E’ MORTO SOLTANTO UN ALTRO KOLBAR… – di Gianni Sartori

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Un altro kolbar curdo è morto in circostanze non chiare – presumibilmente assassinato dalle forze di sicurezza frontaliere di Ankara o di Teheran. Il fatto è accaduto alla fine del mese di gennaio 2019 nel Rojhilat, il Kurdistan sotto amministrazione iraniana.

Con il termine kolbar (o kolber) si indica un portatore (“transfrontaliere” oppure “contrabbandiere, al confine tra legalità e illegalità) che trasporta mercanzie – sulla schiena o con l’aiuto di cavalli – sulle frontiere che frantumano il Kurdistan tra Iran, Irak, Turchia e Siria.

La maggior parte di questi lavoratori (un totale, si calcola, di oltre 20mila) vive in Iran, le cui province curde sono tra le più indigenti del paese. Ufficialmente considerato sempre “illegale”, il kolbar non usufruisce né di assicurazioni, né di pensione e tantomeno di un sindacato.

In maggioranza si tratta di giovani – talvolta diplomati – provenienti da famiglie povere che non hanno altre possibilità di sopravvivenza in un territorio dove la disoccupazione è assai diffusa.

Il cadavere martoriato del ventenne Hossein Balkhanlou, originario del villaggio di Adagan, è stato rinvenuto il 24 gennaio presso un altro villaggio curdo, Yarm Qieh. Trasportato a Maku, il medico legale non ha potuto far altro che confermare quanto era apparso evidente fin dal ritrovamento: Hossein è stato ammazzato a forza di botte e bastonate.

Testimoni oculari hanno anche riferito di “segni evidenti di tortura”.

Gli abitanti di Yarm Qieh hanno confermato che negli ultimi anni membri delle forze di frontiera – sia turche che iraniane – hanno abbandonato in varie occasioni altri cadaveri, sia di kolbar che di semplici cittadini (ma praticamente sempre curdi) lungo le zone del confine. Senza peraltro che i rispettivi governi si siano mai assunta una qualsiasi responsabilità. In genere si assiste allo scambio di accuse reciproche. Mentre i turchi accusano Teheran, gli iraniani indicano Ankara come responsabile dei brutali omicidi.

Qualche precedente tra quelli di cui si è avuta notizia.

Ancora nel giugno 2013 le forze di sicurezza iraniane avevano assassinato un kolbar curdo (originario di Kani Miran) in prossimità di Meriwan, mentre altri gendarmi massacravano i cavalli dei kolbar a Piranshar.

Il 20 giugno 2013 un altro kolbar, Meriwan Kamran, era rimasto gravemente ferito nei pressi di Bashamax – sempre per mano delle forze di sicurezza iraniane.

Il giorno prima i gendarmi avevano sparato numerosi colpi di arma da fuoco contro un veicolo che trasportava civili a Serhdest provocando un morto e quattro feriti.

Quasi contemporaneamente a Piranshar l’esercito turco attaccava altri kolbar, uccideva tutti i loro cavalli (almeno 12, i testimoni hanno riferito che i poveri animali erano stati bruciati vivi) e incendiava le merci che stavano trasportando.

Alla fine del 2013, in un intervento alla Nazioni Unite, Amhed Shaheed (inviato onusiano per l’Iran) denunciava le “uccisioni indiscriminate dei kobar in violazione delle leggi nazionali e degli obblighi internazionali a cui anche l’Iran è vincolato”. Particolarmente disgustoso un episodio risalente al gennaio 2014. Dopo una serie di altre esecuzioni extragiudiziali di numero imprecisato, Sampan Xizri (un curdo di 26 anni, originario di Nalas) veniva ammazzato dalle forze di sicurezza iraniane in un’azione di “contrasto del contrabbando”. Il suo corpo veniva legato a un’auto e trascinato per le strade. Nella stessa operazione, a Marexan veniva ferito un altro kolbar, Wefa.

Già il primo di gennaio (2014) i gendarmi avevano confiscato una quindicina di cavalli e le merci trasportate nella zona montuosa Dolan.

Nell’ottobre 2017 i soldati iraniani ammazzavano il kolbar Pistiwan Moin (24 anni) nei pressi del villagio di Betusi (regione di Serdest, al confine Iran-Iraq).

Un’associazione per la difesa dei diritti umani calcolava che dall’agosto 2017 (in meno di tre mesi quindi) erano stati uccisi almeno altri 13 kolbar.

