#Turchia #Repressione – RIVOLTA DELLE PRIGIONIERE A SILIVRI – di Gianni Sartori

Giustamente viene definito la “più grande prigione d’Europa”. Sarebbero infatti oltre 22mila le prigioniere e i i prigionieri del complesso penitenziario di Silivri a circa sessanta chilometri a ovest di Istanbul. In gran parte qui rinchiusi dopo il (vero o presunto) colpo di Stato – comunque mancato – del luglio 2016 contro Erdogan. Tra di loro molti giornalisti, avvocati e intellettuali.

Tra gli “ospiti” più noti – in una cella di 15 metri quadri – del carcere di massima sicurezza il filantropo, editore e difensore dei diritti umani Osman Kavala, accusato – oltre che di “spionaggio” – di aver organizzato la storica protesta di Gezi Park nel 2013 e di cui la Corte europea dei diritti umani aveva chiesto con forza la liberazione.

Da luglio è partita una campagna internazionale (“Free Osman Kavala”) a cui ha aderito anche Amnesty International.

Da ieri la tristemente nota istituzione totale è tornata alla ribalta.

Infatti le donne prigioniere si sono ribellate e – stando alle scarse notizie finora pervenute – avrebbero incendiato le celle come protesta per la morte dell’avvocatessa Ebru Timtik, deceduta dopo 238 giorni di sciopero della fame

 

Gianni Sartori

#Kurdistan – DOPO GLI ACCORDI PETROLIFERI TRA CURDI E USA: SITUAZIONE DISPERATA O SOLO CONFUSA? – di Gianni Sartori

Preferivo esimermi. Attendere che ulteriori sviluppi spostassero altrove il problema – anzi i problemi, molteplici – e la situazione evolvesse – o degenerasse – al punto che tutto veniva rimesso in discussione (a volte capita, è già capitato).

Invece…invece comincio da un aspetto secondario.

Devo amaramente constatare che proprio non c’è speranza di salvezza – nemmeno tardiva – per quella parte della Sinistra nostrana  che ha scelto definitivamente – magari richiamandosi a una presunta coerenza ideologica m-l – la geopolitica, gli schieramenti (per capirci, stare sempre e comunque con la Russia, la Cina, Assad, magari anche Teheran…se continua così pure Erdogan, temo) a scapito del Diritto dei popoli. Pur con tutte le contraddizioni e incongruenze che lo caratterizzano (vedi le strumentalizzazioni di quello che uno studioso catalano ha definito “indipendentismo a geometria variabile”).

Non scenderò tuttavia al livello di certi “ricercatori antimperialisti” che – oltre a gettare merda sui Curdi e sull’esperienza libertaria-consiliare del Rojava – ne invocano periodicamente la “punizione” (per non aver aderito in toto al regime di Damasco). Soltanto mi permetto di chiedere cosa si dovrebbe allora pensare del sostegno (chiesto e apprezzato) dato da Erdogan a Maduro. Sia chiaro. Anche se non è nemmeno lontanamente all’altezza di Chavez (che, per inciso, ritengo sia stato eliminato, fatto ammalare… indovinate da chi) Maduro rimane comunque un garante della resistenza antimperialista – quella autentica, non da salotto – del suo Paese. Gli accordi con il regime di Ankara – o anche con quello di Teheran– sono forse inevitabili per il futuro di un Venezuela in grado di sopravvivere alle mire statunitensi.

Ma perché quello che vale per uno Stato non dovrebbe valere per una Nazione – quella curda – senza Stato?

In attesa di chiarimenti, proseguo nel mio modesto tentativo di orientarmi nel Groviglio.

Utilizzando come bussola quanto ha scritto recentemente Davide Grasso, sicuramente un profondo conoscitore della questione curda nell’ambito del Nord Est siriano.

