#SÜDTIROL – Commemorazione presso il Campo di concentramento italiano di Prato d’Isarco – 7 settembre 2019 – comunicato stampa bilingue

Karneider Gemeinderat Karl Saxer liest aus dem „Diarium“ eines KZ-Wachmannes

Heimatbundobmann Roland Lang: Auffindung des Tagebuchs eines KZ Wächters durch den Buchautor Günther Rauch ist ein großer Glücksfall.

Am 7. September findet in Blumau mit Beginn um 18.00 Uhr eine Gedenk- und Mahnwache der Heimatvereine statt, um an die im italienischen KZ „Campo di concentramento Prato d’Isarco“ von 1941 bis 1943 gefangen gehaltenen antifaschistischen Regimegegner und Soldaten der alliierten Truppen zu erinnern. Neben Ansprachen verschiedener Südtiroler Persönlichkeiten ist eine Kurzlesung aus dem Tagebuch eines im KZ Campo Prato d’Isarco tätigen Trentiner Wachsoldaten vorgesehen.

Diese Vorlesung hält der Karneider Gemeinderat Karl Saxer, einer der besten Kenner der Blumauer Dorfgeschichte. Saxer wird einige Tagebuchpassagen vorlesen die sich auf die ersten Eindrücke beziehen, welche nicht weniger als sechundsechszig vom Generalstab des Bozner Armeekorps am Dreikönigstag 1941 nach Blumau abkommandierte Scharfschützen beim Betreten des mit doppelten Stacheldraht und hohen Mauern umzäunten Konzentrationslagers gewonnen haben.

Ersten Einblick vom KZ im Tagebuch eines Lagerwächters festgehalten.

Durch die vom Trentiner KZ-Wächter im Tagebuch festgehaltenen Eindrücke erhält man einen ersten Einblick über das 1940 im Auftrag des italienischen Ministerpräsidenten Benito Mussolini vom Staatssekretär und späteren Kriegsminister Guido Buffarini-Guidi in Zusammenarbeit mit dem Bozner Präfekten und Hochkommissar für die Umsiedlung der Südtiroler ins Dritte Reich, Agostino Podestà, und dem Komando des Bozner Armeekorps auf dem früheren Brauereigelände errichtete faschistische Konzentrationslager.

Roland Lang: Auffindung des Tagebuchs eine großer Glücksfall

Für Roland Lang, dem Obmann des Vereins Südtiroler Geschichte und des Südtiroler Heimatbundes und somit Mitträger der Gedenkveranstaltung von Blumau, ist das Erscheinen des „Diariums“ des Trientiner Wachmannes ein großer Glücksfall.

Es untermauert die bereits vom Buchautor Günther Rauch in jahrelanger, mit großer Akribie geführten und im Buch „Italiens vergessenes Konzentrationslager ‚Campo d’Isarco‘ bei Bozen (1941-1943) veröffentlichten Recherche.

Das aus einer tiefkatholischen Bauernfamilie stammenden und am Fuße des Paganella Bergmassiv aufgewachsenen Scharfschützen stellt  eine außerordentlich wichtige Quelle dar über das militärische Leben des späten, von grausamen Kriegen, Leid und Tod gekennzeichneten „Ventennio fascista“.

KarI Saxer, consigliere comunale di Cornedo all’Isarco leggerà brani dal diario di una guardia del “campo di concentramento Prato d’Isarco”
Roland Lang: il ritrovamento delle memorie di un soldato di guardia al campo da parte di Günther Rauch,  ricercatore storico e autore di due libri sul campo fascista, è un grande colpo di fortuna.

Sabato 7 settembre si terrà a Prato all’Isarco con inizio alle 18.00 una veglia per non dimenticare le atrocità delle dittature nazifasciste e in memoria degli internati, oppositori antifascisti del regime e prigionieri di guerra, del campo di concentramento italiano di Prato d’Isarco. Il campo voluto da Benito Mussolini era in vigore dal primo di gennaio 1941 a settembre 1943.

Durante la veglia antifascista, che si svolgerà dalle ore 18.00 alle ore 19.00 davanti alla lapide in memoria del campo in via Tires, prenderanno la parola varie personalità sudtirolesi e trentine, fra cui lo scrittore Trentino Giuseppe Matuella e il capo degli Schützen Jürgen Wirth Anderlan.

Uno dei momenti principali della manifestazione sarà la lettura da parte del Consigliere Comunale di Cornedo all’Isarco e grande conoscitore della storia di Prato all’Isarco, Karl Saxer, di brani scelti dal diario di un sorvegliante del “Campo di concentramento Prato d’Isarco”.

Saxer leggerà alcuni brani riferiti in particolare alle prime impressioni che sessantasei tiratori scelti e soldati inviati dallo Stato Maggiore dell’Esercito italiano a Prato all’Isarco per servizi di vigilanza, ebbero entrando il giorno di epifania del 1941 nel campo di concentramento attorniato da alti muri di cinta e da una schermata di filo spinato.

Un soldato del battaglione Pusteria ha descritto nel diario le sue prime impressioni del campo di concentramento Prato d’Isarco.
Attraverso il racconto nel diario della guardia si avrà una prima descrizione del campo,  voluto dal capo di governo italiano Benito Mussolini e dal suo Segretario di Stato (poi Ministro di guerra) Guido Buffarini-Guidi, già a Bolzano per la “Grande Opzione”, e messo in opera sui terreni e edifici dell’ex-Birreria a Prato all’Isarco, dal prefetto di Bolzano, Agostino Podestà, già prefetto di Perugia e inviato in Sudtirolo come Alto commissario per l’ “esecuzione degli accordi italo-tedeschi per l’Alto Adige” e il trasferimento dei sudtirolesi nel terzo Reich.

