ASPETTANDO IL RITORNO DI BUENAVENTURA DURRUTI – di Gianni Sartori

durruti

Nella notte tra il 20 e il 21 novembre 1936 –  sul fronte di Madrid – muore Buenaventura Durruti e con lui le speranze di milioni di oppressi, sfruttati e diseredati. All’epoca forse non ancora del tutto consapevoli della tragedia che si andava profilando per le classi subalterne. Non solo nella penisola iberica, ma su scala planetaria.

Durruti muore. Così come a luglio era già morto Francisco Ascaso, come nel maggio del ’37 moriranno Camillo Berneri e Andreu Nin. Per mano di boia differenti – certo –  ma il medesimo scopo: soffocare l’ansia di emancipazione sociale degli eterni subalterni loro malgrado, la fame e sete di giustizia degli schiavi salariati e dei popoli forzatamente minorizzati.

Durruti muore. A noi rimangono le macerie, senza che sappiamo più nemmeno come e cosa ricostruire.  “Noi non abbiamo paura delle rovine, gli operai sanno anche costruire…” aveva detto (cito a memoria).

Ma forse anche di distruggere e ricostruire abbiamo perso il desiderio .

Passa  un mese o poco più e già nel gennaio 1937 si registrano gli attacchi – per ora a mezzo stampa – da parte degli stalinisti (PSUC soprattutto) contro i libertari (CNT, FAI, POUM…), preludio ai fatti del maggio ’37 (a Barcellona, la Telefonica) e dell’agosto (in Aragona, quando il generale Enrique Lister elimina le collettività anarchiche).

Così la definitiva sconfitta della Repubblica nel 1939 non spalanca soltanto l’antro della lunga notte franchista, ma consentirà alle semenze brune e velenose nazi-fasciste di germogliare, sbocciare definitivamente, radicarsi e proliferare nell’Europa intera. Piante geneticamente modificate. Coltivate, alimentate e concimate col sangue di centinaia di migliaia – milioni –  di vittime sacrificali fucilate o impiccate. Prima con le iberiche sacas (fucilazioni di massa dei prigionieri repubblicani operate dai fascisti) e poi con i massacri, olocausti e genocidi su scala industriale della Seconda Guerra Mondiale.

Muore Durruti. E la notte (negras tormentas, nubes oscuras…) ridiscende cupa e inesorabile sul genere umano ormai alla deriva. Ancora una volta la realizzazione di quel  “mondo nuovo che è già dentro di noi e che sta crescendo, anche ora che sto parlando con te” (cito sempre a memoria, da un’intervista a un giornalista) veniva rimandata a chissà quando.

Almeno – lo spero e lo devo dire – fino all’odierna insurrezione curda in Rojava e Bakur.

Un po’ di storia.

Buenaventura Durruti (un cognome basco, tra l’altro, avuto in eredità dal nonno paterno. Quello materno invece era catalano) – una delle figure più rappresentative dell’anarchismo iberico – era nato a Leon – nella Vecchia Castiglia – nel 1896.

Operaio metallurgico, a Barcellona strinse fraterna amicizia con l’operaio panettiere e cameriere Francisco Ascaso. Insieme a Gregorio Jover si dedicarono a una sistematica attività rivoluzionaria. Nei primi anni venti  – quando erano espatriati per sfuggire alla repressione statale anche in anche in America latina (Argentina, Cuba…). Anche qui organizzarono scioperi e manifestazioni, operando inoltre espropri ai danni di entità bancarie ed elargendo sistematicamente il ricavato alle associazioni e ai sindacati anarchici (in particolare per acquistare materiale tipografico per la pubblicazione di testi libertari). Nel 1926 vennero arrestati a Parigi, nascosti in un taxi e armati, lungo il percorso che avrebbe dovuto compiere il re Alfonso XIII. Furono scarcerati dopo una campagna di solidarietà internazionale. Sempre a Parigi, con Ascaso volle conoscere di persona l’esule Nestor Makhno. In tale circostanza il rivoluzionario ucraino disse di essere disponibile per la loro rivoluzione quando fosse scoppiata. Purtroppo Nestor morì prima – nel 1934 – per le conseguenze delle ferite e sofferenze subite e forse anche per una grave depressione dovuta alla sanguinosa sconfitta..

