#BREIZH: Mentre il Brezhoneg rischia di venire ulteriormente marginalizzato, gli indipendentisti di sinistra puntano alla riunificazione – di Gianni Sartori

Con un comunicato stampa del 29 giugno da Quimper, il segnale è stato mandato. A sindaci, parlamentari  e istituzioni accademiche di Finistère. Un accorato appello delle quattro associazioni (An Oaled, KTL, Mervent e Sked) che promuovono la conoscenza della lingua bretone nelle scuole pubbliche per la manifestazione del 1 luglio) davanti all’Ispection académique (ore 10,30 boulevard du Finistère a Quimper).

A causa della ipotizzata applicazione di una circolare risalente al 2017, è infatti a rischio l’ora settimanale di lingua bretone (brezhoneg) di cui usufruiscono alcune migliaia di studenti.

Una decisione che aveva suscitato la contrarietà del presidente del Consiglio dipartimentale. Tanto che ha richiesto – peraltro invano –  un incontro con la Direttrice Accademica dell’Educazione Nazionale di Finistère. 
Sia il presidente della Région Bretagne, sia una cinquantina di parlamentari di ogni schieramento politico (così come varie associazioni e collettività) hanno scritto al ministro dell’Educazione chiedendo l’immediata modifica della circolare incriminata.

Ma il governo di Parigi sembra voler fare orecchie da mercante. Un atteggiamento che una parte dei bretoni interpreta come sostanziale prova di disprezzo nei confronti sia della loro lingua nazionale, sia degli operatori culturali attivi nella conservazione e sviluppo del brezhoneg.

Come ipotizzava qualche osservatore, forse  il brezhoneg viene ulteriomente  marginalizzato anche per  la diffusa, errata identificazione tra indipendentismo e identitarismo reazionario, conservatore (quello a cui facevano riferimento alcune organizzazioni bretoni di destra, talvolta apertamente fasciste).

Per cui la lotta per l’autodeterminazione della nazione bretone viene, in mala fede e strumentalmente, stigmatizzata assimilandola a ideologie suprematiste e razziste.

Eppure non mancano prove concrete – e recenti – della falsità di tali posizioni.

La Carta di Douar ha Frankiz (“Per una Bretagna libera”) a tale riguardo è fin troppo esplicita: “Nazionalisti, noi rifiutiamo il modello francese di assimilazione e sosteniamo il diritto alla pluralità delle identità all’interno di una nazione comune”. Ossia, il rispetto di ogni cultura e la garanzia di sviluppo per ognuna di esse.

Nata a seguito di un appello su internet, questa nuova sigla indipendentista (dichiaratamente di sinistra, antirazzista e antisessista) intende costituirsi  su un progetto condiviso di indipendenza e di trasformazione sociale. Si rivolge ugualmente a militanti provenienti da varie esperienze (Parti Breton, Breizhistance, Union Démocratique Bretonne, Ai’ta, Bretagne Réunie, Dispac’h…) che ai bretoni senza-partito.

Storicamente la Bretagna si qualifica sia per la originaria duplicità delle sue lingue (il bretone e il gallo), sia per le numerose varianti e per le molteplici componenti culturali che qui si sono sedimentate e amalgamate. 

“Come potrebbe sorgere una Bretagna libera e indipendente – si chiedono i militanti di Douar ha Frankiz – escludendo una parte dei suoi abitanti?”

Domanda puramente retorica – è ovvio – in quanto “noi lottiamo per l’indipendenza della Bretagna e per il suo pluriculturalismo aperto sul mondo. Il nostro nazionalismo combatte contro un sistema globale, disumano e distruttore e non ha come obiettivo quello di stigmatizzare un gruppo sociale o un popolo. Ma costruire la Bretagna libera di domani”.

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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