ASPETTANDO IL RITORNO DI BUENAVENTURA DURRUTI – di Gianni Sartori

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Nella notte tra il 20 e il 21 novembre 1936 –  sul fronte di Madrid – muore Buenaventura Durruti e con lui le speranze di milioni di oppressi, sfruttati e diseredati. All’epoca forse non ancora del tutto consapevoli della tragedia che si andava profilando per le classi subalterne. Non solo nella penisola iberica, ma su scala planetaria.

Durruti muore. Così come a luglio era già morto Francisco Ascaso, come nel maggio del ’37 moriranno Camillo Berneri e Andreu Nin. Per mano di boia differenti – certo –  ma il medesimo scopo: soffocare l’ansia di emancipazione sociale degli eterni subalterni loro malgrado, la fame e sete di giustizia degli schiavi salariati e dei popoli forzatamente minorizzati.

Durruti muore. A noi rimangono le macerie, senza che sappiamo più nemmeno come e cosa ricostruire.  “Noi non abbiamo paura delle rovine, gli operai sanno anche costruire…” aveva detto (cito a memoria).

Ma forse anche di distruggere e ricostruire abbiamo perso il desiderio .

Passa  un mese o poco più e già nel gennaio 1937 si registrano gli attacchi – per ora a mezzo stampa – da parte degli stalinisti (PSUC soprattutto) contro i libertari (CNT, FAI, POUM…), preludio ai fatti del maggio ’37 (a Barcellona, la Telefonica) e dell’agosto (in Aragona, quando il generale Enrique Lister elimina le collettività anarchiche).

Così la definitiva sconfitta della Repubblica nel 1939 non spalanca soltanto l’antro della lunga notte franchista, ma consentirà alle semenze brune e velenose nazi-fasciste di germogliare, sbocciare definitivamente, radicarsi e proliferare nell’Europa intera. Piante geneticamente modificate. Coltivate, alimentate e concimate col sangue di centinaia di migliaia – milioni –  di vittime sacrificali fucilate o impiccate. Prima con le iberiche sacas (fucilazioni di massa dei prigionieri repubblicani operate dai fascisti) e poi con i massacri, olocausti e genocidi su scala industriale della Seconda Guerra Mondiale.

Muore Durruti. E la notte (negras tormentas, nubes oscuras…) ridiscende cupa e inesorabile sul genere umano ormai alla deriva. Ancora una volta la realizzazione di quel  “mondo nuovo che è già dentro di noi e che sta crescendo, anche ora che sto parlando con te” (cito sempre a memoria, da un’intervista a un giornalista) veniva rimandata a chissà quando.

Almeno – lo spero e lo devo dire – fino all’odierna insurrezione curda in Rojava e Bakur.

Un po’ di storia.

Buenaventura Durruti (un cognome basco, tra l’altro, avuto in eredità dal nonno paterno. Quello materno invece era catalano) – una delle figure più rappresentative dell’anarchismo iberico – era nato a Leon – nella Vecchia Castiglia – nel 1896.

Operaio metallurgico, a Barcellona strinse fraterna amicizia con l’operaio panettiere e cameriere Francisco Ascaso. Insieme a Gregorio Jover si dedicarono a una sistematica attività rivoluzionaria. Nei primi anni venti  – quando erano espatriati per sfuggire alla repressione statale anche in anche in America latina (Argentina, Cuba…). Anche qui organizzarono scioperi e manifestazioni, operando inoltre espropri ai danni di entità bancarie ed elargendo sistematicamente il ricavato alle associazioni e ai sindacati anarchici (in particolare per acquistare materiale tipografico per la pubblicazione di testi libertari). Nel 1926 vennero arrestati a Parigi, nascosti in un taxi e armati, lungo il percorso che avrebbe dovuto compiere il re Alfonso XIII. Furono scarcerati dopo una campagna di solidarietà internazionale. Sempre a Parigi, con Ascaso volle conoscere di persona l’esule Nestor Makhno. In tale circostanza il rivoluzionario ucraino disse di essere disponibile per la loro rivoluzione quando fosse scoppiata. Purtroppo Nestor morì prima – nel 1934 – per le conseguenze delle ferite e sofferenze subite e forse anche per una grave depressione dovuta alla sanguinosa sconfitta..

Allo scoppio della guerra civile – il 19 luglio del 1936 – Durruti e gli altri compagni parteciparono attivamente alla sconfitta dei militari golpisti, ma Ascaso venne ucciso durante l’assalto del proletariato barcellonese alla caserma Atarazanas (20 luglio 1936). Durruti organizzò poi la sua “Colonna” di miliziani anarchici – fondata sul principio della “disciplina nell’indisciplina”  – molto efficace nelle battaglie dell’Aragona (un fronte a egemonia libertaria). Qui, nei villaggi liberati, si costituirono le collettivizzazioni in base ai principi del comunismo libertario (terre socializzate a autogestite da assemblee e comitati di villaggio).

Come è noto sul fronte aragonese i combattenti repubblicani vennero bloccati a causa della sproporzione di mezzi di combattimento rispetto all’esercito franchista.

Dopo l’assedio di Saragozza venne invitato dal governo repubblicano – e in particolare dai ministri anarchici – a difendere Madrid che stava per capitolare.

Durruti partì con alcune migliaia di miliziani volontari (molti cadranno proprio nella battaglia di Madrid) e qui, il 20 novembre 1936, viene ucciso in circostanze che all’epoca furono considerate non chiare.