SDF e NES sotto il tiro incrociato di Ankara e Damasco

Parlando delle “notizie poco esaltanti che giungono dalla Siria nord-orientale sotto il controllo delle Forze siriane democratiche che difendono l’Amministrazione autonoma del nord-est”, Davide non esita nel citare per prima la firma del contratto con una compagnia petrolifera statunitense, la Delta Crescent Energy LLC (già inquietante di suo per quel nome così evocativo, Delta).

Non meno grave l’altra notizia, le proteste – presumibilmente alimentate dai Servizi di Damasco – dei primi di agosto contro le SDF in alcuni villaggi arabi della provincia di Deir el-Zor. A un mese di distanza la situazione è ulteriormente peggiorata e dalle proteste si è passati ad azioni armate in cui hanno perso la vita esponenti delle SDF. Da notare che alcuni siti della soidisant sinistra antimperialista di cui sopra ne stanno dando resoconti entusiasti, ancora prima di sapere con certezza se fossero effettivamente opera di arabi incazzati con i curdi (semplifico ovviamente), di elementi residuali di Daesh o di ascari jihadisti sul libro paga di Ankara. Tanto per dire dello stile di certa gente.

Da parte mia, volendo cercare analogie e precedenti, mi pongo un dubbio puramente accademico. Ossia se queste milizie arabe si configurino come una versione odierna mediorientale di quelle staliniste del PSUC (che, ricordo, difendevano la proprietà privata contro le collettivizzazioni degli anarchici in Catalunya e Aragona) o piuttosto degli ufficiali ex zaristi reclutati da Trotzki per reprimere i marinai proletari di Kronstadt e i contadini poveri seguaci di Nestor Makno.

Ci torneremo comunque.

A trasformare, in maniera forse irreversibile, la situazione rispetto a due anni fa – secondo Davide Grasso, ma la cosa è condivisibile – l’invasione turca di Afrin nel 2018 e di Tell Abyad e Serekaniye nel 2019. Invasioni a cui Damasco non seppe – e non volle – opporre adeguata resistenza (usando l’aviazione per esempio).

In compenso, sia Russia che Stati Uniti in qualche modo le resero possibili, quando addirittura non le favorirono.

Nel tentativo di contrastare ulteriori attacchi da parte della Turchia, le SDF avevano consentito la presenza di unità militari russe e siriane a Manbij, Kobane (do you remenber ?) e Ain Issa, aree precedentemente occupate dagli statunitensi. I quali, nel quadro di una spartizione territoriale (balcanizzazione?) rimanevano insediati a Derik, Hasakah e Deir el-Zor a presidio – non certo disinteressato –  dei pozzi petroliferi. 

Si è poi visto come gli accordi tra Russia e Turchia, per pattugliamenti congiunti, non rallentassero più di tanto gli attacchi di Erdogan – e dei suoi mercenari jihadisti – sia contro le SDF, sia contro i civili. Arrivando, con la chiusura della diga di Alouk, a privare un milione di persone del bene essenziale dell’acqua.

Ovviamente Damasco (mentre lascia volentieri ai turchi il lavoro sporco, il tentato genocidio dei curdi) non aspettava altro per lanciare minacce di future rappresaglie nei confronti di chi avesse continuato a collaborare con la NES.

Risaliva al dicembre del 2019 la visita a Qamishlo di Ali Mamlouq, capo dei servizi siriani (e noto per essere venuto, discretamente, a Roma nel 2018 per confrontarsi con i colleghi italici). Qui – a Qamishlo – si era confrontato con alcuni capi clan arabi del Rojava a cui veniva imposto di lasciare le istituzioni, sia civili che militari, della Nes.

Azzerando così quanto andava emergendo nei colloqui in corso già da tempo a Damasco. Ovvero la prospettiva di una Siria democratica in cui, nel quadro di una maggiore autonomia, si sarebbero integrate sia la Nes che le Sdf. Di queste ultime poi si richiedeva il puro e semplice autoscioglimento. Quasi contemporaneamente – gennaio 2020 – a Mosca si incontravano servizi segreti turchi e siriani (nemici sul campo, almeno ufficialmente, ma sostanzialmente concordi nel togliere di mezzo comunque e dovunque i Curdi) per definire una comune strategia.

