#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTO DAL FRONTE (12 dicembre) – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ ANF

MENTRE A MANBIJ POTREBBE ENTRARE IN VIGORE UN ACCORDO DI CESSATE IL FUOCO TRA SDS E SNA, VIENE CONFERMATO IL BRUTALE ASSASSINIO DI TRE DONNE ARABE DELL’ASSOCIAZIONE ZENUBIYA

Ancora un crimine di guerra. Ancora tre donne vittime del fanatismo jihadista. Kamar El-Soud, Aysha Abdulkadir e Iman sono state assassinate da mercenari di Ankara a Manbij. La triste nuova viene dalla Comunità di Donne Arabe Zenubiya: “Le nostre tre compagne sono diventate un esempio di sacrificio comportandosi con coraggio e dignità di fronte alla morte. Il loro martirio non è la fine della lotta, ma un nuovo inizio per il nostro impegno nella causa delle libertà e dell’indipendenza. Kamar, Aysha e Iman hanno condotto una dura battaglia contro le forze dell’oscurità e contro il nemico, compiendo grandi sacrifici bella difesa di Manbij”.

Il cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA dalla sigla in inglese, conosciuto anche come Fajr al-Hurriya) è formato da un’accozzaglia di jihadisti (v. Ahrar al-Sharqiyah) sul libro-paga di Ankara. A cui si sono aggiunti estremisti di destra (turchi o filo-turchi) con un’unica “ragione sociale” in comune: l’odio per i curdi.

Come già segnalato, ancora il 9 dicembre il canale televisivo turco Habertürk ha trasmesso in diretta (forse senza il tempo di censurarle) le immagini di miliziani del SNA affianco a quelli dell’Isis. Con in sovraimpressione un titolo tanto lapidario quanto fasullo: “Manbij libera dal PKK/YPG. Il SNA ha completato l’operazione in Manbij”. In realtà i feroci combattimenti erano ancora in corso nei quartieri multietnici di Manbij. Le informazioni che circolavano in rete, soprattutto quelle diffuse dall’agenzia ufficiale turca Anadolu, erano false. Il loro scopo era di scoraggiare la resistenza e rientravano in quella che possiamo chiamare “guerra psicologica”.

I combattimenti proseguivano infatti anche nella notte di martedì mentre l’esercito turco intensificava le operazioni sia dell’aviazione che dell’artiglieria contro Kobane, prossimo obiettivo della guerra di occupazione.

Contemporaneamente alcuni esponenti di questa banda di tagliagole diffondevano nelle reti sociali i video di alcuni feriti (presumibilmente resistenti curdi) assassinati in un ospedale di Manbij da membri del SNA che se ne vantavano apertamente (e anche questa a ben guardare è brutale “guerra psicologica”).

E non si tratta di episodi isolati.

Anche l’osservatorio Siriano dei Diritti Umani ha denunciato “dozzine di esecuzioni di combattenti feriti del Consiglio Militare di Manbij” assassinati dai mercenari di Erdogan.

Kongra Star (il movimento delle donne del nordest della Siria) ha denunciato che a Manbij diverse donne integrate nelle forze di sicurezza Asayîş sono state catturate e sequestrate, nei video diffusi dai tagliagole del SNA venivano esposte come “bottino di guerra” (in stile Isis).

Si registrano inoltre innumerevoli saccheggi e incendi di abitazioni curde. Oltra a rappresaglie contro la popolazione civile. Tra cui il caso ignobile, già citato, delle tre militanti di Zenobiya assassinate.

Atti di terrorismo speculari a quelli compiuti dallo Stato turco che il 10 massacrava un’intera famiglia (otto persone) con un veicolo senza pilota (UCAV) nel villaggio di Sefiya (Ayn Issa).

Altre otto vittime che si aggiungono alla lista di circa 200 civili assassinati quest’anno da Ankara nel Nord e nell’Est della Siria.

CESSATE IL FUOCO A MANBIJ?

A Manbij, dopo due settimane di combattimenti, un possibile accordo di cessate-il-fuoco si sarebbe raggiunto (pare con la mediazione degli Stati Uniti) tra le Forze Democratiche Siriane (SDF, dalla sigla in inglese) e l’Esercito Nazionale Siriano (SNA, dalla sigla in inglese).

Mercoledì mattina 11 dicembre, il comandante delle SDF Mazlum Abdi annunciava che i combattenti del Consiglio Militare di Manbij si sarebbero ritirati dalla città per “garantire la sicurezza della popolazione civile”.

Dichiarando inoltre che “il nostro obiettivo è quello di un cessate-il-fuoco in tutta la Siria e l’inizio di un processo politico sul futuro del paese”.

Va preso atto che il Consiglio Militare e le altre organizzazioni facenti parte delle SDF in questi ultimi quindici giorni hanno lottato con coraggio e determinazione. Al prezzo di un gran numero di caduti, ma causando ai mercenari del SNA centinaia di perdite.

In questo momento la resistenza dei partigiani curdi si concentra sullo strategico ponte di Qereqozax, tra Manbij e Kobanê. Quanto alla diga di Tishrîn (più a sud e altro possibile punto di invasione del nordest) sarebbe ormai fuori uso a causa dei bombardamenti subiti. Ragion per cui vaste zone della regione autonoma (tra cui il cantone di Kobanê) sono prive di elettricità.

