5 MAGGIO 1981: MUORE L’ALLODOLA D’IRLANDA – di Gianni Sartori

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La morte di Bobby Sands nel 1981 ha rappresentato per molte persone, più giovani, di mia conoscenza un evento di quelli che ti segnano, ti cambiano se non proprio la vita, almeno la percezione della stessa (oltre che della Storia, della politica…).

Per chi scrive le cose andarono altrimenti. Dopo una militanza iniziata nel 68, grossomodo, ritenevo di aver concluso il mio impegno (per stanchezza esistenziale, sensazione di impossibilità nel cambiare le cose, riflusso…fate voi) con le manifestazioni, talvolta dure, a cui avevo partecipato nel 1974 (esecuzione di Puig Antich) e nel 1975 (vedi le proteste per l’uccisione di Varalli, Zibecchi e Micciché e, in settembre, per la fucilazione di due etarra – Txiki e Otaegi -e di tre militanti del FRAP). Per qualche anno mi dedicai ad altro, pur mantenendo un interesse, una curiosità per quello che nel mondo si muoveva e agitava (con qualche incursione nella Spagna post-franchista, per esempio…). Poi era arrivato lo sciopero della fame dei militanti repubblicani e il tragico epilogo. Piantai tutto (quasi tutto, a dire il vero) e partii per Belfast. Da allora sostanzialmente ho continuato, bene o male. Colpa sua, di Bobby. E accidenti a lui che potrebbe essere ancora al mondo. Era infatti più giovane di me e la cosa mi colpì molto (fino ad allora erano stati soprattutto compagni miei coetanei a morire: Salvador Puig Antich, Saltarelli, Franco Serantini, Txiki…). A distanza di tanti anni, visto anche come poi sono andate le cose in Irlanda, mi chiedo se ne valesse veramente la pena. Ma questo non toglie nulla al suo coraggio, al suo autentico eroismo e a quelli dei suoi nove compagni.

Un breve riepilogo, per non dimenticare che comunque “la vita è breve, usiamola per calpestare i tiranni” (cito a memoria).

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Sembra soltanto ieri e invece sono passati quasi 40 anni. Sotto gli occhi attoniti di una vecchia Europa sazia e soddisfatta, 10 giovani repubblicani irlandesi sacrificavano la loro vita per rivendicare diritti inalienabili come quello dell’autodeterminazione e per il riconoscimento dello status di prigioniero politico per chi viene incarcerato nel corso di una guerra di liberazione.

Lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze fa parte della tradizione celtica irlandese. Ma quello condotto con estrema determinazione dai prigionieri degli H Block, più che un esplicito richiamo al diritto tradizionale gaelico e alle leggi druidiche, rappresentava un atto prettamente politico all’interno di un processo collettivo di liberazione.

Sono oltre una ventina i detenuti politici irlandesi morti nel secolo scorso in sciopero della fame.

Il primo di questa lista è Thomas Ashe, uno dei protagonisti della “Pasqua di Sangue” dublinese del 1916, morto nel 1917 dopo essere stato costretto a ingerire cibo per forza. Nel 1920 moriva Terence McSweeney, sindaco di Cork, detenuto

nel carcere di Brixton (Londra), dopo 74 giorni di sciopero della fame. Nel corso della medesima protesta morirono anche Fitzgerald Michael e Murphy Joseph. Nel 1923, durante la vera e propria guerra civile tra l’Ira e i sostenitori dello

“Stato Libero”, disposti ad accettare la divisione dell’isola, nel carcere irlandese di Montioy persero la vita dopo oltre 40 giorni di sciopero della fame Andrew Sulli-van e Dennis Barry.

Sempre in Irlanda, nel carcere di Arbour Hill, nel 1940 morirono dopo 50 giorni di sciopero della fame Jack McNeela e Tony d’Arcy. In un altro carcere irlandese la stessa sorte toccò a Joseph Witty. Nel 1943, dopo 31 giorni di sciopero della fame e della sete, si spegneva nel carcere di Dublino il volontario dell’Ira Sean Mc Caughey.

All’inizio degli anni Settanta la situazione in Irlanda del Nord precipita: il 6 febbraio 1971 l’Ira uccide un soldato inglese (vittima che va ad aggiungersi ai soldati già uccisi nel 1969 dai cecchini protestanti) e la reazione non tarda; il 9 agosto dello stesso anno viene introdotto l’internamento a tempo indeterminato (quella stessa mattina 342 uomini, in prevalenza cattolici, furono arrestati) durante il quale sarà regolarmente impiegata la tortura fisica.

Si intensificano gli scontri di strada e il 30 gennaio 1972 le truppe inglesi massacrano tredici persone inermi a Derry (“domenica di sangue”).

Due mesi dopo Londra riprende in mano direttamente l’amministrazione dell’Ulster e “concede” ai detenuti repubblicani lo status di prigionieri politici. Ma la pressione giudiziaria si fa sempre più pesante. Nel 1973 vengono introdotti

i tribunali speciali, senza giuria, e nel 1974, con l’introduzione del “Prevention of terrorism act”, il fermo di Polizia viene portato a sette giorni. Nel periodo immediatamente successivo lo sciopero della fame provoca altre due vittime nelle carceri inglesi: Michael Gaugham nel 1974 e Frank Staff nel 1976.

Intanto era stato revocato lo status di prigioniero politico.

Il 27 ottobre del 1980 inizia negli H Block del carcere di Long Kesh (soprannominato “Maze”) uno sciopero della fame che, dopo essere stato sospeso a Natale e ripreso il 1 marzo 1981, porterà alla morte di 10 militanti repubblicani. Che i loro nomi possano vivere per sempre nella mente, nel cuore e nelle lotte di tutti gli oppressi e sfruttati del mondo. Più forti della morte.

La mattina del 5 maggio 1981, dopo 66 giorni,  muore Robert Gerard Sands. Nato a Belfast nel 1954 da madre cattolica e padre protestante, era entrato nell’Ira a soli 18 anni. Quando morì ne aveva 27. Oggi Bobby è sepolto a Milltown, il cimitero cattolico di Belfast-Ovest, posto lungo le “Falls” (Falls Road), la famosa arteria repubblicana. Qui riposano molti martiri della causa irlandese: combattenti come Bobby Sands e Joe McDonnel o semplici cittadini assassinati dalla Polizia come Sean Downes. Ricordo che il 16 marzo 1988 Milltown fu teatro di una brutale aggressione armata da parte di un fanatico lealista (miliziano filobritannico), conclusasi con una strage di cattolici, ai danni di un corteo funebre.

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Il 14 maggio, dopo 59 giorni di sciopero, muore Francis Hughes, di 25 anni. Soprannominato “il Che Guevara dell’Ulster”, nel ’78 era stato arrestato e condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso otto soldati inglesi.

Raimond McCreesh muore il 21 maggio, dopo 61 giorni. Entrato nell’Ira a soli 16 anni, fu arrestato nel ’76 dopo un’imboscata contro l’esercito. Quando morì aveva 24 anni ed espresse al fratello sacerdote che l’assisteva il desiderio che la sua morte non provocasse alcuna violenza. Patsy O’Hara si era staccato dall’Ira e unito, nel 1975, all’Inla (Irish NationalLiberation Army) di Derry. Dopo l’arresto subì in carcere ogni tipo di violenza fisica e psichica. Morì il 21 maggio all’età di 24 anni. Nel 2015 anche sua madre, Peggy O’Hara, se n’era andata per sempre. L’avevo conosciuta e visitata a casa sua, a Derry, in un paio di occasioni. Mi ha lasciato, oltre a una drammatica intervista* dove raccontava quei giorni di immenso dolore, anche alcune foto del figlio e una toccante dedica sul libro che mi aveva regalato (“The irish Hunger Strike” di T. Collins).

E quest’anno, in gennaio, è morta la mamma di Bobby Sands, Rosaleen.

 

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L’8 luglio 1981, dopo 61 giorni di astensione dal cibo, moriva Joe McDonnel, membro dell’Ira di Belfast e il più anziano del gruppo. Fra i compagni che sostituirono i primi quattro morti toccò a lui sostituire Bobby Sands, insieme al quale era stato arrestato e con cui oggi è sepolto. Martin Hurson era stato arrestato nel novembre del ’76 per cospirazione e detenzione di esplosivi. Portato a Long

Kesh, venne interrogato e torturato. Morì il 13 luglio, a 24 anni, dopo 46 giorni di sciopero della fame.

Kevin Lynch, militante dell’Inla, fu arrestato nel ’76 in seguito all’uccisione di un poliziotto, venne torturato e condannato a dieci anni, Iniziò lo sciopero della fame il 23 maggio e morì il 21 agosto, all’età di 25 anni.

Kieran Doherty, già attivissimo militante dell’Ira, durante lo sciopero della fame svolse un ruolo di leader, riconosciutogli dagli altri detenuti, soprattutto nei contatti con la Chiesa. Morì il 2 agosto, a 25 anni, dopo essere riuscito a sopravvivere senza cibo per 73 giorni. Thomas McIlwee, esponente dell’Ira, passò la maggior parte della sua prigionia nel blocco di punizione. Quando morì, dopo 62 giorni di sciopero della fame, aveva solo 23 anni.

Emblematica la vita di Micki Devine. Vissuto fin da bambino in condizioni di estrema povertà (raccontò di aver spesso patito la fame), fu uno dei primi membri dell’Inla di Derry. Iniziò lo sciopero della fame a metà giugno e morì il

20 agosto, a 27 anni. Altri due prigionieri vennero salvati quando ormai erano in coma. Uno di loro, Pat McGeown, è morto nel 1994. L’altro, Lawrence McKeown, scrittore e conferenziere, è rimasto segnato a livello fisico.

Ho avuto l’onore di incontrare (e ospitare a casa mia) McKeown negli anni novanta durante un giro di conferenze. Naturalmente gli chiesi dove avesse trovato la determinazione per aggiungere anche il suo nome alla lista dei volontari che avrebbero dovuto sostituire i compagni morti durante la protesta. «È praticamente impossibile – mi aveva detto – capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti, dopo che ci era stato tolto lo status di prigionieri di guerra. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Eravamo tutti molto giovani, tra i 20 e i 30 anni. La maggior parte quando erano entrati in carcere erano poco più che adolescenti. Tra di noi c’era molta unione, molta solidarietà e forti convinzioni politiche, le stesse che mi avevano portato a entrare nell’Ira, ben sapendo che la prospettiva della prigione e della morte era tutt’altro che remota.

Vedere con i miei occhi la dura repressione subita dai detenuti non ha fatto altro che rafforzare le mie convinzioni. Il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarci, di farci apparire come delinquenti comuni. Dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali». Aveva poi aggiunto che «molti volontari dell’Ira prigionieri sono morti in sciope-ro della fame negli anni Venti, Quaranta, Settanta… E così via fino al 1981. In tutto i detenuti politici irlandesi morti durante uno sciopero della fame negli ultimi 80 anni sono 22. Di tutti loro possiamo dire che sono “Morti perché altri fossero liberi” (come è scritto sulla tomba di Micky Devine e Patsy O’Hara, a Derry nda).

Anche lo status di prigioniero politico era stato ottenuto, nel 1972, con uno sciopero della fame. Venne poi ritirato nel 1976».

La loro decisione quindi non fu certo presa alla leggera. «Per quanto mi riguarda – proseguiva McKeown – ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno; chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto. Avevo pensato molto a quali sarebbero state le conseguenze per la mia famiglia… Io ero sposato ma almeno non avevo figli, diversamente da altri volontari, come Bobby Sands…».

Le richieste fondamentali degli scioperanti di Long Kesh erano cinque, strettamente collegate alla rivendicazione dello status di prigionieri politici: non in-dossare uniformi carcerarie, non svolgere lavori penali, libertà di studio e associazione,

possibilità di ricevere visite e pacchi, diritto alla riduzione della pena. Tali richieste, anche se in maniera non plateale e senza la reintroduzione formale dello status di prigioniero politico, vennero poi ricono-sciute e soddisfatte nella sostanza.

Ai primi di novembre del 1981, infatti, dopo la fine dello sciopero della fame, il ministro Prior presentava le sue riforme carcerarie che comportavano per i detenuti repubblicani del “Maze” il permesso di indossare i propri vestiti, la possibilità di beneficiare della riduzione della pena ecc. Niente altro da aggiungere che non sia già stato detto dai diretti interessati con il loro gesto così radicale e definitivo.

Per quanto mi riguarda: «In qualunque luogo mi sorprenda la Morte, seppellite il mio cuore a Milltown».

 

Gianni Sartori

 

 

*https://www.riccardomichelucci.it/irlanda/in-memoria-di-peggy-ohara/

 

 

La Corte Costituzionale e il popolo veneto – di Ettore Beggiato

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Lo stato italiano, nelle varie sedi (governo, corte costituzionale, tribunali vari), cerca disperatamente di non riconoscere il popolo veneto, tenta di negare al popolo veneto il diritto di sentirsi tale: emblematica la recente sentenza della Consulta e relativa bocciatura della legge regionale n. 28/2016 “Applicazione della convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali”.

Non abbiamo bisogno di tali riconoscimenti, l’esistenza del popolo veneto è un dato di fatto, e non sarà certo una sentenza, un pronunciamento, un ricorso o qualche altra diavoleria da “legulei”  a mettere un dubbio ciò che viene sancito dalla storia.

Anche lo studioso più sprovveduto dovrebbe sapere che la nostra  Terra  prende il nome dell’antichissimo popolo dei Veneti, popolo del quale abbiamo  testimonianze certe  almeno dal 1.200 avanti Cristo.

Il  prof. Sabatino Moscati, già presidente dell’Accademia dei Lincei scrisse ancora nel 1985: “”Se c’è una regione d’Italia antica nella quale sia evidente la coincidenza di un popolo, di cultura e di territorio, questa è il Veneto.
….tutto coincide: il popolo dei Veneti, la cultura che da loro prende il nome, il territorio che è sostanzialmente lo stesso ancor oggi”.

E nello statuto della nostra Regione sta scritto, ancora nella prima stesura degli anni settanta, all’articolo due: “L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e alle tradizioni della sua storia” e tale concetto è stato ribadito  all’unanimità dal Consiglio Regionale nel nuovo statuto approvato nella primavera del 2012.

E come non citare il prestigioso intellettuale e giornalista veneto, Goffredo Parise che nella terza pagina  del Corriere della Sera il  7/2/1982 scrisse un memorabile pezzo nel quale si leggeva:

“Il Veneto è la mia Patria. Do alla parola patria lo stesso significato che si dava durante la prima guerra mondiale all’Italia: ma l’Italia non è la mia Patria e sono profondamente convinto che la parola e il sentimento di Patria è rappresentato fisicamente dalla terra, dalla regione dove uno è nato. Sebbene esista una Repubblica Italiana questa espressione astratta non è la mia Patria e non lo è per nessuno degli italiani che sono invece veneti, toscani, liguri e via dicendo..” 

E cosa diranno a Roma di quanto scrisse il grande Indro Montanelli che rispondendo a una mia lettera affermò che la Repubblica Veneta fu “una civiltà non italiana (quale la Serenissima mai fu né mai si sentì), ma europea e cristiana” (Corriere della Sera 24/9/1996) ?

E quale sarà la reazione degli “ermellini” della corte costituzionale quando si troveranno di fronte ai capolavori del grande pittore rinascimentale Carlo Crivelli, praticamente sconosciuto in Patria (veneta) ma al quale sono state riservate due sale in uno dei più grandi musei del mondo, la National Gallery di Londra, che si firmava  “Carlo Crivelli Veneto” ?

 Ci sarà un processo postumo e le sue tele andranno al rogo ?

Il 25 aprile ho partecipato alla manifestazione  in onore di San Marco nella piazza San Marco a Venezia con tanta gente, con tante famiglie che liberamente, pacificamente, con gioia facevano festa e sventolavano le bandiere venete; in tutta la nostra Terra  sono esposte migliaia e migliaia di bandiere di San Marco, nelle nostre scuole incominciano i corsi di lingua veneta, cresce in maniera esponenziale il processo di riappropriazione della nostra identità veneta: è un processo inarrestabile, Roma e l’Italia tutta non possono pensare di fermarlo con qualche sentenza che ha sempre più il sapore di “grida manzoniana”.

Ettore Beggiato

Venezia, nazionalisti italiani chiedono di vietare la festa di San Marco – di Ettore Beggiato

1797Uno sparuto gruppo di nazionalisti italiani ha chiesto al prefetto e al questore di Venezia di vietare la festa in programma in piazza San Marco a Venezia nel pomeriggio del 25 aprile giorno di San Marco.

Si tratta di un preoccupante rigurgito di nazionalismo italiano che si pensava ormai scomparso nelle piazze venete; costoro ignorano che da sempre  nei territori della Serenissima Repubblica Veneta il  25 aprile si onora e si festeggia  San Marco,  emblema religioso e politico della Repubblica Veneta fino al 1797,  e, da sempre, simbolo e bandiera  del popolo veneto.

Questi nazionalisti italiani sono degni eredi dei giacobini francesi che per prima cosa fecero sospendere   la festa di San Marco e condannare a morte chi osasse gridare “Viva San Marco!”;  ma nonostante l’accanimento e la brutalità di Napoleone e dei suoi collaborazionisti italiani, ancor oggi nell’intero Commonwealth della Serenissima  decine e decine sono le iniziative per ricordare e festeggiare San Marco, le cui spoglie riposano a Venezia dal lontano 828.

E pensare che per celebrare degnamente la festa di San Marco ci fu chi finì in prigione: nell’immediato dopoguerra veneti e veneti della Slavonia (Croazia) che pretendevano di svolgere la processione in occasione della festa di San Marco furono infatti imprigionati dalla polizia titina nella ex Jugoslavia.

E’ fondamentale riappropriarci della nostra identità, delle nostre feste, riscoprire l’orgoglio di sentirsi veneti e di sventolare gioiosamente la nostra bandiera, di esporla dalle nostre case: è l’unico modo per sconfiggere, o perlomeno attenuare gli effetti perversi di quella globalizzazione che sta mortificando culture, civiltà, lingue, costumi, identità diverse ma proprio per questo  degne di essere rispettate, tutelate e valorizzate.

Esponiamo allora le nostre bandiere venete nelle nostre case, nei nostri balconi, nelle nostre piazze, quella bandiera di San Marco che nonostante una legge regionale in merito, la numero 10 del 1998, troppe amministrazioni e troppe scuole continuano a non esporre.

Esponiamola con orgoglio, memori di cosa ha significato e cosa significhi la storia veneta nella storia dell’umanità, orgogliosi che nella nostra bandiera nazionale ci sia la parola, il concetto di “pace” (Pax Tibi Marce Evangelista Meus).  

Il tutto in un’ottica europea affinché l’Europa dei banchieri diventi l’Europa dei popoli e delle regioni; un’Europa in grado si svolgere quel ruolo che la storia le assegna, ma  che sventuratamente non riesce a interpretare.  

Un’ Europa che veda protagonisti catalani e baschi, scozzesi e tirolesi, bretoni e sardi, ma anche i veneti.

Viva San Marco!

 

ETTORE BEGGIATO

 

L’ORA DELLE ETNIE (INTERVISTA DI GIANNI SARTORI A MIRO MERELLI, DIRETTORE DI “ETNIE”, 1991)

miro merelli

Nel 1991 avevo intervistato per “L’ErMetE” (si scrive proprio così, con la “E” maiuscole!), inserto letterario di “Tempi Supplementari” a sua volta supplemento di “FRIGIDAIRE”, il direttore – all’epoca, dopo la prima fase con Roberto Sonaglia, attuale direttore della versione in rete – di ETNIE.
Ripescata (o riesumata?) in archivio, la ripropongo considerandola comunque un documento “storico” sulla situazione etno-geopolitica del tempo, nonché un riepilogo dell’attività di “Etnie” nella sua prima parte di vita. 

D. Come, quando e perché nasce “Etnie”?
R. “Etnie” nasce nel 1980 da un cenacolo di persone provenienti dai più diversi ambiti culturali e politici, ma accomunate dal progetto di dar vita a una rivista che avrebbe potuto diventare strumento di raccordo, informazione e servizio per tutti quei popoli, gruppi, minoranze (le “etnie”, appunto), costretti ancora oggi a riconoscersi in identità statuali e politico-amministrative di stampo ottocentesco (i cosiddetti Stati nazionali), che hanno fatto il loro tempo e sono ormai avviate all’estinzione.

D. Un bilancio dopo tutti questi anni di impegno sul “fronte” dell’autodeterminazione dei popoli: cosa si prova a essere stati dei precursori?
R. In questi dodici anni la rivista ha rappresentato un fattore importante nell’evoluzione dell’atteggiamento del mondo culturale italiano nei confronti dei popoli di minoranza. Un altro risultato è lo smascheramento e la definitiva emarginazione del cosiddetto “etnismo di Stato”: di tutte quelle, per altro assai rare, iniziative volute e finanziate dai partiti di Roma, che da sempre hanno tentato di ridurre le diversità nazionali in Italia a un fatto meramente folklorico o, al più, dialettale.
Ma, suprattutto, “Etnie” ha saputo definire e delineare, in modo profetico, le tematiche nazionali e regionalistiche come il vero e fondamentale terreno di confronto e di scontro all’alba degli anni 2000. L’evolversi della realtà ci ha dato ragione. Le lotte per l’affermazionc dei diritti nazionali non hanno lasciato indenne nessun continente: dagli aborigeni dell’Australia alle popolazioni autoctone del doppio continente americano, dalla Namibia alla resistenza dei Tamil o del Tibet, dal tragico calvario del popolo palestinese all’agonia dei curdi, per non parlare della Jugoslavia.

D. Vorrei sentire la tua opinione su due casi che consideriamo emblematici tra quelli delle nazioni incorporate nello Stato italiano: Sardegna e Veneto.
R. Sono casi entrambi significativi, anche se con non poche differenze. La prima, la Sardegna, è una realtà insulare che ha sempre avuto pochi contatti con l’Italia (non casualmente chiamata “il continente” per significare l’estraneità). La sua lingua non è in nessun modo assimilabile a un idioma derivato dalla lingua italiana. È una lingua con una grande tradizione e una grande letteratura. I referenti storici della Sardegna sono i Paesi rivieraschi di entrambe le sponde del Mediterraneo. La speranza di non essere considerata la “Cayennne” dell’Italia risiede per la Sardegna in una confederazione con le altre realtà insulari del Mediterraneo occidentale e meridionale (Corsica, Isole Baleari, Malta).
Diversa è la situazione del Veneto: secoli di indipendenza, di politica autonoma, di scambi culturali e commerciali con il mondo intero prima, regione prospera e trainante nell’impero austro-ungarico e cardine dell’area alpino-danubiano-adriatica. Solo nel recupero di un ruolo centrale in quest’area risiede la concreta possibilità di una rinascita veneta, ma tutto questo sarà fattibile soltanto riattivando il secolare reticolo di quei fondamentali e vitali rapporti con la Mitteleuropa che sono stati traumaticamente interrotti dalle note vicende risorgimentali.

L’ULTIMA COLONIA DI ROMA

D. Che cosa puoi dirci del “problema Sud Tirolo”, probabilmente l’esempio più macroscopico di sciovinismo italiano?
R. Giustamente da molti il Sud Tirolo viene definito “l’ultima colonia di Roma”: non possiamo, infatti, dimenticare che questa terra è di lingua e cultura tedesca da dodici secoli. L’Italia ha sempre temuto e non ha mai, pertanto, accettato (tanto nel ‘19 che nel ‘46) un referendum per stabilire la reale volontà della popolazione sudtirolese, riconoscendo, in tal modo, il facilmente prevedibile esito negativo di una simile consultazione. La presenza italiana in provincia di Bolzano è il frutto del sistematico richiamo al diritto di conquista e al diritto della forza ed è inevitabile e sempre più macroscopica la contraddizione con i conclamati princìpi di “democrazia”, libertà, “diritto all’autodeterminazione” che il nostro governo sbandiera in ogni occasione e per ogni Paese del mondo.
È ridicolo, poi, che noi italiani si sostenga il diritto di secessione per gli altri popoli, ma non lo si accetti quando questo riguarda una regione attualmente situata entro i confini del nostro Stato. Se mi è consentita una previsione, l’annessione del Sudtirolo all’Italia non potrà durare a lungo, anche perché il retroterra tedesco di questa provincia si fa ogni giorno più forte.

D. Qual è il tuo giudizio sullo varie Leghe sorte in questi anni?
R. Al punto in cui siamo (1991 nda), le Leghe devono risolvere un fondamentale nodo strategico a cui si trovano di fronte: sono esse soltanto movimenti di protesta contro la partitocrazia, il malcostume, la mafia, le disfunzioni dello Stato, oppure ritengono che il sistema non possa più essere rigenerato dall’interno e, quindi, si debba arrivare a una nuova forma statuale, di tipo federale o confederale, che significhi, comunque, la fine dello Stato risorgimentale accentratore e, in qualche modo, autoritario?
Dalla risposta a questo quesito dipenderà il destino delle Leghe: vinceranno se sapranno essere non solo espressione dello scontento, che ha come obiettivo il ricambio della classe dirigente del Paese, ma se riusciranno a proporre un progetto che sappia superare lo Stato nazionale, ormai avviato all’estinzione, e che sia capace di aprire un discorso su un modello credibile di Europa dei popoli e delle nazionalità regionali.

D. Tornando al Veneto: in che cosa si differenzia dalla “Liga” la “Union del Popolo Veneto”? Ritieni possibile una ricomposizione delle varie anime dell’autonomismo veneto?
R. Per far chiarezza, è bene precisare che, in entrambi i casi, si tratta di movimenti autonomisti. Bisogna sfatare il falso mito dell’unicità del movimento autonomista: nei Paesi Baltici e in Slovenia i fronti e le coalizioni indipendentiste sono formati da almeno una decina di gruppi diversi, che, ovviamente, all’indomani del raggiungimento dell’obiettivo comune si separeranno e si confronteranno fra di loro.
Per tornare ai due movimenti veneti, per quello che mi è dato di conoscere, l’“Union del Popolo Veneto” ha sempre dimostrato una maggior democrazia e una maggiore dialettica interna, un miglior rapporto con i movimenti autonomisti storici e una più accentuata sensibilità per il pluralismo della stessa realtà venetica. Per quanto riguarda una possibile unificazione, sulla base di quanto detto, non la ritengo né necessaria né auspicabile, È, però, indispensabile una miglior collaborazione per raggiungere obiettivi comuni.

D.In teoria, il diritto dei popoli all’autodeterminazione dovrebbe essere un cavallo di battaglia della “sinistra”. Come spieghi le tante “dimenticanze-rimozioni-ritardi”, per non dire di peggio, della “sinistra” europea, italiana in particolare, quando si tratta dell’autodeterminazione dei popoli oppressi o tenuti, comunque, in condizione di minorità nel Vecchio Continente (penso a Baschi, Corsi ecc.)?
R.Da una parte ha giocato in un modo determinante la cinica c vergognosa spartizione di Yalta, che aveva diviso e ingessato il mondo in due aree di influenza; dall’altra l’accettazione piena e completa dell’idea dello Stato nazionale risorgimentale, che ha comportato il totale abbandono di ogni forma di tutela delle regionalità e dei piccoli popoli. Le “sinistre” europee si sono in qualche modo impegnate per una battaglia di liberazione esclusivamente quando non erano in discussione gli assetti e gli equilibri continentali. Non si sono contati in questi anni gli appelli e le manifestazioni a favore dell’autodeterminazione di popoli lontani dall’Europa; quando il problema riguardava, invece, un Paese europeo e, in particolare, il proprio Stato, lo sciovinismo etnocentrico delle sinistre non è stato inferiore a quello delle destre: che il Sudtirolo continuasse a essere l’ultimo possedimento di Roma, la sinistra lo ha voluto non meno della destra.

D. Cosa ne pensi dell’autodeterminazione dei popoli dell’est europeo? E un tuo parere sul Tibet e sul problema dei Misquitos? Non ti sembra, addirittura, in questo caso, che la sinistra italiana si sia dimostrata più realista del re?
R. Per l’Est europeo bisogna fare una distinzione: la sinistra dei Paesi dell’Europa occidentale ha sostanzialmente, anche se talvolta in modo contraddittorio, accettato il principio dell’autodeterminazione e del diritto di secessione. È ovvio che il PCUS, temendo la disgregazione dell’impero euro-asiatico, si oppone con tutte le sue forze a questo principio, cosi come la sinistra occidentale. Ne fanno fede l’ostilità al separatismo di Baschi e Corsi (tanto per fare qualche esempio) e i continui appelli della CEE per l’unità della Jugoslavia, quando ben si sa che il governo di Belgrado esercita un potere che, per essere generosi, non va oltre il palazzo in cui risiede.
Nel caso, invece, del Tibet o dei miskito, nessun reale sostegno è stato loro offerto (al di là di qualche dichiarazione di ordine puramente morale), perché ciò avrebbe comportato il rimetter in discussione quei governi centrali.

D. Cosa ne pensi del larvato sciovinismo delle formazioni storiche progressiste, PCI, PSI, Verdi?
R. Come ho già detto precedentemente lo sciovinismo della sinistra è stato profondo, tenace, insidioso e patetico quanto quello delle tradizionali forze nazionalistiche. Il nostro ministero degli Esteri ha da anni fatto propria una politica Grand’italiana, che cerca di riannodare i fili delle tradizionali zone d’influenza del nostro Paese: Corno d’Africa, Vicino Oriente, Albania, Libia, Istria e Dalmazia, Canton Ticino. Ma una dura e imbarazzante verifica attende la sinistra: nei prossimi anni, quando, di fronte alla diffusa e corale richiesta di trasformare l’Italia in un moderno Stato federale o confederale, e all’inevitabile e prevedibile risposta negativa di Roma si porrà il problema del diritto di secessione che alcune regioni (Lombardia, Val d’Aosta, Sudtirolo…) richiederanno, che cosa farà allora? Copierà Svobodan Milosevic o Gorbaciov o i social-nazionali Mitterand e Craxi?

GLI USA: SEMPRE QUELLI!

D. Immigrazione dal Terzo Mondo, rifugiati albanesi: qual è la tua opinione in proposito? Come giudichi le prese di posizione delle Leghe?
R. Da una parte, nel nostro tempo sono fondamentali gli equilibri etnici e la gente ritiene giustamente che essi debbano, comunque, essere salvaguardati. Quando questi vengono in qualche modo minacciati, può esservi una comprensibile reazione di paura da parte delle popolazioni autoctone. Ne consegue che l’immigrazione deve essere rigorosamente proporzionale alle possibilità di accoglienza e di lavoro che realmente esistono. È assolutamente ingiusto accettare persone a cui non siamo in grado di offrire una casa e un lavoro dignitoso. D’altro canto, non possiamo dimenticare i rapporti di debito che l’Italia tuttora ha nei confronti di popoli che sono stati invasi, occupati c colonizzati nel recente passato dal nostro Paese: penso all’Albania c all’Eritrea, per esempio. Con questi Paesi l’Italia ha un pesantissimo debito e a questi popoli, quindi, non può mancare la più ampia solidarietà e comprensione, che, comunque, non può essere un atto propedeutico al ristabilimento di un’egemonia italiana in quelle aree e, in buona sostanza, un fatto nco-coloniale.
La posizione delle Leghe, a questo proposito, fa propria la comprensibile, anche se non del tutto giustificata, reazione emotiva della gente, ma non riesce a impostare con la debita chiarezza i diversi livelli del problema a cui ho accennato. Da ultimo, non è ipotizzabile in Europa una società multirazziale, mentre si può comprendere come il problema dell’immigrazione si ponga in modo completamente diverso per stati recentissimi (come USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda), che hanno a malapena due secoli di storia e nessuna identità nazionale ed etnica. Va aggiunto, poi, ai sempre numerosi adulatori della società americana, che negli USA non si è realizzata una vera società multietnica ma solo una “compresenza” di popoli diversi, in cui classe dirigente, potere e ricchezza sono saldamente controllati e gestiti addirittura dai soli bianchi anglofoni (come è noto, le eccezioni si contano sulle dita di una o due mani).

SI E’ “NAZIONE” ANCHE SENZA CONFINI

D. “Etnie” si è occupata spesso del cosiddetti “zingari” (Sinti, Rom…). A tuo avviso, si può legittimamente parlare di popolo e di nazione soltanto in riferimento alla stanzialità, a un territorio ben preciso, escludendo, quindi, i popoli nomadi?
R. Anche per gli “zingari” si può parlare di popolo e forse anche di nazione, pur se bisogna dire con franchezza che un concetto evoluto e complesso di “nazioni” implica la definizione di un territorio, quantomeno come riferimento o fascinazione. D’altronde, un popolo si può considerare “nazione” se si autodefinisce come tale: non ha bisogno, per esserlo o non esserlo, del riconoscimento altrui.

D.A volte i conflitti etnici sembrano dover degenerare in razzismo o in settarismo. A tuo avviso è possibile coniugare la riscoperta della propria identità, al limite l’“orgoglio etnico”, con la tolleranza, la convivenza, