POPOLI E GENOCIDI – I TEDESCHI CHIEDONO SCUSA PER IL GENOCIDIO DI HERERO E NAMA (E FORSE L’ITALIA DOVREBBE PRENDERE ESEMPIO) – di Gianni Sartori

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Con colpevole ritardo – ma non si può seguire tutto in tempo reale – apprendo che il processo definito (forse in maniera non del tutto appropriata) di “Riconciliazione” per lo sterminio di  Herero e Nama in Namibia (all’epoca “Africa tedesca del Sud-Ovest”) va compiendo ulteriori passi avanti.

Nel 2018 la Germania (Stato colpevole e reo-confesso) aveva ammesso pubblicamente le proprie colpe e – in Agosto – la Chiesa evangelica tedesca (EKD, luterana) chiedeva perdono per quello che viene considerato il primo genocidio del XX secolo. Precedente sia a quello armeno, sia a quello ebraico, ma non ovviamente il primo della Storia. Basti pensare a quello subito da”indiani” e “indios” nel continente americano per mano degli europei (rispettivamente anglosassoni e latini).

Il sistematico massacro di Herero e Nama si colloca tra il 1904 e il 1907, ossia nel periodo delle “guerre herero” (un eufemismo, in realtà si trattava di colonizzazione brutale e sanguinaria).

Per soffocare la ribellione dei nativi, il generale Lothar von Trotha ricorse ad ogni possibile mezzo “non convenzionale” (altro che “guerra”!) come l’avvelenamento dei pozzi.

E’ passato alla Storia il comunicato – in stile nazista ante litteram – rivolto dal generale tedesco agli Herero sopravvissuti dopo la battaglia di Waterberg:

Il popolo Herero deve lasciare il paese. Ogni Herero che sarà trovato all’interno dei confini tedeschi, con o senza arma, con o senza bestiame, verrà ucciso. Non accolgo più né donne nè bambini: li ricaccerò alla loro gente o farò sparare loro addosso. Queste sono le mie parole per il popolo Herero”.

Nel novembre 1904 – su preciso ordine del cancelliere del Reich von Bulow – iniziava la costruzione  dei Konzentrationslager (tradurre mi sembra superfluo) per gli Herero (in gran parte donne e bambini) sopravvissuti. Prima schedati in quanto “idonei al lavoro” o meno, gli indigeni vennero utilizzati sia come schiavi, sia come cavie per esperimenti definiti “medici” e “scientifici” (sterilizzazione, inoculazione di germi del vaiolo, della tubercolosi, del tifo…). Metodi artigianali (un “banco di prova”), propedeutici a quanto il nazismo opererà poi su scala industriale.

Lo “scienziato” tedesco (scienziato? Pazzo criminale piuttosto) Eugen Fischer compì esperimenti sui figli – mulatti – di donne Herero e di coloni bianchi arrivando alla conclusione che “per le razze inferiori l’unica soluzione era quella dello sterminio totale”. In nome della purezza della razza. Non è poi secondario ricordare che Fischer divenne rettore dell’Università di Berlino avendo tra i suoi studenti nientemeno che Josef Mengele, l’allievo destinato a superare il maestro.

Se all’inizio dell’occupazione tedesca gli Herero erano circa 100mila, alla fine ne rimanevano soltanto 25mila. Cifre analoghe a quelle registrate in Libia, colonia italiana.

Solo nel 1985 le Nazioni Unite arrivarono a definire lo sterminio pianificato di Herero e Nama come “genocidio” (anche se talvolta, minimizzando, si è parlato di “tentativo di genocidio”). All’epoca, ricordo, la Namibia era ancora sotto l’occupazione di Pretoria che vi aveva introdotto l’apartheid e combatteva aspramente – grazie anche ai “volontari” neofascisti europei – contro il movimento di liberazione SWAPO.

Risaliva al  2004 un primo, modesto “riconoscimento della proprie responsabilità” da parte del Governo tedesco.

Ma per quanto “modesto”, sempre meglio dell’Italia comunque. Roma (come da millenaria tradizione) si è specializzata nel confondere le acque (in base al luogo comune – non verificato – degli “Italiani brava gente”) in merito ai vari massacri perpetrati dal proprio esercito contro le popolazioni civili. Dalla guerra di Spagna (bombardameni su Barcellona) alla Libia, dall’Etiopia (uso di gas micidiali, esecuzioni di massa…) alla Yugoslavia nella Seconda guerra mondiale.

Per non parlare del collaborazionismo fascista nella deportazione e sterminio degli Ebrei.

Il 29 agosto del 2018 Berlino ha poi restituito i resti mortali di persone Herero e Nama portati in Germania nel corso del periodo coloniale (1884-1919) e in occasione di tale evento è stato celebrato – presso la Franzosische Friedrichstadtkirke di Berlinoun culto commemorativo a cura della Chiesa evangelica tedesca e del Consiglio delle Chiese in Namibia. Dopo la cerimonia, i resti sono stati consegnati ai rappresentanti del governo namibiano in un atto ufficiale del ministero degli Esteri tedesco e dell’ambasciata di Namibia. Due giorni dopo, il 31 agosto, nella capitale namibiana – Windhoek – si è svolta un’analoga cerimonia di Stato.

Era intervenuto Ernst Gamxamub, vescovo della Chiesa evangelica luterana nella Repubblica di Namibia (chiesa membro della Federazione luterana mondiale). Congiuntamente, anche Petra Bosse-Huber, vescova per le relazioni ecumeniche e responsabile per i pastori all’estero. 

Nel suo sermone Gamxamub ha rivolto un appello affinché possiamo “imparare dal nostro passato per scrivere nuovamente il nostro futuro, caratterizzato dai seguenti valori: dignità umana, rispetto, uguaglianza, buona convivenza”. Per la Pace e la Giustizia.

“Insieme ai discendenti delle vittima – aveva poi aggiunto Petra Bosse-Huber – intendiamo mantenere viva la loro memoria, sostenere pubblicamente il riconoscimento del genocidio e lavorare per sconfiggere i torti commessi dal domino coloniale tedesco”.  

A quando un’analoga ammissione di colpa per l’operato italico nel secolo scorso?

Gianni Sartori

 

Südtiroler Heimatbund – Attività dell’anno 2018 – di Roland Lang

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Roland Lang, Obmann dell’Associazione Patriottica SudTirolese “Südtiroler Heimatbund”, illustra in una relazione l’attività svolta nell’anno 2018.

