DIALOGO EUROREGIONALISTA – ANNO 3 – NUMERO 1

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In occasione del convegno “LONTANO DA ROMA – movimenti separatisti del secondo dopoguerra”, organizzato da CENTRO STUDI DIALOGO a Nerviano (MI) il 7 aprile pv alle ore 15,00, verrà presentato e consegnato agli associati per il 2019
il numero 1 – anno 3 di DIALOGO EUROREGIONALISTA.
Una nuova veste grafica e un consistente aumento di pagine e di temi trattati.

Un motivo in più per esserci.

CATALUNYA – PROCESSO 1-O – dichiarazioni Guardia Civil

Durante le dichiarazioni di numerosi componenti della Guardia Civil presenti in Catalunya durante il periodo in oggetto del Processo, si delinea la forma delle “incredibili minacce” a loro rivolte dalla popolazione catalana: insulti, colpi di clacson e affissione di manifestini.  Una riflessione:  costoro arrivarono in Catalunya gridando sui loro mezzi di trasporto “A por ellos”, un’espressione minacciosa che significa “andate lì e bastonateli”.

ARMENI CHE VANNO, ARMENI CHE RESTANO…VECCHIA STORIA – di Gianni Sartori

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Felice conclusione (o quasi, viste le difficoltà, ma di questi tempi bisogna accontentarsi) per la vicenda della “messa continua” in una chiesa a L’Aia. Lo scopo, impedire alla polizia di entrare in chiesa per arrestare e deportare la famiglia Tamrayzan, armena e composta da cinque persone (Sasun e Anousche Tamrazyan e i loro tre figli, Hayarpi, Warduhi e Seyran). Da otto anni in Olanda e ben inseriti nella comunità – con un figlio che frequenta l’Università e gli altri due le scuole dell’obbligo – rischiavano di essere rispediti nel loro paese di origine in quanto l’Armenia non è più considerata “a rischio” (anche se il padre è un dissidente politico ripetutamente minacciato di morte).

Il culto, a cui partecipava la famiglia, è durato circa tre mesi (95 giorni), ininterrotto.

Contando sul fatto che la legge olandese proibisce alle forze dell’ordine di interrompere una funzione religiosa, dal 25 ottobre 2018 al gennaio 2019 centinaia di pastori (circa 650!) si son dati il cambio. A ideare lo stratagemma il pastore Theo Hettema, presidente del consiglio generale della Chiesa protestante olandese.

Oggetto dello scontro tra chiesa riformata olandese e istituzioni anche la legge denominata children’s pardon. Ideata come un’amnistia (!?!) per i minori presenti in Olanda da cinque anni, ma applicata con estrema prudenza, per usare un eufemismo, dal governo.

Ora dovrebbe venir rivista anche la situazione di altri 700 bambini (e relative famiglie) ed è probabile che le maglie dell’accoglienza vengano allargate.

Completamente differente invece l’esito del contenzioso (chiamiamolo così) tra l’ultimo armeno rimasto in Afrin (Rojava) dopo l’occupazione dell’esercito turco e delle bande integraliste. In particolare con la miliza filo-turca Sultan Murad, al momento insediata sulla strada di Jandaris, vicino al centro di Afrin (dove ha aperto una moschea). Dopo essere stato sottoposto a ogni genere di angherie, il commerciante Harut Kifork ha deciso di abbandonare la sua casa e il suo negozio di chincaglierie – ereditati dal padre – e di andarsene ad Aleppo. Da sfollato o da profugo interno, fate voi.

Così va il mondo, o almeno questo.

Gianni Sartori

“CAPIRE IL KURDISTAN” di Gianni Sartori – recensione del prof. PL Bernardini

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Nei giorni scorsi il prof. Paolo Luca Bernardini, docente all’Università dell’ Insubria di Como, ha scritto una recensione del libro di Gianni Sartori che abbiamo pubblicato e che omaggiamo ai nostri associati per l’anno 2019.

La recensione è stata pubblicata dal sito http://www.miglioverde.eu . Ringraziamo  il prof. Bernardini e il sito suddetto.

