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#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTI DAL FRONTE (16 Dicembre 2024) – di Gianni Sartori

Nonostante lo sbandierato cessate-il-fuoco mediato dalla Coalizione internazionale (sostanzialmente dagli USA) tra FDS e compagine turco-jihadista (v. SNA), il 15 dicembre l’esercito turco ha bombardato la centrale elettrica di Til Temir (Cantone di Cizîr, nordest della Siria) lasciando l’intera zona senza elettricità.
Continua intanto la veglia sulla frontiera tra Nusaybin (provincia di Mardin, Turchia) e Qamishlo (nel distretto omonimo, in Siria).
Risposta pacifica alle brutali operazioni militari di Ankara e bande affiliate (SNA) contro il Rojava. Tra i manifestanti che chiedevano sia la fine della guerra contro i curdi che la liberazione di Ocalan, alcune “Madri per la Pace” (tra cui Gurbet Tekin), esponenti politici, familiari dei prigionieri politici. Lanciando slogan come “Bijî berxwedana Rojava“, ”Bedengî mirinê berxwedana jiyanê“, ”Rojava halkı yalnız değildir”. Oltre a quello, immancabile e ormai storico “Jin Jiyan Azadî”.
Evidentemente di diverso avviso le bande del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA, proxy di Ankara) che in contemporanea bloccavano al ponte di Qereqozaq un convoglio formato da dieci autobus e sei ambulanze inviati per l’evacuazione umanitaria dei civili da Manbij (sempre nel quadro degli accordi di cessate-il-fuoco).
Nel frattempo l’opinione pubblica si interrogava se il nuovo potere insediato a Damasco introdurrà o meno l’obbligo del velo. Anche se non è il caso di fare dell’ironia (il valore simbolico delle norme non va sottovalutato), forse sarebbe il caso di occuparsi della liberazione delle donne ezide ancora segregate, imprigionate, schiavizzate (con o senza velo) a Idlib nella Siria nord-occidentale. Lì dove al-Jolani governava fino a pochi giorni fa. Oltre naturalmente della incombente, possibile pulizia etnica pianificata da Ankara in Rojava.
Tra amenità sul nuovo look di al-Jolani (in effetti ricorda il giovane Fidel Castro, sarà un caso ?) e nuove occupazioni israeliane nel Golan, c’è anche chi si interroga, mette in guardia sulla concreta possibilità di una ripresa generalizzata degli scontri armati su tutto il territorio siriano (e non solo nel nord-est dove non si sono mai spenti).
POSSIBILE RIPRESA DELLA GUERRA CIVILE SU LARGA SCALA E TIMORI PER LE “MINORANZE”
E’ quanto paventa una ONG siriaca (European Syriac Union, fondata nel 2004) analizzando la situazione politico-militare (definita “molto critica”) creatasi nella Siria del dopo-Assad. Invitando la comunità internazionale a “esercitare una pressione sui gruppi salafiti impedendo una nuova ondata migratoria e la ripresa della guerra civile”. Constatando che la vittoria dei gruppi jihadisti è il risultato “sia del vuoto di potere che degli errori dell’opposizione”, esprime il fondato timore che la Siria potrebbe semplicemente “regredire di oltre 50 anni”.
Parlando anche pro domo sua, l’Ong denuncia i rischi che corre non solo la comunità siriaca (in quanto cristiana), ma anche quelle di curdi, ezidi, drusi, musulmani laici… Senza dimenticare la più esposta, quella delle donne. Auspicando la costituzione di un “governo inclusivo” che possa soddisfare le esigenze di tutta la composita, multietnica società siriana.
E LA RUSSIA COSA FA?
Non è chiaro al momento. Stando a quanto diffuso da un sito curdo (Lekolin org), Mosca avrebbe assunto un ruolo ambiguo. Quello del “guasta-feste”, in sintonia con l’alleato-concorrente di Ankara. Con cui avrebbe concordato azioni congiunte nelle riunioni tenute alla base aereo-spaziale di Khmeimim (dove entrambe addestrano le proprie truppe).
