#MemoriaStorica #EuskalHerria #Uruguay – La repressione del Filtro – 1994

MONTEVIDEO (Uruguay) – 24 agosto 1994

Durante le proteste per l’estradizione di militanti baschi verso la Spagna, la Polizia interviene duramente e la violenta repressione causa 2 morti, Fernando Morroni e Roberto Facal, nonchè centinaia di feriti.

Questo documentario racconta la lotta di una madre per avere verità e giustizia, e quella di due popoli affratellati. Nelle immagini vediamo, tra gli altri, l’indimenticato Jon Idigoras, allora deputato di HB.

#Turchia #Water – Appello urgente per una iniziativa contro la Turchia che interrompe la fornitura d’acqua a Heseke – segnalazione di Gianni Sartori

Le organizzazioni per i diritti umani e le organizzazioni della società civile hanno condannato il taglio dell’acqua da parte dell’occupazione turca ad Al-Hasakah e hanno affermato che in conformità al diritto internazionale questo atto è un “crimine di guerra e un genocidio”.
 
L’occupazione turca ha interrotto per più di 22 giorni l’acqua della centrale idrica di Alouk alla popolazione di Al-Hasakah e le sue campagne, creando una grave crisi nella sicurezza dell’acqua potabile. Le organizzazioni per i diritti umani e le istituzioni della società civile nella Siria settentrionale e orientale hanno rilasciato una dichiarazione al riguardo e hanno invitato la comunità internazionale a intervenire e fare pressioni sullo Stato turco di occupazione affinché garantisca il prima possibile l’acqua alla popolazione.
 
Il testo della dichiarazione recita:
 
“Appello urgente alle Nazioni Unite contro lo Stato di occupazione turco e le fazioni armate siriane che interrompono la fornitura di acqua potabile alle popolazioni nella città siriana di Al-Hasakah.
 
Per l’ottava volta da quando lo Stato turco e le fazioni armate siriane hanno invaso la città di Ras al-Ain (Serekaniye), Tal Abyad (Gire Spi) e i villaggi circostanti, hanno interrotto l’approvvigionamento idrico dalla stazione di Allouk dell’area occupata l’area di Ras al-Ain, poiché questi pozzi sono la principale e unica fonte d’acqua.
 
La struttura rifornisce un milione di persone nella città di Al-Hasakah, nel sotto-distretto di Tal Tamr, Al-Shaddadi, nelle sue campagne e nei seguenti campi: il campo di Washokani che ospita 11.900 persone, il campo di Al-Hol che ospita le famiglie dei membri dell’organizzazione terroristica dell’ISIS,il campo di Areesha con 12.800 persone e 72 rifugi all’interno della città di Al-Hasakah, contenenti più di 12.000 sfollati. Ciò coincide con l’aumento dei casi del nuovo Coronavirus nella regione che già soffre di infrastrutture deboli e carenza di personale medico, forniture, ospedali e centri sanitari,così come l’assedio imposto alla regione con la chiusura dell’unico valico di frontiera legittimo con l’Iraq per portare aiuti umanitari alla popolazione della regione, oltre alle alte temperature nella regione, che minacciano una catastrofica situazione umanitaria alla luce del silenzio della Coalizione Globale per combattere l’ISIS e dei timidi tentativi della Russia che sono stati vanificati dall’intransigenza turca e dal suo rifiuto di pompare nuovamente l’acqua.
 
Come accade in tutte le crisi, la mancanza d’acqua aumenta l’onere finanziario soprattutto sui dipendenti e sui redditi bassi.
 
Come Organizzazione per i diritti umani ad Al-Jazeera – Siria, le organizzazioni per i diritti umani e le organizzazioni della società civile, nonché tutte le attività legali e sui diritti umani condanniamo con la massima fermezza l’atto criminale dello stato di occupazione turco e delle fazioni armate siriane del taglio dalla fornitura di acqua potabile ad Al-Hasakah, che secondo la Convenzione di Ginevra costituisce un crimine di guerra e un genocidio. Allo stesso modo, secondo lo Statuto di Roma che ha istituito la Corte penale internazionale, le azioni illegali e irresponsabili della Turchia sono contraddittorie anche come potenza occupante, il che la espone alla questione legale internazionale.
 
