#SegnalazioniEditoriali – il nuovo libro di Petru Poggioli

Segnaliamo l’ultimo lavoro di Petru Poggioli:
“Gilet gialli: la rivolta dei dimenticati”,
p 547, 37 euro, Ed. Fiara


Sono stati mobilitati dal novembre 2018 e instancabilmente, nonostante tutti gli ostacoli e le difficoltà, di ogni tipo, nonostante la dura repressione subita, sono tornati in piazza e hanno continuato le loro molteplici  azioni e mobilitazioni, gridando con rabbia per la loro sete di dignità, giustizia fiscale, territoriale, digitale, economica e sociale. Le loro mobilitazioni hanno avuto alti e bassi, ma la loro determinazione non è mai stata scalfita e hanno continuato, contro ogni previsione, a sfidare e rivendicare un’altra, più giusta società e un mondo migliore per se stessi e i loro figli, fino alla crisi del Coronavirus.
È la loro storia / saga che questo lavoro ripercorre, con una serie di dettagli sulle loro diverse manifestazioni ed azioni , in tutta la Francia, poiché questo loro percorso incarna l’ultima grande rivolta popolare della Francia contemporanea e la Storia, proprio come per gli eventi del maggio ’68, ricorderà la loro epica  avventura. Avranno avuto successo o avranno fallito nel loro desiderio di cambiare le cose?? Solo il futuro lo dirà.
Ma anche se non hanno trovato la soluzione ai loro problemi, le domande che hanno sollevato sono quelle che la maggior parte delle persone oggi deve affrontare, di fronte a “un altro mondo, un mondo moderno”. Questo nuovo mondo “moderno” purtroppo lascia sempre più persone ai margini e senza prospettive differenti dalla disperazione per loro e i loro figli, un “nuovo mondo” che loro rifiutano e che una minoranza / élite / asservita al controllo vuole imporre con una marcia forzata; e lo rifiutano proprio con la prospettiva di un mondo “diverso”, un mondo migliore.


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Oppure ordinalo dalle edizioni Fiara: 37 euro (+ 9 euro per la spedizione) accolta@aol.com
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#BREIZH: Mentre il Brezhoneg rischia di venire ulteriormente marginalizzato, gli indipendentisti di sinistra puntano alla riunificazione – di Gianni Sartori

Con un comunicato stampa del 29 giugno da Quimper, il segnale è stato mandato. A sindaci, parlamentari  e istituzioni accademiche di Finistère. Un accorato appello delle quattro associazioni (An Oaled, KTL, Mervent e Sked) che promuovono la conoscenza della lingua bretone nelle scuole pubbliche per la manifestazione del 1 luglio) davanti all’Ispection académique (ore 10,30 boulevard du Finistère a Quimper).

A causa della ipotizzata applicazione di una circolare risalente al 2017, è infatti a rischio l’ora settimanale di lingua bretone (brezhoneg) di cui usufruiscono alcune migliaia di studenti.

Una decisione che aveva suscitato la contrarietà del presidente del Consiglio dipartimentale. Tanto che ha richiesto – peraltro invano –  un incontro con la Direttrice Accademica dell’Educazione Nazionale di Finistère. 
Sia il presidente della Région Bretagne, sia una cinquantina di parlamentari di ogni schieramento politico (così come varie associazioni e collettività) hanno scritto al ministro dell’Educazione chiedendo l’immediata modifica della circolare incriminata.

Ma il governo di Parigi sembra voler fare orecchie da mercante. Un atteggiamento che una parte dei bretoni interpreta come sostanziale prova di disprezzo nei confronti sia della loro lingua nazionale, sia degli operatori culturali attivi nella conservazione e sviluppo del brezhoneg.

Come ipotizzava qualche osservatore, forse  il brezhoneg viene ulteriomente  marginalizzato anche per  la diffusa, errata identificazione tra indipendentismo e identitarismo reazionario, conservatore (quello a cui facevano riferimento alcune organizzazioni bretoni di destra, talvolta apertamente fasciste).

Per cui la lotta per l’autodeterminazione della nazione bretone viene, in mala fede e strumentalmente, stigmatizzata assimilandola a ideologie suprematiste e razziste.