All’incontro avrebbe preso parte Hakan Fidan, comandante in capo del MIT (Milli Istihbarat Teskilati) l’agenzia turca di intelligence.

Stando all’agenzia siriana SANA si sarebbe discusso apertamente della “possibilità di lavorare insieme contro le YPG, la componente siriana dell’organizzazione terrorista (sic!) PKK a est dell’Eufrate”. Sempre dal comunicato di SANA si apprendeva che il responsabile dei Servizi siriani presente a Mosca (ancora Ali Mamlouq ?) chiedeva ai turchi di riconoscere la sovranità, l’indipendenza e l’integrità della Siria. Ma solo – sottinteso – dopo aver “bonificato” il nord est da quei fastidiosi Curdi, magari con una sostituzione etnica da manuale (come del resto sta già avvenendo).

Visto e considerato che l’agenzia in questione (SANA) è di fatto portavoce del regime siriano (e in quanto tale citata regolarmente dai nostrani “antimperialisti” anti curdi e filo Assad), adesso ne sappiamo qualcosa in più sui veri progetti di Damasco.

Lo dico anche a beneficio di quella sinistra (neostalinista o rosso-bruna) che – in mancanza di Pol Pot – si è riciclata sulla via di Damasco (e talvolta anche di Teheran).

Ma, oltre che con gli attacchi di Ankara e con le minacce di Damasco, nell’ultimo periodo l’Amministrazione autonoma ha dovuto fare i conti con una grave crisi economica e alimentare.

Sia per l’occupazione di ampi territori agricoli da parte dell’esercito turco, sia per la contemporanea distruzione tramite incendi dei campi di grano – e quindi con la perdita dei raccolti – da parte jihadista (residui dell’Isis o mercenari di Ankara). Ad aggravare ulteriormente la situazione, prima il lockdown (da marzo a maggio, poi ripreso in agosto) per il Covid-19 e poi, in giugno, il Cesar-Act di Trump (ulteriori sanzioni per chi mantiene relazioni commerciali con la Siria).

Con effetti devastanti nel Nord Est siriano (sopratutto per la svalutazione). Con gravi difficoltà sia a livello sanitario che alimentare e – di conseguenza – il diffondersi di scoraggiamento, delusione e rabbia, anche nei confronti delle aspettative suscitate dal Confederalismo democratico.

Una penuria generale che non si poteva superare con le scarse quantità di petrolio che la Nes finora riusciva comunque a estrarre in autogestione (con raffinerie scarsamente produttive, ma in compenso altamente inquinanti) e acquistato per lo più da Damasco.

A esasperare ulteriormente la popolazione, l’introduzione – per quanto parziale – della coscrizione obbligatoria. Per non parlare della drammatica, rischiosa situazione dei campi di prigionia – gestiti dalla Nes – dove sarebbero rinchiusi oltre 60mila aderenti all’Isis, famigliari compresi. Vorrei soltanto sottolineare a chi – infame – li accusa di maltrattamenti o peggio nei riguardi delle popolazioni arabe che i Curdi nel Nord est della Siria hanno abolito la pena di morte. Anche nei confronti dei criminali islamisti, nonostante le tacite richieste di tanti paesi occidentali che avrebbero apprezzato l’eliminazione dei loro concittadini integrati in Daesh e che ora rifiutano di riprendersi.

E in questa situazione convulsa, ovviamente, sia i residui dell’Isis che il regime di Damasco soffiano sul fuoco.

Ricordava poi Davide Grasso che  “migliaia di comuni popolari, femminili o miste, sono state sciolte”. In particolare da parte degli occupanti turchi che hanno sostituto l’Amministrazione autonoma con un Governo ad interim dei Fratelli musulmani. “Rigorosamente unisex” vuol precisare. Quelle che ancora sopravvivono nei territori liberi “vedono nelle commissioni e nelle assemblee alternarsi la determinazione a continuare l’opera di cambiamento a forme di scoramento che minano il superamento delle dinamiche di delega al movimento e ai suoi militanti. Un problema endemico per lo sforzo rivoluzionario come tale, che si infittisce nella penuria materiale e in uno scenario dove la continua violenza non sembra rendere percepibile una via d’uscita”.