L’importanza assunta dal cantone multietnico di Manbij nella lotta per l’autogoverno è soprattutto politica e va ben oltre quella della posizione strategica. Liberata dall’Isis nel 2026 grazie alle SDF e alle YPJ (Unità di Protezione delle Donne), ha rappresentato la prima zona autonoma nel Nord e nell’Est della Siria con una popolazione a maggioranza non curda. Praticamente l’ultimo cantone dell’AADNES rimasto a ovest dell’Eufrate.

Con il Consiglio Civile Provvisorio di Manbij (poi “Legislativo dell’Amministrazione Democratica di Manbij) venne introdotta in ogni ufficio una doppia direzione donna-uomo con uguaglianza di genere. Per cui la proporzione delle donne nell’amministrazione arrivava al 50%. Così come vi erano rappresentati tutti i gruppi sociali. Un modello di nuova, radicale democrazia che aveva garantito sicurezza e protagonismo per le donne e le minoranze.

Un modello che la brutalità regressiva delle gang jihadiste potrà forse provvisoriamente calpestare ma non estirpare.

Ma intanto non si attenua, anzi si intensifica inesorabilmente, la pioggia di bombe turche (sia con l’aviazione che con l’artiglieria) sui territori amministrati dall’AADNES, in particolare sul cantone di Kobanê. Uccidendo civili (oggi altre due vittime, una donna e un bambino nei pressi del ponte di Qaraqozaq), colpendo indiscriminatamente obiettivi sia civili che militari.

Almeno una ventina gli attacchi (soprattutto con droni) documentati da ANHA nella giornata dell’11 dicembre tra Raqqa, Tel Tamr e Kobanê.

Gianni Sartori

#EuskalHerria #PrigionieriPolitici – MANIFESTAZIONE ORGANIZZATA A BILBO (11 gennaio 2024) – comunicato di Bake Bidea/Artisans de la Paix

L’11 gennaio, alle 17, si svolgerà a Bilbo la manifestazione organizzata da SARE che, con lo slogan “Behin betiko” (“Definitivamente”), partirà da La Casilla. Anche quest’anno Bake Bidea/Artisans de la Paix si uniscono a questo appello che mira al ritorno a casa di prigionieri, esuli e deportati, alla risoluzione e alla convivenza.

Nell’ultimo decennio nei Paesi Baschi è emersa una maggioranza favorevole alla costruzione di una pace duratura. L’attivazione e la mobilitazione della società civile hanno permesso di compiere passi significativi verso la risoluzione. In questo processo, è urgente fornire una soluzione giusta e definitiva alla questione dei prigionieri, esuli e deportati baschi, nonché un trattamento equo per tutte le vittime della violenza. Entrambe le cose sono le chiavi del successo della convivenza nel nostro territorio.

Chiediamo una mobilitazione massiccia nelle strade di Bilbo. Anche noi, nei Paesi Baschi del Nord, daremo il nostro contributo. Nei prossimi giorni saranno organizzati raduni durante le vacanze di Natale (più info tra pochi giorni) ma anche bus per partecipare alla manifestazione di Bilbo.

#Africa #Popoli – FEMMINICIDI IN KENYA: IL GOVERNO È PARTE DEL PROBLEMA – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ AP

Già verso la fine di gennaio a Nairobi si erano svolte manifestazioni di protesta per il grande numero di femminicidi che insanguinano il Kenya. Ma allora vi presero parte alcune centinaia di persone, mentre il 10 dicembre le strade della capitale sono state invase da migliaia di manifestanti (non solo donne) che denunciavano come nei soli ultimi tre mesi un centinaio di donne erano state assassinate (97 quelle accertate).

Alla fine di gennaio, in nemmeno un mese, le donne uccise erano già oltre una decina (da 9 a sedici stando alle diverse fonti). Per ricordarle, le loro sorelle in corteo portavano striscioni con scritte come “Essere una donna non deve costituire una condanna a morte” e “Il patriarcato uccide”.

Altre inalberavano cartelli con le foto delle vittime. Paralizzando il traffico nel quartier commerciale mentre di dirigevano verso il Parlamento lanciando lo slogan “Smettete di assassinarci!”

Tra i femminicidi che avevano maggiormente turbato l’opinione pubblica, quello di una giovane di 26 anni trovata cadavere il 4 gennaio. Dalle indagini risultò che i responsabili erano i membri di una banda che contattava le donne sui social. Solo una settimana dopo venne rinvenuto il corpo smembrato di un’altra donna di 20 anni (dalle indagini risultava strangolata, ma i colpevoli non vennero mai individuati).

Uno stillicidio che era proseguito nel corso del 2024. Confermando quanto denunciava Amnesty International di Nairobi: “Il femminicidio è l’espressione più brutale della violenza di genere”.

In un documento governativo del 2023 si documentava che “in Kenya più del 30% delle donne sono state vittime di violenza fisica nel corso della propria vita”.

