#Corsica #Elezioni – Dopo il 2° round in Corsica: osservazioni e riflessioni – di Petru Poggioli

Per anni, con l’aumentare del consenso raggiunto dai nazionalisti Corsi, i risultati elettorali in Corsica nelle elezioni presidenziali francesi sono stati usati per screditare alcuni voti nazionalisti (in alcuni ambienti etichettati “globalmente” come “nazionalisti corsi”), amalgamando tutto, facendo caricature e semplificando all’estremo.

Prima di tutto, sia chiaro, io condanno questo voto, anche se i nazionalisti e i Corsi (in troppi) che conosco lo hanno effettuato. È un loro diritto, ma hanno torto e si sbagliano. Tuttavia siamo rimasti in troppo pochi perché io chieda di metterli alla gogna. No, per me si sbagliano e spero che prima o poi se ne rendano conto.

Le elezioni presidenziali dopo il 1980 hanno sempre meno mobilitato i Corsi (più inclini a mobilitarsi per le elezioni locali) ieri come oggi e le loro scelte sono state fatte al di fuori dei criteri a favore della Corsica e delle posizioni pro od anti nazionaliste Corse.

E inoltre gli analisti erano già in confusione, perché i Corsi hanno sempre votato al contrario dell’avvicendamento dei risultati dell’Esagono (maggioranza della destra a Parigi, sinistra in Corsica; maggioranza della sinistra a Parigi, destra in Corsica).

Risultati 2022

1a osservazione

La Le Pen ha ottenuto 15.000 voti in più rispetto al 2017. Ma la popolazione dell’isola ha registrato dal 2017 quasi 10500 nuovi votanti registrati (dubitiamo che siano stati i Corsi della Diaspora a tornare nel paese).

2a osservazione

Mettiamola semplicemente: la Corsica rurale è popolata per lo più da elettori Corsi (30% della popolazione), immaginiamo che in totale questa Corsica rurale voti LePen. Si tratta solo del 30% della popolazione votante dell’isola.

La Corsica urbana e periurbana è popolata principalmente da non Corsi (70% della popolazione isolana). E tra questo 70% della popolazione, dove sono i battaglioni lepenisti e quali sono le loro percentuali (Aiacciu, Bastia, Corti, Sartè, Porti Vecchju, Ghisonaccia Solenzara, Ventiseri, Alata, Aleria…), e così via… dove sono i grandi punteggi lepenisti?

3a osservazione

I voti al secondo turno non sono per lo più voti di adesione, per nessuno dei due candidati. La divisione “tutti contro Macron” o “tutti contro LePen” ha prevalso. E i nazionalisti Corsi, alcuni dei quali hanno chiesto l’astensione ed altri la libera scelta del voto (tranne che per la Le Pen), non essendo presenti a questo tipo di elezioni (non locali) non hanno avuto una grande influenza sulle scelte reciproche per l’uno o l’altro dei due concorrenti, soprattutto perché dopo la pandemia, una tensione generale a livello politico ha reso il posizionamento dell’uno rispetto all’altro molto antagonista e piuttosto divisivo,  ben oltre le considerazioni più locali specifiche dei Corsi (questo anche se l’assassinio di Yvan ha avuto un’influenza sull’astensione o su alcuni voti in bianco o nulli).

Per concludere, è difficile analizzare troppo sottilmente il comportamento elettorale nelle colonie, vedi i risultati nelle altre isole “francesi”, ultimi coriandoli dell’impero coloniale francese di ieri (a Martinica, Guadalupa, Guyana la maggioranza degli elettori sono lepenisti, ed anche a Tahiti o Kanakie dove i punteggi lepenisti sono in vantaggio come da noi).

Alle elezioni territoriali del giugno 2021, il RN ha partecipato come tale. I suoi risultati sono stati ben al di sotto dei punteggi ottenuti nelle elezioni presidenziali (e questo nonostante i punteggi lepenisti in Corsica alle elezioni del 2017).

Nelle elezioni presidenziali, non c’è mai nessun candidato etichettato come nazionalista Corso. Presto si terranno le elezioni legislative, il RN sarà presente, come i nazionalisti Corsi. Sarà quindi più facile impegnarsi in un’analisi reale.