Allo scoppio della guerra civile – il 19 luglio del 1936 – Durruti e gli altri compagni parteciparono attivamente alla sconfitta dei militari golpisti, ma Ascaso venne ucciso durante l’assalto del proletariato barcellonese alla caserma Atarazanas (20 luglio 1936). Durruti organizzò poi la sua “Colonna” di miliziani anarchici – fondata sul principio della “disciplina nell’indisciplina”  – molto efficace nelle battaglie dell’Aragona (un fronte a egemonia libertaria). Qui, nei villaggi liberati, si costituirono le collettivizzazioni in base ai principi del comunismo libertario (terre socializzate a autogestite da assemblee e comitati di villaggio).

Come è noto sul fronte aragonese i combattenti repubblicani vennero bloccati a causa della sproporzione di mezzi di combattimento rispetto all’esercito franchista.

Dopo l’assedio di Saragozza venne invitato dal governo repubblicano – e in particolare dai ministri anarchici – a difendere Madrid che stava per capitolare.

Durruti partì con alcune migliaia di miliziani volontari (molti cadranno proprio nella battaglia di Madrid) e qui, il 20 novembre 1936, viene ucciso in circostanze che all’epoca furono considerate non chiare.

In realtà non dovrebbero esserci ancora ombre sulla reale dinamica del tragico evento.

Secondo quanto riferiva Abel Paz, Durruti arriva nella capitale dopo un viaggio massacrante, ma non si concede riposo. Va subito a combattere e muore quasi immediatamente, presumibilmente per un suo errore. Infatti sarebbe sceso dall’auto con il colpo in canna. Un movimento brusco,  il contraccolpo lo avrebbe fatto partire colpendolo al torace.

Sicuramente la sua morte incise  negativamente sulla spinta libertaria che inizialmente aveva caratterizzato la sollevazione antifranchista. Da allora la logica bellica – militarista – finì col prevalere.**

Durruti del resto l’aveva intuito (predetto ?) quando diceva “in guerra si diventa sciacalli”. Proprio per questo bisognava non perdere tempo nell’organizzare la rivoluzione sociale  e farla finita con le pratiche militariste.

Grandiosi i suoi funerali a Barcellona (raccontati da H.E. Kaminski in “Ceux de Barcelone”) a cui si calcola abbia partecipato un milione di persone.

Gianni Sartori

*nota 1: Una coincidenza: nello stesso giorno moriva – fucilato dai repubblicani in quel di Alicante – José Antonio Primo de Rivera. La data venne poi sacralizzata dal regime. Quando nel 1975 stava ormai per tirare le cuoia, il boia Franco venne tenuto artificialmente in vita per oltre un mese in modo da farlo morire nello stesso giorno del fondatore della Falange (20 novembre). Negli anni ottanta la data venne utilizzata simbolicamente dalle squadre della morte parastatali spagnole (in particolare dal GAL) per assassinare alcuni militanti baschi.

**Nota 2: in aperta polemica con il decreto della militarizzazione delle milizie (e con quelli che venivano considerati i “cedimenti” di FAI e CNT) nel marzo 1937 alcuni membri della Colonna Durruti (Jaime Balius, Pablo Ruiz, Félix Martinez…) fondarono un gruppo comunista-libertario denominato Los amigos de Durruti. La loro pubblicazione El amigo del Pueblo venne presto dichiarata illegale. Da ricordare l’amicizia e la sintonia tra Jaime Balius e gli esponenti del POUM Andreu Nin e Wilebaldo Solano. A tale proposito, non fu  per caso che il comunista Solano – antistalinista e libertario, divenuto membro della Resistenza in Francia – quando venne liberato da un campo di prigionia preferì andarsene  con un gruppo di partigiani anarchici piuttosto che con quelli del PCF. Un accorgimento che – diversamente da quanto accadde al mio compaesano “Blasco” – gli consentì probabilmente di salvare la pelle. Negli anni settanta inoltre Solano si oppose alla dissoluzione del POUM e all’entrismo nel PSOE.

