#IRELAND – IRLANDA: LA LOTTA CONTINUA – di Gianni Sartori

A seguito degli scontri avvenuti due giorni prima davanti al carcere di Maghaberry (Contea di Antrim), il 28 settembre venivano convocate in tribunale quattro persone, tra cui il presidente di Saoradh di Derry.

Le accuse: turbamento dell’ordine pubblico per il presidente di Saoradh e partecipazione a una sommossa ( i “tumulti” di Bertolt Brecht) per gli altri tre.

Due militanti – accusati di possesso illegale di fuochi artificiali – comparivano alla Corte di Lisburn in video conferenza in quanto già arrestati.

Nel corso dell’iniziativa (un “campo di solidarietà”) davanti alla prigione, indetta a sostegno del dottor Hijjawi Bassalat in sciopero della fame contro l’isolamento impostogli (in condizioni definite “squallide” e senza riguardo per i suoi problemi di salute) e a cui avevano preso parte oltre 200 persone, erano scoppiati disordini tra manifestanti e polizia.

Stando alle ultime notizie i quattro incriminati sarebbero stati liberati su cauzione. Inoltre devono rimanere nei pressi delle loro residenze (quelle “approvate” dalla polizia, non di loro scelta) e presentarsi in commissariato tre volte alla settimana. Soprattutto “non avvicinarsi a meno di centro metri da una manifestazione autorizzata o meno”.

La prossima udienza è prevista per il 26 ottobre.

Allo sciopero della fame intrapreso dal medico palestinese, il 16 settembre si era aggiunto quello  di oltre 50 prigionieri repubblicani (di cui 20 rinchiusi a Maghaberry e 21 a Portlaoise). In seguito avevano iniziato a rifiutare i pasti anche tre prigioniere repubblicane (Mandy Duffy, Sharon Jordan e Christine Connor) detenute nel carcere femminile di Hydebank Wood College.

Altre manifestazioni di solidarietà – a cui hanno partecipato vari esponenti della sinistra indipendentista, in particolare del Republican Sinn Féin – si erano svolte a Derry, a Tralee (Contea di Kerry) e a Dublino (davanti al carcere di Kilmainham).

Nel frattempo – come ha comunicato l’Irish Republican Prisoners Welfare Association – il 29 settembre lo sciopero è stato sospeso in quanto il dottor Issam Hijjawi Bassalat è uscito dall’isolamento e ha potuto raggiungere la sezione dei prigionieri politici. Una piccola vittoria e soprattutto un esempio di solidarietà internazionalista.

Gianni Sartori

#EuskalHerria – in vetta a 650 montagne per i prigionieri politici – fonte SARE

Nell’ambito della dinamica IZAN BIDEA, l’azione “650 VETTE” è prevista per tutto il Paese Basco questo fine settimana per sabato 3 ottobre. L’obiettivo è scalare quante più montagne possibile nei Paesi Baschi. Per partecipare devi:

Scegli una montagna tramite la mappa interattiva (preferisci luoghi dove ci sono già persone contrassegnate in verde e arancione) e registrati (l’appuntamento ti verrà comunicato in seguito): https://650tontor.sare.eus /   

La dinamica IZAN BIDEA lanciata dal movimento SARE nei Paesi Baschi meridionali, mira a fornire una soluzione alla situazione dei prigionieri baschi e degli esiliati, cercando di mobilitare i cittadini, contando i passi e facendo chilometri per creare una vasta rete di escursionisti a favore della convivenza e della pace in questo paese.

Questa dinamica si basa su una sfida, quella di percorrere 3.127.326 km! Lo stesso numero di abitanti dei Paesi Baschi. Tre milioni di abitanti che iniziano a percorrere tre milioni di chilometri con un unico obiettivo: tracciare la via, quella della convivenza, la via della pace, la strada che i prigionieri e gli esiliati prendono per tornare a casa loro.

 

Dans le cadre de la dynamique  IZAN BIDEA l’action « 650 sommets » est prévue sur l’ensemble du Pays Basque ce week-end le samedi 3 octobre. Le but est de monter dans le maximum de montagnes du Pays Basque. Pour participer il faut : 

Choisir une montagne via la carte interactive ( à privilégier les endroits où il y déjà du monde signalés en vert et orange) et s’inscrire (on vous communiquera le rendez-vous par la suite) : https://650tontor.sare.eus/ 

La dynamique IZAN BIDEA lancée par le mouvement SARE en Pays Basque sud, a pour but d’apporter une solution à la situation des prisonniers et exilés basques, en cherchant à mobiliser les citoyens, en comptant les pas et en faisant des kilomètres afin de former un vaste réseau de marcheurs en faveur du vivre ensemble et de la paix dans ce pays.