Nel maggio 2018 i pasdaran (guardiani della rivoluzione, iraniani) assassinavano nei pressi della città di Kelasin (regione di Sidekan) un kolbar di 27 anni, Meysem Herim Elì, originario di Urmiye.

Qualche ora prima, un altro kolbar – Eli Hesenzade di 45 anni – era stato ferito dalle forze di sicurezza iraniane. Come per il cadavere di Meysem Herim Elì, i pasdaran ne impedivano il rientro in Iran e doveva essere trasportato all’ospedale di Soran (Basur, Kurdistan del sud – “irakeno”).

Si calcola che ogni anno decine di civili vengano uccisi in questi attacchi nelle zone di frontiera. Brutali azioni repressive (vere e proprie esecuzioni extragiudiziali) che ufficialmente dovrebbero stroncare il contrabbando e il mercato nero. In realtà la vera, redditizia e fiorente attività illegale è quella operata dai ricchi trafficanti mafiosi che però non sembrano subire le stesse attenzioni da parte delle autorità.

Gianni Sartori

CATALUNYA – Annunciate le mobilitazioni contro il Processo 1-O

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Numerose entità politiche e associative catalane (Òmnium, ANC, JxCat, ERC, CUP) hanno annunciato una serie di manifestazioni, organizzate per protestare contro il Processo 1-O che inizierà nei prossimi giorni a Madrid.

Il giorno 12 febbraio, in occasione dell’inizio del processo, ci sarà una mobilitazione generale in Catalunya che coinvolgerà anche sindacati di lavoratori.

Seguiranno poi una manifestazione unitaria a Barcelona il giorno 16 febbraio e una a Madrid prevista per il 16 marzo.

fonte: https://www.naciodigital.cat/noticia/172973/entitats/partits/sobiranistes/anuncien/cicle/historic/mobilitzacions/judici/1-o

6 febbraio – GIORNO DEL POPOLO SAMI

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Today, 6th February, is a very special day for all Sami,  today is Sami National day.

The Sami national day was jointly established in 1992, during the 15th Sami conference in Helsinki,  to mark and celebrate a crucial event for Sami history. Indeed, on February 6th of 1917, northern and southern Sámi crossed their National borders to come together for their first meeting in Trondheim, Norway. For the first time, they could share and discuss common concerns and work together to find mutual solutions.

The first National day was celebrated on 6th February 1993, in conjunction with the proclamation of the opening of the International Year of Indigenous People in Jokkmokk (Sweden) by the United Nation. Since then, during this important day, Sami flag flies and the Sami national anthem is sung in the local Sámi language, while all Sami, regardless of where they live, celebrate together the event.

Nowadays around 40,000 Sami live in Norway, with 20,000 in Sweden and some 7,000 in Finland. In addition there are an estimated 2,000 Sami in Russia.

Today, in remembering this crucial date, we celebrate and wish you a happy Sámi National Day!

fonte: https://www.arcticinfo.eu/en/news/106-sami-national-day

ISTANBUL, 3 FEBBRAIO: I CURDI SCENDONO IN STRADA, SENZA PAURA DI NIENTE E DI NESSUNO – di Gianni Sartori

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Un piccolo ripasso storico. Nell’ormai lontano 2012 centinaia di prigionieri curdi in sciopero della fame da 68 giorni avevano accettato di sospendere la loro protesta soltanto dopo una precisa richiesta in tal senso di Ocalan.

Ora ci risiamo, pare.

Domenica 3 febbraio Istanbul è stata “invasa” da decine di migliaia di manifestanti – in maggioranza curdi – che hanno risposto entusiasticamente all’appello del Partito democratico dei popoli (HDP) a sostegno di militanti e prigionieri in sciopero della fame per protesta contro l’isolamento a cui viene sottoposto Abdullah Ocalan. 

Incamminatasi dall’obelisco di Incirli per radunarsi in una piazza di Bakirkoy (“Piazza della Libertà”, nella parte europea della città) la moltitudine inalberava bandiere di HDP, immagini di Leyla Guven e degli altri prigionieri in sciopero della fame.

Tra gli slogan maggiormente scanditi “Biji Serok Apo” e “Biji berxwedana Leyla”.

Nel frattempo, ovviamente, venivano sottoposti a rigide misure di controllo  (accurate perquisizioni,  sequestro di simboli e materiale propagandistico di HDP…)  da parte della polizia.

Purtroppo non sono mancati gli arresti. Alla fine della manifestazione almeno sei persone sono state fermate dalla polizia: Emine Bozkurt, Omer Aslan, Ozkan Yigit, Idris Bozkurt, Helin e Kubra Altun.

