#EuskalHerria – SOY VIENTO DE LIBERTAD – di Gianni Sartori

Juan Paredes “Txiki”

Nel giorno del ricordo del sacrificio di “Txiki” e di Angel Otaegi pubblichiamo l’appassionato articolo di Gianni Sartori già proposto in #DialogoEuroregionalista – anno III numero 3

Un uomo chiamato “El Txiki”

Finiva malinconicamente l’estate del ’75. L’anno prima avevamo manifestato invano decine di volte davanti ad ambasciate e consolati spagnoli per fermare la condanna a morte decretata da Franco contro Salvador Puigh Antich,”Metge”, un anarchico catalano del M.I.L. Nemmeno l’appello di Paolo VI servì a far desistere il dittatore e S.P.Antich, con la sua faccia da ragazzino travolto da un destino forse più grande di lui, divenne insieme all’apolide di presunta origine polacca Heinz Chez (ma in seguito si seppe che proveniva dalla Germania dell’Est), una delle due ultime vittime dell’infame garrote (2 marzo 1974). Ora la storia stava per ripetersi come un tragico copione già scritto, alimentando quel senso di impotenza che tanti di noi erano destinati a riprovare in svariate occasioni: dalla morte annunciata di Bobby Sands all’impiccagione, prima rinviata poi riconfermata, di Benjamin Moloise; da Edoardo Massari a Barry Horne…

In quel settembre del ’75 niente ormai poteva fermare l’esecuzione di Juan Paredes Manot “Yon”, militante di ETA, destinato a diventare il CHE Guevara dei baschi, soprannominato el Txiki (piccolo, in basco) per la sua statura e il suo aspetto esile. Inutili gli innumerevoli appelli e le manifestazioni che si svolgevano in ogni angolo del pianeta, dall’Europa al Sudamerica.

Nello stesso giorno vennero fucilati un altro etarra basco, Otaegi, e tre militanti del F.R.A.P. (Frente Revolucionario Antifascista Y Patriota”): Baena, Sanchez Bravo e Garcia Sanz.

Unica “concessione” di Franco fu di non sottoporli alla morte, dolorosissima e infame, per garrote ma appunto di farli fucilare. La cosa venne presentata come una risposta “umanitaria” del cattolicissimo Franco ai nuovi appelli del papa. Quello stesso giorno, il 27 settembre 1975, promisi a me stesso che prima o poi avrei portato un fiore e un saluto sulla tomba del Txiki.

Sapevo che era stato catturato nei pressi di Barcellona e che la fucilazione era stata eseguita davanti al cimitero di un paesino non lontano dalla metropoli catalana. Solo nel 1987, durante un viaggio in bicicletta nei Paisos Catalans, venni finalmente a conoscenza del nome della località: Sardanyola, a circa 20 km. da Barcellona. Avevo avuto l’opportunità di parlarne con Marc Palmes, l’avvocato catalano (prematuramente scomparso una quindicina di anni fa) che insieme a Magda Oranich difese il Txiki.

Condanna già emessa

“Il processo – mi spiegò Palmes – era cominciato il 19 settembre e una settimana dopo Juan veniva già fucilato. Come quello contro Puigh Antich anche questo processo si svolse nella Sala d’atti del Governo Militare di Barcellona, presidiata da polizia e esercito. Inutile dire che non ci venne lasciato neanche il tempo di prepararci adeguatamente: del resto la sentenza era già stata decisa…”

L’accusa sosteneva che Juan Paredes Manot era uno dei componenti del commando che il 16 giugno 1975 aveva assaltato a Barcellona una filiale del banco di Santander; nel corso della rapina era rimasto ucciso un caporale della “Policia armada”.

Continuava Palmes: “Txiki rivendicò la sua appartenenza a ETA ma, per quanto riguardava la rapina, sostenne sempre di essersi trovato in quel momento a Perpignan, in Francia. I testimoni apparvero quantomeno reticenti, condizionati o manipolati. Molti caddero in pesanti contraddizioni con le deposizioni rese in un primo tempo. Nuovi sedicenti ‘testimoni’ (in realtà poliziotti in borghese, come venne poi accertato) che non erano mai stati nemmeno nominati in istruttoria apparvero a deporre in aula.

Il PM, come previsto, richiese la pena di morte tramite garrotamento (poi mutata in fucilazione) per il giovanissimo militante di ETA”.

Come dichiarò l’imputato e come sostenne Palmes nell’arringa, la prima deposizione era stata estorta con la tortura. L’avvocato denunciò anche la mancata trascrizione agli atti di alcune dichiarazioni del Txiki, oltre a numerose altre irregolarità quali l’omissione di prove a favore durante l’istruttoria e il processo. Per esempio non erano state eseguite né l’autopsia, né la perizia balistica e non erano state rilevate le impronte digitali. “D’altra parte – ribadiva Palmes – la condanna era già stata emessa molto prima della sentenza”.

Txiki venne condotto sul luogo dell’esecuzione in un furgone scortato da centinaia di poliziotti. L’avvocato, al quale fu concesso, così come al fratello Mikel, di assistere alla fucilazione, non potrà mai dimenticare gli ultimi momenti della breve vita di “Yon”. Prima di venir legato (ma forse sarebbe meglio dire appeso) ad un albero, il giovane etarra gli consegnò un biglietto scritto a mano:

 

“Manana cuando yo muere,

no me vengais a llorar

nunca estarè bajo tierra,

soy viento de libertad”.

Qualche segno, qualche traccia

Durante tutto il macabro rituale si comportò con dignità e coraggio. Prima della scarica di fucileria trovò la forza per urlare: “IRAULTZA ALA HILL! GORA EUSKADI ASKATUTA!” (Rivoluzione o morte, viva Euskadi libera). Cominciò quindi a cantare EUSKO GUDARIAK, l’inno dei “gudaris”, i combattenti baschi antifranchisti durante la guerra civile. Ed è a questo punto che il giovane basco entra di diritto nella leggenda. Sembra che prima del colpo di grazia alcuni componenti del plotone di esecuzione (composto da volontari) abbiano praticato una sorta di tiro a segno su quel corpo crocefisso ancora vivo. Non era passata che qualche ora quando ETA emise un lapidario comunicato: “Di fronte a questi assassini abbiamo una sola strada: combattere per la nostra liberazione nazionale e di classe usando le stesse armi del nemico. Ripetiamo: le stesse armi.”

Nel 1987 avevo affrontato in bici le inquinatissime plaghe del Valles districandomi tra autopistas, fabbriche chimiche, greggi erranti e traffico demenziale. Osservo per inciso che all’epoca potevo ancora fare dei confronti con la campagna veneta, non ancora completamente devastata dalla miriade di capannoni e piccole industrie altamente inquinanti. Attualmente non saprei dire chi se la passa peggio.

Già allora speravo di ritrovare qualche segno, qualche traccia della nostra storia (quella rimossa e falsificata dalle accademie e dai media di stato), oltre quei fiumi divenuti fogne a cielo aperto e quelle aride distese disseminate di aziende a capitale giapponese dove si innalzavano allucinanti monoliti di argilla prodotti dall’erosione di terreni sfruttati e desertificati. Cerdanyola sorge poco lontano dal più conosciuto San Cugat, famoso per il suo chiostro romanico dai capitelli scolpiti con figure di animali in rapporto simbolico con le varie note musicali: un canto gregoriano, dedicato al santo patrono del paese, zoomorfo e inciso nella pietra.

Lungo le strade e le piazze (una è dedicata a Ernesto Guevara de la Serna) di Cerdanyola stazionavano, seduti sui muretti, folti gruppi di giovani disoccupati e anziani lavoratori. Molti di questi ultimi avevano fatto parte delle consistenti ondate migratorie degli anni cinquanta e sessanta dalla Murcia e dall’Estremadura, seguite in anni più recenti da quelle dell’Andalusia.

Quasi tutti si ricordavano del giovane etarra basco fucilato in quel lontano mattino di settembre. Per alcuni anni era rimasto sepolto nel cimitero del paese, poi, come mi raccontarono, “i baschi erano venuti a riprenderselo”.

Dalla spianata posta davanti al muro (di un bianco accecante) del cimitero si potevano vedere i residui pini della “Floresta”, ormai degradata da incendi, speculazioni e piogge acide. Quella volta avevo creduto di aver individuato la pianta a cui era stato legato Txiki; invece Mikel, suo fratello, mi ha spiegato che con una ruspa hanno tolto anche quella residua testimonianza.

L’albero come simbolo ancestrale, elemento integratore delle diverse fasi e “stagioni” della vita è ricorrente sia nella cultura tradizionale basca che in quella catalana, spesso legato alla storia delle lotte per l’autodeterminazione. Basti pensare ai gelsi (ormai vivi soltanto nella memoria collettiva) del “Fossar de les moreres” dove vennero sepolte le donne cadute combattendo durante l’assedio di Barcellona nel 1714 e onorate l’11 settembre nella Diada; al “Pi de les tre brancas” (che simboleggia l’unità dei paesi catalani); all’Albero di Guernica…

Anche vicino alla tomba del Txiki, come avrò modo di vedere a conclusione della mia ricerca, cresce un albero sempreverde che Mikel ha piantato in onore del fratello.

“Franco boia”

Grazie a Takolo prendiamo appuntamento con Mikel (che arriva in vespa) davanti alla stazione di Zarautz. Il cimitero si trova sopra una collina, di fronte all’Oceano. Camminando tra le tombe Mikel ci indica quelle dei Gudaris caduti durante la guerra civile. Da parte mia lo informo che nei giorni immediatamente successivi alle cinque fucilazioni del settembre ’75, anche in Italia vi furono manifestazioni di protesta, compreso qualche assalto a consolati e ambasciate spagnoli. A Venezia in particolare resistono ancora alcune scritte in catramina in memoria di Txiki, di Otaegi e di quelli del FRAP; oltre naturalmente all’immancabile FRANCO BOIA. Gli racconto anche di aver cercato la tomba di suo fratello in Catalunya ma di essere arrivato troppo tardi. Intanto penso che dalle lontane manifestazioni del 75, al viaggio da ciclista in Catalunya dell’87 fino ad oggi in qualche modo, di tanto in tanto, la figura del Txiki si è sovrapposta alla mia vita, quanto basta per non dimenticarlo. Takolo chiede a Mikel come mai lui e suo fratello, figli di immigrati dell’Estremadura, si fossero integrati in modo tanto radicale nel movimento basco di liberazione. Risponde che la cosa era stata del tutto spontanea dato che tutti i loro amici e coetanei, durante il franchismo, in qualche modo collaboravano con ETA. In proposito Takolo si rammarica che negli anni passati Herri Batasuna (divenuta nel frattempo Euskal Herritarok e poi Batasuna) non si sia sempre adeguatamente impegnata nelle lotte comuni (sociali, ambientali, antimilitariste…) con i lavoratori immigrati, coerentemente con il principio per cui “chiunque sia costretto a vendere la sua forza lavoro in Euskal Herria ha diritto di considerarsi a pieno titolo parte integrante del popolo basco”. Da parte sua Mikel (che ha appena comprato un’enciclopedia in basco per il figlio) dichiara di sentirsi sia basco che extremeno.

La tomba del Txiki è stata realizzata dallo scultore J. Zumata di Usurbil, noto anche come eccellente pittore di murales e ricorda i caratteristici monumenti funebri degli antichi abitanti di Euskal Herria. Accanto all’Ikurrina, i versi scolpiti dal poeta basco Joxean Artze. Mikel ci racconta che ancora adesso l’anziano poeta quando visita la tomba del Txiki si commuove e piange. Tenuta ferma con alcune pietre (il vento soffia forte qui sulla collina in faccia all’Atlantico) c’è una bandiera catalana. È l’omaggio di un anonimo compagno che ha lasciato un messaggio: “Txiki, anche dopo tanti anni i catalani continuano a ricordarti. Visca Catalunya Lliure! Gora Euskadi Askatuta!”.

Il sole picchia forte e di tanto in tanto un colpo di vento fa ondeggiare le cime dei cipressi. Con E., Mikel e Takolo prendiamo commiato da Txiki. Dalla foto della lapide ci risponde lo sguardo sorridente, leggermente ironico, di un ragazzo che era mio coetaneo e che non invecchierà mai, non tradirà mai, non si venderà mai…piccolo, eterno custode della coerenza, del coraggio e della dignità umana; lo stesso volto apparso sui giornali del settembre ’75 e poi riprodotto sugli striscioni delle manifestazioni. Accanto, inciso nella pietra, l’estremo messaggio: …SOY VIENTO DE LIBERTAD.

Per sempre.

 

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