Situazione difficilmente sostenibile, per lo meno a lungo termine e che ha già avuto spiacevoli conseguenze. Alcune, come si diceva, di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

Per esempio dover “fare i conti con l’opposizione conservatrice interna alla destra curda, fortemente contraria al socialismo confederale, invitata per la prima volta a mesi di colloqui con l’Amministrazione per proporre una maggiore unità, maggiore sostegno internazionale e l’ottenimento di una voce ai colloqui di pace delle Nazioni Unite”.

Nelle aree confinanti con i territori oltre l’Eufrate controllati da Damasco, vengono segnalate serie difficoltà incontrate dalle milizie femminili YPJ (Yekineyen Parastina Jin, Unità di Difesa delle Donne). Si tratta di aree in cui – talvolta perlomeno – la popolazione aveva accolto con favore la presenza islamista e dove tuttora si contano centinaia di omicidi per mano delle cellule superstiti dell’Isis.

Qui i notabili del luogo, rappresentanti di una cultura patriarcale e maschilista, hanno organizzato manifestazioni pretendendo – e ottenendo – che dai programmi scolastici venisse abolita la Jineoloji (“scienza donna”).

Il misterioso assassinio di Mutshar Hammoud al-Hifil (per certi aspetti un omicidio eccellente – di Stato ? – una possibile provocazione per innescare la ribellione anti-curda) aveva provocato le manifestazioni del 4 agosto con la partecipazione di centinaia di membri dei clan Al-Aqaidat e Al-Shaitat (entrambi filo-Assad). Veniva attaccato con le armi anche un presidio delle SDF, composto – come si vede nei video –  da giovanissimi ragazzi del luogo che dopo aver lasciato il villaggio vi erano ritornati in serata imponendo il coprifuoco e operando alcuni arresti.

Va dato per scontato che l’operazione contro le SDF abbia avuto il sostegno, morale e materiale, del regime siriano. E’ confermato che il giorno precedente si era tenuta una riunione congiunta tra le Forze di difesa nazionale di Damasco ed esponenti dei due clan coinvolti nelle proteste armate.

A dare ampio risalto a questi eventi, peraltro minori se si considera il contesto attuale, sia i media siriani che quelli iraniani. Oltre – ca va sans dire – ai nostrani portavoce di Teheran e Damasco.

Tutto questo a pochi giorni di distanza (poi, come ho detto, la situazione è andata degenerando ulteriormente) dall’annuncio del contratto tra l’Amministrazione autonoma e Delta Crescent. Stando alle dichiarazioni del co-presidente  Abed Hamed Al-Mehbash, varie aziende (anche russe, non solo statunitensi) avevano presentato i loro progetti su invito dell’Amministrazione. Progetti sia per l’ammodernamento degli impianti, sia per l’estrazione del petrolio.

“Uno scenario – ricordava Davide Grasso – diverso da quello a cui si è assistito nei territori del regime, in cui il 6 giugno l’esercito russo ha espulso manu militari i soldati siriani dal sito petrolifero di Al-Wand erigendo barricate difese da mitragliatrici pesanti e posizionando mezzi blindati attorno alla struttura…”.

Detto questo, per quanto frutto della necessità, l’accordo di Hasakah tra i i Curdi e gli USA rimane pur sempre un esempio di ingerenza straniera, un nodo difficile da sciogliere (o anche un rospo da ingoiare, non intendo minimizzare) per chiunque creda nell’Autodeterminazione dei Popoli. O per chi semplicemente vedeva – e ancora vede – nell’esperienza del Confederalismo democratico uno spiraglio percorribile di giustizia e libertà. Non solo per i Curdi, naturalmente.

