TERRITORIO ALPINO – LA GRANDE MONTAGNA DI PLACIDO BARBIERI ATTRAVERSO IL SUO “DIARIO” PER IMMAGINI (prima parte) – di Gianni Sartori

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A volte è possibile ritrovare, riscoprire o ricostruire tracce di una storia – personale o collettiva – che altrimenti andrebbe perduta nelle pieghe polverose del Tempo.

Le vie sono molteplici: un diario riemerso, qualche foto rimasta impigliata tra le pagine di un libro, lampi di testimonianze impreviste…o magari le inaspettate annotazioni in margine alla Bibbia che talvolta ci restituiscono le vicende di qualche isolata comunità.

Potrà sembrar strano, ma la bella stagione giovanile di un fotografo-alpinista come Placido Barbieri ci viene restituita, se non nella sua interezza perlomeno in maniera significativa, dalla meticolosa, sistematica raccolta di vecchie cartoline risalenti a 1937-38, gli anni in cui ebbe modo di partecipare ai corsi della Scuola militare di alpinismo di Aosta (insediata al Castello Duca degli Abruzzi).

Evidentemente la vita militare, intensamente attiva, non gli permetteva di scattare tutte le foto che avrebbe voluto. Del resto era ancora ventenne, fotograficamente ai primordi. Un’aspirazione la sua che solo in seguito si sarebbe magistralmente concretizzata. Ecco allora la necessità di collezionare immagini, quasi tutte in bianco e nero e ordinate cronologicamente, dei luoghi che andava scoprendo in grigioverde.

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Cartoline regolarmente spedite ai familiari (con la tassativa consegna di conservarle religiosamente, per quando sarebbe rientrato a Vicenza), scritte fitto fitto sul retro, in modo da dare il maggior numero possibile di informazioni e notizie. E quindi permetterci, a ottanta anni di distanza, di ripercorrere i suoi tragitti, le sue marce e arrampicate, condividerne ideali e aspirazioni.

Quasi un diario, testo e immagini. Per certi aspetti mi ha ricordato il diario di Ettore Castiglioni (pubblicato nel 1993 e recentemente ristampato da Hoepli: “Il giorno delle Mésules – Diari di un alpinista antifascista”), soprattutto per la medesima scrittura: minuta, fitta, senza sbavature.

E per lo stesso amore incondizionato per la Montagna, sinonimo di Libertà soprattutto interiore.

Altra coincidenza. Barbieri ha poi ben conosciuto -e fotografato – Bruno Detassis, la grande guida alpina delle Dolomiti di Brenta, storico compagno di cordata di Castiglioni (vedi la Castiglioni-Detassis sulla Pala del Rifugio – Pale di san Martino)

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C’è forse un’altra considerazione da fare. Valida, oltre che –ca va sans dire– per le foto significative realizzate successivamente da Barbieri, anche per queste cartoline d’epoca. Oggi la tecnologia consente di scattare migliaia di foto, per lo più insignificanti. In un passato, forse ormai remoto, la forza espressiva delle immagini, comunque selezionate già in fase di realizzazione, conservava invece una sua potenza attualmente inimmaginabile, immersi come siamo nella quotidiana banalità di selfie e affini. Fine della doverosa considerazione.

Ci si avvia con una cartolina di “sport invernali” (un balzo di sciatore con sullo sfondo il Cervino) inviata allo zio Nando il 28 maggio 1937 per il suo onomastico. Racconta di una “passeggiata di 20 chilometri con un bel sole di sudore”. Ovviamente con “zaino, mantella e armamento”.

Si transita quindi nelle due immagini successive:  al Dente del Gigante ripreso dal Colle (Courmayer) e all’immagine severa del Monte Bianco immortalato da sud.

La prima (2 giugno ’37) è per il fratello Mario, l’altra ancora per lo zio Nando.

A Mario confida che per il 15 giugno è prevista la partenza per il Gran Paradiso, mentre allo zio descrive l’immagine del Bianco spiegando che il loro accampamento è posto a solo un centinaio di metri da dove è stata ripresa. E commenta: “Questo è il nostro panorama abituale!”.

Lo informa quindi sulle foto da lui scattate durante alcune solitarie escursioni e che invierà a casa, rassicurando comunque i parenti.

 “Sulla mia tenda – spiega, risentendo forse del clima ancora vagamente dannunziano dell’epoca – ho scritto Memento audere sempre”.