Allo scopo di impedire un possibile avvicinamento, un riconoscimento reciproco tra l’AADNES e il nuovo governo di Damasco.
In un comunicato Lekolin org sostiene che a Khmeimim “Russia e Turchia hanno creato una camera di riunioni dell’intelligence comune. I servizi segreti turchi (MIT) condividono tutte le informazioni su HTS in loro possesso con la Russia, mentre la Russia in cambio condivide con la Turchia le sue informazioni sull’Amministrazione autonoma del nord e dell’est della Siria e sulle FDS”.
Ovviamente alla Turchia interessavano e interessano soprattutto notizie in merito alla dislocazione delle forze FDS a Manbij, Kobanê, Raqqa et Deir ez-Zor (in vista dell’assalto finale al Rojava). Fornendo in cambio a Mosca informazioni sulle strutture di HDS a Idlib e Aleppo.
Inoltre Ankara avrebbe chiesto a Mosca di riesumare le “cellule dormienti” del regime Baas e – grazie all’addestramento dei servizi segreti russi – rimetterle in campo per alimentare le ostilità tra tribù arabe e curde nelle regioni di Hassakê e Raqqa. Vedi i recenti disordini a Raqqa del 12 dicembre quando uomini armati hanno aperto il fuoco tra la folla in piazza al-Naim (anche se non si esclude l’intervento di altre “cellule dormienti” finora relegate nel deserto e ora risvegliate per l’occasione, quelle dell’Isis).
Un ottimo pretesto per giustificare l’invasione del Rojava direttamente da parte della Turchia. Tra l’altro in questi giorni viene confermata la presenza alla frontiera con Kobanê di centinaia di altri mercenari (ex membri di Daesh guidati da Abu Fetih e addestrati per un anno in Turchia). Presumibilmente con il compito di infiltrarsi nella regione di Kobanê, Raqqa et Deir ez-Zor per operare contro le FDS. Come ha più volte denunciato il comandante delle SDF Mazloum Abdi.
SEGNALI DI APERTURA DA PARTE DI AL-JOLANI?
Volendo poi a tutti i costi essere anche un po’ ottimisti, (vedere il “bicchiere mezzo pieno”) andrebbero riportate le ultime dichiarazioni di Abu Muhammad al Jolani (in un video diffuso da Sky News Arabia) sui curdi, i quali farebbero “parte della patria”.
Per il capo finora indiscusso di Hayat Tahrir al Sham nella Siria di domani a tutti sarà consentito “vivere insieme secondo la legge”. Ha inoltre riconosciuto che “la popolazione curda è stata sottoposta a grandi ingiustizie”.
Per cui “se Dio vuole, nella prossima Siria, i curdi saranno fondamentali. Vivremo insieme e tutti otterranno i loro diritti per legge. Non ci saranno più ingiustizie contro il popolo curdo”. Inoltre “cercheremo di riportare i curdi, parte integrante del tessuto sociale siriano, nelle loro zone e nei loro villaggi”.
Per rassicurare il suo sponsor turco, ha poi insistito su quella che a suo avviso sarebbe una “grande differenza tra la comunità curda in Siria e il Partito dei lavoratori del Kurdistan”.
Quanto al futuro politico complessivo della Siria, per il leader di Hts “la forma dell’autorità sarà lasciata alle decisioni di esperti, giuristi e del popolo siriano”.
“In Siria – aveva proseguito “saranno organizzate elezioni libere ed eque. Lavoriamo per formare comitati specializzati per riesaminare la costituzione, in modo da garantire giustizia e trasparenza”. In vista di una “soluzione globale per tutte le fazioni armate e nessuna arma sarà consentita al di fuori del quadro dell’autorità dello Stato siriano. Questo approccio riflette il nostro impegno a ripristinare la stabilità e ad estendere la sovranità dello Stato sull’intero territorio”.
Che poi ci sia da fidarsi, questo è un altro paio di maniche.
