Mese: agosto 2020
#EuskalHerria – 19 settembre 2020 – mobilitazioni per i prigionieri politici

Per il prossimo 19 settembre Artisans de la Paix e Bake Bidea organizzano una giornata di mobilitazioni sul territorio basco per chiedere la soluzione del problema dei prigionieri politici. Ecco il comunicato bilingue:
Le 19 septembre pourquoi je dois me mobiliser?
Un chemin parsemé d’obstacles : largement soutenu par la société civile basque, le processus de paix est dans une impasse, illustrée par le cas de trois détenus ( Jakes Esnal, Ion Parot et Xistor Haramboure) incarcérés en France et qui sont entrés dans leur 31e année de détention en avril 2020.
Jugés en France, condamnés à la réclusion perpétuelle en juin 1997, ils voient leurs demandes de liberté conditionnelle refusées en raison de l’opposition du Parquet antiterroriste, placé sous la coupe du gouvernement. Cette posture revancharde et jusqu’au-boutiste va à l’encontre des mesures prônées dans les processus de paix observés à l’international visant la recherche de compromis et d’apaisement des sociétés affectées par la violence.
Accomplir sa condamnation jusqu’à la mort ? 30 ans ça suffit : cette dynamique a été lancée par les mouvements civils Bake Bidea et Les Artisans de la paix porteurs du processus. Nous nous insurgeons devant ces refus assimilés à une condamnation à mort lente ne disant pas son nom. Ceci dans le cadre d’un processus dont les grands axes restent le sort des prisonniers et des victimes du conflit, la construction d’espaces de dialogue et d’un vivre-ensemble pour tous.
La participation de tou.te.s est indispensable!
Journée de mobilisation du 19 septembre veut marquer le départ d’une nouvelle étape et de nouvelles actions. Plusieurs rendez-vous seront organisés toute la journée, dans différentes villes et villages du Pays Basque nord avec un grand moment de convergence.
Pour organiser cette journée la participation de tou.te.s est indispensable. Pour cela, nous faisons un large appel à bénévoles, pour l’organisation des actions locales ainsi que pour l’organisation du moment de convergence.
Inscription ici : https://forms.gle/J91HPEV7QNXXcj6f6
Irailaren 19an, zergaitik mobilizatu behar naiz ?
Oztopoz jositako bidea: euskal jendearte zibilak sustengatutako bake prozesua blokeo egoera batean da. Horren adierazle dugu, 2020ko apirilean Frantziako presondegietan diren hiru presok( Jakes Esnal, Ion Parot eta Xistor Haramboure) 31. urtea betetzen hasi direla espetxean. Frantzian epaituak izan ziren eta 1997ko ekainean kondenatu zituzten bizi osorako kartzela-zigorrera. Galdegin dituzten baldintzapeko askatsun guziak ukatu zaizkie, Terrorismoaren kontrako parketaren oposizioagatik, gobernuaren eraginpean. Mendeku gosez eta neurririk gabe hartutako postura hori nazioarteko bake prozesuetan finkatzen diren baldintzen kontrakoa da, izan ere, xedea bortizkeriak hunkitutako jendarteetan aterabidea eta bakea atzematea da.
Zigorra hiltzeraino bete ? 30 urte aski da : dinamika hau Bakea Bidea eta Bakegileak mugimendu zibilek abiatu dugu. Ukatze horien parean altxatuko gara, gibelean heriotzera eramanen dituen kondena bat gordetzen baita. Hori dena prozesu honen testuinguruan, bere ardatzak presoen eta gatazkaren biktimen geroa, elkarrizketarako espazioen sorrera eta elkarbizitza direlarik.
Denen parte hartzea beharrezkoa!
Irailaren 19ko mobilizazio egun horrek etapa berri baten eta ekintza berrien abiatzea markatu nahi du. Egun osoan hainbat hitzordu antolatuko dira Ipar Euskal Herriko hainbat hiri eta herritan, bateratze-une handi batekin.