Attualmente nelle carceri del Kurdistan e della Turchia sono almeno 250 i prigionieri politici curdi che hanno intrapreso un lungo sciopero della fame al seguito di Leyla Guven. Da ormai tre mesi, la deputata di HDP ha smesso di alimentarsi affinché il prigioniero Ocalan – sequestrato nel 1999 –  possa incontrare regolarmente i suoi avvocati e familiari. E intanto l’adesione allo sciopero si è estesa anche all’Europa (vedi a Strasburgo).

A loro, ai prigionieri in sciopero, si è rivolto Fahit Ulas, militante di HDP,  inviando un “saluto agli amici che ci onorano con la loro resistenza in carcere. Sappiano che non sono soli in questa lotta. Anche noi siamo disposti a sacrificarci per questa causa se sarà necessario. Non temiamo niente e nessuno”.

Gli ha fatto eco il deputato Garo Paylan auspicando che le autorità turche riconoscano la legittimità della rivendicazioni di Leyla Guven “prima che qualcuno perda la sua vita”.

Presenti all’importante raduno anche Sezai Temelli, co-presidente di HDP e i deputati Gulistan Kocyigit, Oya Ersoy, Zuleyha Gulum, Huda Kaya, Dasan Dirayet Tasdemir, Dilsat Canbaz Kaya, Garo paylan, Ahmet Sik. Oltre naturalmente a molti esponenti di organizzazioni della società civile.

Dopo il minuto di silenzio dedicato a quanti

hanno perso la vita per la libertà, Sezai Temelli ha ricordato che “la pace e la giustizia giungeranno con la fine dell’isolamento”.

Per poi aggiungere: “ Noi intendiamo intensificare ulteriormente la lotta per la democrazia e la pace. Perché abbiamo un desiderio, un’idea ed è ciò che ci tiene uniti. La nostra aspirazione è quella di una nazione democratica, della pace e della libertà in una terra condivisa. E’ con questo pensiero che abbiamo creato HDP invitando tutti a partecipare a questa lotta. Il nome di ciò per cui combattiamo è democrazia radicale, pace.

Questo sarà l’avvenire della Turchia. E io saluto la prima persona che ha elaborato questa idea. Saluto il signor Ocalan”.

Durissimo nel criticare le politiche di Ankara, Temelli ha ribadito che “l’unica preoccupazione del governo è la guerra, loro si nutrono di sangue. Alimentano l’ostilità, oppressione, la violenza.  Propagare violenza è il mezzo che hanno scelto per conservare il potere. Dobbiamo finirla con  questo stato di cose e per questo dobbiamo porre fine all’isolamento. Ora dobbiamo diventare la voce di Leyla Guven. Altrimenti il nostro paese subirà ancor più sofferenze e precipiterà in una crisi immensa”. 

Quanto alle prossime elezioni – previste per il 31 marzo – il copresidente di HDP ha auspicato di poter “riprendersi le nostre municipalità usurpate dagli amministratori imposti dal governo (una sorta di podestà di fascista memoria, a mio avviso nda) per ricostruire a livello locale la democrazia. Per sconfiggere in tutta la Turchia il blocco AKP-MHP e salvare il paese dal regime ”.

Naturalmente Erdogan non ha perso l’occasione per accusare HDP di essere, sostanzialmente “la medesima cosa del PKK”. Il ben noto ritornello con cui giustificare l’arbitraria  detenzione di molti deputati di HDP tra cui Selahattin Demirtas, recentemente proposto come candidato al Nobel per la Pace.

Va anche ricordato che la Turchia si è finora rifiutata di applicare quanto richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ossia di liberare Demirtas.

Gianni Sartori

I FASCISTI SPAGNOLI (comunque mascherati o mimetizzati, magari da “socialisti”) NEGANO ANCHE LE CERIMONIE FUNEBRI. ALMENO PER I RIBELLI BASCHI – di Gianni Sartori

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Il 2 febbraio un tribunale di Vitoria-Gasteiz (Alava, Hego Euskal herria, Paese basco sotto occupazione spagnola) ha impedito, proibendola, una cerimonia in memoria del militante di ETA Oier Gomez, morto a 35 anni il 27 gennaio all’ospedale di Bayonne (Ipar Euskal herria, Paese basco sotto amministrazione francese).

