#TURCHIA: LO SCIOPERO DELLA FAME DEGLI AVVOCATI EBRU TİMTİK E AYTAÇ ÜNSAL – di Gianni Sartori

Da Bobby Sands a Barry Horne, da Patsy O’Hara a Sevillano Martino.

Occuparsi ancora di scioperi della fame fino alla morte è diventato  – per chi scrive – se non devastante, perlomeno deprimente. Anche perché in molti casi diventa un anticipo del necrologio.

E tuttavia quanto avviene oggi nelle galere turche, si tratti di prigionieri di guerra curdi o di prigionieri politici – avvocati, musicisti – della sinistra turca, rimane emblematico. Un indicatore, una bussola per orientarsi nella grande confusione planetaria, tra populismo, false flag, contaminazioni e strumentalizzazioni che ci insidiano. Al di là anche delle note divergenze e polemiche, delle reciproche accuse (di “separatisti” rivolte al PKK o viceversa di “assimilati” destinate ai curdi integrati in Grup Yorum) che personalmente considero “contraddizioni in seno al popolo” da affrontare – e possibilmente risolvere- come tali.

La prendo larga. Leggere di prigionieri baschi, bretoni, corsi o irlandesi, di lotte per l’autodeterminazione storicamente di sinistra in siti che contemporaneamente pubblicavano interviste compiacenti e contributi diretti di Fioravanti e camerati (quelli dei Nar) provoca conati di vomito. Ma penso che l’infamia – a rischio di far loro involontaria pubblicità – vada comunque  denunciata. In quel sostanziale deserto creatosi a sinistra nei riguardi di tali resistenze (ripeto: baschi, corsi, irlandesi, catalani, perfino mapuche e afro-americani del Move…) sempre più spesso si intrufolano i sorci bruni. E’ storia antica. Lo facevano, se pur in maniera artigianale, sia Ordine Nuovo che Lotta di popolo, Terza Posizione, Settembre e sviluppi successivi (anche se in questo caso si sono poi specializzati in questioni ambientali). Fino al sidro abusivo di Casapound (su cui almeno, era ora, è intervenuto il Sinn Fein).

Colpa – in parte almeno – della Sinistra storica che da anni ha sostanzialmente abbandonato tali battaglie, magari tacciandole di “nazionalismo identitario” o di “separatismo etnico”, non riconoscendo – o non volendole vedere – le istanze di liberazione sociale di cui erano comunque portatrici. Un vasto contenitore per sindacalismo, ecologismo, femminismo, egualitarismo (vedi appunto il caso di baschi, irlandesi, catalani e ancor più dei curdi).

Sprovvisti di una propria ben definita identità (sostituita con il ciarpame, la paccottiglia, il bric-à- brac di cui parlava Jesi) e comunque sul libro paga del peggior capitalismo, i diversamente fascisti – sempre travisati, quelli “né di destra, né di sinistra”, i terceristi – si sono candidati a riempire il vuoto, tentando di colonizzare quanto di ribellistico, antagonista sopravvive nella generale reificazione spettacolare. Non solo in Italia. Cito sempre l’azzardo spregiudicato con cui Vae Victis , band francese di estrema destra, si è impadronita – in chiave comunitarista –  addirittura della Commune (quella del 1871!) dedicandole una canzone.

D’altra parte – tra rosso-bruni, comunitaristi vari, nazional-bolscevichi etc – ormai si è visto di tutto.

Per ora, almeno per ora, la cosa sembra risultargli più difficile con quanto avviene in Turchia e Kurdistan. Qui la natura sfacciatamente fascista del regime (autoritaria, gerarchica, con forti caratterizzazioni anche di tipo religioso) e del blocco militare-industriale crea forse qualche corto circuito. Nel senso che a un fascista riesce più congeniale attaccare le democrazie come nel caso della Gran Bretagna, della Spagna o della Francia. 

Ritornando agli avvocati Ebru Timtik e Aytaç Ünsal in sciopero della fame da oltre 200 giorni, la loro situazione rimane grave. Se possibile, è ulteriormente peggiorata dopo il trasferimento forzato dal carcere in un ospedale – classificato covid – dove rischiano più di prima. Sia di ammalarsi, sia di venir sottoposti all’alimentazione forzata (considerata da Amnesty International una forma di tortura in quanto provoca danni irreparabili, sia fisici che psichici).