Egun hori antolatzeko, denen parte-hartzea behar-beharrezkoa da . Horretarako, laguntzaile dei handia egiten dugu, tokiko ekintzak antolatzeko baita bateratze-unea antolatzeko.
Izen emaitea hemen: https://forms.gle/J91HPEV7QNXXcj6f6
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Breizh
#Americhe #COLOMBIA: INDIOS SEMPRE SOTTO TIRO – di Gianni Sartori

Risaliva a 20 anni fa un incontro con alcuni esponenti delle comunità indigene del Cauca (Colombia), comunità sottoposte a dura repressione. Sotto il tiro sia dei militari che delle squadre della morte filogovernative.
Tra gli altri avevo intervistato un insegnante elementare, Carlos Romero, esponente della Fondacion Aurora del Cauca.
All’epoca della Colombia si parlava soprattutto come patria del narcotraffico e per l’endemica violenza.
Magari sorvolando sul fatto che almeno due degli assassinati giornalieri (di media) lo erano per ragioni politiche.Vuoi direttamente per mano dell’esercito colombiano, vuoi – in alternativa – degli squadroni della morte al servizio dei proprietari terrieri o di qualche multinazionale.
“Anche ai tempi di Escobar – mi aveva spiegato Carlos Romero – solo una percentuale minima dei morti era conseguenza degli attentai operati dai narcotrafficanti. Quanto alle vittime della guerriglia (FARC, ELN…nda), si calcola che corrispondano al sette per cento (secondo il gesuita padre Giraldo che consultai all’epoca forse ancora meno nda ). I rimanenti, ossia la stragrande maggioranza, sono contadini, indios, sindacalisti, insegnanti, membri delle classi popolari caduti sotto i colpi dell’esercito e dei gruppi paramilitari mentre lottavano per i diritti più elementari”.
“E tuttavia – continuava: “la cosa più incredibile non è il numero di oppositori o sindacalisti che vengono ammazzati ogni giorno, ma il fatto che quotidianamente altri prendano il loro posto”.
Poco tempo prima dell’intervista (che risale, ripeto, a venti anni fa) nel sud-ovest del Paese era avvenuto l’ennesimo massacro di contadini (14 uomini e tre donne, tra cui una incinta).
L’esercito, presente in zona con una base militare, aveva come al solito accusato la guerriglia. Soltanto dopo l’intervento del Tribunale Internazionale per i Diritti Umani, ricordava il giovane insegnante “i veri responsabili, i militari, vennero individuati. Ogni dubbio sulla matrice dell’eccidio venne chiarito e i colpevoli furono condannati a un risarcimento”.
Nota bene: solo a un risarcimento, ma in quel contesto era già molto dato che “nella maggior parte dei casi le uccisioni rimangono del tutto impunite”.
Una delle ragioni di questo drammatico conflitto, secondo Carlos Romero, derivava dal fatto che la Colombia “è un vero e proprio paradiso naturale, ricco di risorse, ma con gravi contraddizioni sociali. In un paese di quaranta milioni di abitanti le proprietà sono concentrate nelle mani di circa 120mila persone. Inoltre ci sono almeno sei milioni di analfabeti e il salario minimo percepito dalla maggioranza dei lavoratori è a malapena sufficiente per vivere”.
Ovviamente le politiche neo-liberiste adottate dai vari governi colombiani avevano ulteriormente aggravato la situazione. In particolare “molti contadini rischiano letteralmente di morire di fame dato che otto milioni di tonnellate di alimenti vengono importate a prezzi inferiori di quelli prodotti in Colombia”. Come da manuale, erano stati privatizzati la sanità, la scuola, la produzione di energia elettrica, gli acquedotti, i telefoni. Producendo “ulteriore miseria, denutrizione, mancanza di servizi sanitari”.
Ma comunque – soprattutto nel sud-ovest del Paese – la popolazione si organizzava, resisteva.