Lo svolgimento della cerimonia era previsto per domenica 3 febbraio davanti al tribunale ausiliario di Gasteiz (Fronton Auzolana). Per denunciare questa ingiusta e arbitraria proibizione, familiari e amici del militante deceduto hanno immediatamente organizzato una conferenza stampa davanti al Comune, nella Plaza Nueva di Gasteiz.

Nativo di Gasteiz, Oler Gomez era stato arrestato in Francia nel 2011 dopo uno scontro a fuoco (senza vittime) con la polizia e condannato a 15 anni di reclusione.

Già nel 2012 si era ammalato di linfoma di Hodgkin e curato con chemioterapia. Non si può certo escludere che le cure, forse condotte in maniera sbrigativa, sommandosi alle dure condizioni carcerarie abbiano contribuito all’insorgere della ben più grave malattia che gli venne diagnosticata nel 2017. Si trattava di un un cancro osseo vertebrale (sarcoma d’Ewing) con metastasi in stadio avanzato. Già allora i medici che lo avevano visitato definirono la sua situazione incompatibile con la detenzione. Grazie alla forte e generosa mobilitazione popolare, Oier aveva ottenuto una sospensione della pena per tentare almeno qualche cura – palliativa – a base di chemioterapia e radioterapia. Per la sua liberazione (così come per quella di altri 13 prigioniere e prigionieri baschi gravemente ammalati) era scesa in campo con particolare decisione Ipeh Antifaxista (movimento antifascista, di tendenza libertaria, in Ipar Euskal herria)che chiedeva anche la fine delle misure speciali a cui questi prigionieri e prigioniere vengono sottoposti.

In base ai dati forniti da Jaiki Hadi (l’associazione di sostegno sanitario ai detenuti), i prigionieri baschi ammalati gravemente sono almeno 21. Di questi, 15 sono già conosciuti dall’opinione pubblica mentre gli altri hanno scelto, per ora, l’anonimato.

Cos’altro dire? Forse che ormai nei “territori occupati” baschi anche ricordare i militanti morti sta diventando reato. Un bel “processo di pace”, davvero.

Gianni Sartori

LE RICHIESTE DEI CURDI IN SCIOPERO DELLA FAME DEVONO ESSERE ACCOLTE. POSSIBILMENTE MENTRE SONO ANCORA VIVI – di Gianni Sartori

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Stando a quanto dichiarava qualche giorno fa il medico Fahrettin Gulsen, gli attivisti curdi in sciopero della fame “non accettano alcun trattamento e ogni infiammazione potrebbe propagarsi ai polmoni. Questa eventualità è quella che al momento ci preoccupa maggiormente. Ne abbiamo parlato con loro proponendo di sottoporli a un trattamento medico, ma hanno risposto negativamente”.

Da ormai 50 giorni Fahrettin Gulsen si occupa della salute di 14 curdi in sciopero della fame a Strasburgo e nell’intervista appariva seriamente preoccupato.

“In tutti gli scioperanti – aveva aggiunto abbiamo riscontrato un problema di acufene agli orecchi (ronzii, fischi a livello interno in mancanza di suoni o rumori nda). Rileviamo inoltre  problemi di nausea, praticamente in tutti i militanti mentre solo qualche giorno fa solo alcuni ne erano afflitti”.

Il medico ha poi dato conferma che i curdi in sciopero della fame soffrono di problemi legati alla pressione arteriosa con conseguenti sintomi quali vertigini, insonnia, debolezza.

Alcuni – ha riferito – non riescono a dormire che per una o due ore al giorno”.

Si tratterebbe comunque di “sintomi gravi”. In alcuni di loro, già dal 43° giorno di sciopero, abbiamo riscontrato evidenti tremori.

Quanto alla percentuale di zuccheri nel sangue, Gulsen ha riferito di “serie fluttuazioni”. Per esempio nei militanti con un tasso di glucosio più basso “abbiamo riscontrato un significativo aumento man mano che i giorni di sciopero si allungavano. Riteniamo che tale aumento del tasso di glucosio nel sangue potrebbe causare danni irreversibili e che in futuro potrebbero insorgere problemi di natura cardiaca”.

Inoltre gli attivisti sono maggiormente esposti al rischio di  infezioni in quanto il loro sistema di difesa immunitaria è più debole e tale rischio aumenta anche a causa delle tante persone che vengono a visitarli per solidarietà.

Il medico non esclude che possano avvenire dei decessi, almeno fintanto che gli scioperanti rifiutano ogni genere di cura.