Risaliva alla scorsa settimana la notizia che anche la 38a corte d’Assise ha negato la richiesta del loro rilascio (come già aveva fatto la 37a corte d’Assise) confermando  la decisione di farli rimanere in prigione. E questo nonostante il rapporto medico legale avesse confermato la criticità della situazione stabilendo che il loro stato di salute non consentirebbe la permanenza in carcere.

Vien da pensare che le autorità turche intendano punire gli avvocati per aver difeso le vittime di tortura e di omicidi extragiudiziali; per essersi schierati contro le violazioni dei diritti umani, civili e a fianco delle lotte sociali e dei lavoratori.

Arrivando a classificare tali attività, perfettamente legali e compatibili con la legislazione turca (almeno formalmente), come autentici crimini contro lo Stato.

Il processo, seguito da centinaia di giuristi a livello internazionale, ha determinato numerose proteste per l’evidente violazione di ogni principio giuridico e si era concluso con oltre 159 anni di carcere per 17 avvocati (membri del CHD e dello studio legale del Popolo).

Addirittura, una commissione giudiziaria era stata rimossa perché aveva mostrato di voler gestire il caso in modo relativamente obiettivo ordinando – subito dopo l’appello del pubblico ministero – il rilascio di tutti gli avvocati,

Non ultimo, questo tribunale era rimasto in attività anche nel fine settimana per poter ordinare entro dieci ore un nuovo arresto per 12 di questi avvocati rilasciati.

Ma, come una volta si diceva, il Re è nudo. Con questo processo è apparso chiaro quanto in Turchia sia venuta meno la indispensabile separazione tra potere legislativo, potere giudiziario e potere esecutivo.

In uno degli ultimi comunicati-stampa resi pubblici davanti al Kanuni Sultan Suleiman Hospital (dove l’avvocato Aytac Ünsal è in sciopero della fame) si poteva leggere:

“Un gran numero di colleghi avvocati, associazioni democratiche, famiglie e amici erano davanti all’ospedale a gridare:

“Terremo vivi Ebru e Aytac!

Ritirate la decisione illegale di lasciarli in carcere, liberate i nostri colleghi!”

Le famiglie di Ebru Timtik e Aytaç Ünsal hanno dichiarato:

“I nostri coniugi e figli sono stati condannati a 159 anni solo con testimonianze segrete e calunnie…

Come famiglie, stiamo facendo presidi sotto entrambi gli ospedali! Vogliamo la loro voce e il loro respiro, li faremo vivere”.

Ugualmente da segnalare la lettera del 30 luglio 2020 inviata dal team di avvocati che difendono i due colleghi in sciopero della fame. Lettera di obiezione al rifiuto della richiesta di rilasciare Ebru Timtik e Aytaç Aytaç (richiesta motivata dall’evidente impossibilità  della loro permanenza  in prigione a causa del rischio a cui le loro vite sono esposte).

“I nostri colleghi Aytaç Ünsal e Ebru Timtik affermano che nella causa intentata dal vostro tribunale non è stato previsto un processo equo, il diritto alla difesa è stato violato e la decisione è inaccettabile, e hanno iniziato lo sciopero della fame e hanno trasformato la loro azione in uno sciopero della fame fino alla morte (death fast) a partire dal 5 aprile 2020.

Il rilascio dei clienti è stato richiesto dal 37° Corte d’Assise di Istanbul, il tribunale di primo grado, sulla base dell’articolo 15 della legislazione approvata dal Parlamento il 14/04/2020 e annunciata sulla Gazzetta Ufficiale il 15/04/2020, riguardante le precauzioni carcerarie e le modifiche di alcune leggi: “(4) Se un indagato, come stabilito dall’articolo 16 comma 3 della legge 5275 sull’esecuzione delle pene o delle misure di sicurezza, non è nelle condizioni di sopravvivere da solo in carcere, a causa di un problema di salute o di disabilità, o in caso di gravidanza o entro 6 mesi dal parto, l’arresto può essere sostituito da una libertà vigilata. Nel caso in cui sia stata emessa una sentenza e la sentenza sia stata impugnata, la libertà vigilata può essere decisa anche dal tribunale di primo grado che ha emesso la sentenza, dopo aver esaminato i registri della banca dati giudiziaria nazionale”.