 

Bibliografia minima

“La breve estate dell’Anarchia – vita e morte di Buenaventura Durruti”, Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, 1973

“La muerte de Durruti”, Joan Llarch,  ediciones Aura, 1973

“Buenaventura Durruti”, Abel Paz, edizioni La salamandra, 1980

“Durruti e la rivoluzione spagnola”, Abel Paz, BFS edizioni (Biblioteca Franco Serantini), 2010 – (ristampato dopo l’esaurimento della precedente edizione in due volumi)

“Quelli di Barcellona”, H.E. Kaminski, edizioni Il Saggiatore, 1966

“Pioniere e rivoluzionarie – Donne anarchiche in Spagna (1931-1975)”, Eulàlia Vega,  edizioni Zero in condotta, 2017

“Anarchia e potere nella guerra civile spagnola 1936-1939”, Claudio Venza, edizioni elèuthera 2009

“Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna”, Carlos Semprun Maura, edizioni Antistato 1976

“Protesta davanti ai libertari del presente e del futuro sulle capitolazioni del 1937 di un incontrolado della colonna di ferro”, edizioni Nautilus, 1981

“Omaggio alla Catalogna”, George Orwell, edizioni il Saggiatore, 1964

Un pensiero riguardo “ASPETTANDO IL RITORNO DI BUENAVENTURA DURRUTI – di Gianni Sartori