Cette dynamique repose sur un défi, celui de parcourir 3 127 326 km ! Le même nombre d’habitants du Pays Basque. Trois millions d’habitants qui commence à parcourir trois millions de kilomètres avec un seul objectif : faire le chemin , la voie du vivre ensemble, le chemin de la paix, la route que les prisonnier.e.s et les exilé.e.s empruntent pour rentrer chez eux.

IZAN BIDEA Dinamikaren baitan « 650 tontor » ekimena iraganen da asteburu honetan , larunbatean urriaren 3an, Euskal Herriko mendietan. Helburua Euskal Herriko mendi gehien igotzea da. 

Parte hartzeko : 

Hautatu igo nahi duzun mendia mapa interaktiboan ( lehenetsi  jendea dagoen mendiak liranjez eta berdez sinalatuak) eta izena eman ( ondotik email bat jasoko duzu hitzorduarekin) : https://650tontor.sare.eus/

IZAN BIDEA Sarek hego Euskal Herrian abian jarri duen dinamika da; euskal preso eta iheslarien egoerari irtenbidea emateko urratsak eman eta kilometroak egitea da asmoa, herri honen elkarbizitzaren eta bakearen aldeko ibiltarien sare erraldoia osatuz. 

Dinamika hau erronka batean oinarritzen da; 3.127.326 Km egitea! Euskal Herriak duen biztanle-kopurua. Hiru milioi kilometro egiten hasiko den hiru milioi biztanleko herri bat, xede bakarrarekin: bidea egitea; etxerako bidea, elkarbizitzarako bidea, bakerako bidea. 

#Südtirol – „100 anni di ingiustizia non creano neanche un giorno di giustizia“ – di Südtiroler Heimatbund

Pressemitteilung mit der Bitte um Veröffentlichung

Comunicato stampa 

„100 Jahre Unrecht machen keinen Tag Recht“  Plakataktion in ganz Tirol und im Vaterland Österreich

Kein anderer Spruch gibt treffender wieder, was mit Tirol im Jahre 1920 geschehen ist. Das Land wurde zerrissen und der südliche Teil ohne Volksabstimmung und gegen den Willen der Südtiroler an das Königreich Italien angeschlossen. „An dieses Unrecht zu erinnern, das heute, 100 Jahre danach, immer noch anhält, das sind wir unseren Vorfahren und unseren Nachkommen schuldig“, so Roland Lang, der Obmann des Südtiroler Heimatbundes.

In einer breit angelegten Plakat- und Anzeigenaktion in ganz Tirol und in Österreich wird der Südtiroler Heimatbund auf diesen Schicksalstag, den 10. Oktober 1920, hinweisen. An diesem Tag unterschrieb der italienische König Vittorio Emanuele III. die formelle Annexion Tirols südlich des Brenners.

Bereits vor der Annexion des Gebietes zwischen Brenner und Borghetto begann Italien zuerst zaghaft, danach aber massiv, den Tirolern deutscher, italienischer und ladinischer Muttersprache zu zeigen, wer hier die neuen Herren sind.

Die Geschichte Südtirols seit 1920 ist bekannt. Benachteiligung, Drohungen, Gewalt, Mord, Folter, Erniedrigungen, Geschichtsfälschungen und viele italienische Versprechungen und Zusagen wechselten sich in diesen hundert Jahren ab. Das Ziel war aber immer dasselbe: Südtirol sollte eine normale italienische Provinz werden.

Bezeichnender Weise hat Italien – das immer stolz auf die Einigung des Staates durch Volksabstimmungen verweist – es bis heute nicht gewagt, Volksabstimmungen über die Staatszugehörigkeit in Südtirol und Welschtirol (dem heutigen „Trentino“) durchzuführen.

Beginnend in Welschtirol werden ab 28. September in Trient (via Pietrastretta und via Centochiavi) Großflächenplakate auf den 10. Oktober 1920 und die verweigerte Selbstbestimmung hinweisen.

Ab 5. Oktober werden zwischen Brenner und Salurn Plakate an den Bushaltestellen an diesen für Tirol so einschneidenden Tag erinnern.

Auch in Nord-Tirol und Österreich werden ab 8. Oktober in mehreren Städten und in Wien Plakate an die Abtrennung Südtirols von Österreich erinnern.