Eppure non mancano prove concrete – e recenti – della falsità di tali posizioni.

La Carta di Douar ha Frankiz (“Per una Bretagna libera”) a tale riguardo è fin troppo esplicita: “Nazionalisti, noi rifiutiamo il modello francese di assimilazione e sosteniamo il diritto alla pluralità delle identità all’interno di una nazione comune”. Ossia, il rispetto di ogni cultura e la garanzia di sviluppo per ognuna di esse.

Nata a seguito di un appello su internet, questa nuova sigla indipendentista (dichiaratamente di sinistra, antirazzista e antisessista) intende costituirsi  su un progetto condiviso di indipendenza e di trasformazione sociale. Si rivolge ugualmente a militanti provenienti da varie esperienze (Parti Breton, Breizhistance, Union Démocratique Bretonne, Ai’ta, Bretagne Réunie, Dispac’h…) che ai bretoni senza-partito.

Storicamente la Bretagna si qualifica sia per la originaria duplicità delle sue lingue (il bretone e il gallo), sia per le numerose varianti e per le molteplici componenti culturali che qui si sono sedimentate e amalgamate. 

“Come potrebbe sorgere una Bretagna libera e indipendente – si chiedono i militanti di Douar ha Frankiz – escludendo una parte dei suoi abitanti?”

Domanda puramente retorica – è ovvio – in quanto “noi lottiamo per l’indipendenza della Bretagna e per il suo pluriculturalismo aperto sul mondo. Il nostro nazionalismo combatte contro un sistema globale, disumano e distruttore e non ha come obiettivo quello di stigmatizzare un gruppo sociale o un popolo. Ma costruire la Bretagna libera di domani”.

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

#Syria – AL-HOL: UN CAMPO IN MANO A DAESH? – di Gianni Sartori

Se non impossibile, comprendere cosa stia realmente accadendo nel campo di Al-Hol è perlomeno complicato.

Comunque proviamoci andando con ordine.

Al-Hol viene considerato, tra gli innumerevoli campi di profughi e prigionieri sparsi sul pianeta, uno dei più pericolosi per chi – suo malgrado – vi risiede. Situato nell’area ad amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est, vi sono detenute migliaia  di donne di Daesh (stato islamico) con i loro figli. La sicurezza viene garantita dalle forze della sicurezza interna (“Asayish”), dai miliziani delle FDS (l’alleanza arabo-curda) e dalle Forze di autodifesa, gli stessi combattenti che l’anno scorso hanno liberato dalla presenza di Daesh questo lembo di territorio.

Sempre più spesso giungono notizie di violenze – compresi omicidi – ai danni delle donne presenti e anche il personale delle ONG aveva denunciato di aver riscontrato ematomi e ferite sui corpi delle donne che stava curando. In diverse occasioni poi erano state date alle fiamme le tende delle donne che rifiutano di sottoporsi  alle richieste delle integraliste (definendole “traditrici” quando chiedono di poter essere rimpatriate con i loro figli).

In un primo momento vennero sospettate le forze a guardia del campo.

In realtà le cose andrebbero diversamente. Le violenze ai danni delle donne sarebbero opera per lo più di altre donne, in massima parte di origine “russa” (non meglio precisata, forse andrebbe interpretato come “cecene” o comunque caucasiche) che si ostinano a difendere, applicare e imporre la legge islamica. Punendo duramente quelle che non si sottopongono alla sharia. Inoltre queste “russe” riceverebbero cospicui finanziamenti dall’esterno anche se per ora non è stato possibile individuare i canali. 

Questo almeno è quanto ha potuto verificare un corrispondente dell’agenzia Hawar che ha visitato (senza però poter fotografare) il campo. Ossia, le donne vengono effettivamente punite, maltrattate, picchiate, ma appunto dalle donne rimaste devote a Daesh e alla legge islamica, non dai guardiani del campo.

Tra l’altro l’assicurazione che le forze di sicurezza del campo non maltrattavano nessuna donna è venuta, oltre che dalle donne che rifiutano di sottoporsi alla sharia, anche da quelle islamiste, genericamente definite “russe”.