Ma è sempre stata una costante: i media e gli analisti politici, più o meno credibili, hanno sempre rifiutato di tenere conto della dimensione politica dell’impegno dei nazionalisti Corsi e soprattutto della loro difesa e della loro richiesta di riconoscimento della loro specifica identità (un termine “pesante”, anche se la nozione di Popolo Corso è aperta, inclusiva e positiva) e quindi qualunque cosa i nazionalisti dicano, affermino e facciano, le loro idee e le loro azioni saranno sempre più o meno mescolate e amalgamate con le tesi lepeniste, per screditarle e rifiutarsi di tenerne conto, se non altro nei loro scritti. Quindi prendiamone nota e continuiamo il nostro viaggio per la difesa del Popolo Corso sulla propria terra e dei suoi diritti collettivi in patria.

Petru Poggioli

Aiacciu, 26 aprile , 2022

#Corsica #Elezioni – Nessuna alternativa, quale alternativa? – di Petru Poggioli

La candidata del RN ha ottenuto il 69,60% in Guadalupa, il 60,87% in Martinica, il 60,70% in Guyana francese, così come a Saint-Pierre-et-Miquelon (50,69%), (prefetture di questi territori). Tutto questo mentre, con idee come minimo opposte, Jean-Luc Mélenchon aveva raggiunto punteggi importanti nel primo turno. E questo anche se l’astensione è stata molto alta.

In Corsica, come in queste isole, la Le Pen è risultata in vantaggio con il 58,08% dei voti.

Le isole, tra cui la Corsica, gli ultimi coriandoli dell’Impero coloniale francese, favoriscono il candidato che propone più accentramento, il più giacobino, il più “coloniale”.

Quindi o la colonizzazione di ripopolamento, che è forte in questi territori, ha pesato o le popolazioni locali hanno accettato molto male le misure di Macron contro il Covid; oppure siamo tutti masochisti, o si tratta del fatto che semplicemente che non crediamo più a nulla…. la depoliticizzazione generale che prende il sopravvento.

Sicuramente un po’ di tutto questo.

A casa nostra, facciamo finta di rassicurarci come possiamo, nonostante la forte astensione (più le schede bianche e nulle, i ritratti di Yvan o vari slogan), dicendo che il “tutto tranne Macron” ha prevalso senza tutte le altre considerazioni ideologiche sostanziali.

Ma resta ovvio che a noi militanti della Corsica, che ci siamo abbeverati alla linfa dei combattimenti che hanno portato alla Liberazione dell’isola e ad alcune delle idee del maggio 68, sempre opposti alle posizioni dell’estrema destra sul territorio, che abbiamo sempre avuto di fronte a noi, dalla CFR al “lepenismo”, la situazione pone interrogativi e ci lascia piuttosto perplessi, con un certo amaro in bocca, come reduci da una sbornia.

Non esiste quindi un’alternativa tra il “tutto tranne Macron” e il “tutto tranne l’estrema destra”?

Ma la realtà del destino riservato al nostro popolo in patria, minoritizzato e tradito dalla sua borghesia mercantile che vende la nostra terra, attraverso banche, finanza, agenzie immobiliari, il Consortium…. vera e propria cintura di trasmissione di una globalizzazione economica e sociale che modella le società e le menti, organizzando la nostra invasione e la nostra dipendenza su uno sfondo di clientelismo e assistenzialismo, ci richiama all’ordine, ci spinge a non arrendersi ed a rinunciare a difenderci.

Il futuro del nazionalismo corso, al di là delle vittorie elettorali, richiede posizioni ferme e chiare sul tipo di società che vogliamo ed sugli obiettivi assunti e proposti, affinché i corsi abbiano un diritto alla sopravvivenza e possano rivendicare un futuro per sé stessi e per le loro famiglie sulla loro terra, un futuro al di fuori delle dittature finanziarie o fasciste … No, i concetti di “tutto tranne Macron” o “tutto contro Le Pen”, non possono interessarci o soddisfarci.

Tutti i nazionalisti corsi, in linea con le lotte iniziate a partire dagli anni ’70, senza alcuna devianza sostanziale, senza alcun negazionismo, ufficiale o non ufficiale, devono pensarci e far sì che ci siano altre alternative più percorribili e più credibili in Corsica, come speriamo e desideriamo che esistano anche nella Francia nel suo insieme.

Le elezioni legislative devono permetterci di non rinviare tutto questo nel tempo, perché altrimenti la Le Pen avrebbe diritto a 4 deputati in Corsica, cosa che rappresenterebbe poi davvero la fine della nostra storia di nazionalisti corsi.

Petru Poggioli

25.04.2022

#Africa #Mauritius – Proteste per l’aumento del costo della vita nel “paradiso turistico” – di Gianni Sartori

fonte immagine LeMatinal.media

Di sicuro, tra manifestazioni, scontri e arresti, non si può certo dire che l’ultima settimana nella Repubblica di Maurizio (Republic of Mauritius, République de Maurice, in lingua creola mauriziana Moris) sia trascorsa tranquillamente.