Tätigkeitsbericht des Südtiroler Heimatbundes 2018

Auch das Jahr 2018 war für den Südtiroler Heimatbund ein Jahr mit Trauer, Einsatz und Freude. Unser Einsatz galt auch 2018 der Selbstbestimmung, die wir auch außerhalb unseres Landes unterstützten. Viel Nachdenken erzeugte unter den Teilnehmern bei unserer Kulturfahrt in das Kanal Tal die dort verlorene Identität des ehemaligen österreichischen Gebietes.Mit der Teilnahme bei volkstumspolitischen Veranstaltungen und mit zahlreichen Stellungsnahmen war der SHB auch 2018 präsent.

Abschied nehmen mussten wir 2018 von 5 Freiheitskämpfern:Konrad Matuella geb. in Neumarkt, verstorben in Bad Hindelang in Deutschland im März; Karl Thaler, Tramin, im April; Georg Lanz, Terlan, im Mai; Johann Auer, Ahrntal im Juni und Johann Barbieri, Terlan, begleiteten wir im November 2018 zur letzten Ruhe. Im April verstarb auch die Frau unseres Ehrenobmannes und Freiheitskämpfers Sepp Mitterhofer, Maria (Moidi) Mitterhofer, die ihrem Mann immer selbstlos zur Seite gestanden ist. Euch allen danke für euren Einsatz für ein freies Tirol!

Die Wiederverleihung der österreichischen Staatsbürgerschaft an die österreichische Minderheit in Italien ist ein souveräner Akt Österreichs, stellte der SHB im Februar 2018 in einer Aussendung klar. Italien habe darüber nicht zu befinden, auch wenn nationalistische Äußerungen einiger lokaler italienischer Politiker oder nationaler Zeitungsschreiber dies gerne haben möchten. Dies erklärte der Obmann des Südtiroler Heimatbundes, Roland Lang, in einer Aussendung.

Am 22. Februar nahm eine Delegation des SHB auf Einladung des Bürgermeisters von Bozen am Gedenken für die Geschwister Scholl an der Stele für die Widerstandsgruppe in Bozen/ Gries- Quirein teil.

Am Samstag, den 7. April fand in Terlan die 44. Bundesversammlung des Südtiroler Heimatbundes statt.

Diese Jahrhundertchance, das österreichische Angebot der Staatsbürgerschaft, ist der SVP nur lästig. Man will es vertagen und dann begraben. Natürlich wird das scheinheilig geleugnet. Aber damit kann der letzte Südtiroler von der Illusion Abschied nehmen, dass die SVP noch volkstumspolitische Anliegen vertritt. Sie geht seit Beginn der Amtsübernahme des LH den Weg der feigen, billigen Anbiederung an italienische Interessen.

Kein Wunder, dass sie auch im Fall Katalonien kein Wort der Verteidigung gefunden hat, ganz im Gegenteil. Auch die horrende Verfolgungspolitik der spanischen Regierung findet sie ganz in Ordnung. In Spanien gibt es heute viele politische Häftlinge, die nichts anderes getan haben, als mit demokratischen Mitteln den Volkswillen in einem Referendum zu erkunden und folgerichtig im katalanischen Parlament die Unabhängigkeit Kataloniens zu beschließen. Was wir heute in Europa ohne jeden Widerspruch irgendeiner Regierung erleben, ist die Wiederkehr des Nationalismus und der feigen Anbiederung ganz Europas. Das Europa der Gegenwart verrät alle angeblichen europäischen Werte. Es macht sich zum billigen Handlanger der spanischen Nationalisten.

Die Haltung des Südtiroler Heimatbundes ist klar: Wir kritisieren das scharf. Spanien ist nur noch eine Scheindemokratie, und Europa eine Gemeinschaft mit verratenen Werten.
Es ist unverständlich, dass es in Europa wieder politische Häftlinge gibt, die wegen ihres Einsatzes für die Selbstbestimmung verfolgt und eingesperrt werden. Jeder europäische Staat, der sich zum Handlanger nationalistischer Staatsanwälte und Regierungen macht, handelt gegen jede Rechtsstaatlichkeit und gegen den Gedanken eines freien Europas der Völker und Regionen, so der SHB-Obmann in seiner Ansprache.

Mit der Begrüßung „Viil gaheerte Hèeren und Vraun, liabata Khsellen, ich bolüstiga-mich möganten prèchtan bon Kånåltol“ begann Luis Thomas Prader, Sekretär des Sprachinselkomitees, im dort gebräuchlichen Kärntnerdeutsch sein Referat über das Kanaltal. Wenn in Südtirol das Wort Kanal Tal fällt, hört man fast immer die Frage „wo ist das?

Der Landtagsabgeordnete der Süd-Tiroler Freiheit Bernhard Zimmerhofer berichtete über die aktuelle politische Lage in Südtirol. Die Landesversammlung endete mit der Landeshymne.

Im Mai wurde in Bozen die Ausstellung „BAS- Opfer für die Freiheit“ eröffnet. Sie zeigt den Freiheitskampf der Südtiroler in den sechziger Jahren anhand von Dokumenten, Briefen und zahlreichen Exponaten nach. Besonders Ehrenobmann Sepp Mitterhofer hatte jahrzehntelang Gegenstände, Fotos und Unterlagen aus dieser Zeit gesammelt und für die Ausstellung zur Verfügung gestellt. Auch beim Zustandekommen dieser Ausstellung war der SHB maßgeblich dabei.

Auch dieses Jahr war es dem Südtiroler Heimatbund (SHB) ein Anliegen, seinen Mitgliedern ein interessantes und ethnisches Problem betreffende Lehrfahrt anzubieten. Da die Fahrt in das Kanal Tal am Pfingstwochenende vom Sprachinselforscher Luis Thomas Prader organisiert wurde, war es von vornherein klar, dass es verschiedene Treffen mit dem Kanaltaler Kulturverein, Schulpersonen und anderen interessanten Menschen in diesem Tal geben würde. Führungen und eine Kranzniederlegung beim Heldenfriedhof rundeten das Programm ab.

Mehr als 200 Personen nahmen am 8. September an der Einweihung des Gedenksteines für die Internierten des „Campo di concentramento Campo Isarco“ in Blumau und der Buchvorstellung über dieses Lager teil. Dazu eingeladen hatten der Südtiroler Heimatbund, der Heimatschutzverein Karneid, die 3 Schützenkompanien Karneid, Steinegg und Gummer sowie die Gemeinde Karneid.