Capire il Kurdistan: un nuovo libro di Gianni Sartori
Promossa dal Centro Studi Dialogo, che ha in Gianluca Marchi uno degli animatori, ecco una bella pubblicazione che ci consente di capire quel che è stato, è, e forse sarà del Kurdistan, patria divisa (in quattro) della maggiore tra le “nazioni senza stato” del mondo (30 milioni di individui). Si tratta di una raccolta di articoli di Gianni Sartori, vicentino classe 1951, uno dei maggiori esperti italiani – ma forse europei – dei popoli senza stato, e della loro rivendicazione di “statualità”, spesso coronata di successo, molto più spesso ancora irrealizzata (come nel caso del Kurdistan, della Catalogna, della Scozia, per citare i casi che tengono desta l’attenzione del mondo). Autore tra l’altro di libri essenziali sui Paesi Baschi, la Catalogna, l’Irlanda, e anche di un interessante libro, “Ponti di roccia” (2000), che parla di tali strutture a Lumignano di Longare e non solo.
Occorre, da principio, affermare che la prospettiva di Sartori non è liberale-classica o libertaria: in linea generale, sembra che la lontana origine socialista e collettivista del nazionalismo (si veda l’opera fondamentale di Ernest Gellner [1925-1995], “Nationalism”, del 1983) si manifesti ancora, con laceranti contraddizioni, nel contesto indipendentistico mondiale; infatti sia in Catalogna, sia in Scozia, per dir così, brutalmente, è la sinistra a condurre il gioco: poiché infatti tensioni liberali si manifestano invece proprio nel Regno Unito (quest’anno asceso nella top 10 dello Index of Economic Freedom, in mezzo a tutte le sue ex-colonie, Singapore, Hong Kong, Australia, Nuova Zelanda e Irlanda), e politiche liberali (in economia, si pensi alla creazione della zona economica speciale alle Canarie) si hanno persino nella dittatoriale Spagna.
La situazione del Kurdistan è meno comprensibile, non ostante il marxismo anarchico del PKK, anche perché le logiche e le dinamiche medio-orientali sono assai diverse da quelle dell’Europa occidentale, anche e proprio quando si debbano affrontare posizionamenti ideologici.

