Troverete l’incontro con Marcel Picamei anche sul nostro account X
#IncontriSulWeb – "LA SUMENZA E OLTER MESTEE" – Un incontro con Marcel Picamei, esponente dell'Ass. Cult. "La Vus de L'Insübria" e musicista, per presentare i suoi più recenti manuali di apprendimento della Lingua Insubre…. e olter mestee (altre cose). pic.twitter.com/kyE8NeYZy8
Intanto un pensiero caritatevole per quanto stanno vivendo i nostrani “campisti” di fronte alla dissoluzione, all’evaporazione del loro avamposto siriano, quello finora presieduto dal fuggitivo Bashar al-Assad. Immagino come ci si debba sentire se – soltanto due-tre giorni fa – lo si qualificava come potenziale futura “guida del campo antimperialista”.
Peggio ancora per chi aveva appena definito l’astuto e apparentemente ondivago Erdogan un “antimperialista”. O anche un “antifascista” (non invento niente, cercate e troverete…) per il suo sostegno (a mio avviso del tutto strumentale) alla causa dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Sebbene nel frattempo fosse ancora impegnato a perseguitare i curdi ovunque: dal Bakur (entro i confini turchi) al Bashur (nord dell’Iraq) al Rojava (dove ora sta scatenando i suoi mercenari del soidisant Esercito Nazionale Siriano).
Penso a quanto sia dura da mandar giù. Con Damasco caduta, dopo Aleppo e Hama, quasi senza colpo ferire in mano ai riciclati di al-Qaida.
Ma, come si dice in questi casi, dovrebbero farsene una ragione.
Assolto il gravoso compito di “consolare gli afflitti” (opera di misericordia spirituale), passo a considerare le legittime speranze (e magari anche qualche piccola incongruenza) emerse nelle dichiarazioni di Mazloum Abdi, comandante delle SDF.
Scrive nel suo recente messaggio che la Siria “sta vivendo momenti storici e siamo di fronte alla caduta dell’autoritario regime di Damasco. Cambiamento che rappresenta una opportunità per costruire una nuova Siria fondata sulla democrazia e la giustizia che garantisca i diritti di tutti i siriani”.
Gli fa eco il copresidente del Dipartimento di Relazioni Estere dell’AADNES: “L’epoca della tirannia è finita. Voltiamo pagina rispetto al passato per unire gli sforzi dei siriani per un futuro migliore basato sulla giustizia e sulla democrazia”.
Dichiarazioni concilianti che potrebbero (condizionale etc.) apparire come una mano tesa agli autoproclamati “ribelli e insorti” entrati a Damasco. Tatticamente comprensibili, ma forse un tantino azzardate. Viste le origini islamiste di tali personaggi (Hayat Tahrir al-Sham alias al-Nusra in primis) e soprattutto ben sapendo che l’offensiva del 27 novembre, condotta da HTS e dal SNA, come minimo ha goduto del sostegno di Ankara. Con l’intento di annullare definitivamente l’esperienza del Confederalismo democratico, espressione del protagonismo politico dei curdi.
Per cui nei territori autogestiti dall’AADNES, mentre la popolazione scendeva in strada per festeggiare comunque la fine del regime, contemporaneamente veniva decretato lo stato di emergenza. In vista delle probabili ulteriori aggressioni al Rojava da parte dei proxy di Ankara (ENS, ma non solo). Ovviamente non credo proprio che i curdi rimpiangeranno Assad. Ma temo che la questione sia ben lontana dall’essere risolta.
Riassumendo.
Con la caduta di Damasco (e la fuga ingloriosa dei Assad) nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, si è aperta una nuova fase. Anche per i funzionari di alto livello del regime che ora – temendo di perdere non solo la vita, ma forse anche la “testa”, letteralmente – si dichiarano pronti a collaborare con i vincitori per una “transizione pacifica”. Mentre dilagano le immagini delle statue degli Assad (padre, figlio e qualche altro parente) abbattute, anche in Rojava si festeggiava, dicevo. Ma soprattutto si combatteva per arginare i ripetuti, intensi attacchi dell’ENS sui diversi fronti. In particolare – da est, ovest e sud – su Manbij (governatorato di Aleppo, distretto di Manbij). Comunque finora sempre respinti, nonostante il contributo diretto dell’esercito turco.