Per concludere, sarebbe in gran parte completata l’entrata in Iraq attraverso il valico di frontiera di al-Qaim di centinaia di soldati siriani in fuga. Avvenuta con il consenso delle autorità irachene e con la collaborazione delle FDS.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Salento
#Popoli #NativeAustralians – QUEENSLAND: UNA NUOVA LEGGE CONSENTE DI INCARCERARE ANCHE I BAMBINI DI DIECI ANNI (soprattutto quelli aborigeni) – di Gianni Sartori

Cosa nota, ma da ribadire. Per gli aborigeni australiani l’arrivo dei coloni europei fu un evento non solo devastante, ma apocalittico.
Da fine del Mondo. O almeno del loro mondo. Ai nostri giorni, come denunciava un rapporto di Survival International “gli aborigeni hanno 6 volte più probabilità di morire in età infantile rispetto agli altri cittadini australiani e 22 volte più probabilità di morire di diabete. La loro aspettativa di vita alla nascita è di 17-20 anni inferiore a quella degli altri australiani” (v. “Il progresso può uccidere”). Un inciso sul diabete. Effetto collaterale (ma poi neanche tanto “collaterale”) della perdita, insieme alla terra, delle fonti tradizionali di nutrimento.
E del conseguente impatto con altri cibi (zucchero, farina raffinata junk food…) oltre che della diffusione dell’alcol (“anestetico” dei poveri e dei colonizzati).
Forse se la passano leggermente meglio quanti hanno potuto rimanere nelle terre ancestrali (anche se le meno fertili e salubri) che in media vivono ”dieci anni di più”.
Difficile stabilire quanti fossero prima della colonizzazione (tra i 300 e i 700mila, si presume). Centinaia di gruppi autonomi di raccoglitori-cacciatori parlanti un insieme di 400 lingue diverse.
L’arrivo dei bianchi inglesi (1788) coincise con il diffondersi di nuove malattie (varicella, influenza, morbillo, vaiolo…) che contribuirono a trascinarli in un rapido declino: una riduzione del 90% tra il XIX e il XX secolo.
Fino alla “soluzione finale” condotta con centinaia di massacri pianificati. In buona parte per mano delle forze governative, il resto opera dei coloni (ma con la tacita approvazione delle autorità).
L’ultima “spedizione punitiva” conosciuta (quella di Coniston) si svolse tra il 14 agosto e il 18 ottobre 1928 (NB: in pieno XX secolo).
In base ai dati forniti dal progetto Colonial Frontier Massacres Digital Map, si apprende che “le morti di aborigeni furono da 27 a 33 volte più numerose di quelle dei colonizzatori: furono uccisi tra 11 mila e 14 mila aborigeni, e fra 399 e 440 soltanto colonizzatori”.
Talvolta si trattava di rappresaglie sproporzionate (degne dei nazisti) per l’uccisione di un colono o per un furto di bestiame. Altre semplicemente per “dar loro una lezione” o comunque toglierli di mezzo, costringendo i superstiti ad andarsene altrove.
Ricorrendo persino all’avvelenamento dell’acqua e del cibo.
Con la diffusione dei grandi allevamenti (antica piaga della “civilizzazione”) bambini e giovani aborigeni divennero potenziale forza-lavoro a buon mercato come mandriani (anche riducendoli in schiavitù).
Da cui la separazione forzata dalle famiglie, veri e propri sequestri di persona.
Attualmente la situazione dei minori di origine indigena non è poi di tanto migliorata. Se si considerano i dati del Cleveland Youth Detention Centre di Townsville, i bambini aborigeni costituiscono il 95% dei detenuti. Conseguenza delle condizioni di indigenza, emarginazione, subalternità in cui versano le loro comunità.
In questi giorni molte organizzazioni di difesa dei diritti umani e del Diritto dei popoli (v. il Centro giuridico indipendente dei diritti dell’uomo d’Australia) protestano per la nuova legge (approvata il 12 dicembre nel Queensland) che consente, “per sradicare la criminalità infantile e ristabilire la sicurezza”, la carcerazione di bambini di dieci anni.
