Il President in esilio Carles Puigdemont ha tenuto venerdì 29 aprile una conferenza a Innsbruck (Tirol) organizzata da MCI | The Entrepreneurial School /www.mci.edu – l’appuntamento è stato seguito da moltissimi giovani presenti in sala
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#Belarus #Repressione – Quattro anarchici condannati in Bielorussia – di Gianni Sartori

Vabbé, ci sarebbe ben altro di cui preoccuparsi.
Per esempio del Kurdistan. Dopo la fase esaltante della lotta di liberazione – vincente, almeno per un po’ – in Rojava e dintorni, rischia di sprofondare di nuovo nelle tenebre dell’indifferenza e della rimozione (da parte dell’opinione pubblica, magari della stessa che solo qualche anno fa si commuoveva per le “bellissime guerriere curde”). Particolarmente in Bashur (Kurdistan “iracheno”) dove l’esercito e l’aviazione turchi (membri della Nato) proseguono nella guerra di sterminio nei confronti dei curdi (utilizzando anche gas letali). Oppure dei dimenticati Paesi Baschi. Con gli ultimi prigionieri politici indipendentisti che rischiano di crepare in carcere. Se non per malattia, semplicemente per ragioni anagrafiche. Per non parlare di Assange, sul punto di essere consegnato, mani e piedi legati, all’odierna Inquisizione.
E così per tante altre infamie contro i diritti dei popoli oppressi, delle classi subalterne, dei diseredati, delle minoranze…
Tuttavia vorrei spendere due parole anche per i quattro compagni anarchici condannati (complessivamente per una ventina di anni) in Bielorussia.
Fermo restando – ribadisco – che in linea di massima condivido l’opinione attribuita a Clemenceau: “chi non è anarchico a venti anni non ha cuore, chi è ancora anarchico a quaranta ( e oltre, ovviamente nda) non ha testa”.
Nonostante lo specifico capo di accusa sia rimasto sostanzialmente sconosciuto, così come le prove a carico degli imputati (infondate, per quanto è possibile intuire), dopo un processo tenuto a porte chiuse, il 22 aprile è stato emesso il verdetto per quello che viene chiamato “l’affaire Pramen” (in riferimento all’omonimo sito @Pramenofanarchy).
Un tribunale di Minsk ha condannato i militanti libertari Aliaksandr Bialou, Jauhen Rubashka e Artsiom Salavei a cinque annni di prigione (a testa ovviamente). Un altro imputato – anche lui di nome Artsiom Salavei – a quattro anni e mezzo.
I primi due erano già stati arrestati il 29 luglio 2021 per aver preso parte alle manifestazioni e marce di protesta dell’agosto 2020 (successive alla rielezione di Lukachenko) in cui si sarebbe registrata la presenza di gruppi auto-organizzati (presunti black bloc).
Per la cronaca, manifestazioni e marce erano state duramente represse.
Rimessi in libertà, avevano denunciato di essere stati picchiati e sottoposti a maltrattamenti (in particolare a quella che altrove si chiama “bolsa”, la tortura della testa infilata in un sacchetto di plastica, con principi di soffocamento). E’ possibile quindi che la condanna abbia rappresentato una sorta di ritorsione per quelle denunce.
Per quanto riguarda @Pramenofanarchy, si tratterebbe di un collettivo di media che informano – soprattutto attraverso il canale Telegram di Pramen – in merito ai movimenti libertari, anarchici e genericamente dissidenti. Quanto alla partecipazione dei quattro imputati, probabilmente consisteva nell’abbonamento a una catena di informazione su Telegram. Significativo che Pramen sia stato classificato come “formazione estremista” solo nel novembre 2021 (ossia dopo l’arresto dei quattro).
Gianni Sartori
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#Kurdistan #Ambiente – Leopardi in via di estinzione nel Kurdistan iracheno – di Gianni Sartori

Vi ricordate dell’indomito leopardo persiano (Panthera pardus tulliana, da me arbitrariamente definito “leopardo curdo”, se non altro per il temperamento) catturato in dicembre nel Bashur (Kurdistan iracheno) e trasportato in uno zoo di Duhok per essere curato? Purtroppo a causa delle ferite provocate dalla trappola (ma non si esclude che sia stato ulteriormente ferito – intenzionalmente – dagli abitanti del villaggio) ha perso in parte l’uso delle zampe e non sembra possibile rimetterlo in libertà.