Per l’Ong Feminicide Count i femminicidi compiuti in Kenya nel 2023 erano stati almeno 152 (calcolando solo quelli denunciati).

Numeri ancora peggiori quelli forniti per il 2022 dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il delitto: ben 725.

Con queste premesse, era inevitabile che le donne tornassero a protestare. Stavolta in migliaia.

Ma il 10 dicembre il nuovo corteo di Nairobi contro i femminicidi è arrivato, mentre si dirigeva al Parlamento, a scontrarsi con la polizia. Inizialmente si erano limitate a lanciare slogan (“Vergognatevi!” e “Educate i vostri figli!”) chiedendo al governo misure adeguate. In un paese dove le radici del patriarcato sono profonde e si lamenta la carenza di leggi adeguate in difesa delle donne.

Le forze di polizia (presenti in gran numero, sia in divisa che in borghese) avevano ripetutamente interrotto il flusso del corteo lanciando granate lacrimogene. Puntando in particolare su alcune ragazze con slogan femministi sulle t-shirt. Alla fine molte di loro venivano arrestate.

Come ha commentato una ragazza che aveva preso parte alla contestazione: “Se quando chiediamo al governo leggi adeguate in difesa della nostra vita ci rispondono con i lacrimogeni, significa che il governo fa parte del problema”.

Gianni Sartori

#Syria #Focus – FINISCE L’ERA DI BASHAR AL-ASSAD: PROSEGUE LA GRANDE GUERRA DEL VICINO ORIENTE. (10 dicembre 2024) – di Maurizio Vezzosi

immagine fonte @ Al Jazeera

Con la fuga di Bashar al Assad a Mosca finisce la storia della Repubblica araba di Siria nata con il tramonto del mandato coloniale francese. L’offensiva delle milizie sostenute dalla Turchia è riuscita ad arrivare a Damasco nel giro di pochi giorni, forte della copertura aerea israeliana che per mesi, ed anzi per anni, ha bombardato la Siria e della debolezza ormai terminale di Assad. Quello che le milizie antigovernative non sono riuscite a fare in oltre dieci anni di guerra civile si è compiuto in una settimana. Le forze israeliane stanno continuando ad attaccare le infrastrutture dell’ormai ex esercito siriano avanzando nell’area del Golan – denominando la nuova area d’occupazione “zona cuscinetto” – e distruggendo con i bombardamenti aerei infrastrutture – come il porto di Latakia – centri di ricerca ed industriali. Contemporaneamente gli attacchi delle milizie sostenute dalla Turchia si stanno concentrando sulle aree controllate dalle forze curde. Il quadro, ancora opaco, fa intravedere almeno per il momento il maggiore successo israeliano, turco, britannico e statunitense raggiunto nell’area negli ultimi anni. Oltre a Damasco, le forze sostenute dalla Turchia avrebbero già anche il controllo di Tartus, città costiera dove si trova la base navale russa. Il nesso degli eventi siriani con tutte le altre crisi del Vicino Oriente – su tutte, quella palestinese – è evidente: non meno evidente è il nesso di questi con la transizione Biden – Trump. Se si tratti dell’ennesima mossa dell’amministrazione Biden pensata per mettere condizionare il successore, di una mossa volta ad anticipare la politica della nuova amministrazione o di un “do ut des” tra Mosca e Washington legato all’Ucraina diventerà chiaro nel 2025. Quello che è certo è che quanto è avvenuto in Siria nelle ultime ore non sarebbe potuto accadere senza l’avallo statunitense, visto anche il presidio delle truppe di Washington presso i pozzi petroliferi della parte nord-orientale dell’ormai ex-Siria ed i legami tra gli attori coinvolti con gli Stati Uniti. Mentre l’ex membro dell’ISIS e di al-Qaeda Abu Mohammed al-Jawlani – Ahmed al-Shara – viene presentato come l’uomo forte sulla scena, Mohammed al-Bashir è stato incaricato capo del gabinetto di transizione dopo un incontro con l’ex primo ministro siriano Mohammed al-Jalali: quest’ultimo era apparso poche ore prima scortato da uomini dell’HTS (acronimo di Hayat al Tahrir al Sham, “Organizzazione per la liberazione del Levante”) che hanno ormai il controllo della capitale Damasco. Questi elementi potrebbero spiegare le diserzioni di massa tra le forze armate siriane e come queste ultime abbiano rinunciato ad opporre una resistenza significativa all’avanzata delle milizie sostenute da Ankara. La debolezza di Assad sul piano interno era nota da tempo anche a Mosca: una conferma di ciò si può trovare ricordando i colloqui promossi dal Cremlino tra il governo di Damasco e le opposizioni nell’ormai lontano 2018: sullo sfondo di questi colloqui era trapelata persino la bozza di nuova costituzione che avrebbe dato alla Siria un assetto più decentrato e maggiormente federale. Un progetto riformatore teso a dare maggiore rappresentatività e potere soprattutto alle grandi comunità sunnita e curda: un progetto mai attuato anche per l’oltranzismo di Assad con cui forse, almeno in alcune aree della Siria, sarebbe stato possibile salvare l’eredità di quel laicismo che appare destinato a scomparire. Considerando il proprio impegno in Ucraina ed il quadro siriano Mosca ha attuato la scelta probabilmente più logica in difesa dei propri interessi: del resto con una forza terrestre estremamente ridotta – impiegata ad oggi principalmente come polizia militare – e con le forze governative scioltesi – sul piano politico e militare – come neve al sole qualunque altra scelta sarebbe risultata velleitaria. Per Mosca ma soprattutto per Teheran il nuovo scenario siriano apre una nuova fase di rischi ed incognite. Oltre alle basi presenti nell’area un problema significativo per Mosca riguarda i combattenti jihadisti provenienti da tutto lo spazio post-sovietico inquadrati tra le fila dell’HTS: un problema che rimarrà sicuramente al centro dell’interlocuzione tra il Cremlino e la nuova dirigenza siriana. L’Iran rischia di perdere il corridoio terrestre con cui attraverso l’Iraq ha avuto fino ad oggi un accesso diretto al Mediterraneo, oltre a subire una maggiore pressione militare a ridosso delle proprie frontiere: nonostante questo rischio e la forte contrapposizione degli anni scorsi tra HTS ed Hezbollah le prime dichiarazioni del partito-milizia libanese sugli eventi siriani hanno evitato ogni presa di posizione marcata. L’era di Bashar al Assad è terminata, a differenza della grande guerra che si sta combattendo in tutto il Vicino Oriente.