Der Südtiroler Heimatbund möchte mit dieser Aktion auf die völkerrechtswidrige Teilung vor 100 Jahren und auf die damit erfolgte Entfremdung aufmerksam machen. Zugleich verweist er auch auf die immer noch vorhandene Verbindung mit Nord-Tirol und mit dem Vaterland Österreich. Tirol ist noch nicht Geschichte!

„100 Jahre Unrecht schaffen keinen Tag Recht.

Und um Unrecht zu beseitigen, braucht es den Einsatz von uns allen“, so der Obmann des Südtiroler Heimatbundes Roland Lang.

 

 

„100 anni di ingiustizia non creano neanche un giorno di giustizia“   Campagna di manifesti organizzata in tutto il Tirolo e nella patria Austria

Nessun altro motto esprime in maniera più precisa ciò che nel 1920 è successo a carico del Tirolo. Il territorio tirolese fu spezzato e la parte meridionale fu annessa al Regno d’Italia senza plebiscito e contro la volontà dei sudtirolesi. “Ricordare quest’ingiustizia che perdura tutt’oggi, dopo 100 anni, è un dovere per noi abbiamo nei confronti dei nostri antenati e dei nostri discendenti”, dice Roland Lang, il presidente del Südtiroler Heimatbund.

In un’ampia campagna di manifesti ed annunci promossa in tutto il Tirolo e nell’Austria, il Südtiroler Heimatbund evidenzierà questo giorno fatidico, cioè il 10 ottobre 1920, nel quale il re italiano Vittorio Emanuele III sottoscrisse l’annessione formale di quella parte del Tirolo che si trova a sud del Brennero.

Già prima dell’annessione del territorio situato tra il Brennero e Borghetto, l’Italia iniziò dapprima in maniera titubante, poi invece in maniera massiccia, a mostrare ai tirolesi di madrelingua tedesca, italiana e ladina chi fossero ormai i nuovi padroni della terra.

È nota la storia del Sudtirolo iniziata nel 1920. In questi cento anni si sono alternati trattamenti pregiudizievoli, minacce, violenza, assassinio, tortura, umiliazioni, falsificazioni della storia e molte promesse italiane. L’obiettivo di tutto ciò era sempre lo stesso: il Sudtirolo doveva diventare una provincia italiana normale.

È significativo il fatto che l’Italia, la quale si vanta sempre di essere stata unita tramite plebisciti, fino a tutt’oggi non ha osato organizzare dei plebisciti nel Sudtirolo e nel Tirolo italiano (l’attuale Trentino) per far decidere le rispettive popolazioni sull’appartenenza statale di questi territori.

Iniziando dal Tirolo italiano (cioè dal Trentino), a partire dal 28 settembre 2020 a Trento (via Pietrastretta e via Centochiavi) dei manifesti di grande formato evidenzieranno il 10 ottobre 1920 e l’autodeterminazione negata.

A partire dal 5 ottobre fra il Brennero e Salorno presso le fermate degli autobus saranno attaccati dei manifesti che ricorderanno il giorno così fatidico per il Tirolo.

Anche nel Tirolo del Nord e nell’Austria a partire dall’8 ottobre in varie città e a Vienna dei manifesti ricorderanno lo stacco del Sudtirolo dall’Austria.

Il Südtiroler Heimatbund con questa campagna vuole richiamare l’attenzione sulla divisione del Tirolo, contraria al diritto internazionale, avvenuta 100 anni fa e sull’estraniamento che ne è scaturito. Nello stesso tempo egli farà presente il collegamento che tuttora sussiste con il Tirolo del Nord e con la patria Austria. Sul Tirolo non è ancora caduto il sipario della storia!

„100 anni di ingiustizia non creano neanche un giorno di giustizia.

E per eliminare l’ingiustizia, ci vuole l’impegno di tutti noi”, conclude il presidente del Südtiroler Heimatbund, Roland Lang.