Non si tratta – va chiarito – né di “incidenti isolati”, né del protrarsi di tensioni dovute agli eventi convulsi degli ultimi giorni. E non sono destinati a rientrare, esaurirsi in breve tempo con la “normalizzazione” del Paese.
Persisteranno a lungo, tanto quanto la Turchia vorrà proseguire nel suo intervento militare – sostanzialmente anti-curdo – in Siria. Come confermava un precedente comunicato del Consiglio militare di Manbij, secondo cui le ripetute aggressioni fanno parte di un vasto piano, di una vera e propria “strategia di occupazione e destabilizzazione” del territorio siriano.
Anche gli ultimi attacchi sono avvenuti utilizzando droni (UAV) e colpi di artiglieria pesante. A cui si sono aggiunte offensive sul terreno contro i villaggi di Jabb Makhzoum, Jableh Al-Hamra, Tal Aswad, Al-Hota e Tal Taurine. Attacchi pianificati (come avrebbe appurato l’intelligence curda) da un centro operativo congiunto, composto sia da capi dei gruppi jihadisti e mercenari, sia da ufficiali dell’esercito turco.
Riuniti nelle SDF (Forze Democratiche Siriane), i consigli militari di Manbij e di Al-Bab finora hanno respinto il nemico che ha lasciato sul terreno molti suoi combattenti.
Vediamo la cosa in dettaglio.
Risale a mezzogiorno (circa) di domenica 8 dicembre l’ultima dichiarazione del Centro Stampa del Consiglio Militare di Manbij. Ricorda che negli ultimi dieci-dodici giorni le aggressioni opera dell’esercito occupante turco (con l’aviazione, ma non solo) e dei suoi accoliti si contano a decine. Anche se “tutti questi attacchi sono stati sventati”, il comunicato riconosce che “le bande (ENS e jihadisti vari nda) hanno intensificato le aggressioni su tutti i fronti”. Oltre a quello di Manbij “da Toğar fino a quelli di Ewn Dadat, Arab Hasan (come Manbij, nel governatorato di Aleppo nda), Erima (ugualmente nel governatorato di Aleppo, distretto di al-Bab nda)”.
In questi ultimi giorni, alcuni gruppi con veicoli blindati – e con l’appoggio aereo dello Stato turco – avevano tentato di entrare nella città da sud. Ma presto cadevano in un’imboscate delle milizie curde. Intanto alcune cellule, in precedenza già infiltrate in città, si attivavano per “seminare paura e caos tra la popolazione”. Poi gli scontri, definiti “molto violenti”, proseguivano anche nella giornata dell’8 dicembre. Con maggiore intensità in corrispondenza dei punti di accesso alla città.
Altri attacchi delle bande ausiliarie di Ankara vengono segnalati nel distretto di al-Bab contro il villaggio di Erima. Incontrando tuttavia la resistenza del Consiglio militare di Bab e delle milizie di Jabhat Al Akrad (in curdo Eniya Kurdan).
Il messaggio si conclude ricordando le migliaia di membri del Consiglio militare di Manbij caduti in difesa della città combattendo contro i terroristi di vario genere, ordine e grado che infestavano e infestano i territori a ovest dell’Eufrate: “Sempre spalla a spalla con il popolo di Manbij, ieri contro l’Isis, oggi contro le bande”.
Breve premessa di carattere generale su quanto sta avvenendo in Siria.
L’avanzata, apparentemente inarrestabile, di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e dell’Esercito Nazionale Siriano su Aleppo, Hama (compresa una base aerea russa con missili S-75 Dvina), Daraa (con la base militare Liwa 52) e ora Homs (e Damasco non è così lontana), si sposa con i piani di espansione territoriale della Turchia. In qualche modo speculari a quelli di Israele. Entrambi gli Stati inoltre – e non da ora – procedono con metodologie feroci, al limite del genocidio.