Maurizio Vezzosi

Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance. Collabora con RSI Televisione Svizzera, LA7, Rete4, L’Espresso, Limes, l’Atlante geopolitico di Treccani, il centro studi Quadrante Futuro, La Fionda ed altre testate. Ha raccontato il conflitto ucraino dai territori insorti contro il governo di Kiev documentando la situazione sulla linea del fronte. Nel 2016 ha documentato le ripercussioni della crisi siriana sui fragili equilibri del Libano. Si occupa della radicalizzazione islamica nello spazio postsovietico, in particolare nel Caucaso settentrionale, in Uzbekistan e in Kirghizistan. Nel quadro della transizione politica che interessa la Bielorussia, nel 2021 ha seguito da Minsk i lavori dell’Assemblea Nazionale. Tra la primavera e l’estate del 2021 ha documentato il contesto armeno post-bellico, seguendo da Erevan gli sviluppi pre e post elettorali. Nel 2022, dopo aver seguito dalla Bielorussia il referendum costituzionale, le trattative russo-ucraine, e sul campo l’assedio di Mariupol, ha proseguito documentare la nuova fase del conflitto ucraino. Nel 2023 ha continuato a documentare la situazione nelle aree di Lugansk, Donetsk, Zaporozhe e Kherson sotto controllo russo. Durante l’estate si è recato in Georgia approfondendo la situazione sociale e politica della repubblica caucasica. A settembre ha partecipato al’AJB DOC Film Festival (Al Jazeera Balkans) di Sarajevo e al festival Visioni dal Mondo di Milano con il documentario “Primavera a Mariupol” (Spring in Mariupol). È assegnista di ricerca presso l’Istituto di studi politici “S. Pio V”.

#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTI DAL FRONTE (10 dicembre 2024) – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ X

GALERE VUOTE IN SIRIA (sperando rimangano tali)

Il carcere di Saydnaya (situato nella periferia di Damasco) ha rappresentato uno dei peggiori luoghi di detenzione non solo del Medio Oriente (dove di sicuro non manca la “concorrenza”, pensiamo alla Turchia), ma forse dell’intero pianeta.

Migliaia di familiari dei detenuti, al momento della caduta del regime, si sono qui precipitati nella speranza, spesso illusoria, di ritrovare in vita qualche figlio, figlia, sorella, fratello, padre, madre… desaparesido.

Ma – quasi per voler aggiungere orrore all’orrore (o forse per vendetta, per non lasciare altre tracce…) – negli stessi giorni in cui Assad si rifugiava tra le braccia dei russi, gruppi di detenuti venivano prelevati dalle celle e condotti in una località sconosciuta. Poi, il 9 dicembre, i loro poveri resti venivano ritrovati nell’obitorio dell’ospedale Harsta (sempre a Damasco).

Immagini che purtroppo gettavano qualche ombra inquietante su quelle gioiose e comunque confortanti di un video (la cui autenticità sarebbe stata confermata da Reuters) in cui si vedevano decine di ex prigionieri correre per le strade alzando le dita di entrambe le mani per mostrare quanti anni avevano trascorso in prigione. Chiedendo informazioni ai passanti, dato che non si erano ancora resi ben conto di quanto era accaduto. In un altro video che documentava la liberazione delle donne detenute a Saydnaya si senta una voce rassicurarle (“E’ caduto! Non abbiate paura!”) dato che nella confusione le prigioniere non capivano cosa stesse realmente succedendo.

Ma chi erano le persone rinchiuse a Saydnaya?