 

Gianni Sartori

#KURDS #TURCHIA – Ingiustizia è fatta: Ebru Timtik, donna curda e avvocato è morta in sciopero della fame – di Gianni Sartori

Anche stavolta ingiustizia è fatta!

Ebru Timtik è morta il 27 agosto, dopo 238 giorni di sciopero della fame, all’ospedale di Bakirkoy dove – contro la sua volontà – era stata trasportata direttamente dal carcere.

L’amaro compito di darne l’annuncio è toccato a HHB (Halkin Hukuk Burosu – Ufficio degli avvocati del popolo).

Originaria di Dersim, nel 2017 Ebru Timtik veniva arrestata con diversi altri colleghi per presunta “appartenenza a una organizzazione terrorista” (per la precisione veniva accusata di far parte di DHKP-C). Ma la sua unica colpa era quella di aver  svolto il lavoro di avvocato con coraggio e dignità. Contro di lei e gli altri avvocati, le dichiarazioni contraddittorie – e presumibilmente pilotate – di un testimone.

Entrata in sciopero della fame in febbraio per un “processo equo”, dal 5 aprile (“Giornata degli avvocati”) la sua protesta si era radicalizzata in death fast (ossia in sciopero della fame fino alla morte).

Due settimane fa, la Corte costituzionale di Turchia aveva rigettato una richiesta di rilascio sia per Ebru Timtik che per Aytac Unsal – un altro avvocato in sciopero della fame – nonostante i due avessero superato la soglia critica e nonostante la loro vita fosse ormai in grave pericolo. Anche per l’Istituto di medicina legale le loro condizioni erano ormai “incompatibili con la detenzione”.

Invece secondo la Corte non vi sarebbero stati elementi tali  da far supporre un pericolo imminente per la loro vita o per la loro salute mentale.

Con Timtik quest’anno sono già quattro le persone morte in sciopero della fame dopo che erano state arrestate con l’accusa di far parte di DHKP-C.

Ricordiamo le altre tre: Helin Bolek, cantante di Grup Yorum era morta il 3 aprile dopo 288 giorni di sciopero della fame; il bassista della stessa band, Ibrahim Gokcek, è deceduto il 7 maggio dopo 323 giorni di digiuno; qualche giorno prima, il 24 aprile, la medesima sorte era toccata a Mustafa Kocak dopo 296 giorni di sciopero.

 

Gianni Sartori

#KURDISTAN #VIOLENZE – BAKUR: LO STUPRATORE IN DIVISA E’ GIA’ TORNATO IN LIBERTA’ – di Gianni Sartori

La notizia del suicidio di Ipek Er, giovane donna curda (18 anni) in precedenza violentata da un militare turco, era talmente brutale che sul momento non me la sentivo di scriverne.

Come fosse una mancanza di rispetto sia per lei, la vittima, sia nei confronti dei suoi famigliari. Quasi un  “dare in pasto al pubblico” una tragedia così privata.

Ma a tutto c’è un limite.

La notizia odierna è che lo stupratore in divisa, Musa Orhan, arrestato da una settimana, è già stato rimesso in libertà.

Ricapitoliamo. E’ cosa nota e risaputa che per le forze di occupazione in Bakur (Kurdistan sottoposto all’amministrazione turca) quella dello stupro è una prassi abituale, una forma di intimidazione nei confronti delle donne curde in particolare e della popolazione in generale. Diciamo pure un crimine di guerra, dato il contesto, oltre che un crimine contro l’Umanità.

Musa Orha, sergente maggiore dell’esercito turco aveva commesso tale reato nella provincia di Batman.

Ipek Er , ricoverata in ospedale per un tentativo di suicidio il 16 luglio, aveva denunciato di essere stata sequestrata e violentata per venti giorni dal militare. Un mese dopo, il 18 agosto, era deceduta in conseguenza del suo estremo atto di disperazione e ribellione.

Ancora prima del decesso, la notizia della violenza inferta a Ipek Er aveva suscitato vasta indignazione.

