei miei dubbi.

Leggendoli (anche se non era nelle intenzioni degli autori), possiamo dedurne che Magellano e compagni si comportarono da autentici predatori (vedi i carichi di spezie, i prigionieri imbarcati…), stupratori nei confronti delle donne native e imperialisti (per quanto ante litteram, almeno nel senso che vi attribuiamo).

Avviando una sapiente politica di strumentalizzazione delle faide e conflittualità preesistenti (divide et impera) come nel caso delle armi da fuoco fornite ad un sultano per reprimere le tribù ribelli (alla spedizione punitiva – successiva alla morte di Magellano –  parteciparono direttamente alcuni spagnoli).

E anche esportando i consolidati conflitti tra stati europei, in particolare tra Spagna e Portogallo. Senza dimenticare la sua personale contraddizione, quella  di un portoghese che aveva rinunciato alla propria nazionalità per mettersi al servizio degli spagnoli (un vezzo – o una necessità – comune a molti altri navigatori: Colombo, Vespucci, Verrazzano, i due Caboto…).

Ma cosa accadde nelle Indie orientali quel 27 aprile 1521 quando Magellano venne abbattuto dagli isolani, guidati da Lapu-Lapu, a Mactan?

Stando a quanto riferisce il Pigafetta, raggiunte le Filippine vi trovarono indigeni disponibili  a scambiare mercanzie (perline e specchietti in cambio di cibarie e spezie). Parecchi ne convinsero, per amore o per forza (nella “Relazione” si riferisce addirittura di un presunto miracolo!), a dichiararsi cristiani (con l’immancabile contorno di idoli “pagani” dati alle fiamme) e sudditi del re di Spagna. In particolare il re e la regina di Cebu, quasi due collaborazionisti, magari controvoglia. Come non cogliere l’analogia con l’esportazione – in epoca più recente – della “democrazia” anche a cannonate? Non potevano mancare i soliti dissidenti rompiballe che però alla fine – in parte – sembrarono rassegnarsi. Soprattutto  dopo che Magellano in persona li aveva minacciati di morte. Cito testuale: “Allora il nostro Capitano fece chiamare tutti li principali del Re, e disseli, se non obbedivano al Re come suo Re, li farebbe ammazzare e daria (un venetismo? nda) la sua roba al Re. Risposero che lo obbedirebbono”.

E più avanti è sempre il Pigafetta a riportare un’altro episodio significativo: “Innanzi passassero otto giorni furono batizzati tutti de questa isola (Subu nda), e de le altre alcuni. Brusassemo (altro venetismo? nda) una villa per non voler obbedire al Re né a noi, la quale era in un’isola vicina, a questa”. Per la cronaca, il villaggio incendiato per essersi rifiutato di convertirsi si chiamava Bulaja (lo precisa il Pigafetta più avanti) e si trovava nell’isola di Mactan. Non ancora soddisfatto, a questa isola Magellano aveva imposto un consistente tributo di riso, miele, capre e maiali per le necessità dei suoi marinai e soldati. I rifornimenti arrivarono, ma in quantità molto inferiore alle richieste (una protesta per l’incendio di Bulaja?). Per Magellano e soci, una evidente mancanza di rispetto per la corona spagnola da loro rappresentata, uno sgarbo da punire col ferro e col fuoco.

UNA PICCOLA LITTLE BIGHORN DELLE INDIE ORIENTALI

Fu così che  avventatamente tre battelli con 60 uomini in armi navigarono nottetempo verso l’isola insubordinata. Al seguito, una trentina di piroghe con un migliaio di indigeni presunti collaborazionisti (ma non si esclude che si trattasse di una trappola ben congegnata) che in teoria avrebbero dovuto dar man forte. All’alba del sabato 27 aprile, dopo un’inutile tentativo di trattativa, attaccarono.  Al momento di sbarcare scoprirono l’acqua bassa e ingombra di scogli. Quindi le imbarcazioni rimasero alla fonda troppo lontano dalla costa per intervenire in aiuto a colpi di bombarda.

Una cinquantina di spagnoli (balestrieri e moschettieri) scesero dalle barche con intenti bellicosi, ma a guado, con l’acqua a mezza gamba.

Una decina rimase nella vicinanza delle barche, a guardia.

Nel frattempo il re della piccola isola, abitata da poche centinaia di persone, aveva fatto arrivare un altro migliaio di guerrieri, armati di lance di legno con punte di pietra (se vogliamo: la rivincita del paleolitico) dalle isole vicine. Inoltre aveva fatto costruire palizzate difensive e scavare fossati disponendo i guerrieri in tre squadre. Una per opporsi frontalmente agli invasori, le altre lateralmente, nascoste tra la vegetazione per colpirli su entrambi i fianchi.

Pare che gli europei, pensando forse di terrorizzare gli indigeni, avessero aperto il fuoco con troppa veemenza, in anticipo. Palle dei moschetti e dardi delle balestre non raggiungevano gli indigeni o comunque non scalfivano, a causa della distanza,  gli scudi di legno. E intanto, approfittando dei momenti in cui gli spagnoli dovevano ricaricare le armi, gli indigeni lanciavano centinaia di frecce, lance, pietre aguzze. Avendo nel frattempo compreso che le corazze non proteggevano interamente gli intrusi, miravano alle gambe (rimaste nude, in quanto erano sbarcati a guado), al volto, alle braccia.