Roland Lang: “il ritrovamento nel diario un grande colpo di fortuna”
Per Roland Lang, presidente dell’Associazione Storia del Südtirol e del Südtiroler Heimatbund e membro del Comitato di organizzazione della commemorazione Prato d’Isarco,  la comparsa del diario del guardiano è un grande caso fortunato. Le memorie del soldato italiano confermano in pieno la lunga, meticolosa e attenta ricerca già condotta da Günther Rauch, uno dei più autorevoli e documentati pubblicisti sudtirolesi, già  pubblicata nel libro “Italiens vergessenes Konzentrationslager ‘Camp d’Isarco bei Bozen (1941-1943)”. Il libro sul “campo di concentramento dimenticato dall’Italia” è uscito nel settembre 2018 e ha avuto un grande eco. Già dopo poche settimane il libro era esaurito.
Secondo Roland Lang, il diario scritto da un soldato Trentino proveniente da una famiglia di poveri contadini e di profonda fede cattolica, è una fonte importante su alcuni avvenimenti nel campo adiacente alle strade che porta al Brennero, ma in particolare anche sulla la vita militare degli ultimi anni del ventennio fascista, caratterizzato da grandi sofferenze, da crimini di guerra e di morte nel Montenegro e nei Balcani, di crudeli misfatti fascisti.

“#HoTornaremAFer” – Milano, 28 settembre 2019 – PROTAGONISTI – prof. AURELI ARGEMI’ (intervistato da Gianni Sartori nel 1988)

Argemì premio Creu de S.Jordi

Il prossimo 28 settembre a Milano, durante il Convegno “#HoTornaremAFer, la via catalana verso la Libertà”, organizzato da Centro Studi Dialogo, avremo con noi il prof. Aureli Argemì, fondatore e presidente emerito del Ciemen di Barcelona, una delle figure storiche del moderno catalanismo culturale, animatore di numerose inziative che negli ultimi decenni hanno contribuito al rilancio della problematica catalanista. Lo vorremmo presentare ai nostri lettori con un’intervista realizzata dal nostro amico e collaboratore Gianni Sartori nel 1988, in occasione di uno dei suoi  innumerevoli viaggi nelle Nazioni senza Stato d’Europa.

INTERVISTA CON AURELI ARGEMÌ

“CENTRE  INTERNACIONAL ABAT ESCARRÈ PARA A LES MINORIE ETNIQUES I LES NACIONS”

(1988)

Anche durante il franchismo la Chiesa seppe difendere la cultura e i diritti del popolo catalano. Alcuni monasteri, in particolare Montserrat, divennero il riferimento, la “casa aperta” per molti oppositori. Per non parlare delle coraggiose prese di posizione di alcuni religiosi come Mossén Pon Rovira e Mossén Carreras, durante gli ultimi anni della dittatura quando Franco (già moribondo) ordinava ancora di garrotare e fucilare giovani guerriglieri baschi e catalani.

Agli inizi degli anni suscitò un certo clamore la richiesta, fatta dal Vescovo di Solzona, di una Conferenza Episcopale catalana separata da quella spagnola.

Una figura assai rappresentativa di questo atteggiamento della Chiesa catalana è Aureli Argemì, segretario generale e fondatore del CIEMEN e figura carismatica del moderno catalanismo.

Lo abbiamo incontrato nella sede del  “Centre  Internacional Abat Escarrè Para A Les Minorie Etniques I Les Nacions”, Pau Claris 106, Barcelona.

CI PUÒ DIRE BREVEMENTE COS’È IL CIEMEN, COME E DOVE È NATO, COME SI SOVRAPPONE CON LA SUA STORIA PERSONALE?

La fondazione del “Centro internazionale Abate Escarré sulle minoranze etniche e nazionali” risale 1l 1975. All’epoca mi trovavo in Italia, esiliato. Proprio a Milano, nel 1976, abbiamo cominciato a pubblicare un bollettino che diventerà poi la nostra prima rivista: “Minoranze”. Ne vennero stampati 17 numeri, fino alla sospensione delle pubblicazioni per ragioni economiche. Ricordo tra l’altro che abbiamo parlato della fondazione della “Lega per i diritti e la liberazione dei popoli” e pubblicato lo Statuto della Lega stessa.

Con la morte di Franco abbiamo potuto trasferire tutta l’attività del Centro a Barcellona conservando comunque molti rapporti con l’italia a cui mi sento ancora molto legato. Questo naturalmente non solo perché vi abbiamo fondato il “Ciemen”, ma in particolare per i molteplici e costanti contatti che manteniamo con quelle realtà che in Italia chiamate minoritarie e che noi preferiamo definire “minorizzate”.

QUAL È ATTUALMENTE LO “STILE” DEL VOSTRO INTERVENTO, QUALI SONO LE VOSTRE PROPOSTE POLITICHE?

Il “Ciemen”, come dicevo, ha Barcellona come nucleo più attivo, ma è un Centro internazionale.

Si occupa quindi principalmente dei rapporti a livello internazionale tra i popoli oppressi di tutto il mondo, con un interesse particolare per i popoli d’Europa. Attualmente abbiamo una rete di contatti che ci permettono non soltanto di pubblicare riviste, raccogliere informazioni direttamente sul luogo ecc., ma anche di organizzare convegni, seminari internazionali.

In questo momento (1988, Nda) stiamo lavorando ad una organizzazione che è nata dal “Ciemen” ma che non è il “Ciemen”, è una iniziativa molto più vasta, consistente, a cui abbiamo dato il nome di “Conseo”, sarebbe come dire “Conferenza delle Nazioni”, una conferenza permanente delle Nazioni senza Stato dell’Europa occidentale. E’ un organismo che si propone di intervenire costantemente in tutti quei dibattiti in corso sui popoli minorizzati dell’Europa.

L’assemblea costituente risale a qualche anno fa e nell’88 si è tenuta una seconda assemblea per discutere soprattutto dei problemi relativi ai diritti collettivi dei popoli.

In pratica fu il nostro contributo a tutti i preparativi per il secondo centenario della Dichiarazione dei diritti umani individuali. Il nostro obiettivo (a cui stiamo lavorando con diversi altri gruppi) è quello di presentare una Carta dei diritti collettivi dei popoli.

