
Ci piace in questi giorni fare un parallelo fra il motto dei Repubblicani Irlandesi e una frase quasi sconosciuta ai più, pronunciata da un operaio di una grande fabbrica di Milano durante un comizio di Filippo Turati tenuto alle classi lavoratrici meneghine il 6 maggio 1898.
Nei giorni successivi la città di Milano fu teatro di una dura repressione da parte dell’Esercito italiano; anche qui ci piace fare un parallelo con la Pasqua del 1916 di Dublino, con una fondamentale differenza: a Dublino i ribelli irlandesi erano armati ed inquadrati in formazioni organizzate, a Milano si trattava di semplici cittadini disarmati che protestavano contro le disastrose condizioni di vita che avevano dovuto affrontare nell’Italia unificata.


Centinaia di morti e di feriti, migliaia di arrestati, questo il costo della rivolta milanese; e per noi l’ulteriore umiliazione di vedere in vecchie fotografie la Piazza del Duomo trasformata in bivacco di reparti di cavalleria, un altro segno di disprezzo per le tradizioni del popolo lombardo.


Fino a qualche decennio fa, le forze politiche della sinistra erano in prima fila nel ricordo di questi tristi avvenimenti; in seguito, forse all’inseguimento del politically correct o forse per paura di rinfocolare realtà localiste, anche coloro che avrebbero dovuto tenere viva la fiaccola della memoria dei propri martiri hanno messo in naftalina questi gravissimi fatti.

Siamo rimasti solo noi, in beata solitudine, a tenere alta la bandiera di questi milanesi che patirono sulla propria carne il prezzo dell’appartenenza ad uno Stato a loro estraneo: cinquant’anni dopo le barricate contro gli Austriaci, l’ubriacatura pro-italiana era passata e rimanevano solo le ferite da medicare e i morti da piangere.