Che cosa si impara da questo libro, corredato da eloquenti illustrazioni in bianco e nero, di splendide fanciulle, tra l’altro, che imbracciano il fucile come amazzoni sorridenti della terra donde sorse la civiltà? Innanzi tutto, si imparano i lineamenti di storia curda, storia che un tempo aveva anche in Italia i propri cultori in ambito accademico, si pensi a Mirella Galletti, prematuramente scomparsa. Una storia di continue lotte per l’indipendenza, ma anche di politiche imperialistiche, ottomane o persiane o perfino delle potenze europee del primo dopoguerra, del “divide et impera”, una storia che vede scontrarsi forti gruppi all’interno dell’universo curdo, diviso da due lingue (varianti della medesima, ma con notevoli differenze, come ha sottolineato Sophie Hardach che vede proprio nella divisione linguistica la causa principale della mancata indipendenza, cosa che non mi trova affatto d’accordo); una storia di diuturna, violentissima oppressione da parte della Turchia, e non solo la Turchia del presente regime, ma di tutti quelli più o meno dittatoriali che lo hanno preceduto, dai kemalisti in poi, e dunque per gli ultimi cento anni almeno. E’ una storia anche di gravi connivenze dei governi italiani nei confronti delle politiche di genocidio turche, anche a partire dal fatto che l’Italia è grande esportatore di armi verso la Turchia (si vedano i rapporti tra Prodi e Yilmaz del 1998); ma anche di omissioni e silenzi di vario tipo, con un universo curdo che guarda da sempre con grande simpatia all’Italia (e il numero della comunità curda nel nostro Paese è sempre più alto). Che poi l’Italia abbia rapporti privilegiati non solo con il mondo curdo, ma con quello caucasico è testimoniato tra l’altro dalla significativa presenza di armeni (i curdi vennero utilizzati dai turchi per il genocidio armeno nel 1915-1920), soprattutto a Venezia, dove fu attivo per lungo tempo un notevolissimo collegio e dove tuttora, splendida oasi di pace e cultura nel cuore della laguna, a pochi metri dal Lido rimane il monastero mechitarista di San Lazzaro, visitato da moltissimi turisti. Bellissima l’intervista a Bayar Sivzliyan sulla questione armena e curda presentata qui (pp. 115-119).
Ma Sartori sa offrire una visione davvero a 360 gradi della questione curda, che gli USA cercarono a suo tempo di risolvere con soluzioni parzialmente almeno indipendentistiche. Certamente, anche dopo il referendum del 2017 nel Kurdistan iracheno, le questioni sul tappeto sono tante: occorre cercare faticosamente di creare un solo Kurdistan indipendente – che comprenda i curdi di Siria, Turchia (la maggioranza), Iraq e Iran – oppure una soluzione alla Barzani e discendenti (un solo Kurdistan indipendente nell’attuale regione autonoma omonima in Iraq), è quella migliore? Non è cosa semplice da definire in un contesto del tutto scosso dalla guerra all’ISIS, e scrivo queste righe a poche ore dal ritrovamento del corpo di Lorenzo Orsetti: giusto le sue parole nel video-testamento, una persona che “crede nella libertà”. Morto poco più che trentenne combattendo per i curdi, pur essendo fiorentino, e legato all’anarchia di sinistra dell’YPG; morto in ogni caso per l’ideale universale di libertà, evidentemente, curdo per elezione e non per nascita. Del libro ovviamente di questo non si parla, ma si parla della morte, sempre violenta, e sempre per la causa curda, di due attiviste dai profili diversi e affascinanti, Barbara Kistler e Andrea Wolf, la prima svizzera, e la seconda tedesca, uccise sul finire del secolo in modo barbaro.
Il libro di Sartori ci conduce dunque in quasi trent’anni di lotte, di uccisioni, comprese quelle, col gas, praticate da Saddam Hussein, con almeno 5000 morti, tra cui moltissimi bambini (diffuse ad arte dagli americani, quelle terribili immagini fecero il giro del mondo), in questi giorni di marzo di 31 anni fa. Il progetto americano di un “Free Kurdistan”, datato 2007, sembra segnare il passo, per le mutate circostanze geopolitiche: con esclusione (ci pare di capire) di parte dei curdi di Iran, quello stato, tra Tabriz e Dyarbakir, sarebbe diventato, a dire degli americani, lo stato “più filo-occidentale da Bulgaria a Giappone”, anche in realtà vi sono molti stati filo-occidentali in questa vastissima linea.

Amare le ultime pagine del libro, “Cosa resta dell’autodeterminazione dei popoli”, ove si mostra bene il rischio, ma anche la realtà, delle “indipendenze a geometria variabile” di cui parla Manuel Castells (p. 251), spesso se non sempre eterodirette dalle grandi potenze (Europa esclusa). La domanda di fondo, dopo la lettura di un libro così avvincente (nota da pedante professore: un indice dei nomi di luogo e di persona gli avrebbe giovato, ed anche una cronologia degli avvenimenti), è questa: esiste una internazionale socialista, o anarco-socialista, da cui può dipendere una o l’altra indipendenza. Certamente, l’anarco-capitalismo, come si dice impropriamente, o il liberalismo classico o ancora il libertarismo alla Mises non sembrano (se non nella più astratta teoria) essere veri fomiti per le indipendenze. Certamente Mises non è l’autore più letto tra gli indipendentisti catalani e dubito lo sia in Kurdistan. Mentre lo sono molto di più scrittori appartenenti all’anarco-socialismo, come l’antropologo di New York David Graeber (1961-), docente alla LSE di Londra, autore dotato di finissima intelligenza ma certo poco incline a sposare tesi della scuola liberale-classica (anche se poi arriva a conclusioni che da tale scuola potrebbero essere ben condivise).
Quel che in ogni caso appare chiaro, è che, dopo decenni di stragi perpetrate in ognuno dei quattro stati ove sono ospiti nei confronti dei curdi, il sogno di un Kurdistan indipendente rimane, e qualcuno magari a Washington ancora lo sostiene, pur limitando il sogno alla sua porzione realizzabile, ovvero una indipendenza per il solo Kurdistan iracheno, che in questo senso potrebbe positivamente negoziare con Baghdad. Ma sarebbe sostenibile? O, come per la Grecia nel 1830, o per la Bulgaria, o innumerosi altri casi, si comincerebbe a parlare di una necessità di una “grande Grecia” e “grande Bulgaria” nel caso di specie, ovvero di un “grande Kurdistan”, di cui già si parla in un’infinità di movimenti di attivisti?