Un fattore determinate è costituito dall’evidente crisi economica che sta lacerando la Turchia. In particolare il sud-est curdo (Bakur) con i suoi venti milioni di abitanti. Per Erdogan è fondamentale, indispensabile chiudere definitivamente (se occorre affogandola nel sangue) l’esperienza dell’AADNES in Rojava, in quanto potrebbe – per “contagio” – alimentare le aspirazioni all’autogoverno nel Bakur (v, recentemente in alcune località curde dove sono stati estromessi, manu militari, i sindaci democraticamente eletti).
Concetto da ribadire: HTS rimane una costola di al Qaeda di cui sostanzialmente condivide l’ideologia. In esso sono presenti (come nell’Esercito Nazionale Siriano, principale proxy della Turchia) molti ex (ex?) miliziani sia di al Qaeda che di Daesh (Isis, Stato islamico).
280MILA SFOLLATI, MA IL NUMERO E’ DESTINATO A CRESCERE
Difficile quantificare con precisione, ma sicuramente tra i 280mila civili (dati onusiani del PAM) in fuga da Aleppo e Hama (sfollati o profughi interni che dir si voglia) una fetta consistente è costituita dai curdi. Soprattutto dopo si sono diffuse le notizie di esecuzioni extragiudiziali (con decapitazioni) e altri delitti (estorsioni, rapimenti di giovani donne) commessi dai miliziani filo-turchi di al-Nusra (ribattezzata Hayat Tahrir al-Sham). Sempre da fonti onusiane, si paventa la possibilità che il loro numero possa presto arrivare a 1,5 milioni.
Curdi di Aleppo e Hama deportati?
I timori della popolazione curda di Aleppo e Hama (così come, in prospettiva, per Manbij se dovesse cadere) non sono infondati.
Come hanno denunciato le Assemblee popolari di Ashrafiyah e di Cheikh Maqsoud (i quartieri curdi di Aleppo) sarebbe evidente il tentativo delle organizzazioni legate alla Turchia di evacuare forzatamente (ossia deportare) la popolazione curda. L’Assemblea – in una pubblica dichiarazione davanti alla Casa degli Ezidi – ha invece invitato i cittadini curdi a non lasciare le proprie case. Richiesta cui hanno aderito esponenti dei partiti, della società civile e di varie organizzazioni. Contestando anche l’atteggiamento del governo di Damasco che ancora si rifiuta di dialogare, confrontarsi con altre culture e posizioni politiche). E continuando a “organizzarsi per una Siria democratica con la partecipazione di tutte le componenti, senza discriminazioni”.
Accusando quei partiti locali più o meno affiliati e subalterni alla Turchia, tra cui i “traditori” di ENKS, di favorire tale evacuazione-deportazione con false dichiarazioni e rassicurazioni ipocrite (tipo quella, ripresa alla grande dai media nostrani che “non ci saranno ritorsioni o vendette”). Spostare le popolazioni senza adeguate garanzie fornite da istituzioni e organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, Amnesty International…), non sarebbe altro che un ennesimo, arbitrario e violento atto di forza.
Tra l’altro nel “mirino”, oltre ai soliti curdi, ci sarebbero anche gli armeni di Aleppo. Dove si rifugiarono a migliaia nel 1915 per sfuggire al genocidio in Turchia e divenuta nel tempo una roccaforte per la conservazione della cultura e dell’identità armena. Paradossale che qui vengano ora nuovamente sottoposti al dominio della Turchia.
QUALI PROSPETTIVE A BREVE TERMINE?
Mentre gli equilibri interni della Siria sembrano sgretolarsi uno ad uno (Teheran sarebbe in procinto di evacuare, oltre al personale militare e diplomatico, perfino la Forza Quds dei Pasdaran) diventa difficile fare previsioni, soprattutto se di lunga durata.