  1. Gianni Sartori / 6 dicembre 2018
    GIU’ LE MANI DA DURRUTI! GIU’ LE MANI DALLA LOTTA DI CLASSE!
    (Gianni Sartori)
    Premessa con lamento e domanda retorica.
    Di nuovo? Ancora? Ma perché tocca a me – proletario autoalfabetizzato che non è nemmeno anarchico – intervenire?
    Non bastavano l’Irlanda e Bobby Sands?
    Rimando alla lettura dell’ormai datato “Fascisti, tenete giù le zampe dall’Irlanda” e ci (ri)provo.
    SENZA VERGOGNA.
    DOPO CHE GUEVARA E BOBBY SANDS, ORA ANCHE CON DURRUTI
    Lo sapevo, prima o poi doveva succedere. Anche se mi aspettavo che a compiere l’atto osceno in luogo pubblico (la “rete”) sarebbero stati direttamente i fasci. Invece stavolta pare avvenga per interposta persona. Materia troppo delicata, evidentemente. Da maneggiare con cura. Meglio mandare avanti gli ascari.
    A tentare l’operazione di appropriazione indebita – uno scippo maldestro – è stato un noto intellettuale originariamente di sinistra (ora non si sa) considerato il maggior esperto vivente in materia di fascisteria e fascistume.
    Vuoi per aver scrutato troppo a lungo nell’abisso (con i noti effetti collaterali di reciproca specularità), vuoi per innamoramento perverso, vuoi per una variante della “sindrome di Stoccolma” – l’interessato sembra volersi dannare definitivamente l’anima allineandosi con una visione del mondo ormai apertamente – a mio modesto parere – di destra.
    Nel caso in questione evocando addirittura le junghiane “coincidenze sincroniche” (vedi il giorno della duplice morte, 20 novembre) e mettendosi così al riparo da ogni ragionevole (ossia fondata sul buon senso) critica. Come e cosa ribattere di fronte a Eventi metafisici insondabili, Manifestazioni dell’Assoluto nel Fatidico Giorno, Disegni imperscrutabili del Destino, Grande Ineffabile Mistero Trascendente…?
    Sto cercando di interpretare ovviamente. Ma a ‘sto punto ognuno può aggiungervi a piacere e volontà altra “roba di Valore” (Furio Jesi aveva visto giusto qualificando la cultura di Destra come un concentrato di…Liala in salsa evoliana).*
    Il fatto. L’esperto in questione (proveniente dall’area dell’Autonomia operaia, amico e collaboratore di Oreste Scalzone che sembra aver avuto qualche responsabilità nell’iniziarlo a tali pratiche …non mi viene…necrofile? Sado-maso?) ha osato paragonare il fondatore della Falange José Antonio Primo de Rivera (fucilato in quel di Alicante dai repubblicani – giustamente – il 20 novembre 1936) a Durruti, feritosi accidentalmente a Madrid (pare nella notte tra il 19 e il 20 novembre) e morto appunto il 20. **
    Partendo da questa coincidenza, l’articolo arriva – sostanzialmente – a renderli quasi equivalenti, intercambiabili. Equiparandoli in quanto “ribelli” (alla Junger?), non omologati – rispettivamente – al franchismo e al Fronte popolare repubblicano.
    Due morti – suggerisce l’esperto – accolte con soddisfazione dai capi dei rispettivi schieramenti in quanto entrambi – Durruti e José Antonio – scomodi, troppo idealisti e refrattari alla realpolitik.
    E per dare maggior peso all’equivalenza, riesuma l’ormai screditata ipotesi che Durruti sia stato assassinato dai “comunisti”.
    IPOTESI CALCOLATE E PROVOCATORIE
    Riporto testuale : “…è sicuramente una coincidenza significativa che lo stesso giorno dello stesso anno nello stesso paese, la Spagna del 1936, muoiano, più o meno per la stessa mano, i due leader che avrebbero potuto determinare un esito rivoluzionario alla guerra civile. Il leader fascista della Falange, Josè Primo de Rivera muore in esecuzione di una condanna a morte della repubblica spagnola. Ma per Francisco Franco e i generali golpisti è un terno al lotto, perché si sono tolti dalle palle un peso politico notevole, un leader che avrebbe potuto orientare l’insorgenza in direzione ben diversa dagli esiti bigotti e reazionari voluti dal Generalissimo.
    Buenaventura Durruti, amatissimo ed eroico leader anarchico. viene ammazzato da un cecchino a Barcellona. Nulla è certo ma forti sono i sospetti che a fare fuoco sia stato qualche agente stalinista”.
    “La stessa mano”? Più che azzardata, l’ipotesi (la stessa diffusa a quel tempo dai fascisti) mi sembra calcolata, interessata e provocatoria.
    Avendo chi scrive sprecato (si fa per dire) gran parte dell’adolescenza e prima giovinezza a litigare duramente con marxisti- leninisti, maoisti, operaisti, trotskisti, anche autonomi (cioè: non solo con gli stalinisti, come sarebbe stato ovvio) in merito al maggio 1937 di Barcellona (la Telefonica, Nin, Berneri…), oggetto mio malgrado in svariate occasioni del poco caritatevole commento “faremo come in Spagna” (anche da dirigenti locali di PotOp, posso fare i nomi) – trovo perlomeno imbarazzante doverli difendere (i “comunisti”, in senso lato) da accuse che ritengo infondate e strumentali. Sulla questione “morte di Durruti” ormai non dovrebbero esistere dubbi di sorta. Come confermarono sia gli anarchici (vedi Garcia Oliver, Abel Paz…), sia Emilienne Morin, la compagna di Durruti (non presente al fatto, in un primo momento aveva sollevato qualche dubbio sulla reale dinamica), si trattò di un incidente dovuto – con ogni probabilità – soprattutto alla stanchezza. Alla stessa conclusione era giunto, dopo ricerche accurate, anche Magnus Enzensberger. Durruti scese dall’auto, dopo un viaggio massacrante dall’Aragona e giorni di duri, insonni combattimenti, con il colpo in canna. Un movimento brusco, un contraccolpo e dal suo mitra tedesco (un “naranjero”) partì una raffica colpendolo al torace.