La nuova legislazione riguarderà tredici gravi violazioni del codice penale (dalla guida pericolosa all’omicidio) e comporterà le stesse pene (per un identico numero di anni) inflitte agli adulti condannati.
Anche se, bontà loro, l’amministrazione del primo ministro conservatore David Crisafulli (oibò! Un altro di origine italiana, come Milei e Bolsonaro… tutta da rivedere la bella favola dei migranti italiani “brava gente”) ha ammesso che tale norma era “incompatibile con i diritti umani”. Inoltre costituisce una “violazione di numerose disposizioni internazionali” e consente di aggirare una legge australiana del 2019 sui diritti umani.
Decidendo comunque di procedere, considerando di avere il sostegno anche dell’opposizione (centro-sinistra).
Stando ai dati ufficiali, il numero dei bambini-ragazzi delinquenti (dai 10 ai 17 anni) era cresciuto in un anno del 6% (giugno 2022- giugno 2013).
Facile previsione: a venir rinchiusi nelle case di sorveglianza e nei riformatori saranno soprattutto i giovanissimi aborigeni (provenienti da una popolazione il cui tasso di carcerazione è alquanto superiore a quello dei discendenti dei colonizzatori).
Il portavoce del Centro giuridico indipendente dei diritti dell’uomo d’Australia si dice convinto che non è questo il modo di “risolvere le cause profonde della criminalità giovanile: povertà, razzismo, traumatismi intergenerazionali, scarso accesso ai servizi sanitari e di sostegno…”
Per la presidente del Comitato dei diritti per l’infanzia onusiano, Ann Skelton, le “circostanze eccezionali” evocate dal governo non giustificano una “evidente violazione dei diritti dell’infanzia”: Aggiungendo che “non è così che si renderà più sicuro il Queensland”.
Gianni Sartori
#7NotePerUnNuovoMondo #NativeAmericans
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Scotland
#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTI DAL FRONTE (13 dicembre 2024) – di Gianni Sartori

L’OSDH DOCUMENTA NUOVI CRIMINI DI GUERRA CONTRO I PRIGIONIERI DEL MMC COMMESSI A MANBIJ DALLE MILIZIE FILO-TURCHE
Già il 9 dicembre i mercenari di Ankara avevano giustiziato decine di feriti del Consiglio Militare di Manbij (MMC, alleati dei curdi), ricoverati in un ospedale militare.
Ora, il 12 dicembre, l’Osservatorio dei Diritti dell’Uomo (OSDH) ha denunciato nuovi crimini efferati compiuti dalle medesime bande jihadiste: l’uccisione di altri esponenti del MMC prigionieri di guerra. Come confermano alcuni video ottenuti dall’OSDH in cui si vedono esponenti delle milizie filo-turche aggredire e uccidere prigionieri inermi del MMC.
Da giorni soldati turchi e miliziani dell’esercito Nazionale Siriano (SNA, in cui si sono riciclati molti miliziani provenienti dall’Isis) commettono impunemente furti, saccheggi, sequestri di persone e uccisioni nella città occupata di Manbij.
Coraggiosamente, visto il clima, la popolazione di Manbij è scesa in strada per protestare contro tali arbitrii. Le scene della protesta (foto, video…) sono state diffuse nelle reti sociali.
A RAQQA L’ISIS POTREBBE COGLIERE L’OCCASIONE PER RIALZARE LA TESTA
Brutti segnali anche da Raqqa. Dopo che la città era divenuta suo malgrado “capitale” del soidisant “Stato Islamico” (e centro di addestramento per quei terroristi che colpivano in mezza Europa, v. in Francia), la “battaglia per la liberazione di Raqqa” era cominciata il 6 giugno 2017. Il 17 ottobre dello stesso anno (dopo quattro mesi di aspri combattimenti) le Forze democratiche Siriane giungevano finalmente a eliminare gli ultimi presidi degli islamisti.
Da allora i tagliagole dell’Isis non avevano più dato segni di vita in città. Purtroppo, complice il nuovo clima incerto e confuso che attraversa la Siria post-Assad, pare che stiano rialzando la testa (o almeno ci provano). Il 12 dicembre, mentre la popolazione assisteva all’alza-bandiera del nuovo vessillo siriano in piazza Al-Naim, uomini armati sparsi tra la folla hanno aperto il fuoco (come confermano alcuni video diffusi in rete) ferendo sia civili che membri delle forze di sicurezza interna (asayish). Per dovere di cronaca, altre fonti hanno parlato di “spari incontrollati di festeggiamento” non necessariamente riconducibili a esponenti dell’Isis. Alla reazione delle forze di sicurezza che intendevano disperdere gli assembramenti, parte dei presenti avrebbero risposto con lanci di pietre. Complessivamente si parla di una cinquantina di feriti. I media filo-turchi (a cui hanno fatto eco alcuni siti “campisti”, forse in cerca di nuovi sponsor dopo essere rimasti orfani di Bashar Hafiz al-Assad) hanno colto l’occasione per diffondere fake-news in merito a una presunta “ribellione della comunità araba” nei confronti delle FDS e dell’AADNES (l’amministrazione autonoma arabo-curda del Rojava che ha appena riconosciuto l’attuale governo siriano).
Gianni Sartori
#Tradizioni #Europe #SantaLucia

#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#Bouganville #Opinioni – MON DIEU! NON CI SONO PIU’ GLI INDIPENDENTISTI DI UNA VOLTA – di Gianni Sartori

RIAPRIRE LE MINIERE A CIELO APERTO IN NOME DELL’AUTODETERMINAZIONE: MA SI PUÒ??
La questione risaliva almeno agli anni novanta e ora sembra tornare di attualità. Anche se in termini direi “rovesciati”. Se in passato la richiesta di indipendenza si coniugava con la difesa ambientale del territorio (devastato dai progetti di sfruttamento minerario) ora, in aperta contraddizione con la questione ambientale, la riapertura delle miniere va a braccetto con le istanze di autodeterminazione. Un ossimoro?
Non saprei. Devo solo constatare che forse quello che non era riuscito – non completamente almeno – al neocolonialismo (v. Rio Tinto), potrebbe realizzarlo la classe dirigente (“compradora” o che altro?) locale (v. Bouganville Copper Limited). Stile veneto, per capirci.
In una recente conferenza-stampa a Sydney, il presidente della regione autonoma di Bouganville (Autonomous Bougainville Government) Ishmael Toroama, ha ribadito che “il popolo ha espresso la sua volontà“ per ”il calendario politico finisce nel 2027”. Si riferiva ovviamente alla scadenza per l’indipendenza dell’isola. Ancora politicamente parte della Papua-Nuova Guinea (ma geograficamente dell’arcipelago delle Isole Salomone) nonostante nel 2019 il 97,7% degli elettori (su una popolazione – in calo da qualche anno – di circa 137mila persone) abbia votato a favore dell’indipendenza. Un referendum che ha rappresentato un primo punto di arrivo, se non la definitiva conclusione, degli accordi di pace risalenti al 2001. Dopo un decennio di guerra a bassa intensità tra gli insorti nativi e le forze di sicurezza governative coadiuvate da mercenari di origine straniera. Con un costo complessivo di circa 20mila morti.
In base agli accordi di Arawa (raggiunti con la mediazione della Nuova Zelanda), la ratifica finale per una dichiarazione di indipendenza (prevista per il 2027) spetterà al parlamento della Papua Nuova Guinea.
Ma questo a grandi linee già si sapeva, era previsto. La novità (bruttissima) è invece nella stessa circostanza Ishmael Toroama ha esplicitamente annunciato l’intenzione di “riaprire la miniera a cielo aperto di Panguna. Il giacimento (la terza miniera di oro e rame a cielo aperto più grande al mondo) che in passato garantiva l’esportazione del 40% del rame dall’intera Papua Nuova Guinea.
Evidentemente la contaminazione (anche mentale) è ormai giunta a uno stadio irreversibile.
La miniera, in attività dal 1972 al 1989, venne chiusa (almeno ufficialmente, visto che in realtà rimase in gestione alla società anglo-australiana Rio Tinto fino al 2016) a causa della violenta ribellione per i danni ambientali e la mancanza di qualsiasi ridistribuzione degli utili per la popolazione locale.
Ma, purtroppo vien da dire, gli esperti hanno calcolato che il sottosuolo di Panguna conservi ancora più di cinque milioni di tonnellate di rame e 19 milioni di once (un’oncia: 28,3495231grammi) d’oro. L’equivalente di miliardi e miliardi di dollari.
La cupidigia umana non poteva restare inerte per cui nel gennaio di quest’anno veniva accordata (NB: dal governo della regione autonoma) alla Bouganville Copper una “licenza esplorativa”, propedeutica alla ripresa del devastante sfruttamento.
Prevedendo un’attività addirittura “aumentata” rispetto al passato, Toroama ha lanciato la richiesta di “abbondanti investimenti” (da parte di compagnie straniere presumibilmente) per riprendere l’attività estrattiva. Ipotizzando che in vent’anni la miniera potrebbe generare almeno 36 miliardi di dollari di entrate.
Tutto questo senza nemmeno aspettare l’agognata indipendenza, dato che l’iniziativa sarebbe in perfetta sintonia con il governo di Port Moresby (capitale della Papua Nuova Guinea) e in particolare con il primo ministro James Marape.
Nonostante un recente rapporto abbia confermato la presenza – a ben 30 anni dalla chiusura dell’impianto – nelle sorgenti e nel terreno di metalli pesanti e sostanze tossiche varie. E il prezzo, al solito, viene pagato dalla popolazione indigena.
Tutto quello che Toroama ha concesso è che “dobbiamo firmare ulteriori memorandum d’intesa con la Rio Tinto e la Bougainville Copper Limited per l’inizio dei lavori delle infrastrutture obsolete che comportano rischi gravi e imminenti per le comunità coinvolte e per il proseguimento delle trattative”. Aggiungendo – bontà sua – che “Bougainville continua ad essere una lezione, un avvertimento, un promemoria di ciò che non si deve fare nello sviluppo del settore delle risorse”.
L’indagine condotta dalla Tetra Tech Coffey, avviata dopo il ricorso del 2020 contro la Rio Tinto (v. il documento “Valutazione sull’impatto dell’eredità della miniera di Panguna”), era stata finanziata dalla stessa azienda (che però contemporaneamente si rifiutava di versare un risarcimento alla popolazione).
Oltre a confermare “la presenza di sostanze chimiche tossiche in vecchi serbatoi di stoccaggio, in container di spedizione, in un impianto di trattamento delle acque reflue e in alcuni campioni di terreno” si rilevava che “le inondazioni provocate dalla miniera hanno avuto un impatto sulla coltivazione di terreni agricoli, sull’accesso all’acqua e ai servizi essenziali”. Quanto alla qualità dell’acqua del fiume Kawerong-Jaba, lungo cui vivono circa 12-14mila persone, sarebbe “migliorata nel corso degli anni”. Tuttavia diverse sorgenti rimangono “nocive a causa della contaminazione da metalli”. Mi ripeto: a 30 anni dalla chiusura della miniera.
In agosto veniva firmato un memorandum d’intesa tra la Rio Tinto, la Bougainville Copper Limited e il governo locale per il ripristino ambientale della città di Panguna. Ma si è poi scoperto che la bonifica prevista non riguarderebbe diverse zone contaminate.
Vecchie storie irrisolte quelle di Bouganville, dicevo. Sia l’apocalisse ambientale dovuta all’estrattivismo, sia le rivolte indigene indipendentiste oggi “deturpate” dagli esponenti politici locali.
Vicende di cui negli anni novanta del secolo scorso quasi non si parlava. Tranne in qualche documento dell’ecologia radicale (v. gli articoli su “Terra selvaggia”).
Dai primi sabotaggi contro la realizzazione della devastante miniera di rame a cielo aperto, gli indigeni erano passati alla guerriglia secessionista contro Port Moresby. Su richiesta del governo, le truppe mercenarie di una società privata inglese avrebbero dovuto “bonificare” le foreste dove si nascondevano i ribelli. Fortunatamente, pochi giorni prima dalla spedizione, la società venne incriminata per aver organizzato un golpe in uno stato africano. I mercenari restarono in Gran Bretagna e la miniera da rimase inattiva. Almeno fino ad ora.
Ma intanto un altro colonialismo era sbarcato in Melanesia per aprire miniere (di nichel e cobalto) e distruggere foreste, minacciando i diritti e la cultura tradizionale degli indigeni. Sulla costa nord orientale di Papua Nuova Guinea veniva insediata una raffineria della Ramu NiCo per la lavorazione del nichel. Il contratto per l’estrazione del minerale era stato siglato nel 2004 dal primo ministro papuano Michael Somare a Pechino. Nel 2007 la società, controllata dal China Metallurgical Group, inviava squadre di operai cinesi nella foresta per costruire strade, impianti di lavorazione, uffici e dormitori per i lavoratori.
Gli abitanti dell’area, una delle regioni più arretrate ma anche più integre della Papua Nuova Guinea, si erano immediatamente ribellati armati di fionde e di machete. I pochi autoctoni assunti per lavorare nella miniera parlavano di condizioni indegne di sfruttamento, mentre alcune organizzazioni locali per la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità indigene denunciavano il sistematico “saccheggio delle nostre risorse naturali da parte dei cinesi”. E – forse non del tutto disinteressatamente (per la serie: “da che pulpito vien la predica”) l’australiano Mineral Policy Institute definiva “totalmente infondati” i rassicuranti dati forniti dall’azienda mineraria in merito all’inquinamento da scorie nelle acque della baia di Basamuk.
Nel luglio 2009 anche la miniera di nichel veniva chiusa) ma solo provvisoriamente) per ragioni di sicurezza.
La presenza delle “State’s companies” cinesi in Papua Nuova Guinea rientrava e rientra nell’ampio rilancio di investimenti globali che Pechino da tempo va effettuando in Asia, Africa e America latina. Una presenza gradita a molti governi anche perché non implica particolari richieste nel rispetto dei diritti umani, sindacali e ambientali.
Non solo in campo minerario-estrattivo.
Come aveva documentato Parag Khanna (“I tre Imperi – Nuovi equilibri globali nel XXI secolo”) in Cina la conversione di terre arabili in spazi edificabili destinati all’industria ha impresso una forte “spinta verso l’outsourcing agricolo e verso la produzione agricola offshore”. Vedi l’Indonesia e le Filippine destinate a diventare una grande “risaia cinese”. Il “secondo anello della strategia di reperimento di risorse” è rappresentato dall’Oceania, in particolare dalla Melanesia, tradizionalmente legata all’Australia.
Nella Papua Nuova Guinea la penetrazione cinese ha causato una drastica accelerazione della deforestazione.
Mantenendo i ritmi di saccheggio attuali la foresta vergine potrebbe scomparire completamente entro il 2030. In cambio delle risorse naturali (minerali, legname, terreni agricoli…) il governo cinese fornisce finanziamenti per strade, ferrovie, stadi e palazzi governativi. Gran parte delle infrastrutture vengono però realizzate con mano d’opera cinese. Al seguito degli operai arrivano anche le loro famiglie che aprono bar e negozi di merci cinesi a basso costo mandando in crisi l’economia locale. Una possibile spiegazione per le rivolte anticinesi scoppiate negli anni scorsi sia in Asia che in Africa e in Oceania (dal Lesotho alle isole Salomone, Tonga, India e Zambia).
Gianni Sartori