Dieses italienisch-faschistische Internierungslager geriet bald nach dem Zweiten Weltkrieg in Vergessenheit. Besonders die italienischen Politiker machten lieber auf das nazideutsche Durchgangslager in der Reschenstraße in Bozen aufmerksam. So wie die vielen italienischen Konzentrationslager in Ost- und Nordafrika, in Griechenland und in Slowenien während des Weltkrieges, passten solche „Einrichtungen“ nicht in das Geschichtsbild über das „Ventennio“, worin der Duce stets brav und nur sein Kumpan Hitler ein Mörder und Verbrecher war.

Zeitweise waren hier an die 3.000 Personen eingesperrt! Daran, dass die Gefangenen ihrer Freiheit beraubt waren, ließen Stacheldraht, 66 Scharfschützen, Schwarzhemden und tägliche Appelle keinen Zweifel aufkommen. Auch für eine vorbereitete Massenerschießung wurden nun Belege gefunden.

Ehrengast der Veranstaltung war die Buchautorin und Historikerin Alessandra Kersevan aus Udine, die in ihrer Stellungnahme erklärte:

„Der Anlass ist wichtig, vor allem im Hinblick auf die Geschichte, denn durch diese Initiative trägt Eure Gemeinschaft dazu bei, einen wichtigen Teil der Vergangenheit Italiens ins Rampenlicht zu stellen, von dem in dieser Nachkriegszeit wenig geredet wurde: ich meine das Vorhandensein im italienischen Staatsgebiet – in den ersten Jahren des Zweiten Weltkriegs – eines ausgedehnten Netzes von Konzentrationslagern, die vom Faschismus errichtet worden waren.

Eines von diesen Lagern war hier, in Blumau, in einem Gebiet, das bereits wegen der Unterdrückung der deutsch- und ladinischsprachigen Bevölkerung durch den Faschismus gelitten hatte. Bis vor kurzem war „Prati d’Isarco“ nur ein Name im Verzeichnis der über zweihundert vom Mussolini-Regime geführten Konzentrationslager. Jetzt aber können wir dank der Nachforschungen von Günther Rauch die Geschichte dieses Lagers kennenlernen.“

Im Oktober gratulierte der SHB der kurdischen Freiheitskämpferin Nadia Murad, die sich geweigert hat, zum Islam zu konvertieren, zur Auszeichnung mit dem Friedensnobelpreis.

Die ezidisch-kurdische Familie der Menschenrechtlerin Nadia Murad stammt aus dem Dorf Koço (Kocho) im Şengal. Das etwa 1.700 Einwohner zählende Dorf, in dem 300 Familien lebten, war am 15. August 2014 von der islamischen Terrormiliz „Islamischer Staat“ (IS) überfallen worden. Weil sich die Bewohner weigerten, zum Islam zu konvertieren, wurden 380 Männer und Jugendliche erschossen. 694 Frauen und Kinder wurden entführt und sexuell ausgebeutet beziehungsweise zu Kindersoldaten ausgebildet. Auch die Mutter und sechs Brüder Nadia Murads wurden ermordet.
Der heute 25-Jährigen gelang nach etwa drei Monaten die Flucht aus der IS-Gefangenschaft.

Das ezidimische-kurdische Volk kämpft für sein Recht auf Selbstbestimmung und Selbstverwirklichung. Darum wurde es in seiner Geschichte dutzende Male zum Ziel von Angriffen und Massakern. Tausende Frauen und Männer sind immer noch in den Händen der Dschihadisten. Die mit dem Sacharow-Preis ausgezeichnete Aktivistin lebt heute in Deutschland, wo sie sich gegen den islamischen Terror einsetzt.

Der SHB wollte zur doppelten Staatsbürgerschaft die Meinung der italienischen Bevölkerung erfahren, um zu sehen, ob auch diese dem nationalistischen Geist ihrer Regierungsvertreter anhängt oder nicht.

Das unabhängige italienische Meinungsforschungsinstitut DEMETRA in Mestre machte dazu im Oktober 2018 eine repräsentative Umfrage in ganz Italien. Die Überraschung war perfekt.

Die italienische Bevölkerung erklärte mehrheitlich, mit klaren 59% Zustimmung, mit dem österreichischen Vorhaben einverstanden zu sein. Die jungen Italiener sind besonders fair. Mit 77% befürworteten sie die österreichische Staatsbürgerschaft für Südtiroler.

Mit ihrer negativen Haltung und ihren nationalistischen Äußerungen stehen die italienischen Politiker damit dem Willen des eigenen Volkes entgegen. Jene, die sich gerade in der neuen Regierung auf das italienische Volk berufen, sollten dies beherzigen.

Das fremdbestimmte Tirol gedenkt mit einer Dornenkrone in Bozen des Endes des 1. Weltkrieges vor 100 Jahren: Am 3. November 1918 wurde in der Villa Giusti in Padua der Waffenstillstand zwischen Österreich und Italien unterschrieben. Damit endete der erste Weltkrieg an der Italienfront, der Millionen von Toten gefordert hatte, tausende von Verwundeten sowie besonders Tirol und Oberitalien in Not und Elend gestürzt hatte.

100 Jahre nach dem Waffenstillstand hat sich im italienischsprachigen Tirol die Gruppe „Noi Tirolesi/ Wir Tiroler“ gegründet mit der Absicht, auf das Leid der Menschen im südlichen Tirol seit der Teilung des Landes aufmerksam zu machen. Bildlich dargestellt wird dieses Leid mit einer Dornenkrone (Corona delle sofferenze), an der ein Stachel an jedes Jahr der Fremdherrschaft erinnert.

Auf Einladung des Südtiroler Heimatbundes wurde zum 100-jährigen Jubiläum am Sonntag, den 4. November in Bozen auf dem Siegesplatz (Großer Parkplatz hinter dem Denkmal) um 10.30 Uhr der hundertste Stachel von Mitgliedern der Gruppe „Noi Tirolesi/ Wir Tiroler“ in die Krone eingeschlagen.

Nach der Begrüßung durch SHB-Obmann Roland Lang hat dann Altmandatarin Dr. Eva Klotz und der Präsident von „Noi Tirolesi/ Wir Tiroler“, Vittorino Matteotti, zur Aktion Stellung genommen bzw. sie erklärt.

Das ehrende Gedenken an die Freiheitskämpfer am 8. Dezember wurde, wie alle Jahre, mit den Südtiroler Schützen organisiert. Der Gedenkredner Prof. Hans-Jürg Humer hat mit seiner Ansprache wesentlich zum Erfolg der diesjährigen Kerschbaumer- Gedenkfeier beigetragen.