Oppositori, dissidenti (veri o presunti) di ogni genere. Scontata la presenza sia di islamisti (in particolare Fratelli musulmani) che militanti curdi. Oltre a palestinesi appartenenti a organizzazioni “non allineate” con il regime, democratici generici e anche comunisti (soprattutto dopo il 2011). Si calcola (per difetto) che almeno 136mila siriani vi siano transitati più o meno a lungo. Almeno 100mila  prima di essere eliminati o di soccombere per fame, maltrattamenti, torture, malattie. Compresa un grande percentuale di donne e ragazzi, bambini talvolta.

Tra quelli ritrovati ancora in vita (dopo che le serrature delle celle erano state fatte saltare sparando), anche qualche sopravvissuto alla ribellione del 1982 guidata dai Fratelli musulmani.

In gran numero quelli arrestati per le manifestazioni e rivolte del 2011, l’anno dell’inizio della guerra civile. Durante la quale le forze di sicurezza prelevarono centinaia di migliaia di persone poi rinchiuse in vari campi di detenzione dove – stando alle informazioni raccolte da varie Ong per i diritti umani – venne praticata sistematicamente la tortura. E senza dare informazioni alle famiglie sulla sorte dei loro cari. Talvolta comunicando che qualcuno era stato giustiziato dopo anni e anni.

In un altro video (di cui Reuters confermerebbe l’autenticità senza però aver identificato con certezza il luogo, forse la prigione della base aerea di Mezzeh) i prigionieri si ammassavano davanti alle sbarre delle celle, colpendole e gridando di gioia. Altri prigionieri apparivano confusi, incapaci di rispondere alle domande dei liberatori.

Risalivano al 2017 le informazioni su un nuovo forno crematorio costruito a Sednaya per smaltire i cadaveri di migliaia di prigionieri arrestati o catturati nel corso della guerra civile.

Provenienti dagli Stati Uniti, ma basate su migliaia di fotografie uscite clandestinamente dalla Siria grazie a un disertore qualche tempo prima.

Immagini di cadaveri con inequivocabili segni sia di torture che di denutrizione.

MENTRE SI PREPARA L’ASSALTO FINALE A KOBANE, NEGLI OSPEDALI DI MANBIJ LE GANG JIHADISTE UCCIDONO I COMBATTENTI FERITI

L’ultima, per ora, terribile notizia diffusa direttamente dal SOHR (sigla in inglese dell’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo) martedì mattina 10 dicembre.

Miliziani che partecipano all’operazione (a supervisione turca) denominata “Alba di Libertà”, hanno assassinato decine di combattenti feriti del Consiglio militare di Manbij (CMM, alleato dei curdi) ricoverati nell’ospedale militare a nord della città. Ospedale che era stato posto sotto assedio impedendo l’evacuazione dei feriti. I video del massacro, girati dagli stessi jihadisti filo-turchi, sono stati poi diffusi, sfrontatamente, sulle loro reti sociali. Si tratterebbe sia di membri del cosiddetto Esercito Libero Siriano, sia di miliziani che sulle divise ostentavano simboli dell’Isis (senza che questo ne escluda l’appartenenza all’ANS).

A chi conserva un po’ di memoria storica viene in mente (oltre ai palestinesi tirati fuori dalle ambulanze e assassinati dai falangisti a Tell al-Zaʿtar nell’agosto 1976), l’analogo episodio che vide i combattenti curdi feriti massacrati nell’infermeria di un campo profughi (forse Atrush?) dalle milizie turcomanne filo-turche alla fine degli anni novanta. Evidentemente la Storia si ripete, da tragedia in tragedia.

Da segnalare che le insegne dell’Isis sono state documentate anche sulle divise di miliziani filo-turchi lungo la strada tra Arima e Manbij.

Inoltre il canale di propaganda Habertürk ha trasmesso programmi in cui sulle immagini di miliziani che ostentavano divise con emblemi dell’Isis, appariva in sovraimpressione la scritta “L’esercito Nazionale Siriano ha completato l’operazione Manbij”.

Sempre secondo il SOHR, i miliziani filo-turchi si sono abbandonati al saccheggio e all’incendio delle abitazioni curde (sono circa 300mila le famiglie curde a Manbij). Inoltre hanno assassinato alcuni abitanti della città in base all’origine etnica.

Insomma, una preoccupante escalation, sia di combattimenti sul terreno che di attacchi aerei a cui l’opinione pubblica internazionale (penso ai movimenti, alla sinistra o a quello che ne rimane) dovrebbe reagire con la mobilitazione. Per prevenire quella che a tutti gli effetti si preannuncia come un’altra Gaza, con i curdi e le altre popolazioni minorizzate del Nord e dell’Est della Siria destinati alla medesima sorte (genocidio, pulizia etnica…) dei palestinesi. O qualche “campista” pensa ancora che Recep Tayyip Erdoğan sia meno feroce di Benjamin – Bibi – Netanyahu?

Nel frattempo (ma qui le versioni divergono) a Manbij i combattimenti tra MMC e ANS– se pur intermittenti – sarebbero ancora in corso, strada per strada (anche se ormai forse si tratta di sacche di resistenza).

In sintesi, le gang dell’Isis che le YPG avevano espulso dalla città nel 2016, vi hanno fatto ritorno sotto la copertura dell’Esercito Nazionale Siriano agli ordini di ufficiali turchi.