In realtà non dovrebbero esserci ancora ombre sulla reale dinamica del tragico evento.

Secondo quanto riferiva Abel Paz, Durruti arriva nella capitale dopo un viaggio massacrante, ma non si concede riposo. Va subito a combattere e muore quasi immediatamente, presumibilmente per un suo errore. Infatti sarebbe sceso dall’auto con il colpo in canna. Un movimento brusco,  il contraccolpo lo avrebbe fatto partire colpendolo al torace.

Sicuramente la sua morte incise  negativamente sulla spinta libertaria che inizialmente aveva caratterizzato la sollevazione antifranchista. Da allora la logica bellica – militarista – finì col prevalere.**

Durruti del resto l’aveva intuito (predetto ?) quando diceva “in guerra si diventa sciacalli”. Proprio per questo bisognava non perdere tempo nell’organizzare la rivoluzione sociale  e farla finita con le pratiche militariste.

Grandiosi i suoi funerali a Barcellona (raccontati da H.E. Kaminski in “Ceux de Barcelone”) a cui si calcola abbia partecipato un milione di persone.

Gianni Sartori

*nota 1: Una coincidenza: nello stesso giorno moriva – fucilato dai repubblicani in quel di Alicante – José Antonio Primo de Rivera. La data venne poi sacralizzata dal regime. Quando nel 1975 stava ormai per tirare le cuoia, il boia Franco venne tenuto artificialmente in vita per oltre un mese in modo da farlo morire nello stesso giorno del fondatore della Falange (20 novembre). Negli anni ottanta la data venne utilizzata simbolicamente dalle squadre della morte parastatali spagnole (in particolare dal GAL) per assassinare alcuni militanti baschi.

**Nota 2: in aperta polemica con il decreto della militarizzazione delle milizie (e con quelli che venivano considerati i “cedimenti” di FAI e CNT) nel marzo 1937 alcuni membri della Colonna Durruti (Jaime Balius, Pablo Ruiz, Félix Martinez…) fondarono un gruppo comunista-libertario denominato Los amigos de Durruti. La loro pubblicazione El amigo del Pueblo venne presto dichiarata illegale. Da ricordare l’amicizia e la sintonia tra Jaime Balius e gli esponenti del POUM Andreu Nin e Wilebaldo Solano. A tale proposito, non fu  per caso che il comunista Solano – antistalinista e libertario, divenuto membro della Resistenza in Francia – quando venne liberato da un campo di prigionia preferì andarsene  con un gruppo di partigiani anarchici piuttosto che con quelli del PCF. Un accorgimento che – diversamente da quanto accadde al mio compaesano “Blasco” – gli consentì probabilmente di salvare la pelle. Negli anni settanta inoltre Solano si oppose alla dissoluzione del POUM e all’entrismo nel PSOE.

 

Bibliografia minima

“La breve estate dell’Anarchia – vita e morte di Buenaventura Durruti”, Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, 1973

“La muerte de Durruti”, Joan Llarch,  ediciones Aura, 1973

“Buenaventura Durruti”, Abel Paz, edizioni La salamandra, 1980

“Durruti e la rivoluzione spagnola”, Abel Paz, BFS edizioni (Biblioteca Franco Serantini), 2010 – (ristampato dopo l’esaurimento della precedente edizione in due volumi)

“Quelli di Barcellona”, H.E. Kaminski, edizioni Il Saggiatore, 1966

“Pioniere e rivoluzionarie – Donne anarchiche in Spagna (1931-1975)”, Eulàlia Vega,  edizioni Zero in condotta, 2017

“Anarchia e potere nella guerra civile spagnola 1936-1939”, Claudio Venza, edizioni elèuthera 2009

“Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna”, Carlos Semprun Maura, edizioni Antistato 1976

“Protesta davanti ai libertari del presente e del futuro sulle capitolazioni del 1937 di un incontrolado della colonna di ferro”, edizioni Nautilus, 1981

“Omaggio alla Catalogna”, George Orwell, edizioni il Saggiatore, 1964

Conoscere per Capire: Il racconto di un Altro Risorgimento – Nerviano (MI) – 25 novembre 2018

Il Centro Studi Dialogo organizza, con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nerviano, questo convegno per illustrare “l’altro Risorgimento”, e cioè tutto quanto la storiografia ufficiale non racconta.
Dagli eccidi al Sud ai movimenti di protesta del Nord, con l’intervento di giornalisti, scrittori ed esponenti della cultura.

Relatori:

LORENZO DEL BOCA – giornalista e storico

STEFANO BRUNO GALLI – Assessore all’Autonomia e alla Cultura Regione Lombardia

ROBERTO GREMMO – giornalista e storico

ELENA BIANCHINI BRAGLIA – storica e scrittrice

Collabora all’iniziativa l’Ass. Cult. Terra Insubre – Milano e Provincia.
Saranno presenti banchetti di promozione editoriale di varie associazioni culturali.

Locandina 25.11Programma evento Nerviano 25.11

IL PKK ERA STATO INSERITO INGIUSTAMENTE NELLA LISTA DELLE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE – di Gianni Sartori

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La notizia non è da poco. Con un comunicato del 15 novembre 2018, la Corte di Giustizia Europea in Lussemburgo ha dichiarato che il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) tra il 2014 e il 2017 era rimasto inserito ingiustamente nella lista Ue della organizzazioni terroristiche (lista viene rinnovata ogni sei mesi). Quanto all’inserimento del PKK, risaliva al 2002 (su richiesta turca e suggerimento statunitense, si presume).

Tale decisione viene ora rimessa in discussione – se non addirittura sconfessata – dalla stessa Corte di Giustizia Ue in quanto le ragioni di tale inserimento non sarebbero state – all’epoca – sufficientemente motivate e dimostrate.

Di conseguenza tutte le relative decisioni sono da considerarsi nulle per errori procedurali.

All’udienza avevano partecipato gli avvocati del Consiglio Europeo, della Commissione Europea, del Regno Unito e del PKK.

Quattro anni fa, Murat Karayılan e Duran Kalkan (dirigenti del PKK contro cui gli Stati Uniti hanno appena emesso un “bando di ricerca” con relativa taglia; non credo proprio si tratti di coincidenza, ma piuttosto di un modo per screditarli) avevano presentato ricorso alla Corte di Giustizia Europea

Nelle odierne motivazioni della sentenza la Corte spiega che l’inserimento del PKK era stato giustificato riportando alcuni episodi “non sufficientemente documentati dal punto di vista giuridico”. In particolare, non si sarebbe tenuto conto dei cambiamenti politico-strategici dell’organizzazione curda e del suo ruolo attuale in Medio oriente.

Criticata anche la decisione di utilizzare come argomentazioni le sentenze emesse da tribunali turchi in processi in cui – secondo quanto ha dichiarato la Corte Ue – non sarebbe stato sufficientemente garantito il diritto alla difesa degli imputati. Sentenze oltretutto non adeguatamente verificate dal Consiglio Ue. Stessa valutazione per quelle emesse da tribunali statunitensi.

Si afferma inoltre che il divieto del PKK nell’UE e nel Regno Unito risaliva agli anni 2001 e 2002 e che si sarebbe dovuto tener conto dei recenti sviluppi: la dichiarazione di cessate il fuoco dal 2009, i colloqui di pace con lo Stato turco…

Nel comunicato ovviamente viene citato l’appello per la pace di Öcalan in occasione del capodanno curdo del 21 marzo 2013. Questo appello – si sottolinea – era stato appoggiato in una dichiarazione congiunta sia dall’incaricata dell’UE per gli affari esteri Catherine Ashton, sia dal Commissario per l’Allargamento dell’UE Stefan Füle.

Rimessa in discussione anche la decisione di divieto (nella Ue e nel Regno unito) risalente al 2001. All’epoca era stata motivata in riferimento a 69 azioni armate – presunte, a questo punto – da parte del PKK o di gruppi collegati. Tuttavia nessuna di queste accuse era stata confermata da un tribunale di un Paese UE. Il tribunale ha ribadito che la veridicità di simili accuse deve essere provata.

Respinta comunque, almeno per ora, la richiesta di una cancellazione retroattiva del PKK dalla lista a partire dal 2002.

Analogamente, per quanto riguarda le decisioni sulla lista Ue delle organizzazioni terroristiche per il 2018, queste non vengono modificate dall’attuale sentenza. In ogni caso, un passo avanti nel rimettere in discussione la criminalizzazione del movimento di liberazione curdo.

Decisione quella della Corte di Giustizia Europea – va detto – in aperto contrasto con il recente “bando di ricerca” (e relativa taglia) emesso dagli USA nei confronti di tre leader curdi: Cemil Bayik, Murat Karayilan, Duran Kalkan. Contro tale iniziativa statunitense in molte città europee (Amburgo, Roma, Reims, Berlino, Basilea, Pforzheim…) si sono svolte manifestazioni di protesta.

Gianni Sartori

L’Eremo di Monte Rua, Napoleone e i Savoia – di Ettore Beggiato

Eremo Monte Rua

Nel cuore dei Colli Europei, a pochi passo dal centro  di Torreglia troviamo il Monte Rua, di origine vulcanica, alto 415 metri.

Proprio sulla sommità del monte, nel 1573 è stato fondato l’eremo della “Congregazione degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona” come recita il nome ufficiale.

Nell’eremo è in vigore la clausura monastica ed è aperto ai soli uomini due volte alla settimana al giovedì e alla domenica dalle 14.30 alle 16.00; e così ho pensato bene di fare una visita.

Ero da solo e quindi ho potuto conversare  con il padre che mi accompagnava senza problemi di sorta: mi ha fatto vedere la chiesa e la cella nella quale i monaci passano buona parte della loro giornata con la sveglia alle ore 3.40 (tre e quaranta) …

Alla fine siamo passati per una piccola stanza dove c’era la possibilità di acquistare amari, miele e qualche libro; naturalmente ho preso il volumetto “Monte Rua. L’eremo e gli eremiti. Cenni di storia e di spiritualità”,  una cinquantina di pagine veramente interessanti

Nella storia dell’eremo ci sono due momenti particolarmente tragici: il primo quando arrivò Napoleone, il secondo, quando arrivò il Regno d’Italia.

Testuale: “…Ancora un ventennio e l’uragano napoleonico si abbatterà anche sulla Chiesa italiana.

Napoleone, con il decreto del 28 aprile 1810, soppresse gli ordini monastici. D’un sol colpo si cercò di cancellare una realtà esistente da secoli. Anche gli eremi veneti Montecoronesi furono spazzati via. I monaci, che da trecento anni abitavano l’Eremo di Monte Rua, dovettero andarsene, e la proprietà passò al Demanio. Furono portate via tutte le opere d’arte e tutta la biblioteca. Dal 1810 al 1863 l’eremo fu preso in affitto da numerose persone: alcune ne ebbero una qualche cura, altre lo lasciarono andare quasi in rovina.

Nel 1861 fu soppresso l’Eremo di Montecorona. A ordinare la chiusura fu un decreto del Commissario Regio per l’Umbria. Si era nel duro clima anticlericale dell’epoca, quando la massoneria italiana dirigeva la politica e lo stato faceva pesare la mano sui religiosi, perché come disse Camillo Cavour al Superiore di Montecorona, che voleva trattare la questione, “i Religiosi erano troppi e non volevano camminare col secolo”.

…Venne il tempo in cui i monaci si accinsero alla pacifica riconquista di Monte Rua. Poiché il Veneto apparteneva al regno austriaco, non ci furono difficoltà a rientrare in possesso dell’eremo. Il monaco padre Emiliano acquistò l’Eremo per una somma superiore agli 8000 fiorini.

L’otto dicembre 1863 un piccolo gruppo di eremiti prese possesso dell’eremo. Grande era la gioia della popolazione limitrofa e tanti erano i benefattori che davano un aiuto per la ricostruzione. Anche l’imperatore Francesco Giuseppe contribuì con un’offerta di 8500 fiorini.”

Napoleone, aggiungo io, rapinò tutto quello che era possibile qui come ovunque  nel Veneto, Francesco Giuseppe fece una consistente offerta … peccato che nei libri della scuola italiana Napoleone venga sistematicamente esaltato e Francesco Giuseppe presentato con un criminale …

Dopo qualche anno, attraverso il plebiscito-truffa del 21-22 ottobre 1866, anche il Veneto passò sotto l’Italia e le cose cambiarono, in peggio …

Ecco come viene presentato l’arrivo dei “liberatori” italiani:

“Nel frattempo il Veneto era passato a far parte del Regno d’Italia e pertanto gravi difficoltà si presentarono per i  miti abitatori di Rua.

Il Giornale -L’Unità Cattolica- racconta: -Accaduta nel 1866 l’annessione delle provincie Venete al regno d’Italia, il Reggitore proposto al loro governo fu messo in sospetto che nell’Eremo di Rua si raccogliesse una famiglia di ex frati in contrasto col nuovo stato di cose. Reputò quindi “suo debito” farvi eseguire improvvisamente, di notte, una solenne perquisizione…- il cui vero scopo era arrestare padre Emiliano, il quale però riuscì a fuggire perché avvertito in tempo. Allora il Consiglio d’Amministrazione per il culto -delibera doversi respingere ogni pretesa di diritto di proprietà dell’eremo da parte di padre Emiliano-.

Il battagliero eremita non si lasciò affatto sopraffare né intimidire e, andato al tribunale di Firenze, citò in giudizio la parte avversa. Ne seguì un vivace e lunghissimo processo che si concluse solo nel 1878, quando il tribunale di Padova riconobbe in modo definitivo il pieno diritto di padre Emiliano al possesso dell’eremo.”

Onore e merito allora a tutti quei eremiti che hanno difeso questo luogo così suggestivo  e spirituale; “L’eremo non è un rifugio ma una trincea” sta scritto nella prima pagina del volume: nei secoli scorsi lo fu non solo in senso metaforico … 

Ettore Beggiato

Bastia di Rovolon

Una presentazione “al femminile” ad Aosta – 23 novembre 2018

Locandina 23 novembre

Venerdì 23 novembre una doppia presentazione ad Aosta, alla Biblioteca Regionale Bruno Salvadori: un libro di Candida Carrino, dedicato alle donne internate nel periodo 1850-1950, e un documentario del regista Patrizio Vichi sulla figura di Camilla Restellini Bassanesi.

Ma chi era Camilla Restellini Bassanesi?

“Venni arrestata il 20 marzo 1947 alla stazione di Aosta di ritorno da una giornata trascorsa a Torino, dove ero iscritta al primo anno di lettere, sperando di riprendere una vita privata, dopo l’esilio, dopo la guerra. Ero col piccolo Socrate. Fui portata alla vicina questura. Ho continuato, e ancora continuo, a sentire la manina stringere fortemente la mia, quando ci separarono: ero arrestata. Giovanni già era in carcere e gli altri tre ragazzi affidati ad enti assistenziali”

Questa data apre un capitolo dolorosissimo della vita già infinitamente travagliata di Camilla. Nata nel 1910, Camilla insieme alla sorella Ester (Titti) era stata educata da una mamma, Pierina Jachia, socialista e pacifista, emigrata da Milano in Svizzera nel 1915 per insegnare nella scuola di lingue Berlitz. Pierina era una donna colta e militante, educata all’impegno sociale e alla propaganda politica anche attraverso contatti documentati con molti leader del socialismo: Filippo Turati, Claudio Treves, Carlo Rosselli, Fausto Nitti, Emilio Lussu e Modigliani.

Nel 1933 Camilla incontra Giovanni Bassanesi, intellettuale, pacifista, pilota dell’aereo Farman con il quale volò su Milano l’11 luglio 1930 per lanciare sulla città 150.000 volantini antifascisti con l’invito a “Insorgere” e a “Risorgere”. Non pensa di legarsi in maniera definitiva a lui, ma con una visione coerente ai principi socialisti e libertari del ruolo della donna, lo vorrebbe solo come compagno con il quale condividere un rapporto sentimentale unito alle battaglie politiche da intraprendere insieme. Anche quando Camilla dà alla luce Anna non pensa che questo evento debba portare al matrimonio con Giovanni che, esule in Belgio, ritorna come clandestino alla notizia della nascita della bambina. La coppia si trasferisce a Nizza, dove nasceranno i figli Eleonora e Pietro. Per vivere apriranno insieme uno studio fotografico “La bôite à images” al n. 82 di Boulevard de Cessole. In questo periodo la lotta politica di Camilla si intensifica. Comincia un periodo di peregrinazioni tra Parigi, Aosta, Barcellona dove infuria la lotta partigiana contro il franchismo. Per propagandare le sue idee pacifiste, insieme a Giovanni diffonde volantini che sostengono la pace e appelli alle istituzioni affinché si schierino per il non intervento in una nuova guerra.

Camilla e  Giovanni vengono arrestati, è decretato il confino a Ventotene per Giovanni, la condanna di Camilla viene convertita in ammonizione in considerazione della tenera età dei tre figli, Anna, Pietro ed Eleonora.
Per Giovanni comincia un calvario che lo porterà a peregrinare tra il confino di Ventotene e gli ospedali psichiatrici della penisola. Camilla si adopera affinché l’impegno politico del padre dei suoi figli non sia trasformato dalle autorità in manifestazioni di instabilità mentale. Giovanni viene affidato a Camilla in custodia, da questo momento è la famiglia sotto osservazione, i fascisti richiedono più volte per Giovanni l’internamento in un campo di lavoro in Germania e fanno pressione anche per Camilla nel settembre del 1944, nonostante fosse diventata madre da pochi mesi: Socrate era nato il 13 aprile del 1943.

Due vicine di casa il 19 marzo 1947 sporgono una denuncia nei confronti dei coniugi per maltrattamenti ai figli. A seguito della condanna del tribunale vengono mandati in manicomio, Giovanni nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino e Camilla in quello di Aversa, i figli affidati ad enti assistenziali. Giovanni morirà di lì a poco (il 19 dicembre 1947), Camilla resisterà per lottare contro un’istituzione che la vuole a tutti i costi dichiarare folle. Durante la reclusione  non può fare a meno di denunciare le condizioni del manicomio: un solo medico per molte ricoverate, per giunta maschio, i servizi igienici carenti, la trascuratezza dei periti medici di risolvere i casi in sospeso. L’impegno sociale affiancherà sempre i problemi personali, individuali.

Con l’aiuto di Marion Cave Rosselli Camilla riesce ad ottenere la grazia. Nel 1949 ritorna ad Aosta dove riporta a casa i suoi figli e comincia a lavorare come dattilografa presso la Regione della Valle d’Aosta.
Intanto però, si impegna in un’altra battaglia. Negli anni della detenzione manicomiale ad Aversa Camilla aveva conosciuto Ester Bottego Pini, una repubblichina, ricoverata ad Aversa non per problemi psichiatrici ma per una spondelite cervicale  Non poteva non interessarsi alla sua sorte anche se Ester era stata fedele ad una parte politica a lei avversa, a tal punto che scrive un memoriale per Ester per sostenere la richiesta di grazia,  un contributo importante per le risultanze, coerente con la sua ricerca di giustizia.
Camilla morirà nel 1993 a Roma, città in cui si era trasferita nel 1952 con i suoi figli, per avviare un’agenzia di servizi per eventi e congressi, che ancora oggi i suoi nipoti gestiscono.

tratto da http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/camilla-restellini-bassanesi/

Solidarietà bretone per i curdi del campo autogestito di Lavrio in Grecia – di Gianni Sartori

Web

Curdi e Bretoni: due popoli che in epoche diverse e con metodi talvolta simili, hanno lottato per difendere la propria dignità e libertà.

Si era parlato recentemente di militanti bretoni antifascisti andati a combattere con le YPG contro Isis. Meno noto invece l’impegno solidale e umanitario che la popolazione di Breizh ha indirizzato verso un campo di rifugiati greco dove migliaia di donne, uomini e bambini curdi hanno trovato asilo. Gran parte di loro proviene dal Nord della Siria, in fuga dalle persecuzioni di Isis e dagli attacchi dell’esercito turco e delle milizie sue alleate. Soprattutto dopo l’attacco contro Afrin – poi invasa – avviato da Ankara nel gennaio del 2018.

Recentemente – tra il 21 e il 30 ottobre 2018 – un convoglio stipato di medicinali e apparecchiature sanitarie ha raggiunto il campo di Lavrio a una sessantina di chilometri da Atene. Il viaggio solidale era stato organizzato dal sindacato Sud-Education, da Solidaires e dalla CGT. A loro si era poi aggregata l’associazione Amitiès kurdes de Bretagne (in particolare per iniziativa del presidente dell’associazione Tony Rublont).

Il viaggio non era una tantum, ma piuttosto una missione esplorativa, una risposta alle richieste partite dai responsabili e dai residenti del campo organizzati in assemblea. Con questo primo passo si voleva valutare la possibilità di un intervento stabile per rispondere sia alle necessità più urgenti, sia in maniera continuativa.

E le prime azioni concrete sono già state decise. Nel 2019 l’associazione Amitiés kurdes de Bretagne organizzerà varie attività culturali, in forma di laboratori, per i bambini e anche per gli adulti.

Quanto alle necessità materiali  del campo, dai visitatori sono state classificate come “enormi”. In particolare quelle sanitarie.

Per Atene infatti non esiste nulla di equivalente agli aiuti economici che Ankara riceve dall’Unione europea (in base agli accordi del 18 marzo 2016 intesi a limitare l’arrivo di migranti sul suolo europeo) per trattenere i migranti nei territori sotto la sua amministrazione.

Eppure la Grecia (nonostante risenta ancora pesantemente della crisi economica) ospita attualmente  parecchie migliaia di famiglie qui entrate  più o meno clandestinamente.

Dagli inizi del 2018 almeno 20mila persone – in genere provenienti dalle coste turche – si sarebbero accampate nelle isole greche. Qui sorgono numerosi campi profughi di Stato (ma qualcuno li definisce di “detenzione”) come quello a Lesbo (in oltre 9mila, mentre sarebbe stato previsto per 3mila).

Dopo l’attacco contro Afrin di gennaio, i flussi migratori dalla Turchia verso la Grecia si erano sensibilmente intensificati, in particolare dal mese di marzo. Ovviamente, Erdogan ha tutti gli interessi a favorire i migranti provenienti da Afrin nel loro tentativo di sbarcare in Europa. Sia per tenere comunque sotto pressione l’Ue, sia – soprattutto – per allontanare dai territori sotto amministrazione turca le popolazione di origine curda.

Tra i campi profughi insediati in Grecia (e di cui buona parte versa in condizioni non certo ottimali dal punto di vista umanitario), quello di Lavrio sembrerebbe costituire una sorta di eccezione.

La sua realizzazione risale ancora al 1947, quando venne costruito per ospitare i minatori assunti nelle miniere locali. In seguito, anni cinquanta, divenne un campo per ospitare fuggitivi da oltre Cortina.

Successivamente divenne un luogo dove si rifugiavano soprattutto i dissidenti turchi di sinistra e poi – dagli anni ottanta – anche gli indipendentisti curdi legati al PKK.

Oggi vi trovano ospitalità simpatizzanti, oltre che del PKK, di MLKP (un partito marxista-leninista turco), di MKP (maoisti) e di HDP.

Come era facile prevedere, la prosecuzione del conflitto in Siria e le purghe operate in Turchia dal governo dell’AKP hanno favorito un ulteriore aumento delle  persone presenti nel campo. Al punto da costringere nel 2015 le autorità greche ad aprirne un altro  a qualche chilometro dalla cittadina.

Fino alla prima metà del 2017 il governo greco era stato in grado di fornire aiuti agli ospiti del campo, grazie anche alla presenza della Croce Rossa e di UNHCR (Alto-Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Ma successivamente – con l’intensificarsi delle pressioni di Ankara che bollava il campo come “luogo di formazione militare del PKK” – Atene ha preferito abbandonare le persone presenti nel campo praticamente a se stesse.

Arrivando a proporne la chiusura per timore di “disordini”.

Da allora i rifugiati sopravvivono – anche a livello puramente alimentare –  grazie all’aiuto locale e internazionale.

La situazione si era aggravata nell’aprile di quest’anno con l’arrivo di migliaia di profughi in fuga da Afrin, proditoriamente bombardata dall’artiglieria turca. Si tratta di civili, sia curdi, sia di altri gruppi provenienti dalle aree colpite dall’esercito e dall’aviazione turca.

Provvisoriamente si era fatto fronte all’emergenza utilizzando dei container. Ma poi, proprio nell’area occupata dai nuovi arrivati, l’amministrazione greca ha voluto installare una nuova discarica pubblica con l’intento evidente di allontanare i profughi curdi.

L’organizzazione del campo si basa sui principi del Confederalismo democratico (come in Rojava), ossia su autogestione, comitati e assemblea popolare.  Garantendo sia la sicurezza che l’educazione e la distribuzione equa delle risorse alimentari.

L’organizzazione comunitaria – di natura orizzontale e libertaria –  consente a ogni abitante del campo di partecipare al buon funzionamento della vita quotidiana distribuendo compiti e responsabilità.

Ovviamente a Lavrio la messa in pratica del Confederalismo democratico assume aspetti particolari in quanto combinata con le problematiche migratorie. Ma è apparso comunque evidente a tutti coloro che lo hanno visitato che qui le condizioni di vita sono assolutamente migliori di quelle riscontrate nella maggior parte degli altri campi presenti in Grecia (compresi quelli gestiti direttamente dalle amministrazioni locali). Inoltre il campo appare ben integrato nella vita economica e sociale del quartiere e della città. Favorito in questo dalla tradizionale amicizia che da sempre lega il popolo greco – memore dell’antica oppressione subita dalla Turchia – a quello curdo che tale oppressione la sperimenta tuttora.

Ma intanto le pressioni di Erdogan sul governo greco per la chiusura del campo – dove secondo Ankara il PKK eserciterebbe il suo “controllo ideologico” – si sono intensificate.

In contrapposizione a tali richieste, un collettivo bretone di “militanti e solidali con i rifugiati di Lavrio” ha lanciato una petizione rivolta al sindaco della città greca per protestare contro i ricorrenti tentativi di chiudere il campo dei rifugiati curdi.

Gianni Sartori

Un appello dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia – segnalazione di Gianni Sartori

Usa-Turchia/ Ricompensa Usa: fino a 5 mln dollari per notizie su leader Pkk

Appello urgente al pubblico democratico, al popolo americano e al Presidente, al Congresso e al Senato degli Stati Uniti d’America

Il 6 novembre l’appena nominato vice-assistente Segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici, il sig. Matthew Palmer, ha annunciato durante un incontro con i funzionari del governo turco, che il programma del Dipartimento di Stato USA Ricompense per la giustizia sta colpendo tre membri di alto livello del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – Murat Karayilan, Cemil Bayik e Duran Kalkan – ed “ha autorizzato delle ricompense per informazioni che conducano alla loro identificazione e posizione.”

Condanniamo questa decisione palesemente ingiusta. È ovvio che si tratta di una decisione politica per dare alla Turchia più libertà d’azione per continuare le proprie atrocità contro il popolo curdo, spesso con le sofisticate armi e l’intelligence militare della NATO. Le radici dell’attuale conflitto hanno origine nelle conseguenze del Trattato di Losanna nel 29 ottobre 1923, con la fondazione dello stato turco che scatenò immediatamente una guerra contro il popolo curdo e altri popoli indigeni per imporre il proprio nazionalismo esclusivo.

I mezzi usati dallo stato turco spaziano dal terrorismo sponsorizzato dallo stato, alla negazione dei diritti politici, della libertà di associazione ed espressione e all’eliminazione culturale dell’identità curda. Durante tutti i decenni di oppressione, il Movimento di Liberazione Curdo ha usato solo le forme minime di resistenza per autodifesa, i modi pacifici di organizzazione politica, il reclamo dell’identità culturale e la rinuncia ad ogni atto di terrorismo.

Il sig. Murat Karayilan, il sig. Cemil Bayik e il sig. Duran Kalkan sono politici che hanno lottato contro il fascismo turco, l’ISIS e il totalitarismo di Erdogan. Il PKK non ha solo combattuto l’ISIS, ma avviato passi molto importanti nel creare un nuovo Medio Oriente basato sulla fratellanza di arabi, curdi, siriaci, armeni, circassi, persiani e turchi con l’idea di nazione democratica. Queste persone amanti della libertà si stanno volontariamente impegnando per conseguire pace e serenità tra turchi, curdi e altri gruppi etnici e stanno lavorando senza sosta per realizzare la democrazia a livello di base.

Il PKK ha sempre richiesto una soluzione pacifica e politica della questione curda attraverso la mediazione degli USA, dell’UE, dell’ONU per aprire un processo di dialogo costruttivo tra PKK e stato turco. Il sig. Ocalan, leader del Movimento di Liberazione Curdo, ha annunciato il processo di pace e la riconciliazione nel marzo 2013, cosa che ha messo fine alle ostilità e prometteva bene. Con rammarico, Erdogan mise bruscamente fine a questo processo nel giugno 2015, riprendendo le ostilità per trarne vantaggio politico.

Il programma Ricompense per la giustizia rende gli USA complici nelle atrocità della Turchia e nei genocidi contro curdi, armeni e altre minoranze come aleviti e yazidi. Ciò va contro i professati valori di libertà e democrazia promossi dagli Stati Uniti. Quali che siano i motivi geopolitici e finanziari dietro questo programma, esso non è difendibile il popolo degli Stati Uniti deve rendersi contro che il proprio governo sta sostenendo atrocità genocide.

Chiediamo al popolo americano, al Presidente, al governo federale, al Senato, al Congresso e a tutte le organizzazioni democratiche di rispettare i diritti politici del popolo del Kurdistan. I partiti politici curdi, gli intellettuali e ogni curda e curdo conoscono bene il barbarico sistema coloniale dello stato turco e combatteranno per i propri diritti democratici e nazionali a prescindere da chi sostenga la Turchia.

Gli americani devono sviluppare una visione indipendente della lotta per libertà curda piuttosto che quella fornita loro dallo stato turco e dal presidente turco Erdogan le cui politiche autoritarie e antidemoctratiche sono dimostrate quotidianamente.

Le forze democratiche del Medio Oriente stavano aspettando che il PKK fosse rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche negli USA e in Europa, ma sembra che Erdogan possa influenzare i governi affinché continuino a tenere in lista nera il PKK così che lui possa scatenere guerre in nome della lotta al terrorismo.

Continueremo a lottare per una soluzione pacifica della questione curda in tutte le parti del Kurdistan, inclusa la Turchia, preservando l’intrinseco diritto all’autodifesa e chiedendo agli amici della democrazia e della giustizia di sostenerci in questi tempi difficili.

Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia

NESSUN “GIUSTO” PER SARA GESSES – di Gianni Sartori

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Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono.

Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio (Villa Contarini-Venier) di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò ad un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina (forse spinta dalla madre) di nascondersi in una barchessa per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
Qualche anno dopo (sempre casualmente) raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. Per timore di rappresaglie, la bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla R.S.I. di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono (posta soltanto nel 2001) ne parla come di un evento avvenuto “durante l’occupazione tedesca” senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano (forse per la serie”Italiani brava gente”…). Il tragitto dei 43 ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto. Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (doveva avere sei o sette anni, ma alcune fonti parlano di dieci) e – questo l’ho saputo solo recentemente – venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (quello che in alcuni scritti veniva definito “più umano” rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come il zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo “per riportarla insieme alla mamma”. L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Non solo. A Padova la madre era riuscita a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Le aveva appuntato sul vestito un biglietto con l’indirizzo di alcuni familiari. Infatti qualcuno raccolse la bambina e la portò al recapito segnalato, dove pare sia rimasta qualche giorno, apparentemente salva e al sicuro. Ma poi – inesorabili – i tedeschi, accompagnati dalla manovalanza fascista (ricordo che all’epoca a Padova imperversava la criminale Banda Carità) arrivarono a riprendersela. Tornata nelle grinfie degli sgherri nazifascisti, Sara venne trasferita alla Risiera di San Sabba a Trieste dove già languivano i suoi familiari e gli altri ebrei patavini.
In Polonia la maggior parte dei deportati (47, tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e di questi solo tre sopravvissero.
Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944. La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.

Gianni Sartori

Brasile, convegno dei diffusori del talian (veneto-brasiliano) – di Ettore Beggiato

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In questo fine settimana e precisamente nei giorni 9, 10 e 11 novembre si terrà nella cittadina brasiliana di Serafina Correa, Rio Grande do Sul, il ventiduesimo incontro nazionale dei diffusori del talian ( veneto-brasiliano).

La tre giorni, che viene organizzata ancora una volta da Paolo Massolini, medico chirurgo di lontane origini vicentine, straordinario protagonista della lotta per la tutela e la valorizzazione del talian, inizierà venerdì 9 e prevede “Filò con brodo, storie,frotole e busie”, nella giornata di sabato inizieranno i lavori con diversi gruppi di studio sui rapporti con le istituzioni e con le università e sullo “stato di salute” del talian con particolare riferimento alla presenza nei mass-media mentre domenega 11 alle ore 8 “Messa in talian del prete Alberto Tremea” alla quale seguirà l’assemblea generale con la nomina del nuovo direttivo.

L’iniziativa assume quest’anno un significato del tutto particolare vista la recente elezione a Presidente del Brasile di Jair Bolsonaro, la cui famiglia partì dal Veneto alla fine dell’ottocento.

Sono passati quattro anni dal riconoscimento ufficiale da parte del governo federale brasiliano del talian come “Patrimonio Culturale Immateriale del Brasile”;  prima lingua minoritaria brasiliana che ha ricevuto tale riconoscimento; il talian viene correntemente parlato da milioni di brasiliani soprattutto nei tre stati del Brasile del sud, Rio Grande so Sul, Santa Catarina e Paranà, ma anche negli stati di San Paolo e di Spirito Santo .

Ma come si può definire “el talian” ?  Gli studiosi definiscono el talian  (o veneto-brasiliano), l’ultima lingua neo-latina conosciuta, singolare koinè su base veneto-centrale nella quale si innestano termini brasiliani; una lingua “viva”, usata quotidianamente sul lavoro o all’università, per scrivere canzoni e poesie, in teatro, alla radio o alla TV.  Ecco come la descrive Darcy Loss Luzzatto autore di un vocabolario “Brasiliano – Talian” di oltre ottocento pagine:

 “I nostri vecii, co i ze rivadi, oriundi de i pi difarenti posti del Nord d’Italia, i se ga portadi adrio no solche la fameia e i pochi trapei che i gaveva de suo, ma anca la soa parlada, le soe abitudini, la soa fede, la so maniera de essar…. Qua, metesti tuti insieme, par farse capir un co l’altro, par forsa ghe ga tocà mescolar su i soi dialeti d’origine e, cossita, pianpian ghe ze nassesto sta nova lengua, pi veneta che altro, parchè i veneti i zera la magioranza, el talian o Veneto brasilian.”

 Nel vocabolario troviamo, per esempio,  un termine praticamente intraducibile in italiano, ma che i veneti conoscono benissimo “freschin”: in brasiliano diventa “odor desagradavel” e per spiegarlo meglio l’amico Darcy aggiunge un          ” Che bira zela questa? La sa de freschin!” che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni…..

 E’ straordinario come i discendenti di quei veneti che partirono nel lontanissimo 1875 (in seguito alle disastrose condizioni nelle quali il Veneto si era venuto a trovare  dopo l’annessione  all’Italia) abbiano conservato un simile patrimonio d lingua, cultura, civiltà; ed è ancora più incredibile se pensiamo che, durante la seconda guerra mondiale il “talian” venne proibito dall’allora dittatore Getullio Vargas.

Il Brasile entrò in guerra a fianco degli alleati e proibì sia l’uso del talian che del tedesco; diversi emigranti finirono in carcere e la loro non fu una sfida politica ma l’impossibilità di parlare un’altra lingua che non fosse il “talian”; ma nonostante questo la lingua dei veneti del Brasile ne è uscita più forte e più viva che mai.

 Un altro pericolo per la lingua dei veneti “de là de l’oceano” è costituito da quei docenti che partono dall’Italia con l’obiettivo di portare la lingua italiana “grammaticale” come viene da loro chiamata.

 Ecco quanto denunciava  Padre Rovilio Costa, scomparso qualche anno fa, vero e proprio patriarca della cultura taliana in Brasile, in  un messaggio chiaro e senza fronzoli, diretto a chi arriva dall’Italia e dal Veneto: 

 “Prima de tuto, che i italiani, sia veneti o de altre region, i vegna in Brasil rispetando la nostra cultura taliana, la nostra lengua che la ze el talian, no par imporre el so modo de veder e de far”.

Lascio la conclusione a  Darcy Loss Luzzatto, a una sua poesia che dovrebbe essere diffusa nel nostro Veneto, dove scandalosamente c’è gente che si vergogna di parlare la lingua veneta, soprattutto nelle nostre scuole:

 “Com’e bela ‘a nostra lengua, com’è melodiosa. E poetica.  Basta parlada con   orgolio  e alegria, mai con paura o co la boca streta e vergognosa. E si con onor, con tanto tanto amor e simpatia”.  

 Ettore Beggiato

 Cittadino onorario

 Serafina Correa (Rio Grande do Sul)