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Il 5 giugno spedisce a Roberto, l’altro fratello (con gli auguri per onomastico e compleanno) una maestosa panoramica delle Grandes Jorasses riprese da Pampaillères. Lo informa che “il 17 di questo mese saremo già in Val Caravanche in rotta per il Paradiso”. Ma soprattutto racconta dell’incontro, il giorno precedente, con gli accademici venuti ad Aosta per istruire e addestrare i giovani aspiranti alpinisti. Con molti di loro Placido condividerà arrampicate e ascensioni: Nel corso degli anni questa prima conoscenza in qualche caso (vedi Gino Soldà)  evolverà in amicizia. “Ora – dichiara con evidente orgoglio – sono già in alto”.

Fra i nomi citati nella cartolina (a questo punto un reperto storico, senza quasi): il sergente Chiara  (racconta Placido che in quei giorni affrontò insieme a Sandri la Noire de Peuterey), Raffaele Carlesso, Renato Chabod, Gino Soldà, Bortolo Sandri, Giusto Gervasutti, Fabbian (vedi la storica via Comici-Fabbian sulla Sorella di Mezzo nel Sorapiss -1929- considerata la prima di VI grado)*.

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Rilevante, va detto, la componente vicentina degli istruttori. A tale proposito riporto un’ipotesi formulata tanti anni dopo (negli ”ottanta” durante una conversazione amichevole in casa di Placido Barbieri) da Gino Soldà. A suo parere che si era “fatto le ossa” arrampicando sulle Piccole Dolomiti (dalla roccia friabile, con l’infida tendenza a staccarsi degli appigli che quindi andavano regolarmente “saggiati” prima di affidarsi) era poi in grado di affrontare con sicurezza le Dolomiti propriamente dette. Tanto più il granito delle Occidentali (la famosa “aderenza”). Ma non viceversa.

E ricordo anche che Renato Casarotto, altro figlio nobile dell’alpinismo vicentino e delle Piccole Dolomiti (Placido lo aveva incontrato prima dell’ultima spedizione), era stato uno dei pochi a poter competere con gli autoctoni durante un corso-roccia in Gran Bretagna su pareti dove (diversamente da quanto avviene, per esempio, a Lumignano per colpa dei FC) l’uso dei chiodi era rigorosamente vietato.

Torniamo a Placido. Il 15 giugno invia al fratello Mario un primo piano del Dente del Gigante dalla cresta di Rochefort.

Il 20 luglio (Capanna Gamba con il Monte Bianco sullo sfondo) informa i familiari che il suo reparto è attendato a La Vochey “un po’ più in la delle Grandes Jorasses. Dalle 7 alle 11 zaino affardellato e marcia veloce”. Il giovane evidentemente ora si trova nel suo ambiente, quello più congeniale. L’alta montagna a cui si era scrupolosamente preparato con l’intenso allenamento in palestra di roccia (“in Gogna, ma quella di prima della guerra, dove in seguito venne realizzato un deposito di legname” mi aveva precisato) e con ascensioni e arrampicate nelle Piccole Dolomiti. In più “durante queste manovre mi tocca fare il corriere ed ogni giorno venire a Courmayeur, 2 ore per venire, 2 e mezzo per tornare”.

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Allo zio Nando scrive ancora il 26 luglio (didascalia dell’immagine: “i vasti campi di neve del Piccolo S. Bernardo”) e si rammarica perché dal 23 “non ho potuto mai muovermi causa il tempo orribile”. Evoca i nubifragi notturni stoicamente sopportati rintanato nella tenda, ma anche l’impegnativa traversata La Vochey- Lago Verney del 22-23 luglio1937. Partenza notturna “con una luna stupenda”. E ovviamente “zaino affardellato, fucile, picozza”. Si percorre a passo di marcia una mulattiera con dieci minuti di sosta ogni ora. Dopo sette ore di cammino “ci si inerpica scavalcando due colli sui 3000 metri, poi un’infinità di alture, ghiaccio, neve, roccia”. Par quasi di intravedere in tali descrizioni le mirabili fotografie che in anni successivi Placido realizzerà sui nostri Pasubio, Carega, Sengio Alto…

Immagini da cui traspare una visione nobile della Montagna: potente, essenziale e austera. Segno inequivocabile di quanto avesse interiorizzato lo spirito delle Alpi Occidentali cogliendone riflessi universali. Per riproporli, cercando la giusta angolazione e inquadratura, anche tra le nostre vette, forse meno eccelse ma non meno impervie, incombenti  e talvolta selvagge.

E come nel “suo” Baffelan risuonano echi del Cervino, così seppe ritrovare (quando la luce era quella “giusta”, possibilmente radente) i segni dell’erosione atmosferica, riconoscere nel tormentato “tessuto” calcareo florilegi e abrasioni che aveva già osservato sulle rocce cirenaiche.

“Certi paesaggi in Libia -mi disse- mi ricordavano Lumignano…”.

