20 ANNI SENZA SOLE – di Gianni Sartori

In questi giorni si è riacceso il dibattito relativo alle cosiddette Grandi Opere. In particolare è ripresa la discussione sulla TAV della ValdiSusa, opera molto contestata da cittadini della valle e da movimenti politici. A questo argomento si lega la figura di Soledad Rosas, giovane argentina che concluse la sua vita con un drammatico gesto. Ce la ricorda Gianni Sartori.

 

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«Ci vogliono morti, perché siamo i loro nemici. E non sanno che farsene di noi, perché non siamo i loro schiavi».

Non sanno che farsene di noi….” aveva lucidamente scritto Soledad Rosas dopo la morte del suo compagno  Edoardo Massari (28 marzo 1998) e poco prima di morire – nello stesso modo – a sua volta (11 luglio 1998).

Ma in un sistema capitalista efficiente niente si butta e nel frattempo si sono inventati qualcosa. Prima un libro (“Amor y anarquia. La vida urgente de Soledad Rosas 1974-1998” di Martin Caparros)*, adesso anche un film.

Il libro, pubblicato nel 2003, lo avevo già letto in castigliano e non ne ero rimasto molto convinto. Se non una mera operazione commerciale, sicuramente una manipolazione della tragica vicenda dei due romantici squatter morti suicidi (almeno ufficialmente, ma ci sono tanti modi per spingere qualcuno a togliersi la vita). Ricorrendo anche all’esibizione di vicende intime della ragazza, non pertinenti con gli avvenimenti – eminentemente sociali e politici, un preludio delle lotte contro la TAV.

Nel 2018 il libro è uscito in lingua italiana e nel frattempo ne era stato ricavato un film.

Regia – nientemeno –  di Agustina Macri, figlia di Mauricio Macri, il presidente argentino.

Le riprese, iniziate a Torino l’anno scorso, si erano dovute trasferire prima a Genova, poi a Montevideo per sfuggire alle contestazioni degli anarchici che non avevano gradito l’appropriazione indebita.

Qualcuno, polemicamente,  aveva anche chiesto alla figlia – milionaria – del neoliberista Macrì perché – già che c’era – non girava un film su Santiago Maldonado, il militante anarchico prima desaparecido, poi ritrovato cadavere in un fiume, presumibilmente assassinato per la sua partecipazione alle lotte del popolo mapuche**.

Inevitabile ritornare alle polemiche su altri film che raccontavano (o almeno pretesero di raccontare: a modo loro, spettacolarizzando e mercificando) le vicende di compagni vittime della repressione statale. Penso al film su Salvador Puig Antich, sostanzialmente accettato dai familiari – le sorelle – ma criticato duramente dai suoi compagni del MIL in quanto centrato su un  generico ribellismo che metteva in ombra la forte coscienza anticapitalista di Salvador.

O a quello su Lasa e Zabala, militanti baschi sequestrati, torturati e assassinati dalle squadre della morte parastatali del GAL. Anche in questo caso ci furono pareri opposti, soprattutto tra i membri dell’associazione Senideak.  Mentre per qualcuno dei familiari e degli amici ”serviva comunque a ricordarli, a parlare del terrore di stato” per altri si trattava di una mistificazione riduttiva che tradiva la militanza dei due abertzale.

Tornando a Soledad, ricordo che la criminalizzazione dei due romantici squatter (e di un terzo, Silvano Pellissero, l’unico sopravvissuto al carcere) fu principalmente opera dei Pubblici Ministeri Maurizio Laudi (nel frattempo deceduto) e Marcello Tatangelo. Accuse assurde, sproporzionate e destinate a cadere nel 2002 – a quattro anni dalla morte dei due compagni – che però trovarono a disposizione l’immediata grancassa dei media. Anche di quelli “democratici” e progressisti, gli stessi che oggi magari pubblicano recensioni benevole sul film, ma che all’epoca si impegnarono nel distorcere e denigrare. Si parva licet, vedi su “la Repubblica” il disprezzo vomitato sugli squatter dal solito Michele Serra.