Roland Lang – Obmann des Südtiroler Heimatbundes

#EuskalHerria – SOY VIENTO DE LIBERTAD – di Gianni Sartori

Juan Paredes “Txiki”

Nel giorno del ricordo del sacrificio di “Txiki” e di Angel Otaegi pubblichiamo l’appassionato articolo di Gianni Sartori già proposto in #DialogoEuroregionalista – anno III numero 3

Un uomo chiamato “El Txiki”

Finiva malinconicamente l’estate del ’75. L’anno prima avevamo manifestato invano decine di volte davanti ad ambasciate e consolati spagnoli per fermare la condanna a morte decretata da Franco contro Salvador Puigh Antich,”Metge”, un anarchico catalano del M.I.L. Nemmeno l’appello di Paolo VI servì a far desistere il dittatore e S.P.Antich, con la sua faccia da ragazzino travolto da un destino forse più grande di lui, divenne insieme all’apolide di presunta origine polacca Heinz Chez (ma in seguito si seppe che proveniva dalla Germania dell’Est), una delle due ultime vittime dell’infame garrote (2 marzo 1974). Ora la storia stava per ripetersi come un tragico copione già scritto, alimentando quel senso di impotenza che tanti di noi erano destinati a riprovare in svariate occasioni: dalla morte annunciata di Bobby Sands all’impiccagione, prima rinviata poi riconfermata, di Benjamin Moloise; da Edoardo Massari a Barry Horne…

In quel settembre del ’75 niente ormai poteva fermare l’esecuzione di Juan Paredes Manot “Yon”, militante di ETA, destinato a diventare il CHE Guevara dei baschi, soprannominato el Txiki (piccolo, in basco) per la sua statura e il suo aspetto esile. Inutili gli innumerevoli appelli e le manifestazioni che si svolgevano in ogni angolo del pianeta, dall’Europa al Sudamerica.

Nello stesso giorno vennero fucilati un altro etarra basco, Otaegi, e tre militanti del F.R.A.P. (Frente Revolucionario Antifascista Y Patriota”): Baena, Sanchez Bravo e Garcia Sanz.

Unica “concessione” di Franco fu di non sottoporli alla morte, dolorosissima e infame, per garrote ma appunto di farli fucilare. La cosa venne presentata come una risposta “umanitaria” del cattolicissimo Franco ai nuovi appelli del papa. Quello stesso giorno, il 27 settembre 1975, promisi a me stesso che prima o poi avrei portato un fiore e un saluto sulla tomba del Txiki.

Sapevo che era stato catturato nei pressi di Barcellona e che la fucilazione era stata eseguita davanti al cimitero di un paesino non lontano dalla metropoli catalana. Solo nel 1987, durante un viaggio in bicicletta nei Paisos Catalans, venni finalmente a conoscenza del nome della località: Sardanyola, a circa 20 km. da Barcellona. Avevo avuto l’opportunità di parlarne con Marc Palmes, l’avvocato catalano (prematuramente scomparso una quindicina di anni fa) che insieme a Magda Oranich difese il Txiki.

Condanna già emessa

“Il processo – mi spiegò Palmes – era cominciato il 19 settembre e una settimana dopo Juan veniva già fucilato. Come quello contro Puigh Antich anche questo processo si svolse nella Sala d’atti del Governo Militare di Barcellona, presidiata da polizia e esercito. Inutile dire che non ci venne lasciato neanche il tempo di prepararci adeguatamente: del resto la sentenza era già stata decisa…”

L’accusa sosteneva che Juan Paredes Manot era uno dei componenti del commando che il 16 giugno 1975 aveva assaltato a Barcellona una filiale del banco di Santander; nel corso della rapina era rimasto ucciso un caporale della “Policia armada”.

Continuava Palmes: “Txiki rivendicò la sua appartenenza a ETA ma, per quanto riguardava la rapina, sostenne sempre di essersi trovato in quel momento a Perpignan, in Francia. I testimoni apparvero quantomeno reticenti, condizionati o manipolati. Molti caddero in pesanti contraddizioni con le deposizioni rese in un primo tempo. Nuovi sedicenti ‘testimoni’ (in realtà poliziotti in borghese, come venne poi accertato) che non erano mai stati nemmeno nominati in istruttoria apparvero a deporre in aula.

Il PM, come previsto, richiese la pena di morte tramite garrotamento (poi mutata in fucilazione) per il giovanissimo militante di ETA”.

Come dichiarò l’imputato e come sostenne Palmes nell’arringa, la prima deposizione era stata estorta con la tortura. L’avvocato denunciò anche la mancata trascrizione agli atti di alcune dichiarazioni del Txiki, oltre a numerose altre irregolarità quali l’omissione di prove a favore durante l’istruttoria e il processo. Per esempio non erano state eseguite né l’autopsia, né la perizia balistica e non erano state rilevate le impronte digitali. “D’altra parte – ribadiva Palmes – la condanna era già stata emessa molto prima della sentenza”.