Dies ist nur ein Auszug aus der Tätigkeit des SHB im Jahre 2018. Ein Dank gebührt allen, die auch dieses Jahr den Südtiroler Heimatbund aktiv unterstützt haben. Dazu gehören besonders meine Stellvertreter Meinrad Berger und Luis Pixner sowie die Mitglieder des Bundesausschusses, aber auch viele andere, die mit Argumenten, Hinweisen und nicht zuletzt Spenden unseren Einsatz für die Heimat erst möglich gemacht haben. Vergeltsgott!

CURDI TRADITI. DA TUTTI, TRANNE CHE DALLE MONTAGNE – di Gianni Sartori

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Del ritiro statunitense dal nord della Siria potrebbero avvantaggiarsi in molti. Damasco in primis. Molto probabilmente anche Mosca e Teheran. Sicuramente Ankara che avrebbe il definitivo via libera per saldare il conto con i curdi.

Per ora comunque non si registrano particolari entusiasmi da parte dell’entourage di Assad. L’ambasciatore siriano – Bachar Al-Jaafari –  intervenendo all’ONU ha preferito dire che “prima bisognerà accertarsi della sincerità di tale dichiarazione e poi della sua reale applicabilità”.

Bachar Al-Assad ha sempre denunciato l’occupazione del suolo siriano da parte dei militari statunitensi ritenendolo – non a torto –  propedeutico alla frantumazione della Siria. Anche in epoca relativamente recente – nel 2017 – le truppe di Damasco si erano dovute confrontare con le milizie curde appoggiate da Washington  nella regione del sud-est (Deir ez-Zor) nella corsa per occupare le aree  – ricche di giacimenti – abbandonate dall’Esercito islamico in fuga. Aree presto cadute sotto il controllo curdo e quindi, magari indirettamente, sotto quello statunitense.

Alcune fonti riportano che a Damasco serpeggerebbe un sospetto. Ossia che le dichiarazioni di Trump siano il frutto di accordi segreti tra Russia e Stati Uniti. Accordi con la clausola di una fuoriuscita dal territorio siriano degli iraniani. Ipotesi questa non infondata. Così come quella in merito ai propositi di Erdogan di occupare a tempo indeterminato ampi territori del Nord siriano. Con la scusa di tenere sotto controllo i curdi. A questo si aggiunga – gli affari sono affari – la possibilità per gli USA di vendere qualche Patriot alla Turchia. Magari cercando nel contempo, di riportarla – dopo l’ora d’aria con Russia e Iran – nell’alveo storico della Nato.

Obiettivo questo non facile, a quanto sembra.

Il 20 dicembre, il presidente iraniano – Hassan Rohani – si era recato in Turchia. Da quanto è emerso, Teheran e Ankara sarebbero completamente d’accordo solo su una questione: impedire la nascita di un’entità curda autonoma nel nord della Siria.

In seguito, risolto – o sepolto definitivamente – il contenzioso con i curdi, la Turchia dovrebbe – secondo gli iraniani – lasciare la Siria portandosi appresso anche le milizie dei “ribelli” anti-Assad.

Se questo si verificasse, sarebbe giunto per Damasco il momento di riprendere il completo controllo di quei territori dove i curdi hanno avviato l’esperimento sociale denominato Confederalismo democratico. Già formulata in passato, ai curdi verrà riproposta l’offerta di smobilitare i loro combattenti integrandoli – eventualmente – nell’esercito siriano. In cambio del rientro a pieno titolo dell’amministrazione governativa, saranno indette elezioni locali nel contesto di una moderata decentralizzazione.

Sempre che la Turchia accetti di rientrare dentro i suoi confini. Non si esclude infatti che preferisca mantenere un presidio stabile – di controllo – lungo 600 chilometri e con un’ampia “fascia di sicurezza” all’interno del territorio siriano.

Siamo alle solite. Come sempre autoreferenziali, gli Stati stanno facendo i conti senza l’oste. In questo caso il popolo curdo, la nazione curda.

Non appare per niente scontato infatti che i curdi accettino – dopo tutti i sacrifici compiuti nella lotta contro lo stato islamico – di rinunciare ipso facto all’indipendenza conquistata e rientrare nella situazione preesistente al 2011.

INTERVIENE LA KCK

Sulla questione è intervenuta l’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK).

Il ritiro USA dalla Siria viene definito “un’operazione di salvataggio per lo Stato turco”. Stato sempre più in crisi, “entrato in un processo di disfacimento” anche come conseguenza della lotta di liberazione condotta dal popolo curdo.

Allineandosi con la Germania, gli Stati Uniti avrebbero intrapreso un’operazione di vero e proprio recupero per lo Stato turco.

Significativo – per la KCK – che recentemente Washington abbia messo una taglia su alcuni dirigenti curdi.

Ma tali manovre – o complotti – non potranno annientare l’esperimento di democrazia rivoluzionaria che vede compartecipi curdi, arabi, assiri, aramei, circassi, turkmeni (anche!) e armeni. Un raro esempio – nel contesto medio-orientale, ma non solo – di convivenza (tra curdi e arabi in particolare) oltre che un modello di governo laico.

Anzi, sostiene la KCK, le manovre di Turchia, Iran, Russia, Usa… finiranno per  “rafforzare la determinazione della popolazione a resistere”.

D’altra parte – come ha ricordato Alberto Negri su Il Manifesto – i curdi ci sono abituati. A essere periodicamente traditi. Da tutti e dagli USA in particolare.

Come negli anni settanta quando Kissinger in persona alimentò la ribellione dei curdi in Iraq.

Abbandonandoli poi al momento della firma – ad Algeri nel 1975 – degli accordi confinari con l’allora Persia di Reza Palhevi (alleato di Washington). Uguale scenario alla fine degli anni ottanta, quando Saddam – in quel periodo al servizio dell’Occidente contro l’Iran – poteva impunemente usare i gas contro la popolazione curda (oltre cinquemila morti in Halabja).

E poi negli anni novanta, all’epoca della prima Guerra del Golfo (1991). Bush padre alimentò l’insurrezione di curdi e sciiti contro Saddam per poi lasciarli impunemente massacrare.

INQUIETUDINE PER L’EUROPA: CENTINAIA DI  JIHADISTI DI NUOVO IN LIBERTA’

A Parigi per riaffermare la centralità delle Forze democratiche siriane (costituite da combattenti arabi e curdi) nella lotta – non ancora definitivamente conclusa – contro lo stato islamico, Ilhan Ahmed ha voluto precisare:
“E’ nostra intenzione giungere a un giusto compromesso con il regime siriano. Ma quest’ultimo vuole soltanto tornare alla situazione precedente. Per noi questo comporterebbe la perdita delle nostre istituzioni, delle nostre forze armate, della nostra autonomia”.

Una prospettiva che il Copresidente del Consiglio democratico siriano ha definito  “inaccettabile”.