I nostri clienti sono stati trasferiti dal tribunale all’istituto di medicina legale, per verificare che le loro condizioni di salute possano essere consone con la loro permanenza in carcere. In seguito agli esami dell’istituto di medicina legale, è stato riferito che “gli imputati non possono rimanere in carcere a causa delle loro condizioni di salute: è necessario portarli in ospedale e fornire l’assistenza medica”.

Va ricordato che a norma di legge il Tribunale di primo grado non ha l’autorità di pronunciarsi se non con una decisione di controllo giurisdizionale basata sul rapporto dell’İstituto di Medicina Legale

O almeno ciò è quanto stabilisce il regolamento giudiziario: “Nel caso di una data condanna e di un appello a tale condanna, il tribunale di primo grado che si è pronunciato può prendere una decisione di controllo esaminando i registri del sistema informatico giudiziario nazionale (UYAP)”.

Su un caso che è sotto il controllo della Corte di Cassazione, l’autorità del Tribunale di primo grado si limita a prendere una decisione di controllo giudiziario. La decisione del Tribunale di primo grado di portare i due avvocati in ospedale è al di fuori dei limiti chiaramente definiti della loro autorità.

Quindi, per gli avvocati: “La Corte che prende due decisioni diverse nelle stesse situazioni e relazioni con lo stesso contenuto è completamente contro la legge!

In un caso simile, a causa di problemi di salute dovuti ad un prolungato periodo di sciopero della fame, la 37° Corte d’Assise di Istanbul aveva stabilito, nella relazione del 21/02/2020 del Ministero della Giustizia della Repubblica di Turchia, Direzione dell’Istituzione di Medicina Legale, che a causa di complicazioni sanitarie che si sono sviluppate a causa di un prolungato periodo di sciopero della fame, un ulteriore periodo di carcere non è appropriato per la loro salute. Pertanto, i detenuti erano destinati ad essere rilasciati con il caso numerato 2020/28 E. Il rapporto dell’Istituto di Medicina Legale con lo stesso contenuto è stato presentato come allegato”.

Inoltre, considerando la pandemia esistente “il trasferimento dei nostri clienti in un ospedale contro la loro volontà presenta un rischio maggiore

Il trasferimento dei nostri clienti in un ospedale senza il loro consenso comporta un rischio enorme, considerando il fatto che l’ambiente degli ospedali in questi tempi non è adatto a persone con un sistema immunitario debole. Nel rapporto del 16/03/2020 del Training and Research Hospital di Ümraniye è stato stabilito che la permanenza in ospedale di pazienti con sistema immunitario gravemente indebolito a causa di un lungo periodo di sciopero della fame è rischiosa a causa della pandemia SARS-CoV2 e di altre infezioni ospedaliere. Con il mandato numero 14500235-403,99 del Ministero della Salute con il tema “Ospedali pandemici” gli ospedali pubblici e privati sono stati dichiarati ospedali pandemici”.

“I nostri clienti  – prosegue la lettera – sono in sciopero della fame, chiedono un processo equo e non hanno fatto richiesta di trattamento (di alimentazione artificiale nda) – e quindi: un trattamento medico senza consenso non è legalmente possibile.

Lo sciopero della fame dei nostri clienti ha delle richieste molto elementari e legali e hanno informato il pubblico e le autorità in molte occasioni attraverso le loro petizioni che non accetteranno alcun trattamento sanitario fino a quando le loro richieste non saranno soddisfatte. L’articolo 17 della costituzione e la sentenza che “Al di fuori delle necessità e delle situazioni mediche stabilite dalla legge, l’integrità fisica di una persona non può essere violata, e non può essere sottoposta a prove mediche o scientifiche senza il suo consenso” stabilisce chiaramente che una persona non può essere sottoposta a cure mediche contro la sua volontà. Inoltre, l’articolo 24 del Regolamento sui diritti del paziente richiede anche il consenso del paziente per il trattamento medico e stabilisce la situazione in cui si possono applicare eccezioni come ” “Non è necessario ricevere il consenso del paziente quando esiste un pericolo immediato per la vita del paziente, quando il paziente non è in grado di dare il proprio consenso perché è incosciente o quando si presenta una situazione che può comportare la perdita di un organo o la perdita irrevocabile delle sue funzioni”, limitando quindi l’eccezione a situazioni in cui esiste un pericolo per la vita del paziente o il paziente è incosciente. I pazienti mantengono comunque la loro coscienza e qualsiasi intervento è sia contro la legge che un atto criminale. La decisione del tribunale è contraria alla costituzione, di cui all’articolo 17, e costituisce una violazione dei diritti umani. L’esecuzione di questa sentenza non è possibile considerando sia la legislazione che i principi dei diritti umani.