Il 27 luglio regala ai familiari la veduta primordiale (da non sfigurare in “La Creazione” di Ernst Haas) della spumeggiante cascata del Rutor sopra La Thuile . Il giorno dopo, il 28: “Rifugio Santa Margherita al Rutor e Grande Assaly” con veduta dei vasti ghiacciai e qualche masso erratico. Spiegando a Nando che “le nostre tende sono un po’ sotto al rifugio e la mia vicina a quel sassone”. Un accenno alle marce e al conseguente male ai piedi, ma soprattutto la raccomandazione di “tenermi tutte le cartoline che ti spedisco” in quanto “sono un po’ del mio viaggio”.

Con il senno di poi, anche del nostro. Osservandole, leggendo quanto scriveva, ci ha regalato l’opportunità di partecipare alle sue scoperte, immaginare quei paesaggi incredibili e, all’epoca almeno, incontaminati.

In agosto: Valgrisanche e poi l’Alta Valle di Rhéme con una visione de “La Granta Parei” (Gran Parete) che proprio non sfigurerebbe rispetto a El Capitan (quello di Yosemite).

Raccomandazioni a Mario (“mettiti a fare il serio ormai!!”) è un leggero disappunto per la resa di alcune sue foto. Avevano, racconta il 10 “scavalcato il Ruitor” arrivando in Valgrisanche definita impietosamente “miserabile stretta brulla con un unico negozio che vende di tutto meno quello che occorre”. Passata la notte a 2800 metri con il corollario di “averci sorbito da mezzanotte alle cinque ininterrotta pioggia con le orecchie tese per sentire il nemico – si era in manovra e dovevamo essere attaccati”. Poi, passando per la “finestra di They” erano approdati in Alta Valle di Rheme.

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Sempre in agosto (14 e 16) spedisce la Cresta e vetta del Ruitor e altra, pittoresca immagine della Thuile con ghiacciaio Ruitor (così chiamato all’epoca, oggi Rutor nda) e Grande Assaly (Grande Sorbo in valdostano, forse). Scrive di essere rientrato nel tardo pomeriggio del giorno prima  in Valgrisanche. Erano partiti il 12 prendendo ancora pioggia e accampandosi. Il passo Bassac, immerso nelle nebbie, veniva raggiunto il mattino del 13, sommersi da un ambiente primordiale di “roccia, ghiaccio, neve, nevischio”  fino al Rifugio Mario Borgi. E poi un veloce rientro.

Ma non c’è tempo per fermarsi a scrivere, riflettere.

E’ infatti prevista un’altra impegnativa escursione: “carichi di viveri per 3 giorni e mezzo partiremo per la fine manovra sul Ruitor”.

E poi un frammento di Storia dell’alpinismo vicentino: “L’altro giorno Sandri da Valdagno ha compiuto una ultr’arditissima (sic) scalata sul Bianco”. Peccato non ci abbia fornito ulteriori informazioni. Ricordo che soltanto un anno dopo (giugno 1938) Bortolo Sandri conquistava tragicamente, insieme al compagno di cordata Mario Menti – un altro valdagnese – un posto d’onore tra le vittime della Nord dell’Eiger.

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Il 16 agosto 1937 Placido scriveva concisamente: “Ieri sveglia alle 3, partenza alle 4 con tempo non troppo bello .- nevica sul ghiacciaio, tormenta – si arriva al Colle (m 3400) alle 10 e trenta e si prosegue con vento sempre gelido, si arriva al Rifugio … (illeggibile nda) alle sei e si dorme senza tende, senza paglia con un telo sotto e un telo sopra avvoltolati tra coperte e mantellina “.

Per concludere stoicamente: “oggi si continua – Baci P.”

(continua…)

Gianni Sartori

 

*nota 1:

qualche notizia sugli alpinisti citati nell’articolo

 Bruno Detassis:

Il nome di Bruno Detassis è indissolubilmente associato alle Dolomiti di Brenta, le montagne dove aprì la maggior parte delle sue vie. Nel 1935, con Enrico Giordani, risalì la parete N.E. del Crozzon di Brenta, una via poi classificata di VI- (lunga 800 metri e conosciuta come “Via delle Guide”), considerata la più dura del Brenta fino agli anni quaranta. Sempre con Giordani, risalì la parete S.O. del Croz dell’Altissimo (V +). Molte imprese lo videro in cordata con Ettore Castiglioni come nel 1933 alla diretta sulla parete N.E. della Cima Tosa e sullo spigolo S.E. Del Sass Maor (classificato come VI). Da ricordare anche la Castiglioni-De Tassis sullo spigolo Nord-Ovest della Pala del Rifugio (Val Canali) aperta il 18 luglio 1934.

E’ ricordato anche come a utore di guide alpinistiche da cui emerge, come sta scritto nel libro per il Centenario del CAI: “una profonda conoscenza spirituale della montagna”.