All’ombra dell’ossessione preponderante di Erdogan (impedire con ogni mezzo il protagonismo curdo) si va riaffacciando pure l’incognita Daesh. Le cui “cellule dormienti” nel deserto sembrano sul punto di rifiorire. “Irrorate” dalla marcia vittoriosa dei cugini di Hayat Tahrir al-Sham.
Non senza considerare le rinnovate aspirazioni di qualche potenza regionale (non solo della Turchia) di approfittare della crisi siriana per espandersi, appropriarsi di qualche fetta di territorio.
A Manbij per esempio, dove la percezione delle intenzioni espansionistiche turche è netta. Qui Ankara e le bande jihadiste affiliate procedono tra intimidazioni, bombardamenti e tentativi di infiltrazione, incontrando per ora la resistenza del Consiglio militare di Manbij.
Si tratta evidentemente non solo di un punto strategico, ma anche di un simbolo. In quanto esempio di convivenza possibile anche in situazioni drammatiche. Per Ankara l’eventuale conquista di Manbij, grazie ai suoi ascari dell’Esercito Nazionale Siriano (pare che HTS da questo lato ci senta meno, forse tra le sue milizie circola ancora il bruciante ricordo della “battaglia di Raqqa” nel 2017) rappresenterebbe un terno al lotto. Cioè la garanzia di poter esercitare uno stretto controllo sulla parte settentrionale della Siria, uno stravolgimento a suo favore degli equilibri geopolitici.
Ma appunto i piani di Erdogan % C. vengono tuttora intralciati dalla strenua resistenza dei soliti irriducibili delle FDS (Forze Democratiche Siriane) e dell’Amministrazione autonoma.
MENTRE NUVOLE OSCURE SI ADDENSANO SULLA SIRIA, I CURDI PROPONGONO DI APPLICARE IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO ALL’INTERO PAESE
Questo lo stato dell’arte (tarda serata 7 dicembre 2024). Ovviamente la situazione rimane in movimento (dire “evoluzione” mi sembra fuori luogo).
Ormai in Siria l’attuale regime va sprofondando e già si avvertono nelle periferie di Damasco le prime avvisaglie della definitiva caduta. Mentre Hayat Tahrir al-Sham (alias al-Nusra) procede spedita verso Homs, il conflitto si estende anche a sud, nei governatorati di Dar’a e di al-Suwaydā’ (si parla di “insorti drusi”, ma anche di elementi dell’Isis). Lecito chiedersi: se nel nord-ovest lo sponsor principale è la Turchia, chi mai potrebbe (condizionale d’obbligo) aver assunto lo stesso ruolo nel sud-ovest, dalle parti del Golan? Facile, no?
Ma intanto non smette di attaccare le postazioni delle Forze Democratiche Siriana (Manbij, Maskanah…) quel soi-disant Esercito Nazionale Siriano che in realtà è costituito principalmente da mercenari filo-turchi. Coadiuvato da interventi diretti non solo dell’artiglieria, ma anche dei soldati turchi (stando a quanto denunciano le FDS).
Comunque le FDS mantengono il controllo delle posizioni recentemente acquisite sulla riva ovest dell’Eufrate (Deir ez-Zor e il passaggio frontaliero di Al.Qaim). Qui sono riapparse milizie jihadiste (Isis si presume) occupando i villaggi di due enclave. Riconsegnate (senza colpo ferire) alle FDS tutte le postazioni finora occupate dall’esercito di Damasco nel Rojava (due quartieri di Hassaka, uno a Qamishli e l’aeroporto).
Abou Mohammed Al-Joulani, chi sarà mai costui?
Dopo la presa di Aleppo, il capo di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) aveva dichiarato di voler garantire i diritti di ogni comunità etnica o religiosa in una Siria pluralista e “inclusiva” (concetto ribadito nelle recenti interviste). Un espediente per rendersi accettabile (“presentabile”) agli occhi e alle orecchie dell’opinione pubblica internazionale (e di quella occidentale in particolare).