Il rapporto dell’Ümraniye Training and Research Hospital che abbiamo presentato in un caso simile sottolinea che “dalla legislazione nazionale e dai trattati internazionali di cui il nostro paese è firmatario, gli individui che mantengono la loro coscienza non possono essere sottoposti a interventi medici senza il loro consenso o la loro volontà”.

Visto e considerato che “le condizioni del carcere non sono adatte alla salute dei nostri clienti (come  aveva confermato l’Istituto di Medicina Legale secondo cui “le condizioni del carcere non sono adatte alla salute di chi è in sciopero della fame” nda) e che nonostante questa relazione, la commissione temporanea della 37° Corte d’Assise di Istanbul ha deciso, in contraddizione con il precedente provvedimento e fuori dalla sua autorità, di respingere la nostra richiesta di rilascio e ha deciso di trasferire i nostri clienti in ospedale mettendo così  a rischio la loro vita, ritenendo tale decisione completamente contraria alla legge, noi chiediamo il ritiro di questa decisione che causa rischi vitali durante la pandemia. Chiediamo che venga seguita la procedura legale e che i nostri clienti vengano rilasciati”.

Va anche chiarito che i due sostanzialmente sono stati ingannati al momento del ricovero in ospedale, in quanto venne detto loro che il rapporto medico legale era difettoso e che avrebbero dovuto essere esaminati di nuovo.

Nonostante la gravità della situazione (Aytaç Ünsal pesa meno di 35 chili) esiste ancora un’alta probabilità che i due scioperanti della fame possano sopravvivere se rilasciati. Da cui l’urgenza di mobilitazioni e interventi di solidarietà.

Ancora due casi drammatici e urgenti.

Intanto quello di un’altra prigioniera politica turca. Si tratta di Didem Akmanin, in sciopero della fame da ormai 170 giorni. Condannata all’ergastolo a Sakran (Izmir Aliaga Prison), rimane segregata per 23 ore al giorno in una cella lunga cinque passi. Non è certo una coincidenza che i suoi avvocati siano stati proprio Ebru Timtik e Aytac Ünsal.

Altra prigioniera in death fast (sciopero della fame fino alla morte) è Ebru Timtik. Gli ultimi aggiornamenti sulla sua situazione risalgono ai primi di agosto e provengono dalla zia che aveva potuto visitarla in ospedale.

La zia, Yıldız Deniz ha spiegato che “la luce è accesa 24 ore su 24. Di giorno non è un problema, ma di notte l’abbiamo spenta. Ma le guardie della prigione hanno detto che doveva rimanere accese perché altrimenti loro non potevano vedere bene dentro. Non spengono mai la luce. Ebru ne è molto disturbata… Le infermiere vengono costantemente a controllare il battito e la pressione sanguigna. Ebru ogni volta si rifiuta dicendo: “Sono una sorella, non sono malata”.

La zia ha poi aggiunto che l’aria condizionata accesa al massimo “non consente a Ebru di avere una temperatura adeguata per cui le sue e mani e i suoi piedi sono sempre gelati”.

Nel frattempo il Centro Culturale İdil di Grup Yorum a Okmeydanı – İstanbul è stato nuovamente perquisito e il loro concerto, previsto per il 9 agosto, impedito con la forza dalla polizia che ha arrestato decine di persone.

 

Gianni Sartori

#StoriaVenezia – 11 agosto 1716 la Serenissima Corfù respinge l’assedio dei Turchi – di Ettore Beggiato

Corfù all’epoca aveva circa 50 mila abitanti ed era adeguatamente fortificata; la Serenissima, conscia del pericolo turco, aveva affidato il comando della piazzaforte al maresciallo conte von der Schulenburg. Proveniente da una vecchia famiglia prussiana, Johann Matthias von der Schulenburg, nato a Emden di Magdeburgo l’otto agosto 1661, ha fatto i suoi studi a Parigi e all’accademia di Saumur; nominato conte e feldmaresciallo nel 1715, nel corso dello stesso anno entra al servizio della Serenissima.  

Le ostilità iniziano l’otto luglio 1716 con l’arrivo della flotta di Mehmet Pashà e il conseguente sbarco sull’isola di 30.000 soldati e 3 mila giannizzeri; l’ammiraglio turco ha un conto in sospeso con Venezia: fatto prigioniero durante il precedente conflitto, egli era stato condannato a remare per sette anni nelle galere della Serenissima (e poi riscattato con 100 ducati d’oro). (8) 

Schulenburg può contare su poco più di 1.500 uomini diversi dei quali senza grandi esperienze di combattimento 

L’assedio vero e proprio ha inizio il 19 luglio; i Turchi scavano una serie di trincee e bombardano la città a partire dalle alture e i corfioti devono rifugiarsi nei sotterranei. 

Ci sono assedi praticamente tutti i giorni, con ingenti perdite sia da una parte che dall’altra. 

Il 5 agosto 1716, Mehmet Pashà indirizza al Sclulenberg una lettera dal seguente tono: “Io che sono un generale onorato e sono stato scelto dal più grande degli imperatori e dal più formidabile monarca degli Ottomani, il sultano Ahmed, per conquistare l’isola di Corfù, faccio sapere a Voi, comandante della fortezza e a Voi direttore principale della guarnigione, che Sua Maestà imperiale mi ha inviato per soggiogare la predetta piazzaforte e liberarla dalle vostre mani, per abbattere le chiese e i templi consacrati al culto degli idoli e per erigervi, al loro posto, moschee e templi di adorazione.”

Concludendo la sua ampollosa missiva, l’ammiraglio esige una resa senza condizioni per evitare la distruzione totale della città.  

Corfù non si fa prendere dal panico, anzi la tragica esperienza vissuta dalle città della Morea testimoniata da un centinaio di sopravvissuti di Acrocorinto che hanno trovato rifugio nella fortezza, impone loro di resistere al turco ad ogni costo.  

Nella notte dell’otto agosto, i Turchi lanciano un attacco generale su tutti i fronti; riescono a superare le opere esterne e a giungere fino alle porte della città, dove iniziano la scalata delle mura con l’aiuto delle scale in legno: animati dal carisma leggendario di Schulenburg gli abitanti resistono e dopo sei ore di combattimento, il maresciallo prussiano, spada alla mano e al grido di “Per Cristo e Venezia!” tenta una sortita e sorprende in nemico sul fianco. L’iniziativa getta nel panico gli assedianti ottomani che abbandonano le posizioni conquistate lasciando sul terreno ben 2 mila morti e 20 vessilli. 

Il giorno dopo un temporale stratosferico inonda le trincee e gli accampamenti turchi, e danneggia la flotta della mezzaluna; il 11 agosto viene tolto l’assedio e gli ottomani reimbarcano le truppe dopo aver perduto oltre 5.000 uomini a fronte di circa 500 dalla parte di San Marco. I Corfioti parlano di un miracolo per l’intervento di San Spiridione, il protettore della città, che avrebbe scatenato la tempesta. 

Schulenburg rientra a Venezia e si gode il meritato trionfo, vengono coniate medaglie con la sua effigie e l’anno successivo la Serenissima gli fa erigere una statua davanti alla Fortezza Vecchia. 

Antonio Vivaldi compone la “Giuditta trionfante”, un oratorio militare sacro nel quale Giuditta rappresenta la città di Venezia vittoriosa su Oloferne che simbolizza il turco. Ed ecco le parole finali del coro: 

Salve invitta Giuditta prosperosa, 

Splendor di Patria, speme di nostra salute. 

Tu ver esempio di somma virtute, 

Sarai sempre nel mondo gloriosa. 

