16 FEBBRAIO: LIBERARE TUTTI! – di Gianni Sartori

manifest roma

Venti anni or sono  Öcalan veniva rapito in Kenia e rinchiuso nell’isola-carcere di Imrali (non vi ricorda Robben Island ?). Grazie anche alla dabbenaggine di Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti che prima gli avevano garantito l’asilo politico – successivamente concesso, ma dopo che ormai era stato sequestrato – per poi cacciarlo fuori dall’Italia (su richiesta si presume di Clinton)  consegnandolo di fatto ai suoi aguzzini.

Dal 2011 al leader curdo viene negata la possibilità di incontrare i suoi avvocati e dal 2015 versa in un isolamento pressoché totale. 

Recentemente gli è stato concesso un brevissimo incontro di pochi minuti con il fratello a seguito delle proteste di centinaia di prigionieri politici in sciopero della fame (e in particolare della deputata di HDP Leyla Guven).

Perché tanta ferocia nei suoi confronti?

Perché un prigioniero suscita ancora tanta paura?

Evidentemente (così come avvenne con Antonio Gramsci, Nelson Mandela, George Jackson, Patsy O’Hara, Bobby Sands… ) nemmeno le dure condizioni carcerarie hanno potuto ”impedire al suo cervello di funzionare” (per citare quanto Mussolini auspicava per l’esponente comunista rinchiuso nella prigione di Turi).

Screditare Öcalan , impedirgli di interagire con il suo popolo, svalorizzare quanto ha saputo elaborare – i principi teorici del Confederalismo democratico alla base della rivoluzione in Rojava – nella prospettiva di una risoluzione politica dei conflitti mediorientali (in primis, quello tra il popolo curdo e lo stato turco)…

Questo lo scopo – neanche tanto malcelato – della dura,  repressiva politica carceraria adottata nei suoi confronti.

Nel nord della Siria gli scritti di Öcalan hanno fornito le basi teoriche e pratiche sia per la resistenza alle aggressioni dello Stato islamico, sia per la costruzione di un esperimento sociale di natura libertaria, inter-etnico, basato sulla parità di genere, laico ed egualitario.

Una speranza per le popolazioni del Medio Oriente (e non solo), ma anche una potenziale minaccia per i regimi autoritari, sessisti, razzisti (nei confronti delle minoranze, sia etniche che religiose), talvolta apertamente integralisti. Con una mai sopita vocazione al genocidio e all’etnocidio.

Regimi a cui rivolgere l’epiteto di nazi-fascistoidi non sembra proprio una esagerazione.

Non è un caso che in questi ultimi anni la repressione si sia inasprita, sia in Turchia che in Iran (tanto per citarne un paio di stati autoritari). In Turchia il numero dei prigionieri politici (sia curdi che turchi, militanti della sinistra democratica e rivoluzionaria) ha raggiunto e superato quota 260mila. Molti di loro vengono sottoposti ad angherie, maltrattamenti, torture. E sempre più si diffonde la pratica dell’isolamento e della deprivazione.

Ma la violenza statale non si esercita solamente nei confronti delle popolazioni più o meno indocili, non rassegnate e non addomesticate (come appunto i curdi o i palestinesi).

Si scatena anche nei confronti di Madre Terra, delle foreste (vedi gli incendi devastanti nel Bakur provocati dai militari turchi), della fauna e delle acque. Emblematico il sequestro (come definirlo altrimenti?) del Tigri e dell’Eufrate – autentico “patrimonio dell’Umanità” – irregimentati con una miriade di dighe causando la sommersione di insostituibili tesori archeologici (vedi Hasankyef). Per non parlare delle catastrofi umanitarie come quella innescata dalle devastanti operazioni dell’esercito turco nella città di Afrin.

Per porre un confine a tutto questo, alla morte elargita a piene mani da dittatori, autocrati e fanatici in armi, la richiesta di scarcerazione per Öcalan e per tutti i prigionieri politici rimane un passo fondamentale, ineludibile. Il potenziale ruolo di Öcalan  è sicuramente paragonabile a quello svolto a suo tempo da Nelson Mandela. Con la medesima autorevolezza, il leader curdo potrebbe traghettare (o meglio: dovrebbe poter traghettare) sulle sponde di un sistema autenticamente democratico le martoriate popolazioni ancora sottoposte a inique, ingiuste e inutili sofferenze.

