#War #Opinioni – DIVAGAZIONI INTEMPESTIVE TRA UCRAINA E DINTORNI – di Gianni Sartori

fonte immagine Micromega

Com’era prevedibile, quotidianamente sottoposto al “bombardamento” mediatico su quanto avviene – o si racconta – in Ucraina (mai visti così tanti inviati in Kurdistan, Yemen, Palestina…), vengo nuovamente meno al proposito di evitare di occuparmene.  

Finora avevo sgarrato soltanto per celebrare l’audace antimilitarista russo fuggito dopo l’arresto (saltando da una finestra e scavalcando un muro alto oltre tre metri) e per ricordare Edy Ongaro, il compagno veneto caduto combattendo per l’autodeterminazione del Donbass (apparentemente su fronti contrapposti, ma solo apparentemente. o almeno da un certo punto di vista).

Ci ricasco per colpa di Staino, l’ideatore di “Bobo”.

Umanamente simpatico, generoso, ma talvolta – mi sembra – altalenante e confuso.

Qualche anno fa, inaspettatamente, me lo ero ritrovato tra i collaboratori di “A, Rivista anarchica” (durata quasi cinquant’anni per l’indefesso impegno del compianto Paolo Finzi) dove si dichiarava, tardivamente e ormai fuori tempo massimo, “anarchico” (pur rimanendo iscritto al PD).

Lui che oltre a quella nel PCI poteva rivendicare anche una precedente militanza da m-l. Non proprio il massimo da un punto di vista libertario. La collaborazione fu di breve durata e si concluse quando, su richiesta di Renzi, andò a dirigere nientemeno che l’Unità. Esperienza sostanzialmente fallimentare e destinata a non durare più di tanto. Da allora lo avevo perso di vista. Ops! Un lapsus evidentemente; so che Staino (come anche Luigi Manconi) sta letteralmente perdendo la vista, una tragedia per un disegnatore e su questo gli esprimo tutta la mia umana solidarietà.

Me lo ritrovo ora – Staino – in polemica con l’ANPI per via delle posizioni critiche assunte da una parte della stessa in merito all’invio di armi in Ucraina. Ora, fermo restando che ogni opinione è lecita, quello di Staino mi sembra un caso da manuale. Un maldestro tentativo di rifarsi una verginità. Lo sto riscontrando in molti compagni, (o forse ex-compagni) socialdemocratizzati – o peggio – dopo anni di fedele osservanza leninista.

Tra gli altri Erri de Luca (qualcuno ricorda le “polemiche” – eufemismo – tra femministe e servizio d’ordine di Lc negli anni settanta?) o addirittura l’ottimo (sia detto senza ironia, va sicuramente encomiato per il suo impegno in difesa delle vittime di ogni genere di ingiustizia, anche quelle istituzionali, vedi il caso di Mastrogiovanni) Luigi Manconi, un altro ex di Lc. Tutti favorevoli, senza se e senza ma, all’invio di armi in Ucraina.

Così come molti di quelli che, all’epoca della mia tarda adolescenza di proletario auto-alfabetizzato con velleità consiliari, mi apostrofavano con “faremo come in Spagna”. Un evidente riferimento al maggio 1937 di Barcellona e all’agosto ’37 in Aragona contro gli anarchici della CNT, i poumisti e le collettività libertarie. Sorvoliamo sul fatto che rivendicare l’assassinio di Nin, Berneri, Barbieri e altre centinaia di militanti libertari (perfino un fratello di Ascaso!) puzzava più di stalinismo che di leninismo. Non parliamo poi di Kronstadt e della Machnovščina, la grande avventura comunista libertaria che infiammò buona parte – appunto- dell’Ucraina almeno fino al 1921. E qui si aprirebbe un altro contenzioso con gli eredi di Leon Trotsky, il maggior responsabile della dura repressione sia di Kronstadt che della Machnovščina. Magari un’altra volta.