Inoltre, ha aggiunto “noi sospettiamo che esista un accordo tra Iran, Russia e Turchia contro di noi”. Niente di più facile visti i precedenti.

L’esponente curdo ha anche voluto indicare alcuni possibili scenari – definendoli “catastrofici” – conseguenti al ritiro statunitense (a cui fatalmente seguirebbe anche quello francese).

In particolare, qualora i territori curdi venissero invasi (e non solo bombardati come sta già accadendo) dalle truppe di Ankara (e dagli “ascari”, le milizie jihadiste), le  Forze democratiche siriane non sarebbero più in grado di controllare e gestire le centinaia di terroristi islamici stranieri (molti di provenienza europea) rinchiusi nelle prigioni. Gli stessi terroristi – tra l’altro –  che la maggior parte degli stati di origine ha finora rifiutato di riprendersi. Ovviamente, ha spiegato “qualora dovessimo abbandonare i nostri territori non porteremo certamente con noi i terroristi stranieri al momento in carcere”. 

E altrettanto ovviamente i rischi per l’Europa – dove gran parte di tali personaggi finirebbero per rientrare – sarebbero di non poco conto.

Gianni Sartori

Appello urgente del KNK – Le nostre richieste – trasmessoci da Gianni Sartori

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Le minacce dello Stato turco, le preparazioni per un attacco militare su vasta scala e l’occupazione militare del Rojava (Siria del nord) si stanno intensificando. Nel gennaio di quest’anno, lo Stato turco ha iniziato una campagna di aggressione militare contro la regione un tempo pacifica di Afrin nel Rojava e questa campagna, condotta in modo coordinato con vari gruppi jihadisti, alla fine è culminata nell’occupazione di Afrin. La guerra dello Stato turco contro Afrin è risultata in una tragedia umana di ampie proporzioni – centinaia di civili indifesi sono stati massacrati e migliaia sono stati feriti, la regione è stata incendiata, saccheggiata e distrutta dallo Stato turco e dai suoi alleati jihadisti. Centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle loro case, la guerra e la successiva occupazione e le campagne terroristiche dello Stato turco e dei suoi alleati jihadisti in corso nella regione hanno significativamente alterato la demografia di Afrin. La catastrofe che ha investito la popolazione di Afrin era l’obiettivo ultimo della campagna dello Stato turco.

Lo Stato turco ora cerca di ottenere in altre regioni del Rojava lo stesso risultato visto ad Afrin e in questo momento si sta preparando ad attaccare in Siria una regione lunga 500 chilometri tra i fiumi Tigri e Eufrate. I primi obiettivi nella regione sono le aree di confine di Kobane, Manbij, Tel Abyad, Serêkaniyê (Ras al-Ain), Darbasiyah, Amude, Qamishlo, Tirbespî (al-Qahtaniyah), Dêrik (al-Malikiyah) e migliaia di città e villaggi. Insieme a città come Qamishlo, Hasakah e Raqqa, con grandi popolazioni urbane, ci sono circa cento città e migliaia di villaggi nell’area che attualmente ospita circa 3 milioni di persone. Qualsiasi attacco da parte dello Stato turco porterebbe a un’insopportabile tragedia umana di grandi dimensioni.

È ben noto che, con i loro sacrifici, l’amministrazione regionale del Nord e dell’Est della Siria/Rojava e le forze delle YPG/YPJ/FSD sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro ISIS. Il mondo intero è stato testimone della resistenza di Kobane, e non è passato tanto tempo. Queste sono alcune delle forze prese di mira dallo Stato turco e Kobane, il bastione della resistenza contro ISIS, è tra gli obiettivi turchi. La guerra contro ISIS è ancora in corso e forze del Nord e dell’Est della Siria sono sulle linee del fronte di questa guerra.

Le forze della coalizione anti-ISIS a guida USA, che comprendono il Regno Unito, la Francia e altri Paesi, sono stazionate in quest’area e mantengono una presenza attiva conducendo oltre 200 attacchi in Siria solo nella scorsa settimana. Le forze della coalizione avevano promesso all’amministrazione regionale la protezione di queste aree. Tuttavia secondo notizie recenti, per via delle minacce dello Stato turco, gli USA si stanno preparando a ritirare velocemente le loro forze dalla regione. Se gli USA e le altre forze della coalizione si ritireranno, abbandoneranno le comunità in quest’area a massacri su ampia scala. Uno sviluppo del genere porterebbe a una tragedia umanitaria di grandi dimensioni e allo stesso tempo infliggerebbe una profonda ferita alla coscienza dell’umanità.

Il nostro appello alle forze internazionali e all’umanità:
1.Le forze della coalizione non devono lasciare il Nord e l’Est della Siria/Rojava.

2.Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve riunirsi con la massima urgenza, decidere di proteggere quest’area dall’aggressione e dichiararla una No-Fly Zone.

3.Gli USA devono riconsiderare e annullare la decisione riferita di ritirarsi da quest’area.

4.Le nazioni europee, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, devono immediatamente mettere questa questione all’ordine del giorno e non devono restare in silenzio di fronte a potenziali massacri contro curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni nella regione.

5.La Russia non deve restare spettatrice degli attacchi dello Stato turco come ha fatto ad Afrin, ma deve invece opporsi alle politiche distruttive dello Stato turco e alle sue interferenze nella regione.

6.Coloro che difendono i diritti umani, i movimenti per la pace e le organizzazioni attive nella politica e nella società, non devono restare in silenzio di fronte a incombenti massacri, ma devono invece ascoltare la voce di curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni, dei milioni di innocenti civili aleviti, musulmani, ezidi e cristiani minacciati dall’aggressione dello Stato turco e schierarsi in solidarietà con i popoli della Siria del Nord e dell’Est e aiutare a trasmettere al mondo le loro richieste di protezione e di pace.

Il popolo del Kurdistan resisterà contro questi attacchi. Noi facciamo appello a tutte e tutti di schierarsi in solidarietà con il nostro popolo!

Consiglio Esecutivo del KNK (Kurdistan National Congress)

19 dicembre 2018

20 DICEMBRE 1973, QUANDO CARRERO BLANCO VOLO’… – di Gianni Sartori

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Parlare di Carrero Blanco (a quanto mi risulta ancora detentore del record mondiale di salto in alto con l’auto) significa parlare di “Operacion Ogro”. E quindi della scrittrice Eva Forest.

Naturalmente la conoscevo, di fama, fin dagli anni settanta. Quando venne arrestata e torturata dal regime franchista. Ma la incontrai di persona solo nel 1996.

Riprendendo da un mio vecchio articolo:

Quando torniamo alle bancherelle della “feira” del libro di Donosti mi sembra di riconoscere, dietro lo stand delle edizioni IRU, la nota scrittrice Eva Forest. Come qualche vecchio militante ricorderà, il caso di Eva Forest, moglie del drammaturgo Alfonso Sastre, divenne un vero “affaire” internazionale. Arbitrariamente arrestata dalla polizia franchista nel 1974, in un periodo di recrudescenza della repressione, Eva venne ripetutamente torturata (leggersi “Diario y cartas desde la carcel”) e rimessa in libertà solo nel 1977.

Ci presentiamo e la scrittrice ci parla della sua attività di editrice in quel di Hondarribia. Il suo pluridecennale impegno in difesa dei Diritti Umani non le ha impedito di scrivere e pubblicare opere di narrativa, come “No son cuentos” dove l’apparente banalità del quotidiano appare attraversata da segni inquietanti e premonitori. Notevole anche la sua attività di traduttrice, anche di autori italiani. Tra l’altro ha tradotto, sia in castigliano che in euskara, diverse opere di Dario Fo ( tra cui “Morte accidentale di un anarchico”) e di Pasolini.

Eva ci racconta di quando è tornata in Italia per ritirare il premio vinto dal marito (Premio Feronia a Fiano) rivedendo per l’occasione la sua vecchia amica Rossana Rossanda che ha fatto pubblicare dalle edizioni del Manifesto “Operazione Ogro”, il suo libro più famoso. È la drammatica storia dell’attentato, opera dell’ETA, contro l’ammiraglio Carrero Blanco, delfino designato del caudillo. Le ricordo che con lo stesso titolo Gillo Pontecorvo realizzò un film, ispirato dal libro ma molto critico sull’operato di ETA dopo la fine del franchismo. In proposito Eva ricorda un aspro litigio con il noto regista per aver, secondo lei, travisato il significato della secolare lotta per l’autodeterminazione del popolo basco, azzerandola sul terrorismo.

La conversazione prosegue al bar davanti al solito cappuccino e scopro che Eva Forest non è basca ma catalana. Il padre, un vecchio anarchico autodidatta, non l’aveva mai mandata a scuola e si era occupato personalmente della sua educazione, con ottimi risultati evidentemente. La matrice libertaria di Eva rispunta parlando del movimento basco, alquanto composito e talvolta forse contraddittorio (vi convivono obiettori totali e seguaci della lotta armata, oltre a femministe, ecologisti, punks…) ma di cui Eva apprezza lo spirito di autorganizzazione e una “concezione orizzontale del potere”. Alla fine ci regala alcuni suoi libri con relativa dedica e disegnino (Eva illustra abitualmente le copertine delle edizioni IRU)”.

Al solito, ci fu lo scambio di indirizzi e numeri telefonici e l’impegno – da parte mia – di andarla a trovare in redazione. In realtà la incontrai soltanto – e brevissimamente – a Firenze nel 2002 alla Fortezza Vecchia per il raduno antiglobalizzazione (il primo significativo dopo il disastro di Genova 2001). Nella stessa circostanza – ricordo – rividi anche il catalano Aureli Argemì e l’amico basco Joseba Alvarez (di Batasuna), oltre a Luciano Ardesi (Lega per i diritti e la liberazione dei popoli). La notizia della sua morte mi venne comunicata da un altro amico basco, Xabier Apaolaza.

Quanto al forzato prepensionamento di Carrero Blanco, risaliva al 20 dicembre 1973.

Quel giorno l’auto dell’ammiraglio Luis Carrero Blanco saltò in aria in un quartiere residenziale del barrio di Salamanca. Presidente del governo, l’almirante era considerato il “delfino” designato di Franco, simbolo fisico quindi della continuità del regime. Autori dell’attentato i membri del commando Txikia (in omaggio a Eustakio Mendizabal, militante caduto il 19 aprile 1973 a Bilbao). Con questa azione Euskadi Ta Askatasuna  portava l’attacco direttamente in territorio nemico causando sconcerto e incredulità fra le alte sfere del regime franchista  che fino ad allora si credevano invulnerabili.

Chi era Carrero Blanco?

Nato a Santona il 4 marzo 1903, il futuro pezzo da novanta del regime frequentò la Escuela Naval. Dopo un periodo trascorso in Francia, nel giugno 1937 si unì, in qualità di capitano, alle truppe franchiste a Donostia (San Sebastian).

Già nel 1940 veniva nominato da Franco subsegretario della Presidencia del Gobierno.

In tale veste svolse un ruolo fondamentale nella costruzione del sistema franchista, in quanto responsabile del tribunale per la repressione della Massoneria e del Comunismo, della Direccion General delle Colonie africane, del Cuerpo de Funcionarios e altro ancora.

Nel 1951 la subsecretarìa da lui diretta venne elevata al rango di ministero.

Risale al 1967 la nomina a vicepresidente del Gobierno (la cui presidenza spettava a Franco) in sostituzione di Agustin Munoz Grandes. Finchè, nel 1973, Carrero giunse a sostituire  lo stesso Franco in qualità di presidente del Governo.

Considerato l’eminenza grigia del Regime (garante della sostanziale unitarietà delle diverse anime che vi albergavano) l’almirante fu anche – e soprattutto – un elemento chiave  nella direzione dei servizi segreti impegnati nelle attività controrivoluzionarie.

Dopo il processo di Burgos – 1970 – tali servizi segreti acquisirono una propria struttura – denominata SECED – integrando sia ex esponenti dell’OAS, sia neofascisti italiani (Delle Chiaie). Come è noto, tali soggetti vennero utilizzati (in qualità di squadre della morte) contro la comunità dei rifugiati baschi in Iparralde.

In precedenza – estate del 1973 – ETA aveva tentato di sequestrare Carrero Blanco per richiedere in cambio la liberazione di tutti gli etarras prigionieri con una condanna superiore ai dieci anni. Ma il luogo prescelto per l’operazione venne anticipatamente scoperto e l’organizzazione armata indipendentista prese la sbrigativa decisione di eliminarlo. Il 15 novembre 1973, venne affittato un appartamento al numero 104 di calle Claudio Coello, a Madrid.

Da qui scavarono un tunnel in cui collocare una potente carica esplosiva.

 Il 20 dicembre 1973 – alle nove e mezza di mattina – l’auto di Carrero Blanco, una Dodge Dart pesante due tonnellate, venne sollevata dall’esplosione per circa 35 metri (superando ben cinque piani) andando a schiantarsi nel cortile interno della chiesa di San Francisco de Borja.

Nell’attentato perirono, oltre all’almirante, l’autista Luis Pérez e l’agente di scorta Juan Antonio Bueno. Questa era la seconda volta dalla sua nascita che ETA uccideva intenzionalmente (nel primo caso, cinque anni prima, si trattò del commissario Melitòn Manzanas, noto torturatore).  

Tra gli “effetti collaterali” non prevedibili, vi fu la condanna a morte (in qualche modo una rappresaglia del regime nei confronti della resistenza antifascista) dell’anarchico catalano Salvador Puig Antich. Ma questo sarebbe ingiusto i imputarlo a ETA (anche se nel film “Salvador” viene fornita tale interpretazione) in quanto l’operazione Ogro (“Orco” riferito a Carrero, ovviamente) in realtà era in preparazione da mesi. Almeno dall’estate, da quando si prevedeva di sequestrarlo. Ricordo che l’arresto del giovane esponente del MIL avveniva a Barcellona il 25 settembre 1973.

Come scrisse Eva Forest, l’attentato rappresentò un vero e proprio “scoppio di informazione” (e per niente metaforico) a livello mondiale. Facendo conoscere all’opinione pubblica la dura lotta condotta dal popolo basco contro il franchismo. Alla clamorosa azione ne seguirono altre: l’esecuzione di esponenti degli Alti Comandi dell’Esercito; la distruzione della Centrale telefonica di Rios Rosas; l’esecuzione del generale Capo della Divisione Brunete. Azioni con cui ETA intendeva dimostrare di poter colpire anche dove il nemico di sentiva più al sicuro.

Non essendo state accertate le loro responsabilità, i baschi accusati dell’attentato usufruirono dell’amnistia del 1977.

Uno di loro, José Miguel Beñarán Ordeñana (“Argala”), venne assassinato il 21 dicembre 1978 da esponenti dei grupos parapoliciales  che così intendevano, a cinque anni di distanza, vendicare la morte di Carrero Blanco.

Gianni Sartori

A STRASBURGO I CURDI ENTRANO IN SCIOPERO DELLA FAME ILLIMITATO – di Gianni Sartori

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Il 17 dicembre un gruppo di quindici militanti curdi (tra cui alcune note personalità politiche) ha iniziato uno sciopero della fame illimitato a Strasburgo. La loro richiesta, porre fine al disumano regime di isolamento imposto all’esponente curdo Abdullah Ocalan, rinchiuso dal 1999 nell’isola-carcere di Imrali.

La notizia era già circolata, ma l’annuncio ufficiale è venuto nel corso della conferenza stampa (iniziata alle ora 14) tenutasi davanti al consiglio d’Europa. Dilek Ocalanha, deputato del Partito democratico dei popoli (HDP), ha voluto denunciare quanto avviene – in modo  totalmente illegale oltre che disumano –  a Imrali.  Ossia privare “il leader di un popolo” di ogni comunicazione con l’esterno  “isolandolo anche dalla sua famiglia, oltre che dal suo popolo”.

Dilek si è rivolto espressamente alle istituzioni europee, in particolare al Comitato per la Prevenzione della Tortura (CPT), richiamandoli al dovere. Porre termine senza ulteriori indugi a questa increscioso e ingiusto stato di cose.

Un rappresentante del movimento curdo in Europa, Remzi Kartal, ha reso onore alla resistenza di Leyla Guven, in sciopero della fame ormai da 40 giorni in una prigione di Diyarbakir.

Alla resistenza di Leyla, degli altri prigionieri e di tanti esponenti della diaspora curda, viene così ad aggiungersi – da Strasburgo – un ulteriore tassello. Fino al conseguimento delle loro richieste: abbattere il muro di silenzio, le complicità internazionali che rendono fattibile l’isolamento totale in cui versa da mesi il Mandela curdo.

Tra i partecipanti allo sciopero a tempo indeterminato: Mustafa Sarikaya, Dilek Ocalan, la giornalista Ciya Ike, il copresidente del KCDK-E Yuksel Koc….

Appare evidente come attraverso l’imposizione dell’isolamento totale per Ocalan, la strategia repressiva di Erdogan abbia subito un ulteriore inasprimento.

Altrettanto evidente come ogni forma di opposizione, sia democratica che rivoluzionaria, venga sottoposta – da tempo – a spietate restrizioni. In sostanza, l’isolamento totale per Ocalan ricade e si riflette sull’intera opposizione, sia curda che turca.

Non è quindi un’iperbole affermare che il sistema di isolamento sperimentato nell’isola di Imrali va estendendosi ormai all’intero Paese. Se non addirittura, in prospettiva, a buona parte del Medio Oriente.

Ma in qualche modo questa logica è stata frantumata – o almeno incrinata – da quei prigionieri, militanti e loro familiari scesi in sciopero della fame. Lo sviluppo – se non la stessa sopravvivenza – delle libertà civili e della democrazia in Turchia lo rendeva necessario, ineludibile. Sia per interrompere i massacri perpetrati dall’esercito e dall’aviazione turchi in Kurdistan, sia per rilanciare lo spirito internazionalista attraverso la richiesta di libertà, giustizia e democrazia per i popoli – tutti i popoli – del pianeta.

A quelli già in corso – a staffetta, sia nelle carceri che fuori – qualche giorno fa si è aggiunta anche l’iniziativa (su ispirazione di quella di Strasburgo, già preannunciata) di trenta prigionieri del PKK e del Pajk. Con la loro dichiarazione – dopo aver ricordato di essere già in lotta dal 27 novembre nella forma di gruppi che scioperano a rotazione – annunciavano di essere in procinto di “entrare in sciopero della fame a tempo indeterminato, a oltranza contro l’isolamento”.

Affermavano inoltre di non voler “rinunciare mai alla Resistenza fino a che non romperemo l’isolamento imposto dal fascismo genocida contro il nostro leader Apo. Resisteremo ovunque perché siamo contrari alla tortura esercita sui popoli dal fascismo genocida dell’AKP-MHP”.

Oltre che nelle carceri turche, altri scioperi della fame – a staffetta, sia di curdi che di solidali – sono in atto in diverse città europee: Vienna, Darmstadt, Berlino, l’Aia, Parigi (dove Fodul Ana e Senol Guzel Yldiz sono giunti al 12° giorno di sciopero).

Anche in Italia naturalmente, da Roma a Pisa. E non solo. Uno sciopero della fame è stato avviato a Makhmur, il campo profughi bombardato la settimana scorsa dall’aviazione turca.