Questi atti disumani sono volti a conseguire vantaggi politici e militari senza tenere conto degli urgenti bisogni umanitari delle persone per l’acqua. Pertanto, ci appelliamo alle Nazioni Unite e a tutte le organizzazioni internazionali e umanitarie nell’ambito umanitario e del soccorso, alla Coalizione globale per la lotta contro l’ISIS e al garante della Russia affinché intervenga e faccia pressione sullo stato di occupazione turco affinché rifornisca appena possibile l’acqua alla popolazione, di non sfruttare il bisogno dell’acqua della popolazione e a non usare la sete come arma nelle proprie mani, e lavorare per trovare una soluzione alternativa e permanente per la centrale idrica di Alouk in modo che le persone non rimangano prigioniere di questi atti irresponsabili dello stato di occupazione turco e delle fazioni siriane armate “.
 
 
 

I firmatari sono: l’Organizzazione per i diritti umani ad Al-Jazeera, l’Organizzazione per i diritti umani nell’Eufrate, l’Organizzazione per i diritti umani di Afrin – Siria, l’Iniziativa per la difesa dei diritti umani – Siria, il Comitato per i diritti umani di Al-Raqqa, il Centro della pace e della società civile di Al-Hasakah, l’Organizzazione Sanad, l’Associazione Bakra Ahla per il soccorso e lo sviluppo di Al-Hasakah, Centro pe la ricerca e la protezione dei diritti delle donne, Rete dei leader della Pace, Smart Center, Jumard società per la carità,Organizzazione per il soccorso e lo sviluppo del Rojava , Organizzazione IPV, Centro della Mesopotamia Center per gli studi e lo sviluppo, Associazione Shilan , Organizzazione Doz, Sovvenzione libera delle donne in Siria, Fondazione Jiyan per i diritti umani, Associazione Shawishka, Centro Orido per la società civile e la democrazia, Shams organizzazione per la riabilitazione e lo sviluppo,Consiglio delle donne siriane, Associazione Judi per lo sviluppo e il soccorso, Casa degli yazidi di Al-Jazeera, organizzazione PNL, Sarah organizzazione per la lotta alla violenza contro le donne.

#MemoriaStorica #Veneto – Venezia 24 agosto 1849 sul ponte sventola bandiera bianca ! – di Ettore Beggiato

 

 

La splendida esperienza della (seconda) Repubblica Veneta iniziata con la proclamazione del 22 marzo 1848, stava per concludersi nell’agosto 1849;  un anno e mezzo di indipendenza,  un periodo straordinario ricco di entusiasmi, di riforme, di slanci patriottici che continua, dopo oltre un secolo e mezzo, ad essere così poco conosciuto dai veneti.  

A Venezia, abbandonata da tutti, si percepiva la fine ormai prossima e il 3 agosto l’esasperazione degli animi provoca un increscioso assalto alla residenza del Patriarca, accusato da un gruppo di cittadini di aver sottoscritto una petizione con la quale si chiedeva al governo di far conoscere i motivi che potevano indurlo alla resistenza ad ogni costo.  

Il 6 agosto l’Assemblea concentrò su Manin ogni potere per l’onore e la salvezza di Venezia. 

Il 15 agosto l’epidemia di colera tocca l’apice: 402 casi con 270 morti. 

Il 18 Manin parla per l’ultima volta al popolo in piazza San Marco; le condizioni sono gravi, disse, ma non disperate. Per negoziare occorre calma e dignità; l’unica cosa che non si può chiedergli è la viltà: nemmeno per Venezia può arrivare a tanto. 

Il 21 in città arriva la notizia che anche  gli ungheresi di Lajos Kossuth hanno capitolato: Venezia è l’ultima città d’Europa a resistere agli Asburgo.

Il 22 una delegazione si reca nella terraferma mestrina, a Marocco, per trattare la resa di Venezia. 

Il 24 agosto il Governo provvisorio, con la dichiarazione di Manin, chiude la propria esperienza; il governo della città viene assunto dal podestà Correr e da 14 membri.  

Daniele Manin guida la lista dei 40 esiliati.

E la poesia dello scledense Arnaldo Fusinato descrive in maniera straordinariamente commovente e incisiva le giornate conclusive di quello che è, almeno per il momento, l’ultimo periodo di indipendenza del nostro popolo.  

ODE A VENEZIA

E’ fosco l’aere, il cielo è muto,

ed io sul tacito veron seduto,

in solitaria malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia! 

Fra i rotti nugoli dell’occidente
il raggio perdesi del sol morente,
e mesto sibila per l’aria bruna
l’ultimo gemito della laguna.

Passa una gondola della città.

“Ehi, dalla gondola, qual novità ?”

“Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!”

No, no, non splendere su tanti guai,
sole d’Italia, non splender mai;
e sulla veneta spenta fortuna
si eterni il gemito della laguna.

Venezia! l’ultima ora è venuta;
illustre martire, tu sei perduta…
Il morbo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!

Ma non le ignivome palle roventi,
né i mille fulmini su te stridenti,
troncan ai liberi tuoi di’ lo stame…
Viva Venezia!
Muore di fame!

Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!

Viva Venezia!

L’ira nemica la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca…
Sul ponte sventola bandiera bianca!

Ed ora infrangasi qui sulla pietra,
finché è ancor libera,
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto!

Ramingo ed esule in suol straniero,

vivrai, Venezia, nel mio pensiero;
vivrai nel tempio qui del mio core,
come l’immagine del primo amore.

Ma il vento sibila,
ma l’onda è  scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca…
Sul ponte sventola
bandiera bianca!

 

ETTORE BEGGIATO

 

 

 

#AFRICA #TUAREG – QUALCHE DOVEROSO DISTINGUO TRA TUAREG E JIHADISTI IN MALI – di Gianni Sartori

Non so. Magari alcune cose le dava per scontate, ma comunque  l’articolo di Pietro Veronese del 21 agosto (su la Repubblica) mi ha lasciato con qualche perplessità.

Vi si parla di un “caleidoscopio” di culture e di etnie, di un Paese ammirato da illustri visitatori (tra cui Martin Scorsese per “cercare le fonti del blues…”).  Di Dogon e di Tuareg “etnie-mito dell’Africa (…) oggi in guerra, vittime o complici dell’islamismo più feroce”.

Che – messa così – leggendo il seguito e sapendo delle aggressioni subite dai Dogon (onorata e rispettabile minoranza, sia chiaro) verrebbe da pensare che invece i Tuareg (una Nazione senza Stato che vive – e si sposta –  non solamente entro i confini del Mali; inevitabile un’analogia con i Curdi) siano in combutta organica e stabile con le bande jihadiste.

Sempre stando all’articolo, la diffusione in Mali dell’islamismo radicale sembrerebbe coincidere  con il rientro delle “milizie nomadi”(notoriamente rappresentate soprattutto da Tuareg) “alleate del beduino Gheddafi”. Magari sorvolando sulle ragioni per cui molti Tuareg (in parte legati al  Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, ) si erano rifugiati in Libia per sfuggire alla repressione. Tra l’altro, fra le ipotetiche ragioni dell’aggressione alla Libia, qualche osservatore suggeriva il rifiuto sia da parte di Gheddafi, sia delle milizie tuareg di prestarsi a venir utilizzate contro altri movimenti africani (in particolare in Somalia come avrebbe richiesto Washington fornendo nel contempo armi e attrezzature moderne). Chissà?

Non si può mai dire, naturalmente. Anche se personalmente ritengo che la ragione principale per l’attacco alla Libia sia lo spot pubblicitario di Sarkozy. All’epoca Parigi incontrava qualche difficoltà nel vendere i suoi nuovi aerei Dassault Rafale (vedi la disdetta, temporanea, da parte del Brasile) e così ebbe modo di mostrarne l’efficacia direttamente sul campo. Bombardando i suoi stessi Dassault Mirage – ancora al suolo – venduti alla Libia soltanto pochi anni prima.

In effetti a seguito della caduta di Gheddafi la maggior parte dei Tuareg prese la via del ritorno verso casa. Già che c’erano portandosi appresso una discreta quantità di armamenti sofisticati. Armi, in parte poi incautamente vendute a gruppi jihadisti ben riforniti di petrodollari.

Capita, talvolta, ai poveri di far cazzate del genere.

Senza comunque ignorare che effettivamente qualche ex esponente del MNLA (come Iyad Ag Ghali) si era avvicinato alle milizie jihadiste in contrapposizione agli ex compagni di lotta.

Frutto – presumibilmente – più che di conversione religiosa, di personalismi e faide interne.

Per farla breve, si arrivava al 6 aprile 2012 e alla dichiarazione unilaterale di indipendenza  dell’Azawad che di fatto spaccava il Mali in due. L’antico sogno tuareg si stava forse per realizzare? Macché. Non erano trascorsi nemmeno venti giorni quando – non si capiva se per inesperienza,  stupidità o sotto minaccia – alcuni referenti del MNLA presenti sul campo firmavano un accordo- capestro con Ansar Al-Din, un gruppo islamista  finanziato da Al Qaida nel Maghreb islamico (e non entro qui nelle ragioni che hanno portato all’uso improprio del termine Maghreb da parte di questa organizzazione terroristica). Nella prospettiva della creazione di un “Consiglio transitorio dello Stato islamico dell’Azawad” formato d 40 membri, 20 del MNLA e 20 di Ansar Al-Din.