Txiki venne condotto sul luogo dell’esecuzione in un furgone scortato da centinaia di poliziotti. L’avvocato, al quale fu concesso, così come al fratello Mikel, di assistere alla fucilazione, non potrà mai dimenticare gli ultimi momenti della breve vita di “Yon”. Prima di venir legato (ma forse sarebbe meglio dire appeso) ad un albero, il giovane etarra gli consegnò un biglietto scritto a mano:

 

“Manana cuando yo muere,

no me vengais a llorar

nunca estarè bajo tierra,

soy viento de libertad”.

Qualche segno, qualche traccia

Durante tutto il macabro rituale si comportò con dignità e coraggio. Prima della scarica di fucileria trovò la forza per urlare: “IRAULTZA ALA HILL! GORA EUSKADI ASKATUTA!” (Rivoluzione o morte, viva Euskadi libera). Cominciò quindi a cantare EUSKO GUDARIAK, l’inno dei “gudaris”, i combattenti baschi antifranchisti durante la guerra civile. Ed è a questo punto che il giovane basco entra di diritto nella leggenda. Sembra che prima del colpo di grazia alcuni componenti del plotone di esecuzione (composto da volontari) abbiano praticato una sorta di tiro a segno su quel corpo crocefisso ancora vivo. Non era passata che qualche ora quando ETA emise un lapidario comunicato: “Di fronte a questi assassini abbiamo una sola strada: combattere per la nostra liberazione nazionale e di classe usando le stesse armi del nemico. Ripetiamo: le stesse armi.”

Nel 1987 avevo affrontato in bici le inquinatissime plaghe del Valles districandomi tra autopistas, fabbriche chimiche, greggi erranti e traffico demenziale. Osservo per inciso che all’epoca potevo ancora fare dei confronti con la campagna veneta, non ancora completamente devastata dalla miriade di capannoni e piccole industrie altamente inquinanti. Attualmente non saprei dire chi se la passa peggio.

Già allora speravo di ritrovare qualche segno, qualche traccia della nostra storia (quella rimossa e falsificata dalle accademie e dai media di stato), oltre quei fiumi divenuti fogne a cielo aperto e quelle aride distese disseminate di aziende a capitale giapponese dove si innalzavano allucinanti monoliti di argilla prodotti dall’erosione di terreni sfruttati e desertificati. Cerdanyola sorge poco lontano dal più conosciuto San Cugat, famoso per il suo chiostro romanico dai capitelli scolpiti con figure di animali in rapporto simbolico con le varie note musicali: un canto gregoriano, dedicato al santo patrono del paese, zoomorfo e inciso nella pietra.

Lungo le strade e le piazze (una è dedicata a Ernesto Guevara de la Serna) di Cerdanyola stazionavano, seduti sui muretti, folti gruppi di giovani disoccupati e anziani lavoratori. Molti di questi ultimi avevano fatto parte delle consistenti ondate migratorie degli anni cinquanta e sessanta dalla Murcia e dall’Estremadura, seguite in anni più recenti da quelle dell’Andalusia.

Quasi tutti si ricordavano del giovane etarra basco fucilato in quel lontano mattino di settembre. Per alcuni anni era rimasto sepolto nel cimitero del paese, poi, come mi raccontarono, “i baschi erano venuti a riprenderselo”.

Dalla spianata posta davanti al muro (di un bianco accecante) del cimitero si potevano vedere i residui pini della “Floresta”, ormai degradata da incendi, speculazioni e piogge acide. Quella volta avevo creduto di aver individuato la pianta a cui era stato legato Txiki; invece Mikel, suo fratello, mi ha spiegato che con una ruspa hanno tolto anche quella residua testimonianza.

L’albero come simbolo ancestrale, elemento integratore delle diverse fasi e “stagioni” della vita è ricorrente sia nella cultura tradizionale basca che in quella catalana, spesso legato alla storia delle lotte per l’autodeterminazione. Basti pensare ai gelsi (ormai vivi soltanto nella memoria collettiva) del “Fossar de les moreres” dove vennero sepolte le donne cadute combattendo durante l’assedio di Barcellona nel 1714 e onorate l’11 settembre nella Diada; al “Pi de les tre brancas” (che simboleggia l’unità dei paesi catalani); all’Albero di Guernica…

Anche vicino alla tomba del Txiki, come avrò modo di vedere a conclusione della mia ricerca, cresce un albero sempreverde che Mikel ha piantato in onore del fratello.