Così come del resto avviene ai nostri giorni, se pur pagando purtroppo un caro prezzo. Per esempio, continuava “nella regione da cui provengo, il Cauca, si è sviluppato un forte associazionismo tra contadini, educatori e popolazione. Noi vogliamo recuperare le conoscenze tradizionali, ancestrali dei contadini. Studiamo e lavoriamo per conservare e proteggere i semi autoctoni, per impedire che quelli transgenici invadano le nostre terre, azzerando la nostra agricoltura e la nostra economia”.
Concetti simili mi erano stati forniti da un Cabildo (guida tradizionale) degli Uwa, una comunità particolarmente perseguitata e a rischio di estinzione che tuttavia insegnava “ai nostri bambini a conservare ogni pianta della foresta, o almeno i semi”.
Ad alimentare la resistenza di queste popolazioni, l’indispensabile solidarietà reciproca basata sul lavoro comunitario, sugli orti e le mense comunitari.
Così come erano – e sono – di natura comunitaria l’autodifesa e la difesa dell’ambiente naturale (in particolare delle foreste e dei fiumi).
Carlos Romero aveva poi ricordato un episodio specifico risalente all’anno precedente (novembre 1999) quando “abbiamo strappato al governo una piccola parte del bilancio per le infrastrutture indispensabili nella nostra zona. Per 26 (ventisei !) giorni migliaia di contadini avevano bloccato la principale strada internazionale che attraversa la Colombia”.
Un modo per far pressione sul Governo affinché “investisse nel sociale e non nella guerra e nella repressione”.
Ho riesumato questa antica testimonianza perché in questi giorni proprio nella regione del Cauca si è consumata l’ennesima violazione dei diritti umani e del Diritto dei popoli.
Ancora ai danni, com’era scontato, delle popolazioni indigene.
Durante un’operazione di sgombero delle terre comunitarie occupate, due indigeni (Abelardo Liz e Johel Rivera) sono stati ammazzati e almeno altri tre feriti dalla polizia nazionale e dall’esercito.
L’episodio si è svolto a El Barranco, zona rurale del comune di Corinto, nel Cauca.
Abelardo Liz era un attivo collaboratore della radio comunitaria locale mentre Johel Rivera era conosciuto come attivista delle azioni dirette denominate “liberazione della Madre Terra”.
Ossia, le occupazioni collettive a causa del non rispetto, da parte delle autorità governative, degli accordi in merito al recupero da parte degli autoctoni di porzioni di terre comunitarie di cui in passato erano stati espropriati.
L’Associazione dei Cabildo autoctoni del Nord del Cauca ha esplicitamente accusato l’esercito di aver utilizzato armi da guerra contro i manifestanti e di aver impedito l’accesso alle autoambulanze.
Per chi aveva scommesso sulla intrinseca bontà degli accordi di pace tra le FARC e il governo, forse è questa l’occasione (l’ennesima) per ricredersi. Anche senza contare gli ex guerriglieri assassinati, in Colombia da allora la lista di militanti ed esponenti della società civile vittime della repressione e di esecuzioni extragiudiziali non ha fatto altro che allungarsi.
Usque tandem?
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa SPECIAL #Andalucia
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Andalucia
#BELARUS – BIELORUSSIA: ARRESTATI DUE ANARCHICI – di Gianni Sartori

Riporto la notizia senza particolari commenti. E soprattutto senza voler con questo alimentare il dibattito in merito a quale sia il colore prevalente (arancione, rosso-bruno, fucsia…?) delle attuali rivolte e contestazioni al regime bielorusso.
Due anarchici – Alexander Frantskevich e Akihiro Khanada – sono stati arrestati il 12 agosto in Bielorussia. Il primo dei due, (già noto in quanto ex detenuto, dal 2010 al 2013), viene definito dalla polizia come il “leader del gruppo anarchico più radicale del paese: Azione Rivoluzionaria”. Come il gruppo anarco-situazionista di Gianfranco Faina e Salvatore Cinieri: un richiamo o una coincidenza?