Il nostro impegno è di promuovere, diffondere a livello europeo i risultati  delle nostre ricerche, dei nostri studi in proposito. Recentemente abbiamo organizzato dei convegni sul “diritto all’autodeterminazione in Europa”, pubblicando anche due volumi che ritengo fondamentali per affrontare il problema.

Il Ciemen quindi svolge innanzitutto un lavoro di ricerca per poter intervenire puntualmente in difesa dei diritti collettivi dei popoli sia a livello dei mezzi di comunicazione che in convegni, conferenze, dibattiti. Ci interessa particolarmente sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di tutti quei problemi interni dell’Europa che secondo noi andrebbero letti nell’ottica del colonialismo e della discriminazione.

Certo è più facile vedere come questi problemi esistano in altre parti del mondo, ma il più delle volte quando si manifestano in Europa non si analizzano nello stesso modo e si cercano giustificazioni ideologiche per problemi rimasti da sempre irrisolti. Invece il problema dei popoli minoritari è comune praticamente a tutti gli stati europei (esclusi il Portogallo e l’Islanda). Noi cre-diamo che un giorno si arriverà a risolvere questi problemi che sono problemi umani basilari e probabilmente sarà l’Europa stessa, nel suo insieme, a trarne vantaggio. Per questo noi lavoriamo per costruire non l’Europa degli Stati, ma l’Europa dei Popoli, delle Nazioni.

QUAL’ERA LA SITUAZIONE DELLA LINGUA E DELLA CULTURA CATALANE DURANTE IL FRANCHISMO? QUAL È ATTUALMENTE? E’ POSSIBILE UN CONFRONTO? COSA HA COMPORTATO DA QUESTO PUNTO DI VISTA LA ‘‘TRANSIZIONE”??

Durante il franchismo la lingua catalana (e con la lingua anche la cultura) era semplicemente vietata; non si poteva insegnare, non si poteva usare in pubblico, non era ovviamente presente nei mezzi di comunicazione. Questo comunque non è stato un fatto esclusivo del franchismo ma rientra nella tradizione politica di ogni governo centralista nei riguardi della Catalogna. Infatti la persecuzione della lingua catalana cominciò nel 1714, quando la monarchia borbonica, grazie agli eserciti spagnolo e francese, arrivò a dominare i Paesi catalani.

Da quel momento si fece tutto il possibile per far dimenticare ai Catalani di essere tali. Cominciò allora una vera e propria persecuzione che si concretizzò in momenti più o meno forti di repressione. Ad un certo momento, nell’800, mentre in tutta l’Europa si stava elaborando una nuova cultura legata al principio dello Stato-Nazione (v. le grandi politiche di unificazione ecc.) in Catalogna, con la rivoluzione industriale, si sviluppò una nuova borghesia che difendeva la lingua e la cultura come elementi importanti di affermazione della propria identità, non ancora o non completamente in senso nazionale ma almeno come popolo distinto. In molte altre zone d’Europa questa è stata la premessa per la creazione di nuovi Stati. Qui invece, per tutta una serie di circostanze, la borghesia non è riuscita a creare un nuovo Stato, uno Stato catalano, ma soltanto a favorire la rinascita (un rilancio molto forte) della lingua e della cultura, in sintonia comunque con gli analoghi processi di tutta Europa.

Questa coscienza della propria identità ha avuto un ruolo molto importante durante quasi un secolo in cui si sono alternati periodi di persecuzione con altri di tolleranza. Un periodo particolarmente duro è stato quello della prima dittatura, dal 1923 al 1929, seguito da un periodo di segno diametralmente opposto.

Con la nascita della Repubblica spagnola il catalano diventa la lingua ufficiale della Catalogna.

Già durante la guerra il franchismo aveva capito con molta chiarezza che bisognava fare tutto il possibile contro tutte le lingue e le culture diverse da quella ufficiale, ossia dallo spagnolo. Comunque già durante la dittatura, soprattutto durante gli ultimi anni, erano sorti molti organismi clandestini che portavano avanti una difesa molto coraggiosa della lingua e della cultura. Fra questi vanno ricordati prima di tutto quelli legati alla Chiesa catalana che ha lottato sia contro il franchismo che in difesa della nostra identità.

Fra i grandi esponenti della Chiesa catalana vi è appunto l’Abate Escarré, espulso da Franco e vissuto in Italia dal 1965 al 1968, fino al giorno della sua morte. Allora io ero il suo segretario e lo seguii restando in Italia alcuni anni.

PUÒ SOFFERMARSI SULLA SUA PERSONALE ESPERIENZA A RIGUARDO?

Come ho detto, anch’io provengo da quel baluardo della lingua e della cultura catalana che è stato ed è il monastero di Montserrat e anch’io fui espulso dalla Spagna franchista con un gruppo di monaci per ragioni politiche. Ho trascorso il mio esilio parte in Italia e parte nel sud della Francia, vicino alla frontiera, in quella che noi chiamiamo Catalunya nord.

Qui ho trascorso gli ultimi anni del franchismo (mantenendo comunque sempre rapporti anche con l’Italia) avendo la possibilità di continuare a rapportarmi con la realtà catalana.

E TORNANDO ALLA DOMANDA PRECEDENTE…?

Dicevo che alla morte di Franco esistevano già le premesse, una realtà di base creata da tutta la resistenza democratica, per lavorare in favore della lingua e della cultura catalana. Nel 1978 con la nuova Costituzione spagnola veniva garantito, almeno teoricamente, il rispetto di tutte le diverse realtà culturali e linguistiche.

Lo statuto di Autonomia per la Catalogna è del 1979. In questo statuto viene detto chiaramente che la lingua propria della Catalogna è il catalano, lingua ufficiale insieme allo spagnolo.

Questa affermazione è molto importante, basilare (benché sia anche un po’ confusa, contradditoria nell’affermare che vi sono due lingue ufficiali).