Gianni Sartori

 

*nota 1: Ben altro libro invece quello scritto dal compagno  Tobia Imperato (“Le scarpe dei suicidi”),  un valido testo militante scritto e pubblicato rimanendo al di fuori dei circuiti commerciali.

http://www.notavtorino.org/documenti-05/le_scarpe_dei_suicidi.pdf

** nota 2: coincidenza, proprio Florencia Kirchner, figlia di Cristina Kirkner, altra (ex) presidente argentina, ha realizzato la sceneggiatura di un documentario su Maldonado (“El camino de Santiago”). Già meglio, comunque.

NUOVA CALEDONIA – “Selbstbestimmung keine Utopie” – “Autodeterminazione, nessuna utopia” – Comunicato stampa di ROLAND LANG – presidente del Südtiroler Heimatbund

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Selbstbestimmung keine Utopie

Neukaledonien stimmt am kommenden Sonntag ab

Neukaledonien, von den Unabhängigkeitsbefürwortern auch „Kanaky“ genannt, ist eine zu Frankreich gehörende Inselgruppe im pazifischen Ozean. Trotz weitreichend gewährter Autonomie durch Paris werden die Einwohner der Inselgruppe am kommenden Sonntag, den 4. November darüber entscheiden, ob sie ein eigener Staat werden wollen, stellt der Südtiroler Heimatbund fest.

Die größte Insel ist Grande Terre mit 16.372 km². Weiter gehören der Inselgruppe auch die Belep-Inseln, die Ile des Pins, die Loyalitätsinseln sowie die Chesterfield-Inseln an. Die Hauptstadt ist Nouméa mit knapp 100.000 Einwohnern. Hier befindet sich auch die Universität von Neukaledonien, außerdem ist sie auch Sitz des römisch- katholischen Erzbistum Nouméa.

Neukaledonien hat im Gegensatz zu Südtirol bereits jetzt eine viel weiter reichende Autonomie. Frankreich ist nur mehr für Finanzen, Verteidigung, Innere Sicherheit und Justiz zuständig, in den übrigen Bereichen genießt die neukaledonische Regierung weitgehende Selbstständigkeit und gibt unter anderem eigene Briefmarken heraus.Mit einem Wirtschaftswachstum von drei bis vier Prozent in den vergangenen 20 Jahren und einem Bruttoinlandsprodukt pro Einwohner das etwa auf dem Niveau von Dänemark liegt, ist die Inselgruppe wirtschaftlich stabil.

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 „Wollen Sie, dass Neukaledonien volle Souveränität erlangt und unabhängig wird?“ (“Voulez-vous que la Nouvelle-Calédonie accède à la pleine souveraineté et devienne indépendante?”)

so die Frage, über die am 4. November von den Bewohnern der Inselgruppe demokratisch abgestimmt wird.

Damit könnten die Vereinten Nationen noch dieses Jahr ein weiteres Mitglied bekommen. Die Ureinwohner der Inseln sind dabei mehrheitlich für die Unabhängigkeit, während die „zugezogenen“ Inselbewohner weiterhin bei Frankreich bleiben wollen.

Am 4. November 2018 wird ein Referendum über die Zukunft, der von knapp 275.000 Einwohnern beheimateten Inselgruppe im Südpazifik entscheiden. Es ist Frankreich hoch anzurechnen, dass es diese Abstimmung zulässt und deren Ergebnis akzeptieren will. Mag Neukaledonien auch weit von uns entfernt sein, Frankreich grenzt an Italien, schließt SHB- Obmann Roland Lang.

Roland Lang

Obmann des Südtiroler Heimatbundes

19 ottobre 1866, il plebiscito del Veneto fu una truffa! E’ la Gazzetta Ufficiale a confermarlo! – di Ettore Beggiato

g.u. 19-10-1866

19 ottobre 1866, il Veneto passa al Regno d’Italia due giorni prima del voto: i veneti vanno a votare quando tutto è già deciso, una vera e propria truffa!