Colonizzata successivamente da Olanda, Francia e Gran Bretagna, è indipendente dal 1968. Ma con l’esclusione del conteso arcipelago di Chagos (vedi il caso emblematico di Diego Garcia, base militare statunitense) e della piccola Isola Tromelin sotto amministrazione francese.

Oggetto comunque di sfruttamento neo-coloniale sotto varie forme (deforestazione, riduzione a “paradiso” turistico per gli occidentali…) con conseguente riduzione della biodiversità. Del resto era l’isola dell’estinto Dodo, massacrato dalle fameliche ciurme in transito.

In questi ultimi giorni gli annunciati ulteriori aumenti del prezzo delle derrate alimentari di prima necessità (farina, latte…) così come di gas e carburante, ha innescato dure proteste da parte della popolazione esasperata.

Nel pomeriggio e nella serata del 21 aprile i primi scontri con la polizia nel quartiere di Camp-Levieux, poco a sud di Port Louis. Altre manifestazioni, sostanzialmente pacifiche il 22.

Ma la protesta si riaccendeva in diverse zone dell’isola il giorno successivo (sabato 23 aprile), proseguendo per tutta la serata e nelle prime ore notturne. Con barricate, lanci di pietre, incendi di mezzi della polizia e dei camion dei pompieri.

Dal canto loro le forze dell’ordine avevano risposto con granate lacrimogene e – sembrerebbe – anche sparando.

Diversi poliziotti dovevano ricorrere alle cure mediche, così come anche alcuni pompieri.

In nottata un padre di famiglia, Jean-Francois Gowin, veniva ferito da un colpo di arma da fuoco (di provenienza finora non accertata) nel quartiere Résidence-Barkly di Beau-Bassin.

Al momento (25 aprile) è ancora ricoverato in gravi condizioni e sottoposto a cure intensive nell’ospedale Victoria di Candos. Secondo i medici – che disperano di salvarlo – potrebbe sopravvivere soltanto se sottoposto a delicati interventi impossibili da realizzare nell’isola. Dovrebbe quindi venir trasportato all’estero. Non possedendo il denaro necessario, i suoi familiari hanno chiesto un aiuto alle istituzioni statali in modo da poterlo trasferire e curare adeguatamente.

Forse per ridurre la tensione, il 25 aprile è stato rimesso in libertà (sotto cauzione) Dominique Seedeeal (Darren) un manifestante arrestato per aver preso parte alle manifestazione di Camp-Levieux. Già noto come attivista (vedi la sua pagina Facebook, Radio Mo Pep), al momento è accusato di “sedizione”. Dovrà comunque presentarsi quotidianamente per firmare in commissariato, rispettare il “coprifuoco” dalle ore 21 alle cinque del mattino e astenersi dal partecipare ad ogni genere iniziativa pubblica.

Gianni Sartori

#MemoriaStorica #25Aprile – per non dimenticare

#25Aprile#PopoliAlpini ci sembra doveroso ricordare oggi chi si è battuto per la #Libertà con uno sguardo avanti, con una visione del futuro molto chiara. Stiamo parlando di #EmileChanoux e dei firmatari della famosa #CartaDiChivasso. Ve ne proponiamo una rilettura grazie al contributo tramessoci dal nostro amico ed associato Diego Genta Toumazìna e dal figlio Loïc.

BUON 25 APRILE

#EuskalHerria #PrigionieriPolitici – L’Estate si preannuncia calda in Ipar Euskal Herria – di Gianni Sartori

fonte immagine Enbata.Info

Sono previste entro un mese le udienze dei baschi Ion Parot e Jakes Esnal, entrambi con più di 70 anni di età. Detenuti da oltre 32 anni (così come un altro prigioniero basco, l’altro fratello di Parot, Unai) dovrebbero già essere in libertà, ma nei loro riguardi sono scattate misure restrittive ulteriori e particolari (“d’eccezione”) così da mantenerli ancora dietro le sbarre.

Anche per questo, qualora non venisse loro concessa la libertà condizionale, ma rimanessero ancora in carcere, le organizzazioni che esprimono solidarietà ai prigionieri baschi (in particolare Bake Bidea e gli “Artigiani della Pace”) preannunciano di voler bloccare (letteralmente) tutto il Paese basco Nord (Ipar Euskal Herria, sotto amministrazione francese).