Quanto alle FDS che vigilano sul campo, da parte loro confermano che le “russe” costituiscono lo zoccolo duro, il più pericoloso, di quanto resta in questo territorio dello stato islamico. Nonostante tutti i loro sforzi al momento non riescono a impedire l’imposizione della legge islamica nel campo, ma soltanto a “limitarne gli effetti”.

Sempre secondo le FDS, non sarebbe corretto considerare terroristi tutti coloro che si trovano nel campo; molte donne erano venute in Siria al seguito del marito soltanto per amore dei figli. E molte di costoro (ma non le “russe”) preferirebbero potersene ritornare in patria.

Da ciò la richiesta di “un comitato per verificare quante donne, in particolare quelle con bambini, non sostengono lo stato islamico e quindi non rappresentano un pericolo per la società”.

Preoccupazioni anche per la situazione sanitaria e alimentare in cui verrebbero a trovarsi migliaia di bambini (tra cui molti orfani).

Bambini che restando ad Al-Hol rischiano di non poter accedere ad alcun progetto di scolarizzazione. O peggio, di venir indottrinati dalle islamiste che sperano in una futura rinascita di Daesh. A complicare ulteriormente il quadro, la notizia  che diverse persone legate a Daesh hanno potuto evadere dal campo grazie ad aiuti esterni.

Gianni Sartori

 

 

 

#PoliticalPrisoners – “Solidarity Keeps us Alive” – 27 giugno – tramite Gianni Sartori

La campagna “Solidarity Keeps us Alive” fa appello per una giornata internazionale decentrata il 27 giugno per dare voce ai prigionieri politici in tutto il mondo e rompere l’isolamento nelle carceri.
 

Ecco l’appello lanciato dalla campagna

La distruzione della natura, dell’ambiente e della vita sociale causata dalla modernità capitalista ha portato la pandemia di coronavirus a rappresentare una grave minaccia per la salute e la vita delle persone.
 
In precedenza, epidemie come colera, AIDS, influenza aviaria, influenza suina, SARS I / II si erano diffuse su vasta scala e hanno influenzato la vita delle persone. Più recentemente, la diffusione di Covid-19 in questa forma è il risultato di continui attacchi alla natura e alla società in nome della modernità capitalista per il massimo profitto.
 
Per molti stati, l’attuale coronavirus è anche un’opportunità per agire contro i prigionieri politici.
 
In particolare i prigionieri politici e di opposizione sono esclusi dalle disposizioni di differimento e dall’amnistia che sono state adottate per impedire la diffusione del virus nelle carceri. Vendono praticamente lasciati morire.
 
In molti paesi in tutto il mondo, centinaia di migliaia di prigionieri politici sono detenuti in cattive condizioni di vita e con cure mediche inadeguate, con donne e bambini particolarmente vulnerabili ed esposti senza protezione all’epidemia.
 
Le precauzioni adottate in vari paesi in risposta al coronavirus hanno portato al rilascio di alcuni prigionieri. Esiste ovviamente una politica deliberata nei confronti dei prigionieri politici che sono visti come nemici di regimi antidemocratici. Vengono abbandonati quando hanno a che fare con il virus in condizioni carcerarie.
 
Le carceri sono spazi isolati dal pubblico. Con le loro alte mura e le recinzioni di filo spinato, l’obiettivo è quello di rompere la voce dei prigionieri politici e isolarli dalla società. I prigionieri politici sono persone che sono incarcerate per motivi politici o ideologici e per le critiche ai rispettivi stati.
 
Per questo motivo, sebbene sia sempre importante essere la loro voce e portare “dentro” l’esterno, sta diventando sempre più importante e urgente mentre la loro salute e la loro vita sono seriamente minacciate dalla pandemia di Coronavirus. Per attirare l’attenzione su questa situazione, è stata creata la campagna “Solidarity Keeps Us Alive”.
 
La campagna è sostenuta sia da gruppi che hanno a che fare da lungo tempo con la situazione carceraria nei loro Paesi, sia da iniziative e individui che sono generalmente impegnati sui diritti umani e per la democrazia.
 
La situazione è drammaticamente illustrata dal numero crescente di prigionieri politici che si trovano in carcere in Turchia per aver espresso opinioni e per essesi impegnati in attività democratiche.
 