Raffaele Carlesso:

Carlesso acquistò una discreta fama – peraltro meritata – nel mondo alpinistico nel 1934 aprendo (assieme a Bortolo Sandri) una via molto impegnativa sulla parete Sud della Torre Trieste.   Rimase a lungo uno degli itinerari misti (libera e artificiale) più duri delle Dolomiti, classificato come una via di VI+ (venne poi superato con l’apertura della via sulla parete Sud della Marmolada di Penia). Nel luglio del 1936 Carlesso risalì, insieme a Mario Menti (ma stando ad altre versioni il compagno di cordata sarebbe stato ancora Bortolo Sandri), la parete N.O. della Torre di Valgrande (con difficoltà di VI e di A2). Per completare i 400 metri di arrampicata impiegarono tre giorni e utilizzarono 40 chiodi.

Renato Chabod:

E’ ricordato, oltre che per le sue imprese alpinistiche,  anche per i suoi disegni e alcune polemiche in merito all’ignoranza diffusa – a suo avviso -nel mondo alpinistico (sia in materia di tecniche che di valutazione delle difficoltà). Risaliva al 1930 la sua prima ascensione con Amilcare Crétier (destinato a perire nel 1933 sul Cervino) e Luigi Bon alla parete Nord del Gran Paradiso.     Sempre nel 1933, risalì con Aimé Grivel a parete Nord dell’Aiguille Blanche de Peuterey. Fu amico e compagno di cordata anche di un altro grande alpinista, il torinese Gabriele Boccalatte.

Gino Soldà:

Soldà, guida e maestro di sci, era nato a Valdagno nel 1907. Tra le sue innumerevoli imprese alpinistiche.

La terza ripetizione (nel 1936, con Franco Bertoldi) della via Cassin-Ratti, lunga mille metri, sulla parete nord del Sassolungo in sole 23 ore e usando 50 chiodi.

Instancabile, due giorni dopo risaliva con Umberto Conforto – in quasi due giorni (37 ore effettive) – la S.O. della Marmolada di Penia (550 metri).

Durante la Resistenza (nome di battaglia: “comandante Paolo”) aveva collaborato con Torquato Fraccon. Da segnalare che Gino continuò ad arrampicare aprendo nuove vie anche in età più avanzata (vedi nel 1947 la via alla Gola Sud del Piz Ciavazes che dovette attendere ben 15 anni per una prima ripetizione). Come è noto partecipò anche alla spedizione italiana del 1954 sul K2 insieme a Lino Lacedelli, Achille Compagnoni, Amir Mahdi, Walter Bonatti, Ardito Desio….

Bortolo Sandri:

Giungendo alla Scuola Alpina di Aosta, Bortolo Sandri aveva già al suo attivo numerose aperture di nuove vie con passaggi di VI. Oltre alle più note vie sul Civetta (vedi alla parete Sud della Torre Trieste con Carlesso), numerose anche quelle sulle nostrane Piccole Dolomiti: via Carlesso sulla parete Est del Baffelan (V grado); spigolo sud del Torrione Recoaro (Monte Obante, V grado); Soglio dell’Inferno (M. Obante VI grado); ancora sul Torrione Recoaro, parete Ovest, V grado; direttissima della Sisilla (Campogrosso), VI grado…

Nelle Alpi Occidentali ebbe modo di ripetere numerose vie di ghiaccio come quella delle Grandes Jorasses e di tracciare un nuovo percorso sulla parete Sud-Est dell’Aiguille Noire  de Peuterey. Da queste sue esperienze nelle Alpi Occidentali trasse presumibilmente la convinzione di potersi confrontare anche con l’Eiger, la “Montagna maledetta” dove perì durante un tentativo con Mario Menti nel giugno del 1938.

Giusto Gervasutti:

Nato nel 1909, negli anni trenta Gervasutti realizzò la ripetizione delle vie maggiormente difficili in Dolomiti (vedi nel 1932 la Solleder al Sass Maor). Fu tra i primi a importare nelle Alpi Occidentali le tecniche dolomitiche di arrampicata. Tra le sue imprese, la ripetizione in invernale di una impegnativa via di misto (roccia e ghiaccio) alla cresta di Furggen sul Cervino. Sua anche la prima ripetizione della Cresta Sud della Aiguille Noire di Peutèrey con Piero Zanetti (1933).

Nel 1934, con Renato Chabod, realizzò una via sul versante Est del Mont Blanc du Tacul. Sempre nel 1934, con Lucien Devies, superò gli oltre mille metri dell’Olan.

Risale invece al 1935 la sua ripetizione dello sperone Croz (ancora con Chabod) e la prima salita dello spigolo S.E. Del Pic Gaspard (ancora con Devies). Va sottolineato come su tutte queste vie – comunque superiori ai mille metri di sviluppo – vi siano numerosi passaggi di V e VI.