A partire da allora il catalano è stato la lingua delle istituzioni catalane, la lingua obbligatoria nelle scuole, la lingua da introdurre nei mezzi di comunicazione di massa.

In realtà la lingua catalana si trova ancora in una situazione, direi, di inferiorità sia nel campo amministrativo che in quello dell’insegnamento. Infatti le leggi spagnole non consentono ad un governo autonomo di esercitare tutte le competenze e nelle scuole molti insegnanti non sono catalani. Di conseguenza le scuole dove tutte le lezioni si svolgono in catalano sono inferiori di numero rispetto a quelle dove si fa tutto in spagnolo.

Benché il catalano sia formalmente obbligatorio in tutte le scuole non si può certo dire che tutte le scuole facciano tutto in catalano.

Questo si nota particolarmente a livello universitario dove si può scegliere tra spagnolo e catalano e si finisce col fare quasi tutto in spagnolo (significativa in proposito come “inversione di tendenza” l’esperienza, recente ma ricca di prospettive, in atto presso l’Università di Valencia).

Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione abbiamo in questo momento un canale televisivo i cui programmi sono tutti in catalano. Gli altri canali pubblici sono spagnoli, ma hanno l’obbligo di trasmettere per qualche ora al giorno in catalano. Possiamo dire che la proporzione è ancora favorevole allo spagnolo anche se il catalano sta recuperando terreno a diversi livelli (1988, Nda). Questa per noi non è ancora la situazione ottimale, ma si assiste ad un processo di normalizzazione linguistica che valutiamo positivamente.

IL VOSTRO CENTRO È DEDICATO ALLA MEMORIA DELL’ABATE ESCARRÉ: QUAL È STATA LA SUA POSIZIONE DURANTE IL FRANCHISMO?

L’abate Escarré è stato abate di Montserrat. Storicamente il monastero di Montserrat è sempre stato , in modo particolare durante il franchismo, la casa aperta a tutti i movimenti democratici del paese. L’abate Escarré ha preso posizione molto duramente contro il franchismo soprattutto su due aspetti: prima di tutto sul fatto che il franchismo ostentava la bandiera del cattolicesimo come difesa della propria ideologia. L’abate Escarré ha detto chiaramente e pubblicamente che questo era un modo per nascondere tutto quello che di anticristiano faceva il regime. Accusava il regime di essere una dittatura. D’altro canto l’abate Escarré è stato anche l’esponente più importante del mondo della Chiesa a difendere i diritti dei catalani alla propria lingua, alla propria cultura, alla propria identità.

E anche questo pubblicamente, fino al giorno della sua espulsione.

QUALI SONO GENERALMENTE I RAPPORTI TRA IL POPOLO CATALANO E GLI IMMIGRATI? E QUALI SONO I VOSTRI RAPPORTI CON GLI ALTRI POPOLI DELLA PENISOLA IBERICA (BASCHI, GALLEGHI, ANDALUSI, GITANI…)?

Premetto intanto che l’area linguistica catalana non è limitata soltanto alla Catalunya, ma che dobbiamo considerare anche il Paese Valenziano e le Isole Baleari (per cui si parla di Paisos Catalans, PP.CC., Nda). La situazione linguistica e culturale è diversa in ognuna di queste tre regioni dei Paesi Catalani. 

La Catalunya, essendo un paese altamente industrializzato, è particolarmente interessata dal fenomeno dell’immigrazione. Si tratta generalmente di immigrati dalle zone del sud della Spagna, soprattutto andalusi.

Attualmente sono più di un milione. Ovviamente questo ha creato il problema non indifferente della integrazione degli andalusi.

Durante il franchismo questa integrazione avveniva quasi spontaneamente, nel senso che quelli che difendevano la lingua e la cultura catalane erano automaticamente antifranchisti, a favore della democrazia. A quel tempo quindi gli andalusi arrivati nel nostro paese si integravano facilmente, senza conflitti.

Soltanto in seguito, quando alcuni partiti politici hanno cominciato a sostenere che in Catalunya esistevano due lingue e due culture, molti di loro hanno assunto un atteggiamento di rifiuto nei riguardi dell’integrazione. In questo momento non stiamo ancora assistendo ad una “guerra linguistica e culturale”, ma ci troviamo in una situazione che definirei di conflitto latente; non è la situazione normale che poteva esistere, almeno apparentemente, in periodi anteriori.

La nostra politica, quella che vogliamo continuare a portare avanti, è di non creare ulteriori conflitti, ma di impegnarci per la maggiore integrazione possibile degli immigrati.

Naturalmente c’è ancora molto da fare dato che qui attualmente si stanno parlando due lingue. Devo anche dire che si va diffondendo un nuovo atteggiamento, prima sconosciuto: molti immigrati si rifiutano semplicemente di imparare il catalano.

In questo momento praticamente tutti (o comunque la stragrande maggioranza) lo capiscono. Una inchiesta realizzata alla fine del 1987 ha confermato che il catalano viene compreso dal 90% dei catalani, da coloro che abitano in Catalogna; questo è ovvio dato che è una lingua neolatina, facilmente comprensibile anche da chi parla castigliano.

Concludendo: il problema non è di facile soluzione, ma è possibile intravedere un processo che permetterà di arrivare ad una intesa, a superare questa divisione che si potrebbe creare tra i catalani di origine e quelli delle più recenti immigrazioni. –

Quanto alla seconda parte della domanda possiamo dire che noi catalani ci sentiamo molto legati a tutte le lotte del popolo basco e del popolo gallego. La nostra condizione è comune: noi abbiamo una lingua e una cultura oppresse e quindi abbiamo più simpatia per coloro che lottano per difendere la propria identità.

Ma non ci fermiamo a questo: attualmente c’è una grande solidarietà anche con le lotte sociali che si stanno portando avanti in Andalusia. Da noi come ho detto ci sono molti immigrati andalusi. Molti di loro tornano nella loto terra con una nuova coscienza della loro identità.