“Franco boia”

Grazie a Takolo prendiamo appuntamento con Mikel (che arriva in vespa) davanti alla stazione di Zarautz. Il cimitero si trova sopra una collina, di fronte all’Oceano. Camminando tra le tombe Mikel ci indica quelle dei Gudaris caduti durante la guerra civile. Da parte mia lo informo che nei giorni immediatamente successivi alle cinque fucilazioni del settembre ’75, anche in Italia vi furono manifestazioni di protesta, compreso qualche assalto a consolati e ambasciate spagnoli. A Venezia in particolare resistono ancora alcune scritte in catramina in memoria di Txiki, di Otaegi e di quelli del FRAP; oltre naturalmente all’immancabile FRANCO BOIA. Gli racconto anche di aver cercato la tomba di suo fratello in Catalunya ma di essere arrivato troppo tardi. Intanto penso che dalle lontane manifestazioni del 75, al viaggio da ciclista in Catalunya dell’87 fino ad oggi in qualche modo, di tanto in tanto, la figura del Txiki si è sovrapposta alla mia vita, quanto basta per non dimenticarlo. Takolo chiede a Mikel come mai lui e suo fratello, figli di immigrati dell’Estremadura, si fossero integrati in modo tanto radicale nel movimento basco di liberazione. Risponde che la cosa era stata del tutto spontanea dato che tutti i loro amici e coetanei, durante il franchismo, in qualche modo collaboravano con ETA. In proposito Takolo si rammarica che negli anni passati Herri Batasuna (divenuta nel frattempo Euskal Herritarok e poi Batasuna) non si sia sempre adeguatamente impegnata nelle lotte comuni (sociali, ambientali, antimilitariste…) con i lavoratori immigrati, coerentemente con il principio per cui “chiunque sia costretto a vendere la sua forza lavoro in Euskal Herria ha diritto di considerarsi a pieno titolo parte integrante del popolo basco”. Da parte sua Mikel (che ha appena comprato un’enciclopedia in basco per il figlio) dichiara di sentirsi sia basco che extremeno.

La tomba del Txiki è stata realizzata dallo scultore J. Zumata di Usurbil, noto anche come eccellente pittore di murales e ricorda i caratteristici monumenti funebri degli antichi abitanti di Euskal Herria. Accanto all’Ikurrina, i versi scolpiti dal poeta basco Joxean Artze. Mikel ci racconta che ancora adesso l’anziano poeta quando visita la tomba del Txiki si commuove e piange. Tenuta ferma con alcune pietre (il vento soffia forte qui sulla collina in faccia all’Atlantico) c’è una bandiera catalana. È l’omaggio di un anonimo compagno che ha lasciato un messaggio: “Txiki, anche dopo tanti anni i catalani continuano a ricordarti. Visca Catalunya Lliure! Gora Euskadi Askatuta!”.

Il sole picchia forte e di tanto in tanto un colpo di vento fa ondeggiare le cime dei cipressi. Con E., Mikel e Takolo prendiamo commiato da Txiki. Dalla foto della lapide ci risponde lo sguardo sorridente, leggermente ironico, di un ragazzo che era mio coetaneo e che non invecchierà mai, non tradirà mai, non si venderà mai…piccolo, eterno custode della coerenza, del coraggio e della dignità umana; lo stesso volto apparso sui giornali del settembre ’75 e poi riprodotto sugli striscioni delle manifestazioni. Accanto, inciso nella pietra, l’estremo messaggio: …SOY VIENTO DE LIBERTAD.

Per sempre.

 

#SARDIGNA #FASCISMO – Mozione di Corona de Logu

RÈVOCA DE SA TZITADINÀNTZIA ONORÀRIA
DADA A BENITO MUSSOLINI. MOTZIONE DE SA
CORONA DE LOGU IN IS CONSÌGIOS
COMUNALES DE SARDIGNA.


REVOCA DELLA CITTADINANZA ONORARIA
CONFERITA A BENITO MUSSOLINI. MOZIONE
DELLA CORONA DE LOGU NEI CONSIGLI
COMUNALI DELLA SARDEGNA.


Sa Corona de Logu, assemblea de is
amministradores indipendentistas, nche
giughet a is Consìgios Comunales de Sardigna sa
motzione pro sa rèvoca de sa tzitadinàntzia
onorària dada a Benito Mussolini
, in su tempus
de is binti annos fascistas, dae is biddas e is
tzitades sardas.


La Corona de Logu, assemblea degli
amministratori locali indipendentisti, porta nei
Consigli Comunali della Sardegna la
mozione
per la revoca della cittadinanza onoraria
conferita a Benito Mussolini
da paesi e città
dell’isola nel corso del ventennio fascista.