All’epoca, fine anni sessanta, primi settanta, mi capitò spesso di litigare sia su queste questioni (Kronstadt, Machnovščina, maggio ’37…) sia, per esempio, sulla rivolta ungherese del 1956 che – avendo letto qualcosa dei situazionisti – avevo inquadrato come “consiliare, soviettista” (del resto era partita dall’iniziativa del consiglio di una fabbrica di lampadine). O anche sulla Primavera di Praga 1968. Ricordo – a Vicenza – una manifestazione per il martirio di Jan Palach al grido di una parte del corteo: “Vietnam Libero, Cecoslovacchia Libera!”.

Potrei continuare, ma osservo soltanto che ora me li ritrovo (i sopravvissuti almeno) cambiati e non in meglio.

Se non proprio tutti, perlomeno parecchi: atlantisti, europeisti, liberisti e soprattutto anticomunisti.

Comunque dalla parte di un potere.

Per cui, paradossalmente e non avendo particolari scheletri nell’armadio (non di questo genere almeno), oggi mi ritrovo a difendere anche le ragioni dell’Unione sovietica (pur sapendo che di autenticamente “sovietico” dopo il ’21 rimaneva poco). Perlomeno ci avevano provato, a superare lo stato di cose presente. Anche se poi i risultati, va detto, furono piuttosto deludenti.

Non quelle di Putin ovviamente e nemmeno dei compagni “campisti”.

Ma questo nuovo atteggiamento che ho riscontrato in diversi esponenti della mia generazione (quelli del ’68 a grandi linee) è solo un elemento ulteriore di confusione in un contesto già complicato e ambiguo di suo.

Pensiamo alle falsificazioni (o forse solo scemenze frutto di ignoranza) udite alla tv sulla “scalinata Potenkin” (dimenticando che la rivolta dei marinai scoppiò sull’incrociatore omonimo, quando la scalinata era ancora denominata “Gradinata Richielieu”). Un inviato evidentemente non al corrente dei fatti (se si esclude l’incongrua citazione in un film con Paolo Villaggio), si era spinto ad affermare (e senza che in studio nessuno lo contraddicesse) che qui si sarebbe scatenata la “sanguinaria repressione bolscevica” (nel 1905?), confondendo evidentemente le truppe zariste responsabile del massacro di civili (ma non sulla scalinata, bensì di notte per le strade di Odessa) con l’Armata rossa ancora di là da venire. Oppure alle farneticazioni sulla “svastica da interpretare come antico simbolo indoeuropeo” divulgate – ora – da quelli dell’Azov e prese per buona da certa stampa nostrana. Dimenticando – o semplicemente ignorando – che la svastica ostentata dall’Azov (insieme alla bandiera statunitense, a quella della Nato e alla Wolfsangel) è quella hitleriana, rovescia, non quella tradizionale ed è comunque inserita in campo bianco su sfondo rosso, come quella nazista doc.

Quanto alla Wolfsangel, di fatto la firma dell’Azov anche se talvolta viene rovesciata, sostanzialmente è lo stesso simbolo adottato dalla famigerata 2° divisione Panzer SS “Das Reich” (responsabile di stragi di civili in Francia, in stile Marzabotto, vedi quello di Oradour-sur-Glane nel 1944).

Scelto dall’Azov non a caso, ma per l’alto valore simbolico.

Infatti i reparti della “Das Reich” furono quelli che arrivarono fino a Mosca, a pochi chilometri dal Cremlino, raggiungendo il punto più avanzato dell’invasione tedesca della Russia. Inoltre combatterono in Ucraina a Charkiv.

Tra l’altro, contraddizione nella contraddizione, la runa Wolfsangel (in passato conosciuta come “dente di lupo”, oggi forse più correttamente come “amo per lupi”), negli anni settanta era stata adottata da Terza Posizione, di fatto l’antenata della neofascista Forza Nuova (vedi Fiore, Morsello…), organizzazione neofascista schierata, almeno ufficialmente, con Putin (sul fronte opposto di casa Pound).

Grande quindi la confusione sotto il cielo. Ma stavolta, a mio avviso, la situazione è pessima assai.

Gianni Sartori

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