Il suo contributo è necessario, indispensabile, insostituibile.  

Anche per questo è fondamentale partecipare massicciamente alla Manifestazione nazionale del 16 febbraio 2019 a Roma (ore 14, Piazza della Repubblica).

Libertà per Öcalan e per tutte e tutti i prigionieri politici

Difendiamo il Rojava per la libertà e la pace in Medio Oriente

 

Gianni Sartori

CITTADELLA (Padova) – iniziative per il “Giorno del ricordo”

cittadella beggiato

Il 10 febbraio di ogni anno si celebra il “GIORNO DEL RICORDO” e l’Amministrazione comunale di Cittadella, in collaborazione con l’Unione degli Istriani, propone una serie di eventi per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli istriani e dei dalmati e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre alla fine della seconda guerra mondiale e della complessa vicenda del confine orientale.
Eventi che culmineranno domenica 10 febbraio 2019 con la cerimonia di scopertura di una targa commemorativa sul Palazzo della Loggia.

L’intento è quello di ricordare le vicende della popolazione dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia e far conoscere la loro storia alle nuove generazioni. Si tratta della prima edizione di un appuntamento che vogliamo si ripeta ogni anno. Un ringraziamento all’Unione degli Istriani e all’Associazione Ezzelino III da Onara per la collaborazione e la partecipazione. Un grazie particolare ad Andrea Preden, componente della Consulta comunale alla Cultura e figlio di esuli, che ci ha aiutati a realizzare questo progetto” commenta il Sindaco Luca Pierobon.

APPUNTAMENTI:

Giovedì 31 gennaio alle ore 2045 presso la torre di Malta (Porta Padova), “Veneti, Istriani e dalmati secoli di storia comune”.

Interverranno:

Ettore Beggiato, saggista, padre della legge regionale “Interventi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio di origine veneta nell’Istria e nella Dalmazia”

Lorenzo Fogliata, avvocato penalista, professore universitario presso l’università di Padova, storico della Serenissima Repubblica Veneta.

Massimiliano Lacota, avvocato di Trieste, Presidente dell’Unione degli istriani, libera provincia dell’Istria in esilio.

Domenica 3 febbraio e fino al mercoledi 14 febbraio presso la Chiesa del Torresino Mostra “Magazzino 18”, una commovente raccolta fotografica sul dramma dell’esodo di migliaia di giuliani e dalmati.

Martedì 5 febbraio alle ore 2030 proiezione del film “Rosso Istria” – RED LAND presso il Cinecentrum a Cittadella a cura dell’Associazione Ezzelino III da Onara. Il film sarà preceduto da un dibattito.

Sabato 9 febbraio alle ore 20:45 presso la Torre di Malta, il giornalista e reporter di guerra Fausto Biloslavo ed il Generale degli Alpini Silvio Mazzaroli interverranno sul tema: La complicata vicenda del confine orientale nell’Immediato dopoguerra.

Domenica 10 Febbraio alle ore 10:00 – Giorno del Ricordo – Inaugurazione targa commemorativa presso il palazzo della Loggia, discorso delle Autorità e a seguire visita alla Mostra del Torresino.

LEYLA LIBERA! LA LOTTA CONTINUA – di Gianni Sartori

ANF Images

Una bella notizia finalmente. Sotto pressione per l’ampia mobilitazione internazionale suscitata dallo sciopero della fame  di Leyla Guven e di centinaia di altri prigionieri politici, le autorità di Ankara (consapevoli di non potersi permettere – almeno qui e ora – una “Bobby Sands” curda) hanno rimesso in libertà la deputata di HDP prigioniera. Tuttavia, le accuse contro di lei rimangono sul tappeto.