Su sèberu chi nos nch’at giutu a custa motzione
tenet
motivos èticos e polìticos.
In is tempos de su regime fascista, ghiadu dae
Benito Mussolini, ant violadu e minispretziadu is
valores pro cumprire is deretos tziviles,
sotziales, polìticos e econòmicos, de
ugualidade, de solidariedade e de paghe, sa
dinnidade de is indivìduos, discriminende e
persighende is tzitadinos cunforma a sessu,
ratza, limba, religione, ideas polìticas e
cunditziones sotziales.


La scelta di compiere questo atto ha solide
motivazioni etiche e politiche. Negli anni del
regime fascista, guidato proprio da Benito
Mussolini, furono completamente calpestati i
valori di uguaglianza e di solidarietà, di pace e
dell’esercizio dei diritti civili, sociali, politici ed
economici, nonché la dignità degli individui, con
discriminazione e persecuzione dei cittadini a
seconda del sesso, della razza, della lingua, della
religione, delle opinioni politiche e delle
condizioni sociali.


Cun is “Leggi fascistissime” de su 1925-28, su
regime fascista, s’ideologia sua e is esponentes
suos, nch’ant cantzelladu sa libertade de
espressione e de manifestatzione de is ideas, sa
libertade sindacale, su pluralismu polìticu e sa
partzidura de is poderes de s’Istadu, furriende a
s’imbesse is règulas de sa vida democràtica.
Cun is leges ratziales, dae su 1938, su regime at
introduidu discriminatziones mannas pro su
pòpulu ebràicu, introduida italiana a su
ochidòrgiu de milliones de persones in is
campos de cuntzentramentu nazistas.


Con le cosiddette “Leggi fascistissime” del 1925-
28 il regime fascista, la sua ideologia ed i suoi
esponenti soppressero la libertà di espressione
e di manifestazione del pensiero, la libertà
sindacale, il pluralismo politico e la divisione dei
poteri dello Stato, sovvertendo le regole della
vita democratica.
Con la legislazione razziale, avviata nel 1938, il
regime fascista introdusse vergognose
discriminazioni ai danni del popolo ebraico,
preludio italiano dello sterminio di milioni di
persone nei campi di concentramento nazisti.


Su fascismu rapresentat s’imbesse de is valores
afirmados in sa
Decraratzione Universale de is
Deretos de s’Òmine
(1948). S’autoritarismu suo,
imbetzes, si gherrat cun su printzìpiu de
autodeterminatzione de is pòpulos
, cunfirmadu
dae: sa
Carta de is Natziones Unidas (1945), sa
Decraratzione de s’Assemblea generale subra
s’indipendèntzia de is pòpulos coloniales
(1960),
is
Patos subra is deretos tziviles, polìticos e
econòmicos, sotziales e culturales
(1966), sa
Decraratzione de is printzìpios subra is ligàmenes
de amighèntzia intre is Istados
(1970) e dae su
Pronuntziamentu de su Tribunale Internatzionale
de Giustìtzia de s’Aja subra su deretu a
s’indipendèntzia
(2010). Totu elaboratziones
patrimòniu de is democratzias cumpridas e
espressione manna de is valores de giustìtzia e
libertade.


Il fascismo rappresenta quanto di più
contraddittorio rispetto ai valori affermati, negli
anni successivi alla caduta del regime, dalla
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948),
mentre
il suo violento autoritarismo confligge
con il principio di autodeterminazione dei
popoli
, ribadito da Carta delle Nazioni Unite
(1945), Dichiarazione dell’Assemblea generale
sull’indipendenza dei popoli coloniali
(1960),
Patti sui diritti civili e politici e sui diritti
economici, sociali e culturali
(1966), Dichiarazione
di principi sulle relazioni amichevoli tra Stati
(1970), nonché dal Pronunciamento del Tribunale
Internazionale di Giustizia dell’Aja in merito al
diritto all’indipendenza
(2010): elaborazioni oggi
patrimonio delle democrazie compiute e
massima espressione dei valori di giustizia e
libertà.