    Può capitare. Capita.
    Non è certo casuale che – aderendo alla versione del “cecchino comunista” – l’autore dell’articolo si ritrovi perfettamente allineato con la tesi da sempre accreditata e messa in circolazione dai franchisti. Con l’intento di screditare, demoralizzare e dividere il fronte repubblicano antifascista.
    ESITI ALQUANTO IMPROBABILI
    Quanto all’improbabile “ esito rivoluzionario “ determinato (non si come e nemmeno perché) da un José Antonio ancora in vita, stendiamo un pietoso sudario sui resti mortali del senorito in questione. Esponente di quelle classi privilegiate che videro in Franco il loro salvatore.
    Ma poi questa chi gliela avrà raccontata? L’amico Stefano Delle Chiaie che proprio in Spagna prese parte alla “guerra sporca” delle squadre della morte antibasche?
    Comunque – onestamente – non vedo proprio quali astruse analogie si possano stabilire tra l’operaio anarchico Buenaventura Durruti e José Antonio Primo de Rivera y Saenz de Heredia, marchese di Estella e Grande di Spagna (titolo ereditato dal padre Miguel, generale e dittatore). Non solo. Fervido ammiratore di Mussolini, venne apposta in Italia per conoscerlo e intervistarlo. Sostenitore della “collaborazione di classe” (in versione corporativista) e del più bieco paternalismo nei confronti delle classi subalterne (i “miseri” li chiamava, lui); difensore e garante sia della proprietà privata – sempre e comunque – sia della indissolubilità della Spagna (concepita alla stregua di entità metafisica) contro le tentazioni indipendentiste di baschi e catalani. Con forti legami, anche per ragioni familiari, con il peggiore conservatorismo clericale e agrario.
    Sorvoliamo poi sul fatto di aver confuso (come da vulgata staliniana) il POUM con i trotskisti. Andreu Nin aveva litigato con Trotski ancora nel 1934 e per le stesse ragioni di Victor Serge, altro comunista libertario (ossia sul giudizio da dare in merito alla rivolta e successiva repressione di Kronstadt nel 1921 con la condanna espressa dai due comunisti libertari sull’operato dell’Armata Rossa – all’epoca comandata proprio da Trotski – in tali frangenti).***
    Non solo. L’esperto sembra quasi suggerire – per la gioia e l’estasi mistica dei suoi lettori fascisti –che anche la morte di Franco (il boia Franco tardivamente deceduto il 20 novembre 1975) rientri comunque nella serie “coincidenze sincroniche” e quindi in qualche disegno occulto e imponderabile. Anche se – ormai ridotto allo stato puramente vegetale da qualche settimana – il boia Franco venne artificialmente tenuto “in vita” (si fa per dire) proprio per realizzare la mistica coincidenza: morire nello stesso giorno di José Antonio. ****
    Mancava solo un richiamo alla Cabala e ne sarebbe venuto fuori un bel romanzo dell’Occulto alla Gianluca Casseri (magari con prefazione di Gianfranco De Turris). Peccato.
    Dimentica invece – l’esperto – che quella data (in quanto “sacra”, “fatale”…) è stata poi celebrata in varie occasioni dalle squadre della morte parastatali spagnole (ATE, BVE, GAL…di cui fecero parte anche fascisti italiani come Delle Chiaie e Concutelli) eliminando esponenti dell’indipendentismo basco di sinistra (sia militanti abertzale rifugiati in Iparralde che esponenti di Herri Batasuna come Santi Brouard).
    “Ma poi – mi hanno e mi sono chiesto – in fondo, perché te la prendi tanto?”
    Forse più per ragioni personali (storiche e sociali) che per ragioni ideologiche.
    Durruti – al pari dell’etarra basco Txiki, dei repubblicani irlandesi Bobby Sands e Patsy O’Hara, del libertario catalano Puig Antich e dell’anarchico antispecista Barry Horne – era sicuramente un esponente della mia classe di appartenenza (proletaria, subalterna – per quanto obtorto collo – working class….).
    Esempio da manuale di quel proletariato “per sé” e non solo “in sé” di cui – nell’epoca decadente del proletariato quasi “fuori di sé” – nutro nostalgia profonda.
    Non ho rinunciato a una professione piccolo-borghese***** per poi vedermi scippare anche quel poco di dignità proletaria che ho cercato, conosciuto e finalmente incontrato (nelle persone di amici, familiari e compagni di lotta dei personaggi citati) in Euskal Herria, Catalunya, Irlanda…
    (continua…forse)
    *nota 1: in realtà non mancavano dei modesti precedenti: una filosofa di destra, Alessandra Colla (ex moglie di Murelli ) ci aveva già provato su Orion, sempre giocando sulla coincidenza del giorno della morte.
    E anche gli squadristi di Bases Autonomas. I cosiddetti “anarco-nazisti”, riesumazione iberica dei nostrani “nazi-maoisti” di Lotta di popolo (anzi Organizzazione Lotta di Popolo – OLP, tanto per alimentare la confusione) emanazione di Avanguardia nazionale e antenata di “Terza posizione”. Arrivando – quelli di Bases Autonomas – addirittura a sovrapporre la A cerchiata alla cosiddetta “croce celtica”. In realtà un simbolo nazista, usato dalla Charlemagne, (sia come mostrina, sia su alcuni manifesti di questi collaborazionisti francesi in versione “svastica tonda”) e più tardi dalla famigerata Oas.