La fine della questione ISIS potrebbe davvero riaprire in via definitiva quella curda, con le necessarie cautele, e gli appoggi, mai negati, di Israele, ad esempio. L’UE non appare al momento in grado di dire la propria. Ma forse è meglio così.”

VENETO – Quinta edizione di “1866: la grande truffa” di E. Beggiato

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E’ uscita in questi giorni la quinta edizione di “1866: la grande truffa” di Ettore Beggiato, pubblicata da Editrice Veneta di Vicenza.
Il volume incentrato sul plebiscito di annessione del Veneto all’Italia (21-22 ottobre 1866) è stato stampato la prima volta nel 1999 e, anche grazie alla significativa prefazione del compianto Sabino Acquaviva, suscitò fin da subito un notevole interesse.
Questa edizione, arricchita di nuovi documenti, è nobilitata dalla prestigiosa postfazione di Lorenzo Del Boca,  giornalista, saggista, storico, già presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 2001 al 2010:
 

“I 150 anni della cosiddetta unità d’Italia avrebbero voluto celebrarli in pompa magna: quelli che hanno portato all’annessione di Venezia meglio lasciarli passare sotto silenzio.

Non per caso né per distrazione.

A enfatizzare il tempo fra il 1861 e il 2011 erano stati, soprattutto, i “compagni” più convinti. E, francamente, era sembrato paradossale. Avevano consumato gli anni della giovinezza e della maturità per inneggiare all’internazionalismo proletario e a sognare l’egemonia dell’Unione Sovietica. Il nazionalismo andava bandito dal vocabolario e avversato sul piano culturale come una variazione – nemmeno troppo sofisticata – del fascismo. Quale tricolore? Si poteva fare benissimo a meno del bianco e del verde perché quello che contava per davvero era il rosso.

Con una conversione a 180 gradi, anche i critici più convinti di patria e terminologie affini si sono scoperti partigiani dello stato unitario, frutto delle guerre d’indipendenza nazionale.

Avrebbero voluto trascinarsi dietro le decine di milioni di italiani per glorificare in modo solenne l’anniversario. Mezzo anniversario, per la verità. Perché volevano celebrare l’Italia unita che, nel 1861, era solo mezza. Mancavano Lazio, Veneto, Friuli, Trentino, un pezzo di Lombardia (perché Mantova era ancora austro-ungarica). Dunque: senza Venezia e senza Roma.

Ci hanno messo anche un bel po’ di quattrini per convegni, studi e ricerche. Peccato che tutto l’armamentario accademico non ha approfondito nulla e, gettando al vento un’opportunità probabilmente unica, ha rinunciato a fare chiarezza su quella quindicina d’anni che hanno generato l’Italia. La retorica l’ha fatta da padrona, senza un briciolo di critica e di auto-critica. La narrazione è risultata una melassa indigeribile di esagerazioni buoniste e di autentici luoghi comuni.

I cittadini hanno guardato distrattamente tutto questo sforzarsi per rendere solenne l’anniversario. Torino, ricordo dell’antica capitale, si è abbastanza imbandierata ma le altre città capoluogo di regione sono rimaste abbastanza freddine.

Figurarsi che cosa sarebbe stata una celebrazione analoga per i 150 anni di Venezia italiana. Non ci hanno nemmeno provato.