Addirittura, pare, con l’applicazione della sharia e la costituzione della polizia islamica (hisba).

Come definirlo? Un matrimonio forzato, una chimera? Sicuramente esistono metodi più semplici per suicidarsi politicamente.

A sua parziale giustificazione Bilal Ag Sherif, segretario del MNLA e firmatario dell’accordo, sosteneva di aver agito per evitare una guerra interna tra Tuareg ritenendo così di spingere i fratelli integrati in Ansar Al-Din  ad abbandonare i ranghi jihadisti. Situazione che mi ricordava il dramma dei gudari – i combattenti baschi antifascisti – di fronte ai fratelli integrati nelle milizie carliste (i requétes) a cui, ingannandoli, Franco aveva promesso l’autonomia delle Vascongadas. Per inciso, sappiamo come questi ultimi ebbero poi – e  amaramente – l’occasione per ricredersi, ben prima degli eventi del 1976 a Montejurra (Jurramendi).

Comunque – tornando all’accordo del 2012 – si trattava evidentemente di una mostruosità e come tale venne prontamente sconfessata dal coordinamento dei responsabili del MNLA (in gran parte rifugiati in altri Paesi africani per sfuggire alla repressione).

Il portavoce del MNLA Habaye Ag Mohamed definiva “inconciliabile con la linea politica del MNLA l’atteggiamento fondamentalista e in particolare il jihadismo salafita portato avanti da Ansar Al-Din”

Bilal Ag Sherif, firmatario del documento, veniva severamente richiamato all’ordine e invitato a rompere  tale accordo seduta stante.

Interveniva quindi Nina Valet Intalou, nota militante tuareg ed esponente dell’Ufficio esecutivo del MNLA. Con forza dichiarava di “rigettare categoricamente questo accordo, perché cercare di evitare una guerra fratricida non significa accettare il diktat imposto da gruppi oscurantisti”.

Il documento, aveva poi spiegato Nina Walet Intalou “era stato firmato pensando che i nostri fratelli Tuareg schierati con Ansar Al-Din avrebbero lasciato questa organizzazione terroristica.

Avremmo potuto accettare uno Stato islamico democratico, pensando che noi siamo già musulmani. Ma il documento proposto da Iyad Ag Ghali  è veramente contrario agli obiettivi del MNLA e alla nostra cultura. Quello che lui vorrebbe è uno Stato talebano”. 

Siamo, ricordo, nel 2012 e quindi il confronto veniva spontaneo con i talebani. Oggi probabilmente evocherebbe lo spettro dell’Isis.

A conferma della radicale estraneità tra il movimento per l’autodeterminazione e l’integralismo islamista, il 5 e il 6 giugno 2012 centinaia di donne e di giovani tuareg della città di Kidal scendevano in strada per protestare contro i fondamentalisti. Successivamente, nella notte tra il 7 e l’8 giugno, avvenivano nutriti scambi di colpi di armi automatiche tra militanti di MNLA e di Ansar Al-Din.

Come è noto – o forse no – la storia della lotta tuareg per l’autodeterminazione (sia indipendentista che autonomista) è da sempre attraversata da scissioni e conflitti interni.

Anche colui che all’epoca rivestiva il ruolo di capo di Ansar Al-Din, Iyad Ag Ghali, in precedenza si era distinto come promotore delle rivolte degli anni novanta del secolo scorso.

Ma, almeno fino a quel momento, le istanza dell’islamismo radicale non avevano trovato spazio significativo  all’interno del movimento tuareg, da sempre sostanzialmente laico.

La storia successiva è  nota. Dopo qualche mese il Nord del Mali era ormai completamente in mani jihadiste (oltre ad Ansar Al-Din, anche il Muiao e direttamente AQMI) e con la riunione internazionale di Bamako del 19 ottobre 2012 si avviava quel “progetto di intervento militare credibile” richiesto nella settimana precedente alla Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cedao) e all’Unione Africana. La Francia riusciva a coinvolgere i 15 Paesi membri del Consiglio di Sicurezza e porre la questione sotto il capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (in quanto la situazione del Paese africano costituiva “una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale”). Nel frattempo una delegazione algerina si era recata a Washington (gli USA vedevano con favore “una operazione militare condotta dagli africani” piuttosto che l’intervento di una forza internazionale come chiedeva Bamako) per discutere in merito a un proprio ruolo.