E’ la Gazzetta Ufficiale a confermarlo!

Il 21 e 22 ottobre 1866 attraverso un plebiscito-truffa il Veneto fu annesso all’Italia, ma due giorni prima del voto era già stato deciso tutto e il Veneto fu passato  al Regno d’Italia. Una truffa colossale ai danni del popolo veneto: sono i documenti che denunciano tutto questo. Ecco quanto scrive  la “Gazzetta Ufficiale  del Regno d’Italia” stampata  a Firenze il venerdì 19 ottobre 1866:  

Al Presidente del Consiglio dei Ministri è pervenuto oggi alle ore 10 ¾  antimeridiane il seguente dispaccio da Venezia:

“La bandiera Reale italiana sventola delle antenne di piazza San Marco, salutata dalle frenetiche grida della esultante popolazione. Generale Di Revel”

Il Presidente del Consiglio dei Ministri rispose immediatamente con questo dispaccio:

“Alla rappresentanza municipale di Venezia:

Il Governo del Re saluta Venezia esultante mentre la bandiera nazionale italiana sventola dalle antenne di Piazza San Marco simbolo di Venezia restituita all’Italia, dell’Italia restituita finalmente a se stessa.   Ricasoli”

I Veneti vanno a votare quando tutto già stato deciso, visto che  due giorni prima del voto il Veneto è già stato passato ai Regno d’Italia !

Alla fine della terza guerra d’indipendenza, che ha visto l’Italia sconfitta a Custoza e a Lissa,  un trattato internazionale (fra Austria e Prussia, 23 agosto a Praga) prevede il passaggio del Veneto alla  Francia che poi lo consegnerà ai Savoja; nel successivo  trattato di pace di Vienna fra l’Italia e l’Austria del 3 ottobre si parla testualmente di  “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”: i veneti dovranno decidere del loro destino, è un riconoscimento internazionale importantissimo,  quello che oggi si chiama “diritto di autodeterminazione”.

Il plebiscito viene convocato per i giorni 21 e 22 ottobre, ma su pressione del governo italiano, due giorni prima del voto il Veneto passa ai Savoja in una oscura stanza dell’Hotel Europa  lungo il Canal Grande e la Gazzetta Ufficiale ci conferma che i  Veneti vanno a votare quando tutto è già stato deciso…

Per non parlare di come si svolsero le operazioni di voto: schede di colore diverso e obbligo di dichiarare le proprie generalità!

Ecco quanto successe a Malo (Vi):

“Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col SI e col NO di colore diverso; inoltre ogni elettore presentandosi ai componenti  del seggio pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell’urna”.

E l’arrivo dei “liberatori” italiani portò fame, disperazione e miseria come mai nella storia veneta. Interi paesi furono costretti a emigrare e quasi un milione di veneti lasciò la madrepatria.

E la rabbia dei veneti venne  mirabilmente descritta in un passo de “I va in Merica” una poesia del grande Berto Barbarani:

“Porca Italia -i bastiema- andemo via!”.

Alziamo, allora,  il velo di falsità e di ipocrisie risorgimentali che copre  questa data fondamentale nella storia veneta, di quella che fu la prima di una serie infinita di truffe portate avanti dall’Italia  nei confronti del popolo veneto!  

Ettore Beggiato

 

FOCUS SULL’EUROPA DELLE REGIONI – EUSKAL HERRIA – 19 OTTOBRE 2018

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FOCUS SULL’EUROPA DELLE REGIONI
EUSKAL HERRIA – DOPO LA FINE DI ETA, QUALE FUTURO PER EUSKAL HERRIA?

In collaborazione con il Municipio4 del Comune di Milano e con il supporto dell’Ass.Cult. Terra Insubre – Milano e Provincia, il Centro Studi Dialogo organizza questa conferenza.