Nel 1936, risale con Gabriele Boccalatte la parete S.O. della Punta Gugliermina.

Nel 1940,  con Paolo Bollini, conquista il pilastro di destra del Freney (versante meridionale del Monte Bianco). A due giorni di distanza apre (con Giuseppe Gagliardone) una delle sue vie tecnicamente più dure: la parete Este della Punta Walker (Grandes Jorasses).

Perse la vita – nel 1946-  durante un tentativo al Pilastro Centrale (versante N.E. Del Mont Blanc de Tacul) ora Pilastro Gervasutti.

 

 

 

 

 

 

 

VENETO 1877, il sindaco di Longare a chi voleva emigrare: “sarete trattati come schiavi” – di Ettore Beggiato

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Il 24 maggio 1877 il conte Alvise Da Schio sindaco del Comune di Longare fece stampare un manifesto “Diretto a chi avesse intenzione di emigrare per l’America”.

Il Sindaco, con un linguaggio diretto e schietto, venuto a conoscenza che ci sono diversi “intenzionati di emigrare per l’America”  fa presente ai suoi concittadini che il passaporto  può essere rilasciato a chi si dimostra in grado di sostenere le spese di viaggio, a chi essendo in possesso di congedo illimitato possa provare di avere in quelle terre dei parenti, e a chi, “essendo soggetti alla Leva il Sindaco  avesse la morale certezza che in caso di chiamata si disponessero a tosto rimpatriare”.

Oltre a questo il Sindaco “si sente in dovere di far conoscere a chi avrebbe intenzione di emigrare per l’America che invece della fortuna in questo caso andrebbe incontro alla sua totale rovina”.

E ancora: “La maggior parte degli emigranti non sanno neppure ove sia l’America e perciò chi scrive si fa sollecito ad indicargliela. Essa è lontana circa due mesi da qui e per arrivarvi bisogna attraversare l’Oceano … è quasi impossibile che non muoja per viaggio qualcheduno… E tutto questo perché? Per andar lavorar la terra in paesi sconosciuti, senza conoscere  la lingua e sotto a 40 gradi di calore”

“Il vostro Sindaco vi avverte che quando arriverete in America sarete trattati come schiavi, non avrete più i mezzi per ritornare né troverete alcuno che vi presti un soldo per rimpatriare colla vostra famiglia”.

E così concludeva l’appello-manifesto:

“Ora fate quello che vi pare e piace: il Sindaco ha voluto soltanto dimostrarvi come stanno le cose onde quando vi troverete la nella più squallida miseria non possiate dire: IL SINDACO DOVEVA FARCI AVVERTITI.” (il maiuscolo neretto è nel manifesto originale).

Dopo l’annessione del Veneto all’Italia avvenuta il 21-22 ottobre 1866 attraverso un plebiscito-truffa, la nostra Terra venne a trovarsi in una situazione di fame, miseria e disperazione come mai nella  nostra storia: ai veneti  non restò che emigrare, paesi interi partirono in cerca di fortuna verso la Merica, abbindolati  da truffatori che reclutavano la nostra gente promettendo loro di portarli nel paese della cuccagna, dove si potevano fare anche due-tre raccolti all’anno.

La realtà era invece drammaticamente diversa: furono chiamati a sostituire gli schiavi (proprio in quegli anni c’era stata nel Brasile una legge che aboliva la schiavitù) e quando arrivarono trovarono una situazione ancora più tragica di quella che avevano lasciato e solo dopo sacrifici inenarrabili riuscirono a costruire condizioni minime di esistenza.

Una situazione che, per certi versi, si  ripropone oggi nell’Africa, attraversata da criminali senza scrupoli che promettono mare e monti, sapendo bene che nella vecchia Europa non c’è e non ci può essere spazio per tutti, spingendo tanta gente che ha fatto sacrifici inenarrabili a viaggi della speranza che quando va bene si concludono con  misere esistenze.

E allora perché a fianco di serie campagne di cooperazione, non incominciare a coinvolgere le autorità civili, religiose, sociali, economiche, militari dei paesi africani in una seria campagna di informazione ? L’Europa NON è quella ammiccante della pubblicità televisiva, purtroppo, l’Europa può diventare un incubo come quello che stanno vivendo tanti sfruttati o i baraccati di Ventimiglia o di Calais e questo le autorità africane dovrebbero spiegarlo alla loro gente, in modo che non possano dire: IL SINDACO DOVEVA FARCI AVVERTITI.   