Il comunicato risale al 19 aprile (a pochi giorni di distanza dal giorno 8 aprile, quinto anniversario del disarmo di ETA) e annunciava in particolare iniziative pubbliche per il 13 maggio (a Bayonne) e il 19 maggio (a Saint-Jean-de- Luz) nei giorni previsti per le le due udienze. Un’altra azione di protesta è prevista per l’11 giugno a Lauga che dovrebbe diventare “l’espressione di massa di questo territorio e di tutte le sue componenti per sostenere il processo di pace e sorvegliarne i progressi”.

Nelle intenzioni dei promotori dovrebbe trattarsi di vere e proprie “azioni di disobbedienza civile”, così come per altre già annunciate (ma in data ancora da definire, forse “a sorpresa”) e che dovrebbero caratterizzarsi come maggiormente “significative e impattanti”.

Nel comunicato non mancava un riferimento alle elezioni francesi. “Vogliamo convincere il futuro governo – se leggeva nel comunicato – a inserire urgentemente la questione dei prigionieri nell’agenda politica”.

Invitando quindi i candidati alle prossime elezioni legislative a “partecipare pubblicamente e attivamente al processo di pace”.

Gianni Sartori

#War #Opinioni – DIVAGAZIONI INTEMPESTIVE TRA UCRAINA E DINTORNI – di Gianni Sartori

fonte immagine Micromega

Com’era prevedibile, quotidianamente sottoposto al “bombardamento” mediatico su quanto avviene – o si racconta – in Ucraina (mai visti così tanti inviati in Kurdistan, Yemen, Palestina…), vengo nuovamente meno al proposito di evitare di occuparmene.  

Finora avevo sgarrato soltanto per celebrare l’audace antimilitarista russo fuggito dopo l’arresto (saltando da una finestra e scavalcando un muro alto oltre tre metri) e per ricordare Edy Ongaro, il compagno veneto caduto combattendo per l’autodeterminazione del Donbass (apparentemente su fronti contrapposti, ma solo apparentemente. o almeno da un certo punto di vista).

Ci ricasco per colpa di Staino, l’ideatore di “Bobo”.

Umanamente simpatico, generoso, ma talvolta – mi sembra – altalenante e confuso.

Qualche anno fa, inaspettatamente, me lo ero ritrovato tra i collaboratori di “A, Rivista anarchica” (durata quasi cinquant’anni per l’indefesso impegno del compianto Paolo Finzi) dove si dichiarava, tardivamente e ormai fuori tempo massimo, “anarchico” (pur rimanendo iscritto al PD).

Lui che oltre a quella nel PCI poteva rivendicare anche una precedente militanza da m-l. Non proprio il massimo da un punto di vista libertario. La collaborazione fu di breve durata e si concluse quando, su richiesta di Renzi, andò a dirigere nientemeno che l’Unità. Esperienza sostanzialmente fallimentare e destinata a non durare più di tanto. Da allora lo avevo perso di vista. Ops! Un lapsus evidentemente; so che Staino (come anche Luigi Manconi) sta letteralmente perdendo la vista, una tragedia per un disegnatore e su questo gli esprimo tutta la mia umana solidarietà.

Me lo ritrovo ora – Staino – in polemica con l’ANPI per via delle posizioni critiche assunte da una parte della stessa in merito all’invio di armi in Ucraina. Ora, fermo restando che ogni opinione è lecita, quello di Staino mi sembra un caso da manuale. Un maldestro tentativo di rifarsi una verginità. Lo sto riscontrando in molti compagni, (o forse ex-compagni) socialdemocratizzati – o peggio – dopo anni di fedele osservanza leninista.

Tra gli altri Erri de Luca (qualcuno ricorda le “polemiche” – eufemismo – tra femministe e servizio d’ordine di Lc negli anni settanta?) o addirittura l’ottimo (sia detto senza ironia, va sicuramente encomiato per il suo impegno in difesa delle vittime di ogni genere di ingiustizia, anche quelle istituzionali, vedi il caso di Mastrogiovanni) Luigi Manconi, un altro ex di Lc. Tutti favorevoli, senza se e senza ma, all’invio di armi in Ucraina.

Così come molti di quelli che, all’epoca della mia tarda adolescenza di proletario auto-alfabetizzato con velleità consiliari, mi apostrofavano con “faremo come in Spagna”. Un evidente riferimento al maggio 1937 di Barcellona e all’agosto ’37 in Aragona contro gli anarchici della CNT, i poumisti e le collettività libertarie. Sorvoliamo sul fatto che rivendicare l’assassinio di Nin, Berneri, Barbieri e altre centinaia di militanti libertari (perfino un fratello di Ascaso!) puzzava più di stalinismo che di leninismo. Non parliamo poi di Kronstadt e della Machnovščina, la grande avventura comunista libertaria che infiammò buona parte – appunto- dell’Ucraina almeno fino al 1921. E qui si aprirebbe un altro contenzioso con gli eredi di Leon Trotsky, il maggior responsabile della dura repressione sia di Kronstadt che della Machnovščina. Magari un’altra volta.

All’epoca, fine anni sessanta, primi settanta, mi capitò spesso di litigare sia su queste questioni (Kronstadt, Machnovščina, maggio ’37…) sia, per esempio, sulla rivolta ungherese del 1956 che – avendo letto qualcosa dei situazionisti – avevo inquadrato come “consiliare, soviettista” (del resto era partita dall’iniziativa del consiglio di una fabbrica di lampadine). O anche sulla Primavera di Praga 1968. Ricordo – a Vicenza – una manifestazione per il martirio di Jan Palach al grido di una parte del corteo: “Vietnam Libero, Cecoslovacchia Libera!”.

Potrei continuare, ma osservo soltanto che ora me li ritrovo (i sopravvissuti almeno) cambiati e non in meglio.

Se non proprio tutti, perlomeno parecchi: atlantisti, europeisti, liberisti e soprattutto anticomunisti.

Comunque dalla parte di un potere.

Per cui, paradossalmente e non avendo particolari scheletri nell’armadio (non di questo genere almeno), oggi mi ritrovo a difendere anche le ragioni dell’Unione sovietica (pur sapendo che di autenticamente “sovietico” dopo il ’21 rimaneva poco). Perlomeno ci avevano provato, a superare lo stato di cose presente. Anche se poi i risultati, va detto, furono piuttosto deludenti.

Non quelle di Putin ovviamente e nemmeno dei compagni “campisti”.

Ma questo nuovo atteggiamento che ho riscontrato in diversi esponenti della mia generazione (quelli del ’68 a grandi linee) è solo un elemento ulteriore di confusione in un contesto già complicato e ambiguo di suo.

Pensiamo alle falsificazioni (o forse solo scemenze frutto di ignoranza) udite alla tv sulla “scalinata Potenkin” (dimenticando che la rivolta dei marinai scoppiò sull’incrociatore omonimo, quando la scalinata era ancora denominata “Gradinata Richielieu”). Un inviato evidentemente non al corrente dei fatti (se si esclude l’incongrua citazione in un film con Paolo Villaggio), si era spinto ad affermare (e senza che in studio nessuno lo contraddicesse) che qui si sarebbe scatenata la “sanguinaria repressione bolscevica” (nel 1905?), confondendo evidentemente le truppe zariste responsabile del massacro di civili (ma non sulla scalinata, bensì di notte per le strade di Odessa) con l’Armata rossa ancora di là da venire. Oppure alle farneticazioni sulla “svastica da interpretare come antico simbolo indoeuropeo” divulgate – ora – da quelli dell’Azov e prese per buona da certa stampa nostrana. Dimenticando – o semplicemente ignorando – che la svastica ostentata dall’Azov (insieme alla bandiera statunitense, a quella della Nato e alla Wolfsangel) è quella hitleriana, rovescia, non quella tradizionale ed è comunque inserita in campo bianco su sfondo rosso, come quella nazista doc.

Quanto alla Wolfsangel, di fatto la firma dell’Azov anche se talvolta viene rovesciata, sostanzialmente è lo stesso simbolo adottato dalla famigerata 2° divisione Panzer SS “Das Reich” (responsabile di stragi di civili in Francia, in stile Marzabotto, vedi quello di Oradour-sur-Glane nel 1944).

Scelto dall’Azov non a caso, ma per l’alto valore simbolico.

Infatti i reparti della “Das Reich” furono quelli che arrivarono fino a Mosca, a pochi chilometri dal Cremlino, raggiungendo il punto più avanzato dell’invasione tedesca della Russia. Inoltre combatterono in Ucraina a Charkiv.

Tra l’altro, contraddizione nella contraddizione, la runa Wolfsangel (in passato conosciuta come “dente di lupo”, oggi forse più correttamente come “amo per lupi”), negli anni settanta era stata adottata da Terza Posizione, di fatto l’antenata della neofascista Forza Nuova (vedi Fiore, Morsello…), organizzazione neofascista schierata, almeno ufficialmente, con Putin (sul fronte opposto di casa Pound).

Grande quindi la confusione sotto il cielo. Ma stavolta, a mio avviso, la situazione è pessima assai.

Gianni Sartori