Nella zona di Kobanê (Aïn al-Arab) esercito turco e mercenari, dopo aver bombardato il ponte di Qaraquzak, hanno colpito anche la città di Sheyoukh e il villaggio di Zumgar. Non ci sono al momento dati attendibili sulle inevitabili perdite umane, mentre è stato accertato che almeno dieci persone (in fuga verso l’Eufrate) hanno perso la vita nel bombardamento del villaggio di Zarfan.

E proprio sull’Eufrate sono in corso combattimenti che potrebbero risultare decisivi.

I mercenari jihadisti (ANS e altre fazioni) hanno attaccato al diga di Tishrin scontrandosi con le Forze Democratiche Siriane. Molti jihadisti hanno perso la vita e anche alcuni veicoli blindati dei filo-turchi sono stati distrutti dalle FDS.

Costruita lungo il corso dell’Eufrate negli anni novanta, la diga è alta 40 metri, con sei turbine idrauliche.

Oltre che la maggior via di rifornimento per Manbij, rappresenta uno dei principali punti di passaggio sul fiume. Praticamente un potenziale “trampolino” verso il nord-est della Siria da cui l’ANS potrebbe puntare direttamente su Kobanê.

Sulla tragedia incombente è intervenuto Il Presidente dell’Unione Patriottica Curda, Bafel Jalal Talabani. Dichiarando di “rispettare la volontà del popolo siriano e le decisioni che vorrà prendere per il futuro” , ma anche ricordando l’importanza del “rispetto e dei diritti dei curdi siriani”. Per riaffermare “l’incrollabile sostegno ai nostri fratelli e sorelle del Rojava”.

Un piccolo gesto poco più che simbolico(penso che nel Rojava ci si aspettasse di più). Sempre meglio comunque del comportamento degli esponenti del Partito Democratico Curdo (il clan Barzani) che coltivano le loro buone relazioni con Erdogan, nonostante abbia invaso parte del Bashur (il Kurdistan entro i confini iracheni governato dal PDK).

ANKARA VUOLE PROPRIO FARLA FINITA CON I CURDI…

Perché indignarsi? In fondo si tratta solo  dell’ennesimo delitto contro la popolazione civile per mano di Ankara. Nella mattinata del 10 dicembre, un veicolo da combattimento senza pilota (UCAV) ha colpito la città di Sefiya (Ain Issa) uccidendo otto persone della stessa famiglia: Xelîl Silêman, Wedah Silêman, Mihemed El Abo, Ebdulkerîm El Abo, Delal Silêman, Nadiya Silêman e due bambini, Casim Silêman e Husam Silêman.

Qualche giorno fa, l’8 dicembre, erano state dodici (soprattutto bambine, bambini e donne) le vittime di un attacco similare nel villaggio di Mestareha (sempre Ain Issa). Il giorno successivo, 9 dicembre, morivano per bombardamento altri due bambini nel villaggio di Kuneftar (Kobanê). Contemporaneamente venivano colpiti Mihermela y Hermel( località di Zirgan). Lasciando a terra almeno un morto e diversi feriti. Altri tre feriti (sempre per l’attacco di un UCAV) lungo la strada Zirgan-Dirbêsiyê. E si potrebbe continuare.

Vecchia storia. Anche senza risalire troppo nel tempo basti ricordare l’invasione turca del 2018 che trasformò oltre duecentomila curdi (ma anche arabi, minoranze varie…) in sfollati – profughi interni – da un giorno all’altro. Molti, decine di migliaia cercarono di rimanere quantomeno nei pressi dei loro villaggi bombardati, in rovina. Accampati in campi di fortuna (indifesi, esposti agli attacchi turchi) nella regione di Shehba (Tel Rifaat). Con la speranza di poter ritornare prima o poi. Ora vengono scacciati anche da lì dalla violenza delle milizie arabo-sunnite e turcomanne al servizio di Ankara. Paradossalmente, i giannizzeri di Ankara hanno giustificato l’attacco alle aree curde come lotta al regime di Assad (?!?).

Inoltre per molti riuscire a spostarsi nelle zone controllate dall’AADNES (dove vige un sistema di autogoverno comunitario, autonomia delle donne, rappresentanza per le minoranze…) risulta difficoltoso, se non impossibile. Vuoi per ragioni oggettive (come nel caso delle persone anziane, con problemi di salute…) o perché viene loro semplicemente impedito dai miliziani che talvolta li sequestrano (e il loro destino al momento resta incerto, sconosciuto) o li sottopongono a maltrattamenti, torture. Non mancano i video, spesso messi in rete dagli stessi jihadisti, con miliziani pro-Turchia che maltrattano, picchiano, calpestano donne e uomini curdi catturati. Per cui molti sono rimasti indietro, quando non sono morti lungo la strada.

Dalla Turchia in fondo non ci si poteva aspettare altro. Conferma la sua aspirazione di poter allargare i propri confini a spese della Siria – e magari anche dell’Iraq – allontanando il più possibile i curdi (in particolare quelli di ideologia apoista) dalle proprie frontiere. Relegandoli di fatto nei deserti siriani o contringendoli a espatriare.