Debellato così il barbaro Trace 

Sia trionfante Regina del mare. 

E placata così l’ira divina, 

L’Adria viva e regni in pace. 

 

Ettore Beggiato

#LIBANO – ANCHE DOPO LA TRAGEDIA LA POPOLAZIONE DI BEIRUT ESIGE LA LIBERAZIONE DI GEORGE ABDALLAH – di Gianni Sartori

Premessa. Senza escludere altre possibilità come il puro e semplice “incidente” dovuto a incuria (per quanto meno probabile) ritengo  plausibile l’ipotesi dell’esperimento. Ossia che Beirut il 4 agosto sia stata colpita a morte da un missile (o due, presumibilmente israeliani) e che nella testata vi fossero elementi nucleari (una mini-atomica come quelle che – si narra – venivano stivate a “Pluto” nel vicentino?).

Vada quindi per l’esperimento, la volontà criminale di testare una nuova arma (non in senso assoluto: qualcosa del genere sarebbe già stato utilizzato in Siria).

Del resto Beirut (così come, si parva licet, la Belfast degli anni ottanta) è stata per decenni terreno privilegiato per la repressione, le provocazioni, le infiltrazioni, le false flag, le strumentalizzazioni sia dei gruppi politici, sia di quelli confessionale (talvolta, ma non sempre, coincidenti). Qui trovarono ospitalità agenti segreti come l’autore dell’attacco mortale alla nave di Greenpeace e qualche “nazi-maoista” nostrano (negli anni settanta esponenti di Lotta di popolo e poi Nar e affini) presumibilmente sotto l’ala protettiva dei Servizi israeliani o britannici. Ma ci fu anche altro. E’ ben documentato come esistesse un piano per la completa ricostruzione di Beirut già alla fine degli anni sessanta, quando le macerie della guerra civile erano ancora uno scenario impensabile per la “Svizzera del Medio oriente” (Svizzera in cui, va precisato, le ingiustizie sociali erano direttamente proporzionali al benessere dei benestanti: vedi le condizioni in cui versava la comunità sciita, per non parlare dei profughi). Qualcuno allora già sapeva o forse – addirittura – andava preparando le devastazioni degli anni successivi (settanta e ottanta)?

Non possiamo quindi escludere che la distruzione di questa area portuale – oltre che per ragioni strategiche, militari – sia stata pianificata in vista di future speculazioni edilizie. La ricostruzione sarà l’occasione per investimenti e profitti da capogiro. Alimentando la cronica corruzione e consolidando il potere di chi già lo detiene. 

Distruggere, ricostruire, ancora distruggere…

Con questo ciclo inesauribile – una metastasi –  il capitalismo si rigenera.

Del resto la cementificazione su larga scala è un vizio di vecchia data del Paese dei Cedri. Ironicamente, anni fa il leader druso Walid Jumblatt aveva addirittura proposto di sostituire nella bandiera il simbolo del cedro (nobile pianta ormai a rischio estinzione dato che anche i monti sono ricoperti di costruzioni) niente meno che con una betoniera. Più chiaro di così…

Tornando a oggi, va sottolineato come la catastrofe abbia colpito un paese in sofferenza da anni per la crisi economica, esasperata dalle sanzioni e dalle politiche finanziarie. Un paese dove la povertà e la marginalizzazione colpiscono sempre più gli strati popolari (almeno il 50% della popolazione) e in particolare i rifugiati palestinesi e i lavoratori migranti.

 

 

E tuttavia, pur immerso in una  immane tragedia, il popolo libanese  – una parte almeno – è capace ancora di rivendicare uno dei propri figli migliori, George Abdallah, reclamandone la liberazione.

Il 6 agosto, durante la visita di Macron, davanti al presidente francese decine di giovani hanno scandito il nome del prigioniero politico rinchiuso in un carcere dell’Esagono. Contemporaneamente  molte personalità libanesi – esponenti politici e della cultura – hanno denunciato quello che considerano un approccio neo-coloniale, ossia il tentativo di Parigi di imporre, sotto la copertura degli aiuti umanitari, riforme strutturali al Libano. Riforme – ca va sans dire – funzionali agli interessi del FMI.