Relatore sarà Angelo Miotto, direttore di QCode Magazine ed autore di “Cronache Basche”.

All’inizio della conferenza ci saranno i saluti istituzionali di Paolo Guido Bassi, presidente del Municipio 4.

Poitiers, 11 ottobre 732, e poi Lepanto (1571) e poi Vienna (1683) … – di Ettore Beggiato

POITIERS

 

Ci sono tre date fondamentali nella storia dell’Europa, tre date, tre battaglie che hanno reso possibile la continuità dell’Europa, che hanno fatto si che l’Europa continui ad essere … europea e cristiana, tre date che sono  ignorate dal mondo della cultura e della politica europea, sacrificate sull’altare del “politicamente corretto”, sacrificate nel nome dell’ipocrisia e della vigliaccheria.

Le tre date sono l’11 ottobre del 732, battaglia di Poitiers (Francia), il 7 ottobre 1571, battaglia navale di Lepanto (mar della Grecia), e il 12 settembre 1683, battaglia di Vienna: in queste tre epiche battaglie gli eserciti europei e cristiani difesero eroicamente la nostra Europa dall’offensiva islamica.

La battaglia di Poitiers fu determinante per bloccare l’espansione araba in Europa; dopo la penetrazione del sud della Spagna (711) l’obiettivo dell’esercito arabo divenne la Francia e in particolare la città di Tours con la sua basilica dedicata a San Martino; la mobilitazione cristiana si concretizzò con un esercito guidato da Carlo Martello che venne sancito da un solenne giuramento sulle reliquie  dei santi nella cattedrale di Reims.

Le truppe di Carlo Martello si posizionarono  in mezzo alla confluenza dei fiumi Clain e Vienne e questa strategia fu determinante per respingere gli attacchi musulmani.

La vittoria ebbe una grande valenza simbolica per tutta l’Europa, il prestigio dei Franchi fu rafforzato notevolmente e con Carlo Magno, nipote di Carlo Martello, assunsero il ruolo di difensori del mondo cristiano; per la prima volta il monaco Isidoro Pacensis  usò l’aggettivo “europei” parlando di questa battaglia: l’Europa, culturalmente e politicamente, non esisteva ancora, ma in quella battaglia emerse un’identità collettiva.

La sconfitta dell’esercito arabo fu pesantissima e ancor oggi viene ricordata nel mondo islamico come “il lastricato dei martiri della fede”; gli arabi si ritirarono nella Spagna dove la “reconquista” cristiana arrivò solo il 2 gennaio 1492.

La battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 è, almeno nel nostro Veneto, relativamente più conosciuta, anche grazie a numerose iniziative portate avanti in questi ultimi anni.

Dopo il martirio di Marcantonio Bragadin e la presa di Cipro da parte degli ottomani (17 agosto 1571) , l’Europa cristiana capì che era necessario mettersi assieme per respingere l’offensiva musulmana; la Serenissima Repubblica Veneta fu la vera artefice del trionfo cristiano grazie a figure straordinarie come Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo,  (si pensi che su 7.500 cristiani morti ben 4.700 furono veneti),

la flotta musulmana fu sbaragliata e ancora una volta l’Europa cristiana fu salva.

Grandissima anche questa volta la valenza simbolica per tutto il mondo cristiano, valenza che negli ultimi anni è stata, purtroppo, persa e sarà difficile che  Papa Francesco la rivaluti come meriterebbe…ma va ricordato che la festa della Madonna del Rosario fu istituita proprio per ricordare la vittoria di Lepanto, e la stessa tradizione di far suonare le campane a mezzogiorno risale proprio alla battaglia di Lepanto.

La terza data fondamentale è quella del 12 settembre 1683, a Vienna padre Marco d’Aviano benedice l’esercito cristiano che affronta in evidente inferiorità numerica l’esercito islamico: la battaglia dura tutta la giornata e si conclude con una devastante carica all’arma bianca guidata dal re di Polonia Giovanni Sobieski.