Questo crea una simbiosi, una premessa al reciproco riconoscimento e alla difesa della nazione catalana e di quella andalusa, qualcosa di simile al rapporto che qui si vive con gli altri popoli della penisola iberica.

INTENDE DIRE CHE L’IMMIGRAZIONE HA FAVORITO INDIRETTAMENTE NEGLI ANDALUSI UNA MAGGIORE COSCIENZA DELLA LORO CONDIZIONE DI OPPRESSI DA PARTE DELLO STATO SPAGNOLO?

Si, proprio così. Non si può ancora considerarlo un fenomeno generalizzato, ma noi, per esempio, stiamo da tempo collaborando con gruppi di immigrati legati a movimenti che lottano per affermare una differenza degli andalusi rispetto al resto della penisola. Questo è molto importante perché riporta in superficie la realtà sociale autentica della penisola iberica; inoltre indebolisce tutte le tendenze nazionaliste-scioviniste che esistono al centro, a Madrid, quelle cioè portate avanti dal governo.

Noi abbiamo avuto sempre, storicamente, come nemico, come avversario principale, il centralismo. In questo momento, proprio perché ognuno dei popoli che costituiscono questa penisola sta prendendo coscienza, sta maturando non solo una aspirazione all’autonomismo, ma qualcosa che io credo ci potrà portare molto più in là. Per esempio sia in Catalogna che nei Paesi Baschi si sviluppa, ogni volta più profonda, una coscienza europea, la consapevolezza che i nostri problemi non passano per Madrid, non si devono risolvere a Madrid, ma in un ambito molto più grande, a livello europeo.

Tutti noi ci sentiamo molto più europei che spagnoli.

CI SONO STATI DEI PROBLEMI (LO CHIEDO PENSANDO AI PROBLEMI CHE HANNO AVUTO IN PROPOSITO GLI IRLANDESI) A STRASBURGO PER QUANTO RIGUARDA LA LINGUA?

Naturalmente. Premetto che, per certi aspetti, la situazione del catalano e della cultura catalana nell’Europa comunitaria si trova in una situazione direi privilegiata. Ossia, noi abbiamo una lingua minorizzata, ma la nostra lingua è più parlata, più usata di alcune lingue che sono ufficiali. Il nostro livello di produzione letteraria, di insegnamento, di modernizzazione ecc. è paragonabile al greco, al portoghese e al danese, lingue di tre paesi che fanno parte della comunità europea.

Il nostro attuale obiettivo è pertanto quello di far sì che le istituzioni europee accettino il catalano come lingua ufficiale, almeno in linea di principio, perché poi ci sarebbero problemi pratici, quali le traduzioni.

Questa richiesta è stata portata avanti dai nostri movimenti in ogni occasione direttamente a Strasburgo. Nel mese di ottobre del 1987 una folta delegazione popolare catalana è andata a Strasburgo.

Qui, dopo le manifestazioni, abbiamo presentato un documento chiedendo che la lingua catalana diventi ufficiale. Personalmente ritengo che l’accoglienza sia stata molto positiva.

Questo documento era stato firmato da circa centomila persone e tutti i deputati catalani eletti al Parlamento europeo lo hanno sottoscritto, nessuno escluso.

Su questo c’è stata completa unanimità, indipendentemente dagli schieramenti di appartenenza. Inoltre siamo stati ricevuti dal Presidente del parlamento europeo che ci ha detto testualmente come noi avessimo il pieno diritto di chiederlo (questo naturalmente non vuol dire che la risposta sarà positiva). In ogni caso questo movimento che ha una larga base sociale ci autorizza a sperare che un giorno anche il catalano sarà lingua ufficiale a Strasburgo.

Naturalmente noi vogliamo lo stesso anche per tutte le altre lingue; non difendiamo il catalano perché lo consideriamo espressione di una cultura “superiore”, migliore delle altre lingue minorizzate, ma perché crediamo che soltanto con il rispetto della diversità linguistica e culturale si potrà costruire un’Europa dei popoli.

LEI HA FATTO UN’ANALOGIA CON QUELLO CHE SUCCEDE NEI PAESI BASCHI. IN CHE MODO E IN CHE MISURA LA DIFESA DELLA VOSTRA IDENTITÀ E LA LOTTA PER L’AUTODETERMINAZIONE HANNO FRENATO QUEI TIPICI FENOMENI DI DISGREGAZIONE CULTURALE E SOCIALE CHE SONO CARATTERISTICI DELLE MODERNE SOCIETÀ OCCIDENTALI (V. LA DIFFUSIONE DELLA DROGA TRA I GIOVANI…)?

Io direi che il fenomeno della droga, che pure qui è piuttosto diffuso, finora non è stato un elemento decisivo per la disgregazione del tessuto sociale catalano, almeno non sul piano della lotta per l’affermazione nazionale. Sono invece intervenuti altri elementi: innanzitutto si è diffusa tra la gioventù una mentalità molto pragmatica, molto individualistica per cui non vi sono grandi ideali; questi vengono considerati utopistici, irraggiungibili.

Da questo punto di vista rileviamo nella gioventù un diffuso disinteresse per i problemi fondamentali, come la difesa dei diritti umani, individuali e collettivi.

Tutto questo è naturalmente in rapporto con la diminuita sensibilità politica. Non direi comunque che la droga sia stata una delle cause principali.

Intervengono molti altri fattori, soprattutto in una situazione in cui la disoccupazione è piuttosto alta. Gran parte della gioventù non trova lavora e questo genera angoscia. E questa angoscia, questo senso di insicurezza vengono sicuramente usati, manipolati affinché i giovani siano distolti da altri problemi più ideali.

 

(1) Nota: questa intervista risale alla seconda metà degli anni 80; in seguito anche nei PP.CC. è prevalsa l’immigrazione dai paesi extraeuropei, in particolare dal Nordafrica

#SÜDTIROL – Veglia per non dimenticare – 7 settembre 2019

Gedenkstein

Giuseppe Matuella  e Jürgen Wirth Anderlan – insieme per ricordare il campo di concentramento dei fascisti italiani a Prato all’Isarco

Saranno il noto scrittore Giuseppe Matuella della Valsugana, membro del “Circolo Michael Gaismayr del Trentino” e autore di numerosi scritti e libri storici e  il nuovo comandante degli Schützen sudtirolesi, Jürgen Wirth Anderlan, a tenere il 7 settembre alle ore 18 a Prato all’Isarco i discorsi ufficiali per ricordare il campo di concentramento. Questo campo è stato  aperto per volontà dal capo di governi italiano, Benito Mussolini, e dal suo seguace Sottosegretario al Ministero degli Interni, Guidi Buffarini- Guidi, già a Bolzano per gestire l’operazione  delle opzioni. Il campo è stato poi messo in opera del prefetto fascista di Bolzano, Agostino Podestà e dal Corpo d’Armata.  

Il campo prescelto era la grande struttura della vecchia Birreria Blumau di Prato all’Isarco. La scelta per l’unico campo di concentramento fra Verona e Bolzano era caduta su Prato all’Isarco perché il paese non è lontano dal Brennero (Terzo Reich) e perché  la Ex-Birreria era abbandonata e non utilizzata, ed  era già stata acquistata verso la fine del 1939 dal Ministero degli Interni. Inoltre era situata lontano dalla città, ma vicino alla ferrovia.  Sotto molti aspetti il campo di concentramento di Prato all’Isarco era simile a quello di Colfiorito (Perugia), che non a caso era stato perfezionato sotto le direttive dell’allora prefetto di Perugia, Agostino Podestà, uno dei fascisti della prima ora e da febbraio 1940 prefetto di Bolzano. 

Roland Lang, presidente della lega patriottica dei sudtirolesi e membro del comitato organizzatore della veglia di Prato all’Isarco, rileva che nei documenti ufficiali del governo italiano e in tutti i documenti custoditi dalla Croce rossa internazionale (Ginevra) e dal Vaticano e negli archivi dell’ex-Jugoslavia, dei paesi alleati e del Commonwealth e da molti altri documenti il campo era denominato “Campo di concentramento Prato Isarco”.  Il campo, nel quale sono stati rinchiusi migliaia di antifascisti e resistenti dei paesi balcanici (croati, boemi, serbi e montenegrini) e prigionieri di guerra dei paesi alleati e dell’Unione Sovietica ha funzionato dall’inizio del 1941 fino a settembre 1943.

Per il Comitato organizzatore

Roland Lang

 

 

COLONIALISMO CINESE IN KIRGHIZSTAN – di Gianni Sartori

miniera oro

La miniera d’oro di Solton-Sary si trova a circa 350 chilometri dalla capitale del Kirghizstan – Bichkek – nella regione di Naryn, a nord della catena montuosa Kapka-Tach.

Da anni viene sfruttata da una compagnia cinese, la Zhong Ji Mining.

Qualche dato per la cronaca. La Zhong Ji Mining (oltre ai cinesi impiega anche circa 150 abitanti del luogo) aveva ottenuto nel 2012 una licenza per sfruttare tre zone aurifere: Solton-Sary- Buchuk, Ak-Tach e Altyn-Tor. L’anno scorso ha annunciato la costruzione di altre infrastrutture prevedendo un investimento di almeno 100 milioni di dollari.

Tuttavia gli ambiziosi progetti cinesi non sembrano aver convinto la popolazione locale.

Per il 5 agosto gli abitanti di alcuni villaggi (Emgekchil, Min-Bulak, On-Archa…) avevano organizzato una manifestazione di protesta a cui hanno preso parte diverse centinaia di persone. Chiedevano la chiusura della miniera, fonte di inquinamento sia dell’aria che dell’acqua.

Ma, invece di ascoltare ed eventualmente discutere la richiesta, i dipendenti – cinesi – della compagnia, ancora prima di richiedere l’intervento della polizia, si sono scagliati contro la gente che contestava. Nei tafferugli – con diversi lanci di pietre – sono rimaste ferite una ventina di persone. L’iniziativa si è poi conclusa con un animato e partecipato sit-in.

Sono ormai diversi anni che i Kirghizi denunciano le conseguenze mortifere delle attività estrattive. In particolare la vasta moria di bestiame (bovini e pecore) allevato in quel territorio. Territorio evidentemente contaminato anche, si ritiene, a causa delle numerose esplosioni che diffondono polveri sui pascoli.

Qualche giorno prima, il 2 agosto, c’era stata una piccola avvisaglia della tensione che andava montando tra i due gruppi. Alcuni abitanti del luogo avevano chiesto aiuto agli impiegati cinesi per far ripartire la loro auto rimasta in panne. Ma invece di aiutarli questi li avevano aggrediti e non solo verbalmente.

Un’altra manifestazione contro la miniera si era svolta il 17 luglio per denunciare l’ennesima strage di montoni (un centinaio).

In realtà è almeno dal 2011 che gli abitanti chiedono che lo sfruttamento della miniera porti almeno qualche beneficio anche alla popolazione locale, non solo effetti collaterali negativi. Anche allora, nel corso di una protesta, una decina di manifestanti erano rimasti feriti.

In una assemblea (un centinaio i partecipanti) che si era svolta nel villaggio di Emgekchil nel dicembre 2018 – visto e considerato il grave stato di inquinamento delle acque – era stata avanzata la richiesta di annullare la licenza di sfruttamento dei campi auriferi (una delle principali risorse del paese) e la costituzione di una commissione indipendente di esperti.

Dopo questa richiesta e una raccolta firme, si era svolto un incontro tra rappresentanti del governo, funzionari statali (il direttore dell’Ispettorato per la sicurezza ecologica e tecnica, il direttore del centro di sorveglianza sanitaria-epidemiologica…) e dirigenti della compagnia cinese.

Ma poi era stato proprio il rappresentante governativo – Amanbai Kaiypov – a dichiarare in conferenza stampa che gli abitanti avevano avuto “informazioni non corrispondenti alla realtà”. E comunque, sempre secondo il funzionario, anche le esplosioni erano “autorizzate in quanto da considerarsi normali nelle attività minerarie”.

Veniva comunque concessa e promessa l’apertura di un’inchiesta. A tale scopo – almeno ufficialmente – sarebbero già stati prelevati campioni sia di acqua e aria, sia dal bestiame deceduto (lanciando però una provocazione, insinuando che “gli animali potrebbero essere vittime di maltrattamenti”)

Per il deputato Aziz Kasenov “se la commissione dovesse accertare che effettivamente il bestiame è morto a causa delle attività minerari, la compagnia cinese dovrà indennizzare i proprietari”. Qualora rifiutasse sarebbe “passibile di una multa di diversi milioni e anche della sospensione della licenza”.

In passato non sono mancati in Kirghizstan altri contenziosi tra i locali e le compagnie che estraggono l’oro. Per esempio nel caso della miniera Koumtor, in gestione al gruppo canadese Centerra Gold, il conflitto divenne tanto aspro che nel 2013 convinse il governo a decretare lo stato di emergenza.

In quel caso la popolazione chiedeva la nazionalizzazione della miniera che rappresenta circa la metà delle esportazioni e il 10% della ricchezza prodotta nel paese.

Danni ambientali a parte, sugli accordi intercorsi tra la compagnia canadese e il governo aleggiavano fondati sospetti di corruzione.

Gianni Sartori

#ROJAVA – Oggi manifestazioni in tutto il mondo

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Il Congresso della società democratica del Kurdistan in Europa (KCDK-E) rivolge un appello all’opinione pubblica democratica e antifascista. E’ un invito a partecipare alle manifestazioni (previste dall’Australia al Canada) contro il progetto di occupazione della Turchia nei confronti del Rojava.
L’appello deriva dai recenti accordi intercorsi tra USA e Turchia, accordi che prevedono l’occupazione (ufficialmente “congiunta”) all’interno dei territori del Rojava.
BELGIO
Bruxelles, Gare Centrale – 10 agosto, 14h
FRANCIA
Marseille, Place Canebière – 10 agosto, 19h
Bordeaux, Place Théâtre – 10 agosto, 18h
Paris, Gare de l’Est – 10 agosto, 15h
Rennes, Place Colombie – 10 agosto, 16h
Draguignan, davanti alle Poste – 10 agosto, 18h
SVEZIA
Örebro, Våghustårget – 10 agosto, 13h
Göteborg, Brunsparken – 10 agosto, 13h
Malmö, Triangeln, 21143 Malmö – 10 agosto, 13h
Stockholm, Norra Bantorget – 10 agosto, 13h
PAESI BASSI
Amsterdam, Waterlooplein – 10 agosto, 15h
AUSTRIA
Graz, Place du Tyrol du Sud – 10 agosto, 16h
Vienne, Opéra / Karlsplatz – 10 agosto, 17h
GERMANIA
Berlin, Potsdamer Platz – 10 agosto, 17h
Hambourg, Sternschanze Station – 10 agosto, 16h
Stuttgart, Lautenschlagerstrasse – 10 agosto, 16h
Francfort, Kaisersack Station – 10 agosto, 14h
Bremen, Mercato di Brema – Stand informativo dal 7 al 10 agosto dalle 10h alle 18h

MENTRE LA TURCHIA SI PREPARA A INVADERE IL ROJAVA, LA GERMANIA ESPELLE CHI SVENTOLA LA BANDIERA CURDA – di Gianni Sartori

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Risale a circa due anni fa (marzo 2017) l’annuncio del ministero tedesco degli Interni con cui si proibiva l’esposizione di simboli (bandiere, adesivi, magliette, manifesti…) di YPG, YPJ e PYD in quanto sarebbero “legati al PKK” (il Partito dei lavoratori curdi fondato da Ocalan).
Si tratta, ricordo, delle organizzazioni curde che nel Nord della Siria hanno combattuto contro lo stato islamico e che ora stanno faticosamente mettendo in pratica i principi del Confederalismo democratico.
Ad applicare la norma più severamente, almeno finora, è stata la Baviera. La notizia è di qualche giorno fa. Un curdo che viveva in Germania da oltre 30 anni, padre di quattro figli, veniva espulso per aver sventolato la bandiera delle YPG e per aver preso parte ad alcune manifestazioni a favore del suo popolo.
Letteralmente deportato in Turchia, l’uomo sarebbe però riuscito a fuggire ritornando in Germania (qui vive la sua famiglia) dove ha chiesto nuovamente asilo politico. Un altro episodio recente (ma in questo caso la denuncia non aveva comportato l’espulsione in Turchia) riguardava un rifugiato curdo che aveva inserito la bandiera delle YPG sulla sua pagina facebook.
Risale al 5 agosto il comunicato con cui l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (AANES) richiamava l’attenzione dell’ONU e di altri organismi internazionali sulle minacce di invasione del Rojava da parte della Turchia. Un attacco che sicuramente comporterebbe gravi conseguenze per la pace e la sicurezza a livello internazionale.
Come sottolineava l’AANES recentemente la minaccia è diventata ancora più concreta, prossima con “la mobilitazione di forze militari turche alla frontiera nord della Siria , all’est dell’Eufrate”.
Scopo di Ankara, invalidare il progetto democratico curdo e “destabilizzare la sicurezza e la coesistenza tra le varie componenti del popolo siriano”.
In pratica estendere, generalizzare i metodi repressivi – al limite della pulizia etnica – ampiamente adottati in Afrin ormai da oltre un anno.
Condannando e denunciando le minacce del regime turco, l’AANES dichiara che “l’amministrazione autonoma, con tutte le sue componenti etniche e religiose, si unirà per fare fronte a tali minacce e resisterà in ogni modo possibile per difendere la sicurezza, la stabilità, la coesistenza in questa regione dove vivono oltre cinque milioni di persone, compresi gli sfollati e i rifugiati e senza dimenticare le migliaia di esponenti di Daesh (Isis) detenuti nelle nostre prigioni”.
Sottintendo – penso – che questi tagliagole (su cui i curdi comunque non hanno voluto infierire) verrebbero rimessi in circolazione dai loro alleati turchi.
Nel comunicato si ricorda poi che “i popoli del nord e dell’est della Siria hanno combattuto il terrorismo mondiale” morendo a migliaia. Mentre la comunità internazionale si interroga sulla situazione di Idlib, sembra invece voler ignorare quanto sta per accadere in Rojava.
E ancora una volta l”AANES assicura che “il nostro progetto politico è un progetto democratico e non secessionista” garantendo così di voler mantenere l’unità sia del territorio che del popolo siriano.
Gianni Sartori

#HoTornaremAFer – Milano 28 settembre 2019 –

Il Centro Studi Dialogo organizza il 28 settembre 2019 alle ore 15.00 a Milano, presso la Sala Auditorium SanVittore49 (in Via San Vittore 49), un convegno per analizzare la “questione catalana”.

Il titolo del convegno è “#HoTornaremAFer, la via catalana verso la Libertà” e riprende la frase pronunciata da Jordi Cuixart, presidente di Omnium Cultural, durante la sua ultima deposizione davanti al Tribunal Supremo di Madrid.

L’evento è organizzato in collaborazione con CIEMEN-Centre Internacional Escarré per a les Minories Ètniques i les Nacions, Radio Catalunya-Italia, Comitato 27Ottobre e Assemblea Nacional Catalana-Italia.

Prima degli interventi dei relatori avremo un saluto di ELISENDA PALUZIE, presidente di Assemblea Nacional Catalana e di ROBERTO GREMMO, fondatore e editore de “L’informazione catalana” (1973).

I relatori saranno:

prof. AURELI ARGEMI’ I ROCA, fondatore e presidente emerito del CIEMEN

prof. PIETRO CATALDI , rettore dell’Università per Stranieri di Siena

MARCO SANTOPADRE, giornalista, scrittore, autore de “LA SFIDA CATALANA”

Modera l’incontro ANDREA ACQUARONE, giornalista, scrittore, autore de “Una tranquilla ora d’Europa. Appunti per un rivoluzione possibile”

 Interverranno inoltre:

GIOVANNI ROVERSI – presidente Centro Studi Dialogo

GIANLUCA MARCHI  – direttore “Dialogo Euroregionalista”

 Saranno esposte opere di GIANFRANCO BARCO, “Artista per la Libertà”

#KURDISTAN – VEDAT EKINCI (14 ANNI) ASSASSINATO DAI SOLDATI TURCHI ALLA FRONTIERA – di Gianni Sartori

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Un brutto, pessimo, inizio di agosto per i curdi che vivono alla frontiera del Bakur (il Kurdistan sottoposto a occupazione turca).

Qui, come in genere nelle zone curde attraversate dalle frontiere degli Stati occupanti, le uccisioni ingiustificate (vere azioni di rappresaglia, di intimidazione…) sono una costante. Uno dei fatti più eclatanti risale al 28 dicembre 2011 quando – nel distretto di Uludere a Sirnak – aerei turchi da combattimento avevano ucciso 34 curdi di Roboski (tra cui 19 minori).

Quindi, da un certo punto di vista, l’episodio risalente a giovedì 1 agosto è ordinaria amministrazione.

I fatti. Alcuni soldati turchi hanno sparato contro tre civili curdi provenienti da Hakkari, in prossimità della frontiera con l’Irak e un ragazzo di 14 anni, Vedat Ekinci, è rimasto ucciso. Ferito anche il fratello di Vedat, Burhan Ekinci (19 anni).

Come ha poi testimoniato un altro giovane curdo  sopravvissuto alla sparatoria (un cugino della vittima) i soldati vedendolo agonizzante non solo “non hanno chiamato un’ambulanza, ma se ne stavano seduti, ci guardavano e ridevano”.

I tre avevano attraversato la frontiera alla ricerca dei loro cavalli.

Il terzo giovane, l’unico a non essere stato colpito dai soldati  turchi (e di cui per sicurezza manteniamo l’anonimato), ha spiegato che “verso le 15 siamo andati alla ricerca di alcuni animali scomparsi. Abbiamo attraversato la frontiera posta a circa 200 metri dal nostro villaggio e qui abbiamo incrociato i soldati. Avevamo con noi i nostri cavalli che vedendoli si sono spaventati e sono fuggiti”.

Allora i tre giovani sono andati in cerca per recuperarli. “Eravamo – continuava il sopravvissuto – a circa 20 metri dai soldati quando questi improvvisamente hanno aperto il fuoco”. Colpito alla schiena, in prossimità del cuore, Vedat “è caduto a terra sanguinante”.

Ha poi aggiunto di averli invocati: “Per amor di Dio, chiamate un’ambulanza”. Ma loro se ne sono ben guardati e quando Burhan ha gridato “un soldato l’ha preso per il collo, l’ha gettato a terra e gli ha rotto un piede con il calcio del fucile”.

Intanto Vedat continuava a perdere sangue e alla fine “è morto sulle mie ginocchia”.

E questo nonostante i soldati fossero stati avvisati di quanto i tre curdi stavano facendo (ossia recuperare i cavalli fuggiti) e li avessero identificati come abitanti del villaggio che ogni giorno pascolavano i loro animali in quella zona di frontiera.

Ma invece di lasciarli passare come al solito (o almeno di limitarsi a intimargli l’Alt!) hanno cominciato a sparare in maniera del tutto ingiustificata.

Tra l’altro qui tutti, per sopravvivere, fanno del piccolo contrabbando. Le guardie di frontiera in genere chiudono un occhio e comunque i cavalli dei tre quel giorno non portavano carico di sorta.

Gianni Sartori