 

Ettore Beggiato

Gli autonomisti Piemontesi ricorderanno anche quest’anno la battaglia dell’Assietta per l’indipendenza del Piemonte – intervista con Roberto Gremmo

Giornale Piemont

 

Intervistato dalla rivista “Dialogo Euroregionalista”,  il direttore di “Piemont” Roberto Gremmo ha annunciato che quest’anno la commemorazione della battaglia dell’Assietta del 1747 verrà organizzata dalla sezione di Pinerolo dell'”Union Piemonteisa”, estendendo l’invito a tutti i singoli e ai gruppi che hanno a cuore l’identità culturale e linguistica del Piemonte.
“Senza voler far inutili polemiche – ha detto Gremmo – ho purtroppo notato che negli ultimi anni la commemorazione dell’Assietta aveva preso un carattere molto militarista, ben lontano dallo spirito iniziale della festa, voluta dalla “Compagna dij Brande’” per valorizzare i legami spirituali e culturali dei Popoli Alpini. Con le nostre poche forze, proponiamo di tornare ad un iniziativa identitaria forte e robusta”.
Nei prossimi giorni verranno contattati i vari gruppi piemontesisti perché questa commemorazione sia davvero un momento di unione e di fraternità.

Union Piemonteisa . Per altre informazioni tel. 0161921300

 

1896: Mozzetti fonda il Comitato Veneto per il decentramento e le autonomie – di Ettore Beggiato

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Pierluigi Mozzetti, chi è costui? Alla domanda, di stampo … manzoniano ben pochi sono in grado di rispondere.

Nasce a Venezia nel 1868, la famiglia è proveniente dalla provincia di Treviso.

Nel 1887 si laurea in giurisprudenza a Padova e da lì a poco inizia la sua attività storico-culturale collaborando con la “Gazzetta di Treviso”, più tardi lo troviamo tra i fondatori della benemerita associazione culturale Tarvisium-Venetiae, promotrice nei primi anni del Novecento del restauro dell’imponente Leone Marciano della porta Santi Quaranta a Treviso; la sua firma appare negli anni successivi anche nel “Giornale di Treviso” e nella “Gazzetta trevisana” e nel quindicinale “La Marangona”.

Ma soprattutto merita di essere ricordato come il principale animatore del “Comitato Veneto per il decentramento e le autonomie” nel 1896 e del “Comitato Viva San Marco!” nel 1912.

Nella “Gazzetta di Treviso” già nel novembre del 1894 ha l’ardore di domandare ai Veneti “Di fronte al movimento che si solleva nelle altre Regioni d’Italia fino a quando voi dormirete?”

Dopo pochi mesi, e precisamente nel marzo 1895, nella vicina Lombardia nasce il “Comitato lombardo pel decentramento e le autonomie”: questo dà un’ulteriore spinta al Mozzetti che l’anno successivo (1896) stampa “Il programma del comitato veneto per il decentramento e le autonomie”.

Il progetto dedica, accanto al ruolo dei comuni e delle province, ampio spazio al dibattito in corso sulla necessità di istituire la Regione come “unione di molte province per tradizioni, interessi, posizione affini”.

Santi Quaranta - Treviso

Già, ma il concetto di Regione è “il tremendo spauracchio dei moderni bigotti dell’unità nazionale, i quali arricciano il naso al solo sentirla, quasicchè il concetto che essa esprime non esistesse diggià ab antiquo, in genito nell’istessa costituzione fisica dell’Italia, e quasicchè il constatare amministrativamente le differenze, gli squilibri che distinguono in suddivisioni la nostra penisola corrispondesse addirittura a richiamare l’odiato straniero”.

E allora invece di Regione c’è chi tenta di far passare compartimento, sul modello del francese departement.

E su questo Mozzetti insorge:

“Noi Veneti non dobbiamo nè possiamo intanto adattarci a subire una parola, che può forse non sembrare del tutto impura dove fiorì la repubblica cisalpina, ma che non ha corrispondenza alcuna nè nella convenienza nè nell’essenza delle cose, nè nella convenienza dei fatti……..

Quale parte d’Italia può vantare nè suoi fasti la gloriosa ed immacolata Storia della nostra Serenissima di S. Marco? E’ risalendo a quelle invidiate, ma giammai emulate memorie, che si fortifica, si consolida il pensiero anche moderno; per cui fonte di ammaestramenti ed argomento di imitazione ai pubblici amministratori, nel limite delle mutate contingenze, può essere il ricordo del passato.”

E più avanti:

“Il sempre compianto Minghetti fino dal 1861 abbia messo fuori la proposta, che Egli voleva già innestare nella revisione della legge comunale e provinciale che l’Italia venga amministrativamente divisa in Regioni essendo questa la forma da Lui ritenuta la più consentanea , la più conveniente alla molteplicità ed alle enormi differenze esistenti nella nostra penisola per suddivisioni fisiche del territorio, per antichissime diverse consumanze, per lingua, per fortunatamente distrutte variate dominazioni politiche.