Le cifre parlano di oltre 20.000 islamici morti in battaglia: l’Europa cristiana era salva ancora una volta.

Qualche anno fa, nell’aprile del 2003, padre Marco d’Aviano venne beatificato da Papa Giovanni Paolo II e sulla sua straordinaria figura e sulla battaglia di Vienna venne anche girato un film, con la regia di Renzo Martinelli, che fu naturalmente boicottato dall’intellighenzia italiana.

Cosa rimane di tutti questi eroismi, di migliaia e migliaia di morti per difendere l’Europa e la sua civiltà ? Poco, troppo poco.

 Monsignor Bernardini, vescovo di Smirne, Turchia,  il 13 ottobre 1999, nel corso della secondo assemblea speciale per l’Europa del sinodo si alzò e disse: «Durante un incontro ufficiale sul dialogo islamo-cristiano, un autorevole personaggio musulmano, rivolgendosi ai partecipanti cristiani, disse a un certo punto con calma e sicurezza: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

Dipende solo da noi europei, tutti  devono sentirsi ancora una volta impegnati a difendere l’Europa, la sua storia, la sua civiltà, i suoi valori, da questa nuova, subdola e strisciante offensiva.   

ETTORE BEGGIATO

 

 

L’anniversario della battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) – di Ettore Beggiato

Palazzo del Capitanio

 

  L’anniversario della battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571).  

               Intitoliamo una via all’epica battaglia in tutti i comuni del Veneto! 

Il  7 ottobre è  l’anniversario della grande battaglia navale di Lepanto (1571) nella quale la flotta cristiana (col fondamentale apporto degli uomini e delle navi della Repubblica Veneta) sconfisse la flotta ottomana.

Una battaglia violentissima, dove ci furono ben 30.000 morti da parte degli ottomani (che chiamarono “Capo insanguinato” il teatro della battaglia)  e 7.500 i cristiani dei quali ben 4.700 veneti guidati da due straordinari eroi, Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo.

Una battaglia  determinante per le sorti  dell’intera Europa, per le sorti della  cultura e della civiltà europee.

E per celebrare degnamente la vittoria di Lepanto il grande Andrea Palladio progettò in piazza dei Signori a Vicenza la Loggia del Capitaniato (o Loggia Bernarda).  

Ecco cosa si legge su “Vicenza città bellissima” (R. Schiavo, B. Chiozzi, foto di T. Cevese) a propositi dell’opera palladiana:

“Negli intercolumni sono poste due statue allegoriche ricordanti l’ultima vittoria navale veneziana. ….Sulla base, è scolpita una duplice iscrizione: – Palman genuere carinae – e – Belli secura quiesco -.

Il significato è da comprendersi interpretando le due figure: la prima rappresenta la dea della vittoria navale, mentre la seconda la pace ormai ottenuta.

Il piano superiore presenta altro quattro statue: la prima, verso la piazza è la Virtù secondo il significato classico; la seconda, di misura minore, la Fede; la terza, simile alla precedente, la Pietà; la quarta di grandezza uguale alla prima, l’Onore.

L’interpretazione di questi simboli è sufficientemente chiara: la Virtù e l’Onore seguendo la Fede e la Pietà ottengono la Vittoria e la Pace. Venezia ha vinto i turchi unendo questi valori.”

La grandiosità della Loggia è un segno inequivocabile di quale importanza veniva attribuita, all’epoca,  alla battaglia di Lepanto.

Ai giorni nostri, purtroppo, è ben diverso; e allora,  perché non intitolare una via o una piazza dei nostri comuni alla battaglia di Lepanto?

E’ possibile che nella toponomastica veneta  si trovi anche la più insignificante battaglia garibaldina e non ci sia un riferimento a una delle battaglie fondamentali  per le sorti del Veneto e dell’intera Europa?

ETTORE BEGGIATO