Un destino il suo analogo ad altri esemplari della sua rara specie. Se – raccontano i curdi – ai loro nonni capitava di vederli anche di giorno, attualmente sono quasi scomparsi. Nella migliore delle ipotesi, secondo l’ecologista curda Hana Raza, in tutto il territorio curdo situato entro i confini iracheni ne sarebbero rimasti in circolazione poco più di una ventina. Troppo pochi per garantire la sopravvivenza della specie.
Almeno una decina di esemplari sono stati rinvenuti uccisi da colpi di arma da fuoco negli ultimi anni. E’ presumibile che altrettanti siano stati ammazzati e poi fatti sparire dopo averli scuoiati.
Classificato come “specie in via di estinzione” dall’UICN (Unione internazionale per la conservazione della natura), complessivamente ne sopravviverebbero in libertà non più di un migliaio (oltre a circa 200 in cattività). Attualmente viene segnalato sia in Iran che in Afghanistan, ma in un non lontano passato viveva anche in Turchia e nel Caucaso.
Due studiosi, i fratelli Bahez e Nabaz Farroq, hanno installato alcune macchine per la “caccia” fotografica sulle pendici del monte Bamo per poterne documentare la presenza in Bashur e avviare una campagna di protezione.
Non solo dei leopardi superstiti, ma anche dell’habitat. Coinvolgendo le comunità locali e organizzando direttamente le campagne contro un ulteriore degrado. Per esempio (recentemente, nel 2020) riuscendo a impedire l’apertura di alcune cave di calcare in questi territori da salvaguardare. Per i due protezionisti “luoghi come la montagna Bamo, se efficacemente protetti, potrebbero diventare un luogo di riproduzione”. Per questo aggiungono “dobbiamo salvarli, in quanto fanno parte della nostra cultura e della nostra identità”.
Oltre che dal bracconaggio (in Iraq la caccia alle specie in via di estinzione è comunque proibita), il leopardo è minacciato dalla perdita di ambiente naturale e dagli “effetti collaterali” delle guerre.
Non dimentichiamo che fino al 1991 questi territori curdi subivano una pesante repressione, con bombardamenti ricorrenti e sistematici (anche con armi chimiche) da parte di Saddam Hussein. Quando gli abitanti sono rientrati nei loro villaggi (ritrovandoli quasi completamente distrutti) per sopravvivere hanno ripreso a cacciare in maniera indiscriminata, soprattutto le capre selvatiche abituali prede dei leopardi.
Inoltre alcune zone – e in particolare proprio sul monte Bamo – sono infestate dalle mine anti-persona (molte di fabbricazione italiana tra l’altro) qui deposte da entrambi i belligeranti negli anni ottanta, all’epoca della guerra Iran-Iraq. Oltre a rendere difficile il lavoro di ricercatori e protezionisti, le mine hanno fatto strage sia di umani che di animali, capre selvatiche e leopardi compresi.
Senza poi dimenticare che il Bashur, stando ai dati forniti dal governo regionale del Kurdistan (KRG), avrebbe perso circa la metà delle sue foreste tra il 1999 e il 2018 (durante quello che viene considerato un periodo di fiorente sviluppo economico, aumento del PIL etc).
Va anche detto che il rispetto per la natura, l’ambiente, la flora e la fauna sembrerebbe in aumento tra gli abitanti del Bashur. Sorgono associazioni per la protezione degli animali e cresce l’indignazione per gli atti di crudeltà nei loro confronti. Soprattutto contro il diffuso bracconaggio ai danni dell’avifauna selvatica e dei rari esemplari di grandi predatori (oltre ai leopardi, anche gli orsi cadono sotto i colpi dei fucili).Ma impedire bracconaggio risulta alquanto difficile, sia per la vastità del territorio da controllare, sia per la scarsità di mezzi a disposizione della polizia forestale. Oltretutto, si lamentava un loro responsabile “i bracconieri hanno armi e fuoristrada migliori dei nostri”.
Gianni Sartori