Come diversivo, Magellano ordinò allora di incendiare  le capanne di un villaggio ottenendo soltanto di aizzare ulteriormente la rabbia e il desiderio di vendetta degli isolani.

Venne colpito da un paio di frecce (prima alla gamba destra, poi al braccio destro), mentre la maggior parte dei suoi fuggivano disordinatamente in preda al panico. Sorretto e difeso dal fedele Pigafetta (“fuggirono, sicché siamo da 6 a 8 col Capitano” scriverà Pigafetta con malcelata indignazione per il vile comportamento dei commilitoni), tentò invano di ritirarsi dalla battaglia. Inseguito anche nell’acqua bassa, questo sparuto manipolo continuò a combattere per almeno un’altra ora. In condizioni disperate mentre gli indigeni, avendolo individuato, miravano soprattutto al “Comandante Generale”. Colpito anche alla gamba sinistra, pare da una sorta di scimitarra, Magellano piombò nell’acqua riverso. E, stando al racconto del vicentino, gli isolani ribelli gli si scagliarono addosso in massa per ucciderlo. Così moriva “lo specchio, il lume, il conforto e la vera guida nostra”. 

In tutto caddero otto spagnoli e cinque indigeni “convertiti” che incautamente si erano schierati con gli invasori. Altri morirono successivamente per le ferite riportate. Una quindicina invece le vittime tra i nativi insorti.

Il suo corpo non venne riconsegnato, ma conservato dagli indigeni come legittimo trofeo.

Volevo concludere con una piccola provocazione.

Ossia con la proposta di sostituire il cenotafio a Magellano qui eretto (sempre che esista ancora) con un monumento alla Resistenza dei popoli nativi contro gli invasivi europei. Ma poi ho scoperto che si era già provveduto innalzando una grande statua di bronzo, alta ben quattro metri e armata di scimitarra, in onore di chi lo sconfisse. Meglio che niente (e pazienza se dopo questo articolo mi verrà tolta la cittadinanza per disfattismo…).

Gianni Sartori

MA BOLSONARO XEO VENETO? MADONA SPEREMO DE NO… – di Gianni Sartori

bolsonaro

“La follia veneta”. Con questo titolo usciva nel 1981un libro del giornalista Mino Monicelli. Parlava d’altro, d’accordo (e forse equivocava). Ma mi sembra adattissimo per definire quanto avvenne al momento dell’elezione del presidente brasiliano Bolsonaro.

All’epoca un manipolo di leghisti si fece immortalare reggendo uno striscione con su scritto “Bolsonaro orgoglio veneto” e definendolo ambasciatore della nostra regione nel mondo. Robe da pazzi, appunto. Eppure già allora si sapeva chi fosse il personaggio (sulle cui radici venete comunque non tutti concordano): fautore della deforestazione, complice degli allevatori, omofobo, maschilista, razzista …

Proprio in queste ore sta emergendo con tutta evidenza come gli autori dei recenti, devastanti incendi dolosi (vedi le intercettazioni telefoniche) agissero incoraggiati – e anche per sostenerla- dalla nuova politica di radicale deforestazione adottata dal presidente nei confronti dell’Amazzonia. Mentre le foreste bruciano lui (dopo aver lasciato mano libera alle multinazionali che le distruggono per fare spazio alla soia e agli allevamenti) fa il “sovranista”, l’offeso. Già in precedenza, di fronte ai dati forniti dall’INPI (Istituto nazionale del Brasile di ricerca spaziale), non trovava di meglio che estrometterne il responsabile. E intanto nell’ultimo anno la deforestazione amazzonica è cresciuta del 60%.

Nel suo delirio si è spinto ad accusare le organizzazioni ambientaliste di aver provocato gli incendi per screditarlo di fronte all’opinione pubblica.

Non mancano naturalmente affinità, sia culturali che caratteriali, tra Bolsonaro e alcuni leader leghisti (veneti e non). E anche significative convergenze ideologiche. Tra le altre, il sostanziale negazionismo in materia di cambiamenti climatici.

Anche nell’ultimo bilancio approvato dalla Giunta regionale non c’è nessun capitolo, nessun investimento per la lotta ai cambiamenti climatici.

Si continua invece ad autorizzare disboscamenti a favore dell’ormai monocultura del Prosecco.

Quindi, tornando al Bolsonaro, altro che “ambasciatore dei valori veneti” e “modello per i nostri emigranti nel mondo”!

Da veneto (nonno della Val d’Astico, nonna dei Monti Rugoloni – Colli Euganei), affermo che se Bolsonaro fosse veramente di origini venete, andrebbe considerato più che altro una vergogna per la nostra regione. Ugualmente dovrebbero vergognarsi quei leghisti veneti che esultarono pubblicamente al momento della sua nomina a presidente.

Gianni Sartori