Ma nemmeno sull’apparentemente pragmatico Hayat Tahrir al-Sham (alias al-Nusra) c’è da fare molto affidamento.

Nonostante lo sbandierato “islamismo tecnocratico”, quando governavano a IdlibI avrebbero sguinzagliato le ronde della moralità arrestando sia donne e ragazze vestite non in ossequio ai codici religiosi, sia uomini che ascoltavano musica o si erano tagliati la barba. E si parla anche di pubbliche esecuzioni per eresia o stregoneria.

A sentirsi in pericolo sono attualmente anche i circa 100mila curdi di Aleppo e le altre “minoranze” (cristiani, ezidi, armeni…) ancora asseragliati in un paio di quartieri assediati dalle milizie di HTS. Già si era parlato di qualche esecuzione extragiudiziale proprio ai danni di esponenti delle minoranze e – pare – che alle donne venga imposto il velo.

Stesso discorso (o peggio) per le milizie del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (finanziato, addestrato e diretto da Ankara). Da tempo accusate di crimini di guerra dalle Nazioni Unite e da Amnesty International.

Ossia: stupri, torture (spesso con l’elettrocuzione), massacri di massa (in particolare contro la popolazione curda), utilizzo di scudi umani… per non parlare dell’ elettrocuzione o dei prigionieri esposti e portati per le strade rinchiusi nelle gabbie.

E questi sgherri di Erdogan ora si stanno scatenando contro i curdi e le minoranze, nella prospettiva di un’ampia opera di sostituzione etnica nei territori attualmente amministrati dall’AADNES.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – NON PERMETTIAMO CHE IL ROJAVA SI TRASFORMI IN UN’ALTRA GAZA!  – “BERXWEDAN JIYAN E” (“LA RESISTENZA È VITA”) – di Gianni Sartori

Non vorrei dirlo (magari porta sfiga), ma il timore c’è, si insinua.

Ossia che nel nord e nell’est della Siria si compia l’ennesimo genocidio (o una serie di efferati crimini di guerra, pulizia etnica…fate voi, muta il concetto, ma rimane la sostanza). Stavolta contro i curdi e le altre “minoranze” invise alla Turchia.

Andiamo con ordine.

Almeno una trentina di combattenti sono stati complessivamente uccisi nel corso dell’ultima (per ora) offensiva sostenuta dalla Turchia (con l’impiego di aerei e droni) di domenica 8 dicembre nella regione di Manbij.

Qualche giorno prima le bande filo-turche avevano già occupato l’enclave curda di Tal Rifaat, in contemporanea con la rapida avanzata su Damasco degli islamisti di Hayat Tahrir al-Sham (HTS, versione edulcorata di Jabhat al-Nusra)

Stando a quanto comunicava l’OSDH (Osservatorio siriano dei diritti dell’Uomo, provvisto di una rete informativa in loco) “fazioni pro-turche hanno occupato diversi quartieri di Manbij dopo violenti scontri con il Consiglio militare di Manbij”. Il Consiglio (MMC), ricordo, è affiliato alle FDS (Forze Democratiche Siriane).

I feroci scontri di domenica avrebbero provocato una decina di morti nei ranghi delle bande filo-turche e una ventina in quelle del Consiglio militare.

Come già riportato, la resistenza arabo-curda avrebbe inflitto “seri colpi” ai proxy di Ankara, sia a Manbij che nella vicina città di al-Bab.

Da parte dei filo-turchi invece si sostiene (su Telegram) di aver già preso il controllo della città di Manbij a est di Aleppo dopo feroci battaglie”.

Diffondendo video di miliziani apparentemente già all’interno della città e altri, forse datati, di presunti combattenti del MMC fatti prigionieri (fake news?). In realtà finora i mercenari turco-jihadisti avrebbero conquistato soltanto il villaggio di Al-Arima (dove i russi avevano costruito una base militare) alle porte di Manbij.

Altre fonti riferiscono della defezione di alcuni ex membri del MMC (arabi) che avrebbero raggiunto le linee degli occupanti turchi. Si tratterebbe di due noti leader della brigata Jund al-Haramayn (“Brigata dei soldati delle due sante moschee”): Abd al-Rahman al-Banawi e Ibrahim al-Banawi (lo stesso che nel 2014, sconfitto dall’Isis, aveva trovato rifugio con i suoi presso le YPG a Kobane, quantomeno un ingrato).

Sia chiaro a tutti: se Manbij dovesse cadere nelle mani delle bande jihadiste filo-turche, si aprirebbe la strada per Kobane, la città martire che aveva sconfitto Daesh (non a sproposito talvolta definita “incubo di Erdogan”).

Questa la situazione che definire “grave” è il minimo.

Quasi che si sia compiuto un passo indietro di 14 anni. Assad è scappato, ma per i curdi non cambia molto. Circondati, attaccati dalla Turchia e dai suoi ascari da nord e da ovest, mentre a Raqqa e a Deir ez-Zor le cellule di Daesh fuoriescono dalle fogne.

Quanto alla “coalizione internazionale” a trazione USA, osserva e lascia fare…

Invece gli islamisti ex (ex?) al-Nusra, ex (ex?) al-Qaida etc. e ora HTC, hanno già fatto sapere che non c’è posto per l’AADNES nella formazione di un nuovo governo siriano (quello teoricamente “inclusivo” e garante dei diritti di tutte le comunità etnico-religiose). Come c’era da aspettarsi visto da chi prendono ordini e finanziamenti.

Nella serata di domenica 8 dicembre, la Turchia ha fatto ampio uso dell’aviazione in appoggio a quelle che ormai i curdi definiscono semplicemente “le bande” (i mercenari filo-turchi).

Bombardando l’edificio dell’Amministrazione Autonoma nel centro di Manbij, mentre le formazioni jihadiste avanzavano – grazie al supporto aereo e ai veicoli blindati forniti dai turchi – in corrispondenza dell’entrata sud della città. La percezione, secondo alcuni amministratori locali, è quella di trovarsi in una “sistematica operazione speciale militare”, propedeutica all’attacco su larga scala al Rojava.

Manbij di fatto rimane l’unico territorio ancora amministrato dall’AADNES a ovest dell’Eufrate. Era stato liberato dall’Isis nel 2016 per mano delle FDS e si considera la prima area autogovernata nel nord e nell’est della Siria. Attualmente tra Manbij e le località circostanti qui convivono circa mezzo milione di persone (curdi, arabi, assiri, armeni e altre “minoranze”).

Sempre l’8 dicembre, un veicolo turco da combattimento senza equipaggio (UCAV) ha bombardato la zona in prossimità del ponte Qereqozaq che unisce le due sonde dell’Eufrate nel sud di Kobanê.

Un inquietante segnale premonitore di quanto potrebbe presto accadere.

E infatti, nella notte di domenica 8 dicembre (verso le ore 23) un nuovo attacco di droni turchi contro il villaggio di El Mustareha, a ovest di Ayn Issa, causava la morte di almeno 12 (dodici !) persone, in maggioranza donne e bambini (notizia diffusa dall’agenzia ANHA).

Un conferma – caso mai ce ne fosse stato bisogno – delle priorità dello Stato turco in Siria. Annichilire l’AADNES intensificando gli attacchi contro tutto il nord della Siria e costringendo migliaia di persone (curdi, ma non solo) e emigrare per salvarsi la vita.

Dato poi che alle disgrazie non c’è limite, anche L’isis, cogliendo il nuovo clima favorevole, sembra voler fuoriescire dalle fogne. A Raqqa i sostenitori di Daesh (o Isis che dir si voglia) hanno imbastito addirittura una manifestazione. Alimentando tra gli abitanti il timore di dover presto ancora assistere ai violenti attacchi (con veri e propri massacri di civili) degli anni passati. D’altra parte questo è ancora il minimo, visto che l’ormai spompata “coalizione internazionale” (sorta per contrastare l’Isis) appare cieca e indifferente di fronte al fatto che la Turchia continua impunemente a colpire i curdi, prima linea nel contrasto ai fanatici islamisti.

Ma la sconfitta eventuale dei curdi rappresenterebbe anche la sconfitta di tutti quei principi di democrazia, diritti, giustizia, libertà, coesistenza pacifica (talvolta sbandierati magari a vanvera dai paesi democratici) di cui il Confederalismo democratico si è fatto carico in Medio oriente. L’alternativa è quella già sperimentata di ripiombare in una guerra di “tutti contro tutti”.

Del resto questo potrebbe essere l’obiettivo della Turchia (e non solo): seminare il caos, approfittare dell’incerta e disordinata situazione (a cui ha ampiamente contribuito) sabotando la ricostruzione di “un’altra Siria possibile”. Pacifica, democratica, inclusiva, rispettosa dei diritti di ogni sua componente. Dove “l’aspro rumore delle armi ceda il posto al dialogo”. Un progetto irrealizzabile senza l’attiva partecipazione dei curdi.

Come ha ribadito il CDK-F (Consiglio democratico curdo in Francia ) “l’esclusione dei curdi dai negoziati e dalle discussioni politiche rappresenterebbe un errore storico”.

Diverso, diametralmente, il punto di vista di Ankara.

Per Erdogan il rovesciamento del suo personale nemico Bachar al-Assad porta al rafforzamento del peso specifico, dell’influenza della Turchia che risulta il vero vincitore di questa rapida operazione bellica. E non solamente a livello regionale, ma per – esempio – anche nei confronti di Mosca.

Oltretutto è l’occasione per rimandare in Siria qualche milione di rifugiati (circa tre), magari insediandoli nei territori attualmente controllati dai curdi. Un piano di “sostituzione etnica” in parte già sperimentato, invasione dopo invasione, da Ankara negli ultimi anni.

Senza dimenticare l’altro invadente soggetto perennemente attivo nell’area, Israele che non è certo rimasta a guardare. Superando il confine nella zona delle Alture del Golan (occupate illegalmente dal 1967) con l’obiettivo di tornare alla linea del 1974. Occupando tutto il governatorato di Quneitra (quello della famosa “città fantasma”) ora lasciato sguarnito dall’esercito siriano allo sbando.

Gianni Sartori