Tra le prime reazioni, quella del PCF (Parti communiste francais). Nel comunicato di oggi, 25 gennaio si legge:
Leyla Guven viene liberata dopo 79 giorni di sciopero della fame. Il movimento di cui lei aveva preso l’iniziativa, seguita da oltre 250 prigionieri politici curdi, intendeva ottenere la fine dell’isolamento del leader curdo A. Ocalan.

Arrestata ingiustamente per il suo impegno democratico, come altri parlamentari, sindaci e militanti di HDP, Leyla Guven rimane profondamente segnata da questa prova, ma lei ha dimostrato che era possibile piegare la tirannia di Recep Tayyip Erdogan.

La lotta continua nel solco tracciato da Leyla Guven. Lei incarna questa mirabile lotta di emancipazione del popolo curdo per far prevalere la giustizia, la democrazia e la pace in Turchia e anche in Rojava, minacciato dalla barbarie del regime turco e dei suoi alleati jiadisti. 

Le diverse forma di mobilitazione, dallo sciopero della fame di Strasburgo a quella dei comunisti in tutto il paese (in riferimento alla Francia ndr) deve spingerci ad ampliare la lotta”.

E il comunicato conclude segnalando che oggi, 25 gennaio “la responsabile dei rapporti internazionale del PCF, Lydia Samarbakhsh e Sylvie Jan, presidente di France-Kurdistan, sono presenti al tribunale di Diyarbakir in questo giorno di vittoria per esprimere il sostegno incondizionato del PCF al popolo curdo e a tutti i democratici della Turchia”.

Ovviamente la liberazione di Leyla Guven non rappresenta la soluzione del problema che stava all’origine della sua radicale, estrema protesta: la fine dell’isolamento carcerario imposto all’esponente curdo Abdullah Ocalan.

Ugualmente, rimangono aperte altre due questioni fondamentali:

la liberazione di tutti i prigionieri politici e la ripresa dei colloqui-trattative di pace tra le autorità turche e il PKK,

Per questo il popolo curdo mantiene la sua mobilitazione a sostegno delle richieste avanzate dai militanti ancora in sciopero della fame

Tra le manifestazioni previste in Europa per il 25 gennaio vanno segnalate quella di Place Schuman a Bruxelles (ore 14), di Atene (Piazza dell’Accademia, ore 18), di Monaco (davanti a Arnulfstrasse Mercedes, ore 18,30), di Parigi (Place de Chatelet, ore 14).

Per domani, 26 gennaio, sono previste altre manifestazioni a Mannhein (Paradeplatz, ore 14), Francoforte (Stazione centrale, ore 14), Hannover (di fronte alla stazione centrale, ore 14), Kiel (sempre davanti alla stazione, ore 16), Friburgo (Alte Synagogen Square, ore 16), Stuttgart (via Lautenschlager, ore 14), Norimberga (Chiesa di Lorenz, ore 16), Dusseldorf (di fronte alla stazione centrale, DGB Haus, ore 13,30), Berlino (via Bernauer, ore 15), Karlsruhe (Stephans Square, ore 15), Brema (davanti alla stazione centrale, ore 13), Darmstadt (Luizenplatz, ore 14), Oldenburg (raduno di bambini, Marktplatz, ore 14,30), Vienna (Museumsqaurter Vienne, ore 16,30), Graz (Griesplatz, ore 15), Bregenz (in riva al lago, ore 15), Copenaghen (Vesterbros Torv – DR Emil Holms Kanal, ore 13), Amsterdam (Waterrlooplein 1011 PG Amsterdam, ore 13).

Altre iniziative in Svizzera (a Bale e a Berna, rispettivamente in Claramarkt, ore 16 e davanti al Parlamento, ore 14).

A San Gallo e a Lugano, davanti alla rispettiva stazione, entrambe alle ore 16. Ad Aarau alle ore 17.

In Svezia, a Stoccolma (Norabantoget, ore 13,30) e a Goteborg (Gotapatsen, ore 13,30).

Gianni Sartori

CARA LEYLA, TI SCRIVO… – di Gianni Sartori

leyla

E’ dal giorno 8 novembre dell’anno scorso che la prigioniera politica Leyla Guven – deputata curda e militante femminista – è in sciopero della fame illimitato.