Cuore e anima delle terre del Piave e dell’Adige hanno un carattere autenticamente autonomo quando non indipendentista. E, se proprio occorre scegliere, meglio Vienna di Roma, più mitteleuropei che italiani.

“Dime càn ma non dirme taliàn”.

Significativo che, ancora oggi, sui muri, non è raro trovare scritte del tipo: “nonostante 150 anni, ancora veneti”.

Può meravigliarsi solo chi non conosce la storia o la vuole storpiare per compiacere i cantori del regime.

Ettore Beggiato, quel 1866, anno dell’annessione, lo ha indagato, vivisezionandolo a puntino, per ricavare contesti, statistiche, riferimenti e documentazioni. Il quadro che ne deriva spiega e giustifica l’atteggiamento dei veneti di oggi che, magari, non conoscono la storia nel dettaglio ma che, pur inconsapevolmente, “sentono” che non gliel’hanno raccontata giusta.

I “serenissimi” hanno alle spalle mille anni di autonomia. Come possono accettare il declassamento a regione (periferica) di uno stato?

La cultura veneta ha attraversato le epoche, segnalandosi per la raffinatezza dei suoi protagonisti. Ha amministrato le sue terre con un governo di Dogi e un Senato che, considerati i tempi, poteva passare perfino per democratico. E, sul piano economico, il commercio ha assicurato una prosperità che, talora, poteva assomigliare persino all’opulenza.

Con il Risorgimento tutta quella gente si è ritrovata cittadina di serie B, poco considerata e persino un poco maltrattata. Dovrebbero anche ringraziare Roma e l’Italia?

Da terra ricca che era si è ritrovata a recitare il ruolo della vacca da mungere.

Proprio in quei mesi del 1866, Ruggero Bonghi lo ha scritto senza mezzi termini al senatore Giuseppe Saracco. “Iddio che ama gli spensierati ci dava Venezia il cui bilancio, presentando un’entrata di circa 79 milioni e un’uscita di circa 54, ci dava un avanzo di circa 25 milioni”. Una boccata d’ossigeno per le casse strampalate del regno d’Italia che ci ha preso gusto e, a cominciare da allora, ha preso a caricare di tasse Venezia e Veneto per coprire uno dei tanti suoi buchi, sempre e inevitabilmente, più mostruosi.

Che cosa ci sarebbe stato da festeggiare nel 2016, a 150 anni dal 1866?

Che cosa avrebbero dovuto inventarsi i cantori dell’unità nazionale per nascondere i brogli, le truffe, le intimidazioni e gli espropri che hanno accompagnato il passaggio di Venezia e Veneto dall’Austria (“felix”) alla Roma (“ladrona”)?

Ettore Beggiato è un innamorato della sua terra alla quale dedica appunti, ricerche e approfondimenti che, con rigore accademico, contribuiscono a creare i presupposti di un’altra storia e di una verità differente. Per questo, è apprezzabile il suo lavoro sul 1866. Perché spiega l’Italia di ieri e consente di comprendere l’Italia di oggi.

In quei mesi i cittadini hanno perso il 45 per cento della loro ricchezza. I ragazzi non hanno più potuto andare a scuola perché ai professori, accusati di essere “austriacanti”, avevano tolto la licenza all’insegnamento. Generazioni di veneti sono stati condannati a “ruscare” fin da bambini per rimediare l’indispensabile per vivere. E, spesso, le fatiche fino alle soglie della morte non erano nemmeno sufficienti.

“Poca Italia – i bastiema – andemo via!”

Proprio allora, sono state create le condizioni per una diaspora senza precedenti di veneti che hanno popolato terra incolte di Argentina e Brasile per trasformarle in campi di grano e vigneti. In qualche caso, l’emigrazione ha toccato il 70 per cento della popolazione. Non di rado, s’incontrano più veneti nei villaggi d’America da loro fondati che quelli dei paesi dai quali sono partiti.

Certo, poco da ricordare e niente da celebrare per lo stato nazionale. Ma almeno a casa nostra, raccontiamocela giusta.

“Coss’ela sta Italia, sta patria, compare… coss’ele ste cose che ghemo da amare…?”

MEDYA CINAR, LIBERA ALLA FINE – di Gianni Sartori

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Il 25 marzo un’altra prigioniera politica, Medya Cinar, ha messo in atto l’estrema protesta, il suicidio, contro l’isolamento imposto a Ocalan e contro la politica repressiva di Ankara.

Mentre oltre settemila prigionieri curdi sono in sciopero della fame (e il governo rimane del tutto impassibile alle richieste), già quattro di loro – nell’arco di un sola settimana – hanno radicalizzato la protesta ponendo fine volontariamente alla vita stessa.

Oltre a Medya Cinar, Zulkuf Gezen (17 marzo, prigione di Tekirdag), Ayten Beçet (22 marzo, prigione di Gebze), Zehra Sağlam. (24 marzo, prigione di Oltu).

A questi bisogna poi aggiungere un militante – Ugur Sakar – che in febbraio si era immolato con il fuoco in Germania e che è deceduto per le gravi ustioni qualche giorno fa.

Pare inoltre che un altro curdo si sia voluto immolare, sempre con il fuoco, proprio il 25 durante una manifestazione.

Medya Cinar, 24 anni, era rinchiusa dal 2015 nel carcere di tipo E di Mardin.

Tornata a Nusaybin dopo essere rimasta ferita (mentre combatteva in Rojava con le YPG contro lo stato islamico), era stata arrestata durante un rastrellamento per imporre il coprifuoco. Sottoposta a tortura, come aveva denunciato, si trovava in attesa del processo. In questo momento, mentre scrivo (tarda serata del 25 marzo) il suo corpo è ancora nell’obitorio di Mardin e la polizia si rifiuta di restituirlo ai familiari.

La drammaticità della situazione è ormai ad un punto tale che il PKK, con un comunicato, ha richiesto con forza la sospensione di tali “atti individuali”. Atti che comunque rendono l’idea di quanto grave sia la situazione carceraria in Turchia e quella dei prigionieri politici in particolare.

Nel suo comunicato il PKK rende onore a coloro che hanno scelto di mettere fine alla loro vita, ma contemporaneamente chiede agli altri prigionieri di non proseguire con tali gesti definitivi e irreparabili.

Il presidente dell’Associazione per i Diritti dell’Uomo (IHD) –Ozturk Turkdogan- e il segretario generale della Fondazione turca per i diritti dell’Uomo (TIHV) – Metin Bakkalci – in una dichiarazione congiunta alla stampa (sia sulla questione degli scioperi della fame che su quella dell’isolamento) hanno dichiarato che “le persone che hanno posto fine alla loro vita in questi giorni per protestare contro l’isolamento di Abdullah Ocalan, detenuto nel carcere di Imrali, ci hanno lasciato con una profonda tristezza. Vogliamo ricordare che la vita è sacra. In quanto difensori dei diritti umani, noi difendiamo il diritto alla vita in ogni genere di condizione. Facciamo un appello affinché nessun altro ponga fine ai suoi giorni, in prigione o altrove”.

Pur consapevoli di quali siano le tensioni – sia politiche che psicologiche – a cui i detenuti vengono sottoposti, hanno voluto ribadire la loro contrarietà a questo genere di azioni.

Arrivando a definirle “non accettabili” e sostenendo che “non devono essere utilizzate per ottenere la soppressione dell’isolamento”.

Una dichiarazione che – a mio avviso – lascia intravedere una possibile spaccatura tra diverse anime del movimento di liberazione curdo. Se vogliamo, tra quella più radicale, rivoluzionaria e quella riformatrice, gradualista.

Ma il comunicato si sofferma anche sul diritto, al momento negato, dei familiari di “seppellire i loro cari secondo la loro religione, le loro usanze”. Mentre invece al momento vengono inumati nottetempo, quasi clandestinamente, dalla polizia. Un metodo definito “irrispettoso e illegale che impedisce ai familiari di vivere il processo del loro lutto”.

Del resto cosa aspettarsi da un regime che ormai – almeno nei confronti dei curdi – pare avviato all’istituzione di un autentico apartheid?

Gianni Sartori