La perdita di peso è ugualmente importante così come la carenza di proteine. Infatti comporta sia una aumento della fatica muscolare, sia un calo della vista. Ha poi voluto specificare come i sintomi riscontrati non fossero “normali già dopo 43 giorni di sciopero della fame”.

Si tratterebbe quantomeno di “sintomi precoci”.

E infine Gulsen ha concluso con un appello affinché “le richieste degli attivisti (principalmente la fine dell’isolamento per Ocalan come richiesto da molteplici organismi internazionali e da personalità della cultura e della politica nda) vengano soddisfatte nel migliore dei modi così che la loro protesta giunga a conclusione senza ulteriori complicazioni, senza danni permanenti per la loro salute”.

Ancora più seria la situazione di Leyla Guven, l’esponente curda uscita di prigione il 25 gennaio (ma le accuse nei suoi confronti rimangono in piedi, tutte) che ha voluto proseguire nella protesta. Ormai in sciopero della fame da circa 90 giorni, si nutre solo con sale e vitamine. Identica la sua richiesta: porre fine al disumano isolamento per il leader curdo, fondatore del PKK, Abdullah Ocalan.

La parlamentare di HDP era stata arrestata nel 2018 in quanto aveva contestato gli attacchi dell’esercito turco contro il cantone curdo-siriano di Afrin. Anche nel suo caso i medici si mostrano alquanto preoccupati.

Leyla ha perso peso e massa muscolare, soffre di febbre e nausea e i suoi organi interni rischiano di collassare.

Non ha perso comunque la sua determinazione: “Se quel tiranno fascista (un evidente riferimento a Erdogan nda) vuole che noi paghiamo un prezzo, ebbene, in quanto donna curda sono disposta a pagarlo e contenta di farlo” ha dichiarato in questi giorni.

Al momento della  liberazione, Leyla aveva detto di aver avuto qualche difficoltà nel lasciare la cella nel carcere di Amed in quanto “quello è il luogo dove la mia resistenza era iniziata, dove i muri sono  impregnati dello spirito della resistenza del 14 luglio (il riferimento è alla resistenza dei prigionieri del PKK del 14 luglio 1984 nda). Qui ho percepito concretamente tale spiritualità e sto cercando di preservare quel sentimento”.

Si era poi rivolta a quanti dall’esterno avevano supportato la sua azione di protesta, a coloro che avevano raccolto e divulgato le rivendicazioni dei militanti in sciopero “espandendo la resistenza ovunque”.

Io ho compiuto il primo passo – ha ricordato – ma ora i prigionieri nelle carceri  lo stanno portando avanti. E’con entusiasmo che dalle prigioni verrà infranto quel crimine contro l’umanità che è l’isolamento e nessuno dovrà più esservi sottoposto”.

Gianni Sartori

DEMIRTAS CANDIDATO AL NOBEL PER LA PACE 2019 – di Gianni Sartori

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La proposta di candidare al premio Nobel per la Pace 2019 Selahattin Demirtas (ancora rinchiuso – da oltre due anni – in una prigione turca) è partita da Thomas Hammarberg. L’anno scorso, in settembre, un tribunale turco aveva dichiarato Demirtas “colpevole di diffusione di propaganda terrorista” condannandolo a quattro anni e otto mesi di prigione.
Una prima reazione a questa arbitraria condanna era giunta il 20 novembre quando la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDH) ha definito la detenzione di Demirtas un “atto politico” ordinandone la scarcerazione. Ovviamente Ankara si è rifiutata di applicare la decisione della CEDH e il 4 dicembre una corte d’appello regionale ha confermato la condanna.

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Nella lettera inviata al Comitato Nobel, responsabile della selezione dei candidati, il deputato socialdemocratico svedese ha spiegato che Demirtas “ha sempre lavorato per porre fine alla guerra contro i Curdi”. Inoltre l’ex presidente di HDP negli ultimi dodici anni ha assunto un ruolo essenziale per ogni tentativo di pace duratura tra Curdi e Turchi. Così come aveva promosso lo sviluppo della democrazia, dei diritti per minoranze, donne e LGBT “consacrando tutta la propria vita alla realizzazione di questi valori”.
Nel suo impegno per una soluzione pacifica del conflitto, Demirtas – è innegabile – ha saputo dar prova di fermezza, coraggio, perseveranza e grande dignità.
“Nonostante si trovi dietro le sbarre – ha ribadito Hammarberg – con la sua testimonianza Demirtas ricorda a tutti noi che la lotta per la pace è ora più importante che mai”.

Gianni Sartori