Ma in realtà, chi era (è?) Abou Mohammed Al-Joulani? In Iraq avrebbe aderito a un’organizzazione conosciuta come Jama’at al-Tawhid wal-Jihad fino al 2004, quando divenne il ramo iracheno di al-Qaeda (AQI, quella guidata dal giordano Abu Musa al-Zarqawi) rendendosi responsabili di efferate violenze contro la comunità sciita.
Arrestato dagli USA nel 2006, al-Julani resterà in carcere (pare anche in quella di Abu Ghraib) per cinque anni. Non si può escludere che da questo momento sia diventato una potenziale “risorsa” per i servizi segreti statunitensi (o altri?) in chiave anti-iraniana.
Riappare nella guerra civile siriana schierato con Jabhat al-Nusra. Di fatto il ramo siriano di al-Qaeda, poco più di 4mila combattenti, ma ben addestrati e ben equipaggiati (grazie anche al sostegno di alcuni paesi occidentali, tra cui la Francia). Nel 2015, dopo che si erano compromessi i buoni rapporti tra al-Qaeda e Isis (e tra Al-Joulani e il “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi), al-Nusra deve ripiegare dai territori occupati. Mentre l’eterogeneo fronte anti-Assad inizia a sgretolarsi.
Jabhat al-Nusra si ricicla, prima come “Jabhat al-Fateh al-Sham”, in seguito (con l’adesione di altre sigle islamiste minori, nell’odierna Hayat Tahrir al-Sham. Ossia l’organizzazione che per anni ha spadroneggiato a Idlib, reprimendo ogni protesta e imponendo una versione della shari’a derivata dalla contaminazione tra diverse correnti radicali (sciafeismo e wahhabismo).
Fermo restando che da uno così non comprerei una bici usata, quali garanzie (e a nome di chi?) può dare di voler effettivamente “una Siria pluralista in cui tutte le componenti avranno gli stessi diritti”?
Dubitarne è lecito. Perlomeno di fronte alle recenti immagini di esecuzioni, di impiccagioni nei territori occupati dalle milizie jihadiste filoturche.
Altra storia quella dei curdi del Rojava e dei loro alleati arabi, armeni, cristiani, ezidi…
I quali, oltre ad aver combattuto come pochi contro Daesh, hanno saputo realizzare, per quanto umanamente possibile, un sistema pluralista (femminista, libertario, ispirato alla “ecologia sociale”…). Al momento se non l’unico, uno dei pochi progetti politici in grado – se applicato su scala nazionale – di garantire pace, giustizia e libertà alla martoriata terra siriana.
“Noi abbiamo la soluzione- hanno dichiarato esponenti dell’AADNES rivolgendosi alla comunità internazionale – ma abbiamo bisogno di sostegno”.
Originaria di Afrin, Sinam Sherkany Mohamad attualmente rappresenta l’AADNES a Washington. In questi giorni è intervenuta più volta per dire la sua sulla situazione siriana.
“La Siria – ha dichiarato – è immersa nel caos. E’ ora che la comunità internazionale prenda seriamente in considerazione le nostre proposte di governabilità multietnica”. E prosegue spiegando le caratteristiche del modello sociale applicato in Rojava, un sistema in cui convivono, si autogoverno “arabi, cristiani, curdi alauiti…”.
Auspicando una “soluzione politica” che ponga termine allo spargimento di sangue degli ultimi quindici anni.
Quasi a voler dare il “buon esempio”, le milizie arabo-curde hanno dichiarato una amnistia generale nella provincia di Deir ez-Zor recentemente abbandonata dall’esercito di Damasco (e che rischiava di cadere nelle mani dell’Isis risorto). Rivolgendo un appello “al popolo e alle tribù per prevenire il caos e proteggere la regione cooperando insieme per garantire la sicurezza e la pace”.
Come è noto, il 5 dicembre l’esercito governativo non ha saputo (o voluto) impedire che anche la città di Hama cadesse, dopo Aleppo, nelle mani di al-Nusra (anche se ora si fa chiamare Hayat Tahrir al-Sham) che ora sta puntando su Homs. Sembra inoltre che Damasco stia richiamando a difesa della capitale i soldati finora stanziati nell’est del Paese.