Dalle reti sociali era partita una precisa richiesta affinché il soldato stupratore venisse incarcerato (vedi l’hashtag #MusaOrhanTutuklansın).

Arrestato il 19 agosto su denuncia della famiglia della giovane curda – e nonostante il rapporto medico-legale avesse confermato lo stupro – il sergente è rimasto in cella soltanto per una settimana. Interrogato, ha negato ogni responsabilità raccontando di essere stato ubriaco al momento del fatto. Il processo a suo carico – con l’accusa di “abuso sessuale” – dovrebbe svolgersi verso la metà di ottobre, salvo rinvii.

Nella sua lettera Ipek Er aveva raccontato dettagliatamente quanto accaduto. Dopo averla sequestrata il militare l’aveva drogata e – violentandola – le diceva che comunque a lui non sarebbe capitato niente. Ossia che le dichiarazioni di una ragazza curda non contano niente rispetto a quelle di “un turco con la divisa dello Stato turco…”.

E’ prevedibile che lo stupratore in divisa riceva al massimo una condanna simbolica.

A ulteriore conferma della sostanziale impunità di cui godono le truppe turche di occupazione in Bakur e dell’utilizzo dello stupro come arma da guerra per costringere la popolazione curda a lasciarsi assimilare rinunciando alla propria identità, alla propria cultura, alla propria lingua.

Gianni Sartori

 

 

 

#Ireland – PROTESTE CONTRO L’ESTRADIZIONE DI LIAM CAMPBELL DAVANTI A CONSOLATI E AMBASCIATE – di Gianni Sartori

Risaliva al 4 luglio scorso una manifestazione contro l’estradizione di Liam Campbell davanti all’ambasciata lituana di Dublino.

Più recentemente, il 23 agosto, una iniziativa analoga ha visto i militanti di Jeunesses Révolutionnaires di Saint-Étienne radunarsi ed esporre cartelli e striscioni davanti al consolato irlandese di Lione.

Già coinvolto nell’inchiesta per l’orrendo attentato di Omagh dell’agosto 1998 (opera della Real IRA in cui vennero assassinate 29 persone tra cui molti bambini e una donna incinta)*, Campbell era stato arrestato nel 2009 su mandato di arresto europeo emesso dalle autorità lituane per un presunto traffico di armi.

Anche se, a quanto pare, il militante repubblicano irlandese non avrebbe mai messo piede in Lituania.

Dopo quattro anni di prigionia, Campbell (che complessivamente ne ha già scontati otto in quanto membro della Real IRA, la formazione contraria agli accordi di pace fuoriuscita dall’IRA nel 1997) era tornato in libertà nel 2013 dopo la decisione del Belfast Recorders Court di rifiutarne l’estradizione. Un ulteriore mandato di arresto veniva allora emesso dalla Lituania (agosto 2013), ma era destinato a rimanere “congelato” per ben tre anni prima di venir spedito a Dublino. Arrestato per la terza volta, avrebbe dovuto subire l’estradizione – su ordinanza dell’Alta Corte di Dublino – ancora nel luglio di quest’anno. Opponendosi, i suoi legali hanno voluto esprimere la preoccupazione – fondata – che in Lituania il loro assistito venga sottoposto a “trattamenti disumani o degradanti”. Infatti il carcere di Lukiskes in cui dovrebbe essere rinchiuso era già stato condannato per violazioni della Convenzione dei Diritti Umani.

Nota: per quanto riguarda le numerose ombre e contraddizioni emerse sulle dinamiche che hanno determinato la tragedia – annunciata – di Omagh e il ruolo – presunto – di alcuni infiltrati, rimando agli articoli del giornalista Barry McCaffrey apparsi sul quotidiano di Belfast “The Irish News”. Vedi le accuse rivolte alla RUC – la polizia nord-irlandese poi denominata PSNI – e l’ipotesi di un coinvolgimento di Mi-5, il servizio segreto inglese (stando almeno alle dichiarazioni di “Fulton”, nome in codice di uno degli agenti sotto copertura).

Gianni Sartori