Fate bene i vostri conti e potrete rendervi conto di quanto ormai la sua stessa vita (per non parlare della salute e integrità fisica) sia a rischio.

La sua richiesta, finirla con l’isolamento totale (definito “crimine contro l’umanità”) imposto all’esponente curdo Abdullah Ocalan, segregato sull’isola si Imrali.

Isolamento che “non viene imposto solamente a lui, ma all’intera società”.

Da ogni parte del mondo altre donne – molte delle quali hanno conosciuto di persona il carcere, le persecuzioni del potere – le hanno scritto per esprimere vicinanza. Segnalate dai media soprattutto le lettere di Angela Davis – nota come scrittrice oltre che esponente storica delle lotte per i Diritti degli afro-americani – e della militante palestinese Leila Khaled.

Ricordava Angela Davis che “il maggior movimento di difesa delle donne in Turchia, il Congresso delle donne libere, fondato in Kurdistan, è stato dissolto con la forza e molte militanti sono state imprigionate. E chi aveva protestato contro i massacri di migliaia di Curdi per mano dell’esercito turco – dopo la rottura del processo di pace nel 2015 – è stato criminalizzato in vario modo. Coloro che tra noi, negli Stati Uniti, hanno protestato contro l’espansione del complesso penitenziario-industriale venivano incoraggiati nel corso degli anni dalle coraggiose azioni dei prigionieri politici curdi e in particolare dalle donne che hanno saputo resistere alle carceri di stile americano in Turchia”. Aggiungendo che Leyla Guven è “una grande fonte di ispirazione per i popoli del mondo intero che credono nella pace, la giustizia e la liberazione. Mi unisco a tutti coloro che la sostengono e condanno le condizioni repressive della detenzione di Ocalan”.

Leyla Khaled, in quanto esponente del Fronte popolare di liberazione della Palestina, ha sottolineato che “nelle prigioni turche e israeliane, le rivoluzionarie hanno avviato uno sciopero della fame per la libertà, la giustizia, per impedire al sistema al potere di spezzare la voce di quanto vogliono la democrazia”.

Altri messaggi di solidarietà provenivano poi da donne di Paesi come Euskal Herria e l’Irlanda dove non sono mancati esempi di scioperi della fame condotti da prigionieri politici.

Lettera significativa quella di Nora Irma Morales de Cortinas, tra le fondatrici delle Madri di Plaza de Mayo, il movimento delle donne i cui figli erano “scomparsi” dopo essere stati sequestrati (decine di migliaia di desaparecidos) durante la dittatura militare in Argentina.

“Le madri di Plaza de Mayo Linea Fundadora – ha scritto – hanno più di 40 anni di resistenza alla dittatura. Per questo sappiamo bene che in questa lotta, si impegna la propria vita in molteplici modi. Noi sosteniamo che tale azione di lotta in diverse prigioni non rappresenta soltanto un gesto di dignità e un esempio, in un mondo ripiegato nell’indifferenza. Noi sosteniamo che riguarda ugualmente l’obiettivo della libertà di tutti i prigionieri politici”.

Particolarmente significativo – dato che la scrivente si trova attualmente rinchiusa in un carcere iraniano – quanto ha detto Zeynab Jalalian, militante curda del Rojhelat (Kurdistan orientale, sotto amministrazione iraniana).

Nel 2008 era stata condannata alla pena capitale (in quanto “nemica di Dio”), in seguito modificata in ergastolo.

Nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni di salute – e nonostante l’intervento di organizzazioni umanitarie – le sono state negate cure adeguate.

“Mia cara Leyla – scrive – sono Zeynab, Zeynab Jalalian, dietro le sbarre di una prigione. Quando sento l’eco della tua lotta per la libertà, io divento più determinata e resistente nel battermi per gli oppressi”.

Per Zeynab, il Kurdistan “madre di ogni civilizzazione” è sempre stato oggetto di distruzione da parte di dittatori sanguinari e autoritari. Con il risultato di “migliaia di vittime innocenti”. In Turchia, continua “la repressione è feroce, la Turchia vuole risolvere la situazione ricorrendo a un’aggressione di stampo fascista”.