Favorendo così il preannunciato attacco al Rojava della Turchia e dei suoi proxy dell’Esercito Libero Siriano che minacciano soprattutto Manbij.
Erdogan del resto è stato chiaro dichiarando che “non permetterà al PKK di approfittare della crisi”. Una crisi da lui stesso provocata, mentre le organizzazioni curde sono impegnate, oltre che nell’autodifesa, nell’assistere, proteggere le decine di migliaia di rifugiati che affluiscono nel Rojava (in fuga dalle bande jihadiste).
Le FDS hanno intanto varcato l’Eufrate, ampliando l’area finora controllata e installandosi a sud di Raqqa e Tabka. Nel cuore di quella zona desertica dove i commando mobili di Daesh scorrazzano da tempo impunemente. Intensificando negli ultimi giorni le loro attività.
Vediamo poi altri particolari.
Da un comunicato del 5 dicembre apprendiamo che l’ennesimo bombardamento turco con armi pesanti ha distrutto molte abitazioni e causato la morte di altri civili a Al-Boghaz. Si tratta di un villaggio delle campagne intorno a Manbij (governatorato di Aleppo, una trentina di chilometri a ovest dell’Eufrate) ancora difesa dalle forze arabo-curde. Le vittime finora identificate sono Ahmed Ali Al-Jaban (20 anni) e sua sorella Zahra Ali Al-Jaban (23 anni).
Con Aleppo caduta in mano alle milizie jihadiste gli attacchi contro Manbij (una realtà multietnica di arabi, curdi, circassi, ceceni…) si vanno intensificando.
Sempre il 5 dicembre, nel villaggio di Al-Farat ha perso la vita Nadima Al-Hussein Al-Hamoud (45 anni), mentre Saada Al-Faraj è rimasta gravemente ferita. Ancora a causa dei bombardamento turco-jihadisti.
Dalle FDS (Forze Democratiche Siriane), la conferma che circa 120 veicoli che trasportavano civili in fuga dal cantone curdo di Shahba (a nord di Aleppo) sono stati dirottati dai mercenari di Ankara. La maggior parte delle persone che si trovavano a bordo dei mezzi sono state trascinate in aree controllate dai turchi (forse a Sheikh Najjar, la grande città industriale). Nonostante gli accordi presi in precedenza con cui si garantiva la possibilità per i profughi di trasferirsi nelle zone dell’est.
Ovviamente questo arbitrario comportamento alimenta le preoccupazioni per la loro sorte. Conoscendo i metodi degli integralisti islamici, rischiano non solo il furto di quanto rimane in loro possesso, ma anche le torture, gli stupri, le esecuzioni extragiudiziali, se donne perfino la schiavitù…
Sempre le FDS riferiscono di un gran numero di civili sotto assedio (di fatto sequestrati) a Shahba. Circa 15mila persone a cui pare venga impedito l’accesso al cibo e addirittura all’acqua. Inoltre sarebbe in corso una vera e propria campagna di rapimenti (a scopo estorsione? Per eventuali rappresaglie ?) nei confronti della popolazione qui rimasta intrappolata.
Da segnalare anche un ulteriore comunicato delle FDS in risposta alle dichiarazioni dell’Isis che si vantava di “controllare significative porzioni del deserto di Homs e di Deir ez-Zor” dopo essersi “impadronita di numerose città e posizioni strategica delle forze del governo di Damasco” (approfittando, anche se questo l’Isis non lo dice, del caos provocato dall’attacco turco-jihadista alla Siria).
Dato che – come appare evidente – l’organizzazione terrorista ha tutte le intenzioni di espandersi in altre zone rimaste sguarnite, le FDS si stanno organizzando per “contrastare questa minaccia, l’espansione dell’Isis, evitando che si debba ripetere lo scenario del 2014”.
Un incontro con Marcel Picamei, esponente dell’Ass. Cult. “La Vus de L’Insübria” e musicista, per presentare i suoi più recenti manuali di apprendimento della Lingua Insubre…. e olter mestee (altre cose).