E anche da parte loro si è fatto esplicitamente riferimento all’assurdo protrarsi della prigionia di George Abdallah, il comunista libanese detenuto in Francia dal lontano 1984 (nonostante potesse tornare legalmente in libertà dal 1999). Possiamo definirlo un vero e proprio  “ostaggio” come lo fu a suo tempo Nelson Mandela in Sudafrica e come lo è tuttora Ocalan in Turchia.

In particolare Samah idriss ha precisato che “prima di tutti i vostri aiuti e delle vostre promesse, noi vogliamo la liberazione di George Abdallah”.

Non si tratta, ovviamente, di una questione personale. George Abdallah è legittimamente divenuto un simbolo della resistenza antimperialista, sia per il popolo palestinese che per quello libanese. Il simbolo di un paese affrancato dal neocolonialismo e da una classe politica corrotta e complice.

Gianni Sartori

#KURDISTAN – LA SPORCA PROPAGANDA ANTI-CURDA (PROPEDEUTICA ALLE RAPPRESAGLIE) COLPISCE ANCORA…CUI PRODEST ? – di Gianni Sartori

Fuori dai denti. Di questi nuovi accordi tra Curdi e USA non si sentiva la mancanza. Così come della presenza militare statunitense.

Della politica imperialista di Washington – infatti – possiamo e dobbiamo dire tutto il male possibile.

Ma lo stesso vale per chi – “antimperialista” per auto-definizione –  si presta a far circolare, spacciandola per farina del suo sacco, la propaganda del regime teocratico (e forcaiolo) iraniano e di quello laico (ma subalterno ai suoi mentori russi e iraniani) siriano (vedi Agenzia SANA).

Nemmeno i fascisti nostrani filo-Assad si erano spinti a tanto. Non apertamente almeno.

Già in passato alcuni di questi personaggi invocavano punizioni e rappresaglie contro i curdi “traditori” della Siria. Tanto che al momento dell’invasione turca non mancarono commenti del tipo “in fondo i Curdi se la sono cercata”.

Più realisti del Re, tali portavoce di Teheran citavano un documento del FPLP dove i compagni palestinesi muovevano critiche – forse anche in parte legittime – ai compagni curdi delle YPG per la loro alleanza (tattica, militare in funzione anti Isis) con gli Usa.

Fermo restando che comunque il FPLP non è l’Oracolo (e di errori nella sua lunga storia ne ha collezionato parecchi, sia detto con rispetto), questi megafoni ignoravano – o fingevano di ignorare – che da parte loro invece i Palestinesi si erano mostrati solidali con lo sciopero della fame dei prigionieri curdi nel 2019. Per esempio con la visita di Leila Khaled a Leyla Guven.*

Oggi ci riprovano (vedi le proteste – spontanee non si sa quanto – nelle zone dell’amministrazione autonoma, vedi la questione della Società elettrica nella città di Hasaka…) creando i presupposti per giustificare eventuali rappresaglie di Damasco (sostanzialmente  rassegnata di fronte all’invasione di Ankara) contro i Curdi. Vien da chiedersi come sia possibile una tale indecenza: buttar fango, criminalizzare un popolo che ha già subito vari tentativi di genocidio e che sta lottando – magari anche commettendo errori –  per la propria sopravvivenza. Ben sapendo – questi “antimperialisti” fai da te – che stanno gettando i semi di ulteriori rappresaglie anti-curde.

Come classificarli? Non ne ho idea e in fondo nemmeno mi interessa.

Qualunque cosa siano (rosso-bruni, stalinisti di ritorno, nostalgici di Pol Pot…vai a sapere) mi ricordano, fatalmente, i tanti capi, capetti o aspiranti tali che 50 anni or sono – davanti alle mie istanze libertarie e consiliari – pontificavano: “Faremo come in Spagna…” (con un esplicito riferimento ai fatti di Barcellona del maggio 1937, vedi La Telefonica…). Leninisti di nome, stalinisti di fatto.

Sia detto molto pacatamente: mi auguro che prima o poi questi portavoce di Teheran e Damasco (prezzolati o meno) siano chiamati a renderne conto davanti al Tribunale dei popoli (quello del compianto Lelio Basso).

E quindi, tornando ai Curdi del Rojava?