Accusato in quanto “organizzatore di tumulti di massa”, rischia una pena tra i cinque e i quindici anni. Al momento invece non si conoscono le accuse rivolte all’altro militante arrestato. Un altro anarchico bielorusso, Nikita Yemelyanov, sta scontando una pena di quattro anni per “azioni a carattere simbolico su edifici governativi” a Minsk. In particolare contro tribunali e carceri.
All’epoca del primo arresto di Frantskevich (settembre 2010), con lui venivano imprigionati altri militanti libertari (Mikalai Dziadok, Ihar Alinevich, Jauhen Vas’kovich, Artsiom Pratapenka et Pavel Syramolatau). Accusati di vari attacchi incendiari (contro una banca, una caserma, una prigione, un commissariato, un casinò, l’ambasciata russa e anche contro la sede un sindacato di Stato in quanto non avrebbe “difeso i diritti dei lavoratori, ma contribuito al loro sfruttamento”) vennero processati nell’aprile 2011. Nell’ottobre 2010 – a un mese dal loro arresto – veniva attaccata per protesta la sede del KGB a Bobruisk.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Galiza
#CHILE #MAPUCHE – L’ULTIMO MESSAGGIO DEL PRIGIONIERO POLITICO MAPUCHE CELESTINO CORDOVA – di Gianni Sartori

Risaliva a una settimana fa il ricovero in ospedale per l’aggravarsi delle loro condizioni di salute di quattro prigionieri politici mapuche in huelga de hambre nel carcere di Angol.
Andavano così a raggiungere gli altri due huelguistas già ricoverati qualche giorno prima. Tutti ormai al centesimo giorno di sciopero della fame a cui il 5 agosto – ma solo per otto dei prigionieri in lotta – si era aggiunto anche quello della sete. Un nono prigioniero, Celestino Cordova, già ricoverato in gravi condizioni da circa quindici giorni all’ospedale di Nueva Imperial, pur proseguendo lo sciopero della fame non aveva intrapreso quello della sete.
La radicalizzazione estrema della loro protesta era conseguenza dell’ambiguo atteggiamento assunto dal governo nel corso delle trattative con i prigionieri (definito «tortuosa accion de dilatacion en la conversaciones»). Allo scopo evidente di non fornire risposte – e tantomeno soluzioni dignitose – alle richieste sia dei prigionieri che dei loro famigliari.
Così come aveva spiegato in conferenza stampa un portavoce della comunità, Rodrigo Coripan.
Ricordando poi che oltre ai nove del carcere di Angol partecipano alla protesta altri undici prigionieri mapuche rinchiusi in quello di Lebu (l’inizio della loro protesta risale a circa 50 giorni fa) e sette in quello di Temuco (sciopero iniziato da circa un mese).
Tutti richiedono che lo Stato applichi il Convenio (Accordo, Convenzione…) 169 della OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro) adottando misure alternative alla reclusione.
Ossia: avere la possibilità di scontare una parte della pena all’interno delle rispettive comunità.
Nel frattempo le condizioni di Celestino Cordova si sono ulteriormente aggravate.
Il leader tradizionale mapuche era stato condannato nel 2014 a diciotto anni di carcere per omicidio con un processo perlomeno discutibile, assai controverso e denso di irregolarità.
Quattro giorni fa Cordova ha inviato pubblicamente un messaggio che in molti – consapevoli della gravità delle sue condizioni – hanno interpretato come l’estremo saluto, un addio.
In sostegno ai prigionieri si sono registrate diverse manifestazioni, soprattutto nel sud del Paese. A Canete (regione di Bio Bio), dove una marcia di protesta veniva attaccata dalla polizia con lacrimogeni e cannoni ad acqua, si sono registrati scontri e alcune persone sono state arrestate.
Gianni Sartori