In contemporanea sui nostri social e sul nostro Blog.
Mentre al Nusra & C. procede, se pur con qualche intoppo, verso sud (Hama ormai è stata conquistata), l’ANS si va rinforzando (anche con l’uso di tanks) in direzione est, sul fronte di Manbij e Maskanah ancora sotto il controllo delle FDS. Preparandosi ad aggredire il Rojava di cui Manbij (100mila abitanti) rappresenta un nodo strategico all’ovest dell’Eufrate. Sia Manbij che Maskanah, recuperata qualche giorno fa dalle FDS, sono ora terreno di scontro tra il principale proxy di Ankara (ANS) e le FDS (curdi, arabi, armeni, siriaci, turcomanni…).
Intanto sono tornati in azione soggetti apertamente legati a Daesh. In questi giorni hanno ucciso un membro del Partito del Futuro (un partito democratico siriano, già perseguitato dal regime di Damasco, con esponenti eletti nell’Assemblea popolare e che partecipa all’Amministrazione autonoma). Altre vittime sono state provocate dai droni e dall’artiglieria turchi.
Ma al di là della drammatica situazione in movimento, forse è il caso di ricordare quanto accadeva nel decennio scorso quando i terroristi di Daesh attaccarono la regione di Shengal (e l’analogia con quanto potrebbe ora ripetersi mi pare evidente). Massacrando gli uomini e gli anziani, mentre le donne e i bambini venivano catturati e ridotti in schiavitù. Pulizia etnica (o magari genocidio, puro e semplice) che si coniugava con un orrendo femminicidio di massa. Stesso scenario qualche anno dopo (2018) quando i mercenari turchi entrarono in Afrin (“Operazione Ramoscello d’ulivo”).
Compiendo innumerevoli crimini di guerra e crimini contro l’umanità, in seguito ampiamente documentati sia dalle Ong che dalle Nazioni Unite.
Mentre la comunità internazionale assisteva passivamente, oggettivamente complice, ai rapimenti delle ragazze curde, esibite come animali al mercato e destinate a diventare schiave sessuali dei mercenari filo-turchi dell’Esercito Siriano Libero (FSA, ma si trattava di quello riesumato nel 2016 da Ankara – operazione Scudo dell’Eufrate – per evocare una certa continuità con quello originario del 2011). Come è noto migliaia di cittadini furono espulsi, costretti ad andarsene. Non solo curdi naturalmente, ma anche armeni, cristiani, ezidi…
Per tornare ai nostri giorni, tristi e lividi, un aiuto alla comprensione di quanto sta realmente accadendo (mentre i media parlano fantasiosamente dei cacciatori di scalpi filo-turchi come di “ribelli” e “insorti”) viene dai comunicati (per quanto frammentari data la situazione) del Rojava Information Center (RIC, presente sul terreno).
Quantificando in circa 120mila (in base ai dati forniti dall’AADNES) gli sfollati (rifugiati interni) che finora hanno cercato rifugio nel NES (nord e est della Siria). Spesso costretti durante il viaggio (in media tre giorni) a dormire all’aperto o in tende provvisorie nel gelo invernale.
Situazione critica che rischia di aggravarsi per mancanza di cibo, acqua, medicinali essenziali e possibilità di alloggio.
Mentre l’Esercito Nazionale Siriano infierisce sui civili usciti da Shehba e Tel Rifaat e ora in fuga verso il Rojava (con aggressioni, furti, estorsioni…) crescono i timori per un imminente attacco a Manbij. La città multietnica e governata dall’AADNES, con i suoi 300mila abitanti, in caso di assedio rischia una grave crisi umanitaria.
