#LIBANO – ANCHE DOPO LA TRAGEDIA LA POPOLAZIONE DI BEIRUT ESIGE LA LIBERAZIONE DI GEORGE ABDALLAH – di Gianni Sartori

Premessa. Senza escludere altre possibilità come il puro e semplice “incidente” dovuto a incuria (per quanto meno probabile) ritengo  plausibile l’ipotesi dell’esperimento. Ossia che Beirut il 4 agosto sia stata colpita a morte da un missile (o due, presumibilmente israeliani) e che nella testata vi fossero elementi nucleari (una mini-atomica come quelle che – si narra – venivano stivate a “Pluto” nel vicentino?).

Vada quindi per l’esperimento, la volontà criminale di testare una nuova arma (non in senso assoluto: qualcosa del genere sarebbe già stato utilizzato in Siria).

Del resto Beirut (così come, si parva licet, la Belfast degli anni ottanta) è stata per decenni terreno privilegiato per la repressione, le provocazioni, le infiltrazioni, le false flag, le strumentalizzazioni sia dei gruppi politici, sia di quelli confessionale (talvolta, ma non sempre, coincidenti). Qui trovarono ospitalità agenti segreti come l’autore dell’attacco mortale alla nave di Greenpeace e qualche “nazi-maoista” nostrano (negli anni settanta esponenti di Lotta di popolo e poi Nar e affini) presumibilmente sotto l’ala protettiva dei Servizi israeliani o britannici. Ma ci fu anche altro. E’ ben documentato come esistesse un piano per la completa ricostruzione di Beirut già alla fine degli anni sessanta, quando le macerie della guerra civile erano ancora uno scenario impensabile per la “Svizzera del Medio oriente” (Svizzera in cui, va precisato, le ingiustizie sociali erano direttamente proporzionali al benessere dei benestanti: vedi le condizioni in cui versava la comunità sciita, per non parlare dei profughi). Qualcuno allora già sapeva o forse – addirittura – andava preparando le devastazioni degli anni successivi (settanta e ottanta)?

Non possiamo quindi escludere che la distruzione di questa area portuale – oltre che per ragioni strategiche, militari – sia stata pianificata in vista di future speculazioni edilizie. La ricostruzione sarà l’occasione per investimenti e profitti da capogiro. Alimentando la cronica corruzione e consolidando il potere di chi già lo detiene. 

Distruggere, ricostruire, ancora distruggere…

Con questo ciclo inesauribile – una metastasi –  il capitalismo si rigenera.

Del resto la cementificazione su larga scala è un vizio di vecchia data del Paese dei Cedri. Ironicamente, anni fa il leader druso Walid Jumblatt aveva addirittura proposto di sostituire nella bandiera il simbolo del cedro (nobile pianta ormai a rischio estinzione dato che anche i monti sono ricoperti di costruzioni) niente meno che con una betoniera. Più chiaro di così…

Tornando a oggi, va sottolineato come la catastrofe abbia colpito un paese in sofferenza da anni per la crisi economica, esasperata dalle sanzioni e dalle politiche finanziarie. Un paese dove la povertà e la marginalizzazione colpiscono sempre più gli strati popolari (almeno il 50% della popolazione) e in particolare i rifugiati palestinesi e i lavoratori migranti.

 

 

E tuttavia, pur immerso in una  immane tragedia, il popolo libanese  – una parte almeno – è capace ancora di rivendicare uno dei propri figli migliori, George Abdallah, reclamandone la liberazione.

Il 6 agosto, durante la visita di Macron, davanti al presidente francese decine di giovani hanno scandito il nome del prigioniero politico rinchiuso in un carcere dell’Esagono. Contemporaneamente  molte personalità libanesi – esponenti politici e della cultura – hanno denunciato quello che considerano un approccio neo-coloniale, ossia il tentativo di Parigi di imporre, sotto la copertura degli aiuti umanitari, riforme strutturali al Libano. Riforme – ca va sans dire – funzionali agli interessi del FMI.

E anche da parte loro si è fatto esplicitamente riferimento all’assurdo protrarsi della prigionia di George Abdallah, il comunista libanese detenuto in Francia dal lontano 1984 (nonostante potesse tornare legalmente in libertà dal 1999). Possiamo definirlo un vero e proprio  “ostaggio” come lo fu a suo tempo Nelson Mandela in Sudafrica e come lo è tuttora Ocalan in Turchia.

In particolare Samah idriss ha precisato che “prima di tutti i vostri aiuti e delle vostre promesse, noi vogliamo la liberazione di George Abdallah”.

Non si tratta, ovviamente, di una questione personale. George Abdallah è legittimamente divenuto un simbolo della resistenza antimperialista, sia per il popolo palestinese che per quello libanese. Il simbolo di un paese affrancato dal neocolonialismo e da una classe politica corrotta e complice.

Gianni Sartori

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