Questa idea dell’illustre statista ottenne largo consenso dai migliori di quel tempo, fra i quali il Ferrari ed il Cattaneo, ma le insorgenti aspirazioni unitarie ed il timore di danneggiarle la fecero abbandonare; resta ancora a vedersi con quanto vantaggio della Nazione”.

Si passa poi alla condanna del centralismo romano:

“Intanto le leggi italiane, accumulatesi l’una sull’altra con progressione geometrica, ispirandosi al più accentuato sistema di accentramento hanno portato nelle mani del Governo tutta la somma delle pubbliche funzioni e dei

pubblici uffici, ed hanno di continuo trattato alla stregua tanto il settentrionale Veneto, che la quasi Africana Sicilia, costringendo quindi o quello o questa (ma specialmente quello) a subire tiranniche imposizioni di inadatti e pessimi provvedimenti.

Dagli orari e dalla durata dell’anno scolastico, alle misure di precauzione per l’igiene, ed a molte disposizioni della stessa legge provinciale e comunale, si ha una intera legislazione fatta a favore di questa e di quella Regione ed estesa coattivamente a tutto il Regno.”

Ed infine una proposta che assomiglia a quella elaborata dalla Fondazione Agnelli un secolo dopo:

“Tutti sanno che le regioni della penisola, una più, una meno a seconda che si suddivide in due o tre parti l’ex Regno delle Due Sicilie, sono undici: Piemonte, Liguria, Veneto, Lombardia, Emilia, Toscana, Marche ed Umbria, Lazio ed Abbruzzi, Napoletano, Sicilia, Sardegna, e ad ognuna di tali Regioni dovrebbe corrispondere quel gruppo di Province destinato a formare un nuovo corpo locale. Ogni esclusione od ogni inclusione forzata sarebbe una cosa anti-naturale e dannosa.”

Quali riflessioni si possono trarre ad oltre un secolo di distanza?

Soprattutto che il tentativo di riappropriarsi della nostra identità e dei nostri diritti, sono da sempre presenti nella nostra storia di veneti, anche nei periodi meno esaltanti: riusciremo dopo così tanto tempo a ottenere, finalmente, quelle minime forme di autonomia che ci spettano e che la storia ci assegna ?

 Ettore Beggiato

 autore di

 “Questione veneta. Protagonisti, documenti e testimonianze”

COPERTINA QUESTIONE VENETA

IL VINO DEI BERICI? SE LO CONOSCI LO EVITI – di Gianni Sartori

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Anche sui Colli Berici sta dilagando la “fabbrica diffusa” delle speculazioni vinicole: devastanti per il paesaggio e altamente inquinanti.

 

Colli Berici, a sud di Vicenza. E in particolare la fascia che sovrasta la Riviera Berica. Ne parlo in quanto cittadino, non certo esperto di chimica o agricoltura industriale (l’aggettivo è obbligatorio di questi tempi). Da persona che un giorno sì e un altro anche deve precipitarsi a chiudere finestre e balconi per arginare il pestilenziale aerosol che uomini in tuta bianca (e maschera antigas dal doppio filtro) spandono con gli atomizzatori spensieratamente lungo i filari a pochi metri dalle abitazioni. Irrorando anche gli ignari pedoni o ciclisti che transitano sulle “pedemontane” (pista ciclabile compresa). In teoria, ma solo in teoria, ci sarebbero delle distanze da rispettare: 30 metri in primavera e 20 in estate da strade e case. Ma siamo nel profondo Nordest…qua la gente lavora, cazzo!

Se la fauna indigena (uccelli, anfibi, farfalle…) langue, patisce e scarseggia, in compenso sui Berici si vanno diffondendo come la peste altre categorie che non mi sembra arbitrario  definire “altamente nocive”. Parecchi i piccoli imprenditori riciclati provenienti dall’edilizia, ma non mancano professionisti (notai, dentisti, avvocati, giudici…) e pensionati di lusso. Tutti impegnati a speculare sulla monocultura della vite (letteralmente la “nuova industria del NordEst”, stessa scuola della palma da olio in Indonesia, si immagina) avvelenando l’aria e i terreni con una mistura infernale di veleni, pesticidi tossici, sostanze cancerogene e interferenti endocrini vari.

Tra cui anche l’ormai tristemente noto glifosato, responsabile delle inquietanti  strisce arancioni (“agente orange” vi ricorda qualcosa?) tra i filari. Il famigerato erbicida stava per essere bandito dall’Europa, ma da ‘ste parti invece si continua a usarlo (fino a “esaurimento scorte” forse?).

Succede in “campagna” (in Veneto si fa per dire: diciamo quanto ne rimane nel dilagare di aree cementificate industriali-artigianali) come in collina.

Da notare che sovente i responsabili sono gli stessi. Ossia chi ha già devastato la pianura costruendo capannoni poi magari si accaparra un buon ritiro dove giocare al contadino con modalità da piccola industria. Utilizzando per lo più forza lavoro costituita da  immigrati (marocchini, sikh…), sottopagati e in nero.

Questo il paesaggio con rovine in cui sprofondano le mitiche ville palladiane.

Come nel trevigiano e nel veronese (oltre ovviamente al Friuli), la febbre del prosecco e affini ormai dilaga anche nel bellunese e nel vicentino.

Obiettivo quasi raggiunto per gli speculatori, la produzione di oltre mezzo miliardo di bottiglie (parlando solo di prosecco) entro il 2019. Da esportare, preferibilmente, in Stati Uniti e Gran Bretagna. Ma anche Russia e Cina non scherzano, pare.

Prezzo da far pagare alla collettività: sbancamenti, distruzione del bosco, inquinamento diffuso. Ieri in Altamarca (beffardamente proposta come patrimonio dell’Umanità all’Unesco), oggi sui Colli Berici.

Le colline intorno a Longare, Castegnero, Nanto, Mossano, Barbarano, Villaga, Sossano…vengono sottoposte a un trattamento già ben conosciuto da Maserada, Sernaglia, Valle del Soligo, Vittorio Veneto, Valdobbiadene, Conegliano…

Invano l’anno scorso era stato denunciato (da Legambiente) l’ulteriore ampliamento dell’area destinata alla coltivazione della vite (altri tremila ettari, da 20.250 a 23.250) per la produzione del prosecco doc (“controllata”? Ma dai…).

Lo scopo di questo ulteriore ampliamento (a spese – ricordo – del bosco e della biodiversità), responsabile di ulteriore sfruttamento e devastazione per il territorio, sarebbe “ garantire  la stabilità e l’equilibrio del mercato” (neoliberismo, malattia cronica del capitalismo).

Per quanto riguarda il prosecco in particolare (ma il discorso vale in generale) in un editoriale della Nuova Ecologia si poteva leggere:

I vigneti di glera, il vitigno da cui si ricava il prosecco, vengono piantati dove storicamente non ci sono mai stati, anche in aree paludose o esposte a nord, non vocate per clima e composizione del terreno: questo implica un utilizzo ancora maggiore di fitofarmaci. I trattamenti, poi, si fanno in momenti diversi, perché ciascun viticoltore decide in autonomia quando farli (“liberisticamente”, in totale deregulation nda), quindi ogni anno è un’irrorazione continua fra primavera ed estate”.

E continuava: “Il vero problema è la diffusione della monocoltura. Si pianta ovunque: in mezzo alle case, vicino ai corsi d’acqua”.

Quanto ai – presunti – regolamenti regionali introdotti per limitare l’uso di fitofarmaci nelle aree urbanizzate (come appunto i paesi, ampliatisi a macchia d’olio in anni recenti, del Basso Vicentino) e il divieto – sempre presunto – di utilizzare gli erbicidi, vengono ampiamente inficiati dalle numerose deroghe promosse dalle amministrazioni locali.  Fatta la legge (a scopo propagandistico?) si scopre l’inganno. Ossia che si tratta solo di “suggerimenti” NON obbligatori.

Forse a scopo mimetico-propagandistico, nel 2011 il Consorzio del prosecco superiore Doc aveva adottato un protocollo viticolo che prevedeva “una riduzione dei prodotti chimici da utilizzare nei vigneti, escludendo del tutto i più pericolosi per la salute umana e l’ambiente”.

Ma anche qui l’adesione era “su base volontaria”.

Ribadisco. Sui Colli Berici i vigneti si vanno sostituendo a quanto rimaneva dei boschi . Un vero e proprio stravolgimento del paesaggio ottenuto con brutali sbancamenti e livellamenti, interrando doline e demolendo affioramenti rocciosi. In genere con le ruspe, talvolta (vedi anni fa sopra Castegnero) utilizzando l’esplosivo. Oppure (era accaduto a San Gottardo) è l’intera sommità di una collina a essere spianata.

Come si era detto ormai la produzione di vino (e di prosecco in particolare) sta diventando la “nuova industria del Nordest”.

L’attuale “corsa al vigneto” è sostanzialmente opera di speculatori in gran parte provenienti dal mondo della piccola impresa (sia dall’industria che dall’edilizia), culturalmente  estranei all’agricoltura tradizionale, senza legami affettivi con il territorio in cui vedono soltanto una possibilità di sfruttamento e rapido arricchimento.

Altro che “Patrimonio dell’Umanità”! Patrimonio del capitalismo e del profitto, piuttosto.

Gianni Sartori