#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTO DAL FRONTE (12 dicembre) – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @ ANF

MENTRE A MANBIJ POTREBBE ENTRARE IN VIGORE UN ACCORDO DI CESSATE IL FUOCO TRA SDS E SNA, VIENE CONFERMATO IL BRUTALE ASSASSINIO DI TRE DONNE ARABE DELL’ASSOCIAZIONE ZENUBIYA

Ancora un crimine di guerra. Ancora tre donne vittime del fanatismo jihadista. Kamar El-Soud, Aysha Abdulkadir e Iman sono state assassinate da mercenari di Ankara a Manbij. La triste nuova viene dalla Comunità di Donne Arabe Zenubiya: “Le nostre tre compagne sono diventate un esempio di sacrificio comportandosi con coraggio e dignità di fronte alla morte. Il loro martirio non è la fine della lotta, ma un nuovo inizio per il nostro impegno nella causa delle libertà e dell’indipendenza. Kamar, Aysha e Iman hanno condotto una dura battaglia contro le forze dell’oscurità e contro il nemico, compiendo grandi sacrifici bella difesa di Manbij”.

Il cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA dalla sigla in inglese, conosciuto anche come Fajr al-Hurriya) è formato da un’accozzaglia di jihadisti (v. Ahrar al-Sharqiyah) sul libro-paga di Ankara. A cui si sono aggiunti estremisti di destra (turchi o filo-turchi) con un’unica “ragione sociale” in comune: l’odio per i curdi.

Come già segnalato, ancora il 9 dicembre il canale televisivo turco Habertürk ha trasmesso in diretta (forse senza il tempo di censurarle) le immagini di miliziani del SNA affianco a quelli dell’Isis. Con in sovraimpressione un titolo tanto lapidario quanto fasullo: “Manbij libera dal PKK/YPG. Il SNA ha completato l’operazione in Manbij”. In realtà i feroci combattimenti erano ancora in corso nei quartieri multietnici di Manbij. Le informazioni che circolavano in rete, soprattutto quelle diffuse dall’agenzia ufficiale turca Anadolu, erano false. Il loro scopo era di scoraggiare la resistenza e rientravano in quella che possiamo chiamare “guerra psicologica”.

I combattimenti proseguivano infatti anche nella notte di martedì mentre l’esercito turco intensificava le operazioni sia dell’aviazione che dell’artiglieria contro Kobane, prossimo obiettivo della guerra di occupazione.

Contemporaneamente alcuni esponenti di questa banda di tagliagole diffondevano nelle reti sociali i video di alcuni feriti (presumibilmente resistenti curdi) assassinati in un ospedale di Manbij da membri del SNA che se ne vantavano apertamente (e anche questa a ben guardare è brutale “guerra psicologica”).

E non si tratta di episodi isolati.

Anche l’osservatorio Siriano dei Diritti Umani ha denunciato “dozzine di esecuzioni di combattenti feriti del Consiglio Militare di Manbij” assassinati dai mercenari di Erdogan.

Kongra Star (il movimento delle donne del nordest della Siria) ha denunciato che a Manbij diverse donne integrate nelle forze di sicurezza Asayîş sono state catturate e sequestrate, nei video diffusi dai tagliagole del SNA venivano esposte come “bottino di guerra” (in stile Isis).

Si registrano inoltre innumerevoli saccheggi e incendi di abitazioni curde. Oltra a rappresaglie contro la popolazione civile. Tra cui il caso ignobile, già citato, delle tre militanti di Zenobiya assassinate.

Atti di terrorismo speculari a quelli compiuti dallo Stato turco che il 10 massacrava un’intera famiglia (otto persone) con un veicolo senza pilota (UCAV) nel villaggio di Sefiya (Ayn Issa).

Altre otto vittime che si aggiungono alla lista di circa 200 civili assassinati quest’anno da Ankara nel Nord e nell’Est della Siria.

CESSATE IL FUOCO A MANBIJ?

A Manbij, dopo due settimane di combattimenti, un possibile accordo di cessate-il-fuoco si sarebbe raggiunto (pare con la mediazione degli Stati Uniti) tra le Forze Democratiche Siriane (SDF, dalla sigla in inglese) e l’Esercito Nazionale Siriano (SNA, dalla sigla in inglese).

Mercoledì mattina 11 dicembre, il comandante delle SDF Mazlum Abdi annunciava che i combattenti del Consiglio Militare di Manbij si sarebbero ritirati dalla città per “garantire la sicurezza della popolazione civile”.

Dichiarando inoltre che “il nostro obiettivo è quello di un cessate-il-fuoco in tutta la Siria e l’inizio di un processo politico sul futuro del paese”.

Va preso atto che il Consiglio Militare e le altre organizzazioni facenti parte delle SDF in questi ultimi quindici giorni hanno lottato con coraggio e determinazione. Al prezzo di un gran numero di caduti, ma causando ai mercenari del SNA centinaia di perdite.

In questo momento la resistenza dei partigiani curdi si concentra sullo strategico ponte di Qereqozax, tra Manbij e Kobanê. Quanto alla diga di Tishrîn (più a sud e altro possibile punto di invasione del nordest) sarebbe ormai fuori uso a causa dei bombardamenti subiti. Ragion per cui vaste zone della regione autonoma (tra cui il cantone di Kobanê) sono prive di elettricità.

L’importanza assunta dal cantone multietnico di Manbij nella lotta per l’autogoverno è soprattutto politica e va ben oltre quella della posizione strategica. Liberata dall’Isis nel 2026 grazie alle SDF e alle YPJ (Unità di Protezione delle Donne), ha rappresentato la prima zona autonoma nel Nord e nell’Est della Siria con una popolazione a maggioranza non curda. Praticamente l’ultimo cantone dell’AADNES rimasto a ovest dell’Eufrate.

Con il Consiglio Civile Provvisorio di Manbij (poi “Legislativo dell’Amministrazione Democratica di Manbij) venne introdotta in ogni ufficio una doppia direzione donna-uomo con uguaglianza di genere. Per cui la proporzione delle donne nell’amministrazione arrivava al 50%. Così come vi erano rappresentati tutti i gruppi sociali. Un modello di nuova, radicale democrazia che aveva garantito sicurezza e protagonismo per le donne e le minoranze.

Un modello che la brutalità regressiva delle gang jihadiste potrà forse provvisoriamente calpestare ma non estirpare.

Ma intanto non si attenua, anzi si intensifica inesorabilmente, la pioggia di bombe turche (sia con l’aviazione che con l’artiglieria) sui territori amministrati dall’AADNES, in particolare sul cantone di Kobanê. Uccidendo civili (oggi altre due vittime, una donna e un bambino nei pressi del ponte di Qaraqozaq), colpendo indiscriminatamente obiettivi sia civili che militari.

Almeno una ventina gli attacchi (soprattutto con droni) documentati da ANHA nella giornata dell’11 dicembre tra Raqqa, Tel Tamr e Kobanê.

Gianni Sartori

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