Balet totu fintzas pro su pòpulu sardu. Non nos
podimus ismentigare de is ochiduras de Efis
Melis (Pauli, 1922), Rafaele Rais (Sossu, 1922) e
de is frades Fois: Sarvadore e Luisi (Portescusi,
1922); su protzessu polìticu a Dinu Giacobbe
(Nùgoro, 1923); sa proa pro ochire a Emìliu
Lussu (Casteddu, 1926); is arrestos polìticos de
Giuanne Batista Melis (Milanu, 1928), de
Frantziscu Fancello (Aristanis, 1930), de Tzesare
Pintus (Casteddu, 1930) e de Giuanne Lay (Pirri,
1930); sa fusiladura de Miali Schirru (1931);
s’arrestu e sa morte in presone de Antoni
Gramsci (Roma, 1937); s’arrestu e sa
suspensione dae s’insinnamentu de
Mariànghela Maccioni Marchi (Nùgoro, 1938);
s’esìliu de Giosepe Zuddas, de Vèliu Spanu e de
Dàvide Cova; s’esempru de Marianna Bussalai e
de is deghinas de sardos e de sardas
cundennados a s’iscuadrismu fascista e
custrintos a un’esistèntzia precària suta sa tenta
de sa politzia.


Ancor più tutto ciò vale per il popolo sardo.
Esso non può dimenticare i barbari omicidi di
Efisio Melis (Monserrato, 1922), di Raffaele Rais
(Sorso, 1922) e dei fratelli Luigi e Salvatore Fois
(Portoscuso, 1922); il processo politico a Dino
Giacobbe (Nuoro, 1923); il tentativo di assassinio
di Emilio Lussu (Cagliari, 1926); gli arresti politici
di Giovanni Battista Melis (Milano, 1928),
Francesco Fancello (Oristano, 1930), Cesare
Pintus (Cagliari, 1930) e Giovanni Lay (Pirri,
1930); la fucilazione di Michele Schirru (1931);
l’arresto e la morte in carcere di Antonio
Gramsci (Roma, 1937); l’arresto e la sospensione
dall’insegnamento di Mariangela Maccioni
Marchi (Nuoro, 1938); l’esilio di Giuseppe
Zuddas, Velio Spano e Davide Cova; l’esempio di
Marianna Bussalai e delle decine di sarde e sardi
condannati alle violenze dello squadrismo
fascista e costretti a un’esistenza precaria sotto
la stretta sorveglianza della polizia.


In prus, sa Corona de Logu, cun custa initziativa,
cheret
dare lughe a su valore de su tìtulu de
tzitadinàntzia onorària pro lu dare a
personalidades chi in sa vida issoro ant
gherradu pro costoire o pro conchistare
deretos e libertades, imbetzes de las negare o
de nche las ispèrdere
. Ancora de prus, su
còmpitu primàrgiu de s’istitutu comunale est su
de promòvere s’isvilupu e su progressu tzivile,
sotziale e econòmicu de sa populatzione,
ispirende·si a is valores de sa libertade. In custu
cuntestu, sa Corona de Logu promòvet sa
rèvoca de sa tzitadinàntzia onorària a Benito
Mussolini, non cun sa punna de nche cantzellare
s’istòria, ma comente atzione simbòlica e
augùriu, indiritzadu a is generatziones noas, a
imparare dae is eventos istòricos pro su fràigu
de unu cras lìberu e giustu pro su pòpulu sardu
e pro s’ìsula nostra.
Sa data pro s’initziativa est
su 27 de cabudanni, pro ammentare su 27 de
cabudanni de su 1923, cando ant fatu su primu
protzessu polìticu a un’antifascista sardu, su
sardista nugoresu Dinu Giacobbe
. Sa motzione
nche dd’amus giai presentada in deghinas de
comunas sardas.


La Corona de Logu, inoltre, intende con questa
iniziativa
mostrare profonda attenzione al
valore dell’onorificenza della cittadinanza
onoraria, da conferire a personalità battutesi
nella loro vita per preservare e conquistare i
diritti e le libertà invece che sopprimerle e
negarle
. Tanto più che compito primario
dell’istituto comunale è promuovere lo sviluppo
e il progresso civile, sociale ed economico della
popolazione ispirandosi ai valori della libertà. In
questa cornice, la Corona de Logu promuove la
revoca della cittadinanza onoraria conferita a
Benito Mussolini non con l’intento di cancellare
la storia, ma quale atto simbolico e auspicio,
rivolto soprattutto alle nuove generazioni, a
trarre insegnamento dagli eventi storici per la
costruzione di un futuro libero e giusto per il
popolo sardo e per la nostra isola.
Per
l’iniziativa è stata scelta la data del 27
settembre, a ricordare il 27 settembre del 1923,
quando si svolse il primo processo ad un
antifascista isolano, il sardista nuorese Dino
Giacobbe
. La mozione è già stata presentata in
una decina di comuni sardi.