    Del resto è di questi giorni la scoperta di alcune scritte inneggianti ai Nar con nell’acronimo la A cerchiata (un calcolato – e sospetto – richiamo al presunto “spontaneismo” di queste scalcagnate guardie bianche?)
    ** nota 2: Per dovere di cronaca, riferisco che anni fa avevo raccolto anche un’altra versione orale (da persone e in contesti diversi). Durruti si sarebbe ferito il 20 e morto poco dopo la mezzanotte, ossia – tecnicamente – il 21. Alquanto improbabile, ovviamente. Vien da chiedersi come mai sia stata diffusa questa specie di “leggenda metropolitana”. A che pro? Curiosa la forzata analogia con il destino di Che Guevara (in questo caso documentato) ferito e catturato l’8 ottobre 1967 (diventato il “Giorno del guerrigliero eroico”), ma in realtà – lo si seppe con certezza soltanto dopo anni – assassinato la mattina del 9.
    Sorvolo – per non alimentare altre folli congetture – sul fatto che il nostro Buen era nato il 14 luglio (1896) ossia nel giorno (magari “fatidico”, volendo, ma scritto minuscolo per carità) della presa della Bastiglia.
    E comunque il 20 novembre è morta un sacco di gente più o meno nota, più o meno illustre: De Chirico, Croce (Benedetto), Tolstoi (che a modo suo era anarchico anche lui…). E cito anche l’incisore Leonardo Castellani (ma solo perché ho ereditato una sua opera, un paesaggio). E allora? Allora un cazzo.
    Soltanto una richiesta accorata:
    fascisti e rosso-bruni, neo-peronisti e terceristi vari, diversamente destri e affini…. tenete giù le mani dalla lotta di classe.
    Almeno per decenza. Sarebbe il minimo.
    *** Nota 3: Aveva comunque fatto in tempo a firmare le sue ultime condanne a morte. Ben cinque in un colpo solo: due etarras e tre esponenti del FRAP fucilati il 29 settembre 1975.
    **** Nota 4: Una considerazione sul film “Terra e Libertà”. Nel suo genere, uno spartiacque. Prima (anni sessanta, settanta, ottanta…ricordo bene) sui fatti del maggio ’37 a Barcellona (la Telefonica, Nin, Berneri…) c’era una totale rimozione o peggio (una sorta di travisamento, vedi l’infamante diceria sul POUM “Quinta colonna” di Franco…). Dopo il film (1995) la situazione, in parte, appariva rovesciata. Quasi che la colpa della sconfitta repubblicana dovesse ricadere sui “comunisti” (Psuc e Pce). In parte vi aveva contribuito la scena del miliziano che – quando si rende conto della reale politica di Stalin in Spagna – strappa la tessera del partito. Un episodio (storicamente documentato) che Ken Loach potrebbe aver preso in prestito da “Blocco H. La ballata di Colm Brady” (di Roger Faligot), ma che non andrebbe enfatizzato, tantomeno generalizzato.
    Segnalo anche la cifra assolutamente errata – per eccesso – sul numero delle vittime della controrivoluzione staliniana del ’37 (appare in didascalia alla fine del film). In realtà furono alcune centinaia (circa 500, pare), non certo migliaia. Tra l’altro viene citata come fonte la storica rivista “Maquis”. Avendone conosciuto il direttore Filippo Gaia (persona seria e meticolosa), penso si sia trattato di un errore di trascrizione. Quindi – senza per questo giustificare gli stalinisti (ci mancherebbe! Personalmente non giustifico nemmeno Lenin per Kronstadt e per la repressione contro gli anarchici ucraini di Nestor Ivanovic Makhno) – sarebbe il caso di riportare le cause della sconfitta alle vere responsabilità. Innanzitutto quelle di Franco, il boia che dopo la fine della guerra – dal ’39 fino alla fine degli anni quaranta – firmava quotidianamente decine di condanne a morte. Prima del tutto indiscriminate poi con processi farsa in cui gruppi di decine di persone venivano condannati a morte collettivamente. E ricordare anche il ruolo fondamentale di Italia e Germania. Mussolini e Hitler fornirono migliaia di soldati, navi e centinaia di aerei (vedi i bombardamenti di Durango, Gernika, Granollers, Barcellona…).
    Il sostegno nazifascista risultò determinante per la vittoria franchista e fornì ai due dittatori la possibilità di testare i rispettivi eserciti in vista della fase successiva, la Seconda guerra mondiale.
    *****nota 5: Mi spiego (per la vostra collezione di “…e chi se ne frega?”).
    Avendo vinto un concorso statale nei primissimi anni settanta, scoprivo solo dopo che avrei dovuto anche giurare. Naturalmente mi rifiutavo (allo Stato delle stragi? Mai!) e rinunciai tornando ai miei abituali turni di notte alla Domenichelli per finire in varie fasi successive (si parla di anni, non di lavoretti stagionali da studente) prima inchiodato alla fresa nel laboratorio-retrobottega di una mini-azienda artigiana nordestina, poi (già meglio) commesso in una libreria. A insegnare (da maestro elementare) comunque alla fine ci andai. Molti anni dopo (seconda metà degli ottanta), quando – casualmente, ormai non ci pensavo più – scoprii che nel frattempo l’obbligo del giuramento era stato levato.

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