Da parte del governo, in prossimità dei territori occupati,  erano già stati allestiti campi di addestramento. Ma – vuoi per mancanza di mezzi, vuoi per imperizia – risultavano alquanto scadenti. Con i volontari alloggiati in strutture  provvisorie, senza armi e addirittura scarsamente riforniti di generi alimentari (letteralmente “alla fame” secondo alcuni visitatoti, nemmeno in grado di compiere l’addestramento). Com’era prevedibile, molti disertarono per raggiungere Ansar Al-Din e il Mujao (Movimento unicità e jihad nell’Africa dell’Ovest). Infatti tali organizzazioni, ben finanziate, garantivano “assistenza economica alle famiglie di ogni combattente vivo o morto e un’abitazione fino al momento in cui i figli saranno in grado di sposarsi”.

Sappiamo poi com’era andata a finire.

Va solo ricordato che – a conti fatti – nel 2013 anche i combattenti tuareg si schierarono a fianco dell’Esagono nella battaglia contro i gruppi jihadisti.

Gianni Sartori

#VENETO #SanMarco – Nel “Lacus Venetus” (Lago di Costanza) reliquie di San Marco Evangelista – di Ettore Beggiato

Nell’antichità di chiamava “Lacus Venetus”, ai nostri giorni si chiama Lago di Costanza o Bodensee in tedesco, un lago decisamente importante che bagna tre stati (Germania, Svizzera e Austria), il grande fiume Reno ne è il principale immissario e l’unico emissario; il lago è caratterizzato da tante belle cittadine, da Lindau a Costanza, da Meersburg a Uberlingen all’isola di Mainau. 

Il nome “Lacus Veneuts” risale a circa duemila anni fa, viene citato da Pomponio Mela, prestigioso geografo d’origine iberica vissuto nei primi decenni dopo Cristo, autore della opera geografica latina più antica, la “De chorografhia” ; sull’origine del nome ci sono diverse teorie, chi lo attribuisce a delle tribù venete che avrebbero vissuto nei dintorni (riferimenti a tribù venete ci sono in svariate parti dell’Europa e dell’Asia, dai Veneti della Bretagna massacrati da Giulio Cesare ai Veneti della Polonia (Tolomeo chiamava il mar Baltico Sinus Venedicus) , dai Eneti citati anche da Omero a svariate altre testimonianze. 

Altri attribuiscono la genesi del toponimo “Venetus” all’incredibile colore azzurro-turchese delle acque del lago e poiché nell’antichità azzurro era quasi un sinonimo di veneto ne deriverebbe il nome del lago; non so se sia un caso, però, ancor ai giorni nostri c’è un sentiero europeo, E 5, che collega il Lago di Costanza (Lacus Venetus) alla Terra dei Veneti … ripeto, casualità o qualcosa di ancestrale ? 

Ma nel Lacus Venetus c’è anche un luogo di grande spiritualità, l’isola di Reichenau, riconosciuta come patrimonio mondiale della cultura dall’Unesco e definita “culla della civiltà occidentale” in un volumetto che ho preso sul posto; nell’isola, già nel 724 il vescovo Pirmin fondò con 40 confratelli un monastero benedettino; da allora l’isola divenne un centro di grandissima importanza e ancor oggi ci sono tre centri di grande interesse storico e artistico: la Basilica dei Santi Pietro e Paolo, la Chiesa di San Giorgio e la Chiesa abbaziale dei Santi Maria e Marco; e proprio in quest’ultima ho “scoperto” con mio grande stupore, un prezioso scrigno con le reliquie di San Marco Evangelista. 

Nel volume di Timo John “L’isola del monastero di Reichenau sul Lago di Costanza” leggo che le reliquie di San Marco furono portate dal vescovo Ratolt da Verona nell’830 sotto lo pseudonimo delle reliquie di S. Valente; l’autenticità delle spoglie sacre fu confermata dopo quasi un secolo dal vescovo Notino di Costanza (919-934); ogni anno il 25 aprile, giorno di San Marco, le reliquie dell’Evangelista vengono portate in processione attraverso l’isola e si festeggia San Marco … proprio come nella Terra di San Marco.  

Ettore Beggiato