Forse quella adottata dalle Forze democratiche siriane rimane una “strategia del male minore”. Forse – e ripeto forse – l’unica ancora praticabile tutto sommato.

Riassumiamo.

Dopo che l’ineffabile Mike Pompeo aveva confermato la notizia dell’accordo sottoscritto dai Curdi e dai loro alleati arabi con una compagnia petrolifera statunitense (ripristino dei pozzi petroliferi nella Siria del Nord e dell’Est strappati al controllo dell’Isis) si alzavano le grida di Damasco – in coro con Mosca e Teheran: “Al ladro, al ladro…”.

In riferimento sia al petrolio che alla presunta violazione della sovranità nazionale siriana.

In realtà le cose sarebbero andate diversamente. Dopo che l’alleanza curdo-araba (compresi armeni e turcomanni) denominata FDS e guidata dalle YPG curde aveva liberato dall’Isis i territori del nord e dell’est della Siria (notevoli sia per l’abbondante presenza di petrolio, sia per le fertili terre agricole) pagando un prezzo molto alto in termini di vite umane (oltre 30mila combattenti caduti in nove anni di combattimenti), i Curdi avevano proposto al regime siriano una soluzione onorevole per entrambi. Ossia, non la pura e semplice restaurazione della situazione precedente (quando i Curdi – di fatto – non erano presi in considerazione in quanto tali – privati anche dei documenti di identità – e la loro lingua proibita) ma il riconoscimento all’autodeterminazione nel quadro di una Siria federale. Per gettare le fondamenta di una società democratica, pluralista, ecologista e femminista (e scusate se è poco). Per lo meno come obiettivo, aspirazione – se non ancora come realizzazione – molto più avanzata dei vari regimi repressivi presenti nell’area medio-orientale. E mi riferisco non solo a Iran e Siria, ma anche a Israele e al Kurdistan iracheno. Per non parlare di Arabia Saudita e simili.

Ovviamente – dopo un breve dialogo iniziale che aveva fatto ben sperare – queste rivendicazioni non vennero nemmeno prese in considerazione da Assad.

Quanto al petrolio, stando a quanto hanno dichiarato fonti curde, il deterioramento dei pozzi, in parte dovuto alle più o meno improvvisate (“selvagge” vengono classificate) operazioni di estrazione e raffinazione dell’Isis, avrebbero causato un forte inquinamento delle acque e del terreno soprattutto nella regione di Deir Ez-Zor. Un degrado a cui l’amministrazione autonoma non è da sola in grado di far fronte. Da questo deriva la richiesta agli Stati Uniti, ex alleati nella guerra contro l’Isis. Ex alleati da cui – va detto – in seguito i Curdi si sentirono abbandonati, scaricati al momento dell’invasione di Afrin (il cui spazio aereo era controllato dalla Russia che ugualmente preferì assistere passivamente) da parte della Turchia e dei suoi ascari islamisti.

Invasione – va ugualmente detto – a cui Damasco non seppe far fronte adeguatamente, anche in ossequio alle richieste di Mosca. Alla faccia della “sovranità nazionale” violata (da uno Stato e da truppe stranieri, non da una minoranza nativa che rivendica l’autodeterminazione. C’è una bella differenza, mi pare).

Ripeto. Chi sta violando la sovranità nazionale siriana (con la sostanziale approvazione di Mosca e Teheran)? Lo Stato e l’esercito invasori turchi o i curdi che chiedono il rispetto dei loro elementari diritti all’interno comunque della Nazione siriana?

Certo – è inutile girarci attorno – quello che stride è il fatto di doversi alleare con gli Usa. Di cui comunque i Curdi si fidano con riserva, sapendo che Washington bada sostanzialmente ai propri interessi.

Come ho detto, presumibilmente hanno scelto per il male minore avendo ripetutamente constatato a proprie spese che su una cosa soltanto Ankara, Teheran e – almeno in parte – Damasco concordano: annichilire le conquiste realizzate dal popolo curdo.  Soprattutto, disinnescare un pericoloso precedente: il Confederalismo democratico, in grado di affossare con l’esempio ogni regime autoritario.

Gianni Sartori

* nota 1: https://retejin.org/leila-khaled-incontra-leyla-guven-al-suo-159-giorno-di-sciopero/