Attualmente ci sono circa 8000 prigionieri politici (di cui 400 donne) – e il numero è in aumento. Il movimento democratico curdo, che da alcuni anni cerca di trasformare la società in modo democratico ed ecologico, è particolarmente colpito.
 
Anche in Paesi come l’Iran, la Spagna e la Colombia, i detenuti politici si trovano ancora in detenzione nonostante la pandemia di Corona. Un esempio attuale è l’attivista curda Zeynab Jalalian in Iran, che è stata imprigionata per 13 anni.
 
La detenuta curda, condannata all’ergastolo in Iran, si è ammalata di Covid-19 e le autorità stanno rifiutando le cure mediche in un ospedale. Per anni il regime iraniano ha reso la confessione pubblica di pentimento come una condizione preliminare per le cure specialistiche che Jalalian rifiuta di accettare. Il caso di Zeynab Jalalian è solo un esempio della grave situazione dei prigionieri politici.
 
Facciamo quindi appello a una giornata di mobilitazione decentrata il 27 giugno per dare voce ai prigionieri politici in tutto il mondo e rompere l’isolamento nelle carceri!
 
Partecipa con azioni creative nella tua città nella giornata di iniziativa! La solidarietà ci tiene in vita!
 

Solidarity Keeps us Alive

 
 
 

#KURDS – MAWDA, POTRAI MAI PERDONARE QUESTO MONDO E PERDONARCI PER NON AVERLO CAMBIATO? – di Gianni Sartori

Ci sono avvenimenti, tragedie che non consentono nemmeno di indignarsi. Tanto grande è l’amarezza, il dolore. Soprattutto se le vittime sono bambini.

Penso alle vicende di Sara Gesses, di Alan Kurdi…

Quando è stata uccisa, colpita alla testa da una pallottola della polizia, Mawda Shawdi, bambina curda, aveva soltanto due anni.

La pallottola, presumibilmente, era destinata all’autista del furgone, stipato di famiglie di migranti provenienti dal Kurdistan iracheno (30 persone, tra cui almeno quatto bambini), inseguito e circondato da quattro auto della polizia.

Per quanto sul tragico episodio permangano zone d’ombra (e versioni contraddittorie), una ricostruzione attendibile avrebbe confermato che nella notte del 17 maggio 2018, verso le due di notte, la polizia individuava un furgone sospetto fermo in un’area di sosta dell’autostrada  E42 (a circa sessanta chilometri da Bruxelles). Rifiutandosi di sottoporsi al controllo, il mezzo si sarebbe velocemente allontanato  in direzione di Mons. L’inseguimento proseguiva fino a Maisières (a 20 chilometri dalla frontiera franco-belga). Poi gli spari e la bambina estratta  sanguinate dal veicolo.

Stando alla versione dei familiari (a cui venne poi ordinato, almeno in un primo tempo, di lasciare il territorio belga) durante l’inseguimento due vetture della polizia si erano posizionate, rispettivamente, una a destra e l’altra a sinistra del furgone. Contemporaneamente altre due lo tallonavano da dietro. Mawda e i suoi genitori si trovavano sulla destra del conducente. Per far vedere che sul mezzo c’erano dei bambini le persone che si trovavano sui sedili  posteriori avevano rotto il vetro. Lo sparo sarebbe partito dalla vettura della polizia che si trovava a sinistra.

Mawda era deceduta nell’ambulanza durante il trasporto all’ospedale, mentre gli altri migranti venivano arrestati e interrogati per 24 ore. Solamente dopo il rilascio i suoi genitori venivano informati della morte della figlia.

Trascorsi due anni, completate le indagini e accelerata l’istruttoria, a breve il dossier verrà esaminato dalla Camera di consiglio (presumibilmente il 26 giugno).

Il tribunale di Mons dovrebbe chiedere il rinvio a giudizio per tre persone, tra cui il poliziotto che aveva sparato.

Negli ultimi mesi a Bruxelles, a Liegi e in altre città del Belgio vi sono state numerose iniziative affinché a Mawda sia resa una se pur tardiva e parziale giustizia. Da segnalare, sia per la costanza che per l’intensità, le manifestazioni e le veglie indette dalla “Coordination Semira Adamu”.

Gianni Sartori