Invece ad Aleppo, nei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e di Ashrafiyeh, circondati da Hayat Tahrir al-Sham, nella giornata di mercoledì 4 dicembre non si sono registrati scontri. Si teme tuttavia che sia una calma solo apparente. I Centri di accoglienza istituiti dall’AADNES e dai consigli locali a Tabqa e Raqqa hanno accolto finora circa 30mila sfollati, la maggior parte provenienti da Shehba. Utilizzando inizialmente accampamenti temporanei, ma in breve tempo una ventina di scuole venivano trasformate in centri di assistenza mettendo a disposizione dei rifugiati coperte, cibo e vestiti.
L’UYS (Unione Ezidi di Siria) si sta occupando in particolare di assistere gli ezidi fuggiti da Tel Rifaat, ospitandoli in famiglie ezide di Heseke, Amude e Tirbespi (villaggi ezidi, purtroppo talvolta in abbandono). Molti raccontano di aver subito qualche forma di violenza durante il viaggio (ricordo l’assassinio di Ahmed Husso, mentra la moglie e il fratello sono stati feriti). Si ha notizia anche dell’uccisione di qualche membro della comunità ezida di Aleppo. E comunque, raccontava un testimone “molti potrebbero non riuscire ad arrivare fin qui”.
La Mezza Luna Rossa curda ha chiesto a gran voce sostegno, donazioni per affrontare la grave situazione. Così come dal copresidente dell’ufficio per gli Affari dei Rifugiati Interni dell’AADNES è venuta una richiesta alle Nazioni Unite per la riapertura del passaggio di frontiera di Yarubiyah (Tel Kocher), indispensabile per far arrivare aiuti umanitari. Attualmente l’unico operativo resta il passaggio di Semalka (Faysh Khabour), mentre quello di Yaroubiyah resta chiuso dal 2019 per una decisione del Consiglio di Sicurezza.
Altre informazioni confermano che i metodi dell’Esercito Nazionale Siriano nei confronti della popolazione rimangono brutali.
I miliziani si starebbero infatti appropriando delle abitazioni dei civili curdi in ogni città e villaggio occupato. Compiendo furti, estorsioni, sequestri di persona (ovviamente del tutto illegali) e minacciando i civili. Qualche giorno fa, Amina Hanan, una quarantenne curda disabile, è stata assassinata a Tel Rifaat da membri dell’Esercito Nazionale Siriano.
Sempre a Tel Rifaat, in un video circolato in questi giorni, si vedono combattenti filo-turchi e un uomo che indossava un gilet-stampa (?) aggredire alcune persone prese prigioniere.
Quanto ai curdi che malauguratamente (forse per le difficoltà del viaggio, proibitivo per bambini e anziani) erano rientrati a Afrin, sono stati tutti schedati e almeno una cinquantina arrestati.
Inoltre sessanta autobus che avrebbero dovuto evacuare i profughi e trasportarli verso il NES, rimangono bloccati dai miliziani.
Avevamo ricordato la situazione dei due quartieri curdi di Aleppo. Da un paio di giorni la situazione, per quanto in una città ormai completamente in mano alle milizie jihadiste, sembrerebbe relativamente tranquilla. Nelle trattative tra FDS, AADNES e le milizie jihadiste assedianti di HTS si cerca di garantire agli abitanti (e ai molti cristiani che qui si sono rifugiati) la possibilità di scegliere se andarsene o restare.
Già in passato (soprattutto dal 2012 al 2016) Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh avevano subito gli attacchi delle milizie filo-turche. Ma la gente si era rifiutata di andar via. Ora invece si teme che HTS imponga le sue regole islamiche (come l’hiyab per le donne) e che si assista al bis di quanto fece l’Isis. Per cui molti potrebbero decidere di raggiungere l’est.
E la Turchia? Partecipa direttamente al conflitto attaccando con aerei senza pilota la città di Dayrik (in siriaco, Dêrika Hemko in curdo). Colpendo un’auto e causando almeno due vittime e alcuni feriti nei pressi della stazione degli autobus (luogo scelto forse intenzionalmente dato che le cooperative degli autisti mettevano i mezzi a disposizione per trasportare i rifugiati).
Dopo quello costato la vita al giovane Aziz Sheikho sulla strada tra Qamishlo e Heseke, si tratta del secondo attacco nella NES di questa settimana.