Per il dittatore turco Erdogan, contrapporsi violentemente al movimento curdo – sia con la repressione nelle carceri, sia bombardando il Kurdistan – rimane l’opzione favorita. Anche per impedire che la questione curda acquisti la meritata visibilità a livello internazionale.

Così come per i curdi diventava indispensabile alzare il livello dello scontro politico, passando dallo sciopero della fame a rotazione a quello illimitato. Una decisione non facile, una scelta che implica un prezzo più alto e che richiede ancor più sacrifici.

Naturalmente, dopo oltre 20 giorni di scioperi in diverse carceri (ma sei donne nel carcere di Xarpet  avevano iniziato già da prima e ormai sono al 45° giorno di digiuno) il sistema di controllo e repressione è corso ai ripari per stroncare la protesta.

Stando alle dichiarazioni di Abdulmenat Kur, esponente dell’associazione di aiuto e solidarietà con le famiglie dei prigionieri (TUAY-DER) a Patnos, Antep, manisa, Tokat, Xarpet e Bolu i detenuti subiscono ulteriori angherie e maltrattamenti.

Chi entra in sciopero della fame non riceve più alcuna assistenza medica, compresa l’assunzione delle indispensabili vitamine B e B1.

Inoltre la Direzione delle carceri ha cercato di impedire le visite. Soltanto la determinazione dei familiari ha vanificato tale ulteriore affronto ai diritti dei prigionieri.

Gianni Sartori

 

 

QUALE PROGETTO DIETRO ALLA CARTA DI CHIVASSO ? – di Roberto Gremmo

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La “Dichiarazione dei rappresentanti delle Popolazioni Alpine” redatta nella clandestinità a Chivasso il 19 dicembre 1943 da antifascisti valdostani e delle valli valdesi del Piemonte é un pionieristico e lungimirante benché disatteso proclama che rivendicava ampie autonomie amministrative, culturali, scolastiche ed economiche per tutte le valli alpine.

Bisognava porre termine al centralismo fanfarone fascista imposto per vent’anni all’insegna del motto sopraffattore di “Roma doma” che aveva ‘colonizzato’ la gente di montagna e le richieste dei resistenti delle Valli erano ben chiare.

Già nel 1990 il dottor Paolo Momigliano Levi documentò sulla rivista “Questioni di storia contemporanea” l’esistenza di un testo del documento dissimile da quello universalmente conosciuto e lo ritenne semplicemente una bozza in qualche modo accantonata della dichiarazione, poi superata con l’approvazione di quel testo definitivo; quello diventato famoso.

Per parte nostra, consultando all’“Archivio di Stato” di Torino le carte inedite sul processo per la tragica morte di Emile Chanoux per il libro “Alle spalle di Chanoux” (Storia Ribelle casella postale 292 Bella, pag. 160) in un verbale di sequestro di documenti effettuato il 18 maggio 1944 in casa del martire valdostano ritrovammo un testo della “Dichiarazione” identico a quello segnalato dal dottor Momigliano e che conteneva due passaggi che in seguito sono scomparsi.

Di che si trattava ?

Il primo riguardava le autonomie economiche e perorava con forza “il potenziamento dell’industria che conduca alla formazione di un ceto operaio evoluto e capace” e la “dipendenza delle opere pubbliche locali dall’amministrazione cantonale ed il controllo di quest’ultima su tutti i servizi”; richieste che apparivano ed erano socialmente molto avanzate.

Il secondo, di una chiarezza tale da sgomberare il campo da ogni eventuale ambiguità, era posto al termine della dichiarazione e sosteneva che le richieste autonomiste venivano fatte “con la sicura coscienza di servire così non soltanto gli interessi e le aspirazioni delle nostre Valli, delle nostre piccole patrie, bensì anche gli interessi e le aspirazioni della gran patria comune, dell’Italia, per la cui ricostruzione e risurrezione in Europa libera e unita, noi intendiamo lavorare con tutti coloro che come noi credono negli ideali di libertà e di giustizia”.

Tutto scomparso. Perché ?

V’é da dire che una figura cristallina di federalista come quella di Chanoux, specie nel Dopoguerra, é stata spesso arbitrariamente strumentalizzata.

Proprio al processo del 1946 alla “Corte d’Assise Straordinaria” di Vercelli contro i fascisti accusati d’averlo ucciso, fu la sua vedova, signora Celese Perruchon, a protestare veementemente contro coloro che cercavano disonestamente di presentarlo come un separatista.    

Le frasi della “Dichiarazione” di Chivasso sono, senza ombra di dubbio, coerente espressione del suo pensiero federalista ma anche sintesi della visione ideale d’un italiano autenticamente europeista, e non permettono ambiguità di sorta.

Può essere che effettivamente nel corso del convegno di Chivasso il testo sia stato modificato e ridotto per decisione dei partecipanti ma é un fatto che le impegnative affermazioni contenute nella copia trovata molti mesi dopo il convegno in casa di Chanoux non sono state ricordate nemmeno quando uno dei partecipanti, il professor Giorgio Peyronnel pubblicò nel 1949 i testi delle varie stesure preparatorie sul periodico “Il movimento di liberazione in Italia”.

Gli interrogativi sulla effettiva linea politica espressa a Chivasso nello studio del geometra Pons restano tutti.

Se il testo ufficiale sembra in qualche modo porsi in posizione critica nei confronti del nuovo Stato italiano post-fascista; le frasi ‘dimenticate’ indicano con estrema chiarezza la volontà di sostenerlo e rafforzarlo.

E non é proprio la stessa cosa.

A complicare le cose si aggiungono i ricordi dei protagonisti.

Intervistato nel 2003 da Mariella Pintus e Giorgio Milanta, uno nei firmatari della carta di Chivasso, il valdese Gustavo Malan, ha evocato la figura di uno Chanoux “favorevole ad una “Republique des Alpes””.

Forse più che un sogno, un vero progetto strategico.

Che il fallimento del centralismo euro-tecnocratico potrebbe rendere attuale e necessario.

Una Repubblica cantonale alpina fra Piemonte, val d’Aosta e Savoia: perché no ?

                                                                           Roberto Gremmo

SEGNALAZIONI EDITORIALI – un libro di Giuseppe Scianò sul Risorgimento

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Un arrivo di oggi per la piccola biblioteca del Centro Studi Dialogo, un libro inviatoci dallo scrittore siciliano Giuseppe Scianò, storico indipendentista dell’isola. Un volume che illustra come l’unità forzata della penisola fu un’avventura di stile coloniale. Lo ringraziamo molto

Giuseppe Scianò – “e nel mese di maggio del 1860, la Sicilia diventò “colonia”!” – ed. Pitti Edizioni – Palermo