E naturalmente “i crimini fascisti non sono perpetrati solamente contro il popolo curdo. Tale oppressione è altrettanto crudele nei confronti dei Turchi in quanto la crisi economica aggrava di giorno in giorno la situazione della popolazione turca. Le guerre devastatrici nella regione hanno provocato la morte e l’allontanamento di centinaia di migliaia di persone. I Curdi hanno sempre cercato la pace con gli Stati vicini e il loro Confederalismo democratico rappresentava una soluzione ai problemi. Ma altrettanto chiaramente tale prospettiva costituisce “una minaccia per i regimi autoritari in quanto mette in primo piano l’interesse dei popoli”.

Augurandosi che il corpo di Leyla non subisca troppi e irreparabili danni, Zeynab conclude: “ i miei pensieri sono con te, Leyla,mia cara (…) tu e la gente come te siete l’avanguardia di una lotta mondiale. E quindi meritate il meglio”.

Gianni Sartori

ANKARA NON VUOLE I SIRIANI A MINBEJ – di Gianni Sartori

minbej

 

Truppe siriana a Minbej? Per la Turchia meglio di no.

Ankara non ci sta. Le milizie YPG avevano invitato l’esercito siriano a dispiegare i propri soldati nella città del nord della Siria – strappata agli integralisti nel 2016 e ancora sotto controllo delle FDS (Forze democratiche siriane, alleanza arabo-curda in cui sono integrate le YPG) – dove qualche giorno fa un’esplosione in un ristorante, opera di un attentatore solitario, aveva causato una ventina di vittime (tra cui alcuni militari americani).

Rivendicato dallo Stato islamico, si tratta dell’attacco più devastante condotto dal 2014 contro la componente statunitense della coalizione anti-Isis in Siria.

“Nonostante il tentativo delle YPG, non consentiremo al regime siriano di entrare a Minbej” ha dichiarato alla stampa Hami Aksoy, portavoce del ministero degli Affari Esteri turco.

Come è noto, la Turchia considera le YPG un “gruppo terrorista” in quanto legate al PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), in armi contro Ankara dagli anni ottanta.

L’annunciato ritiro statunitense dalla Siria (pur con qualche successivo ripensamento) aveva determinato nei curdi (consapevoli di rischiare l’ennesima operazione di pulizia etnica da parte dell’esercito turco) la sofferta decisione di appellarsi al regime di Damasco.

Ma la Turchia, alleata e sponsor dei “ribelli” anti-Assad, non poteva certo vedere di buon occhio tale prospettiva. Nelle trattative avviate l’anno scorso – e poi interrotte – tra Ankara e Washington, Minbej doveva diventare teatro di una soluzione, un compromesso che prevedeva (dopo il ritiro curdo e la – improbabile – riconsegna delle armi agli USA), la presenza di pattuglie congiunte turco-statunitensi.

L’8 gennaio era previsto un incontro tra Erdogan e John Bolton. Ma allora il presidente turco – in aperta polemica con Trump – si era rifiutato di incontrare il consigliere alla sicurezza statunitense.

L’incontro – per quanto posticipato di una decina di giorni – è poi avvenuto il 18 gennaio. Forse una conseguenza della minacce di Trump di “devastare l’economia turca” se Ankara avesse approfittato della nuova situazione in Siria per attaccare i curdi.

Presenti, oltre a Erdogan, il senatore repubblicano Lindsey Graham, il ministro degli Affari Esteri Cavusoglu (che si era già incontrato con Graham il 6 gennaio), Ibrahim Kalin (portavoce di Erdogan) e Fahrettin Altun (direttore delle comunicazioni della presidenza).

Rilanciata nella riunione la proposta (risalente ancora al 2013 da parte di Ankara) di una “zona di sicurezza di 32 chilometri a protezione della frontiera meridionale turca”.

In febbraio Cavusoglu dovrebbe a sua volta recarsi a Washington per la prevista riunione della coalizione internazionale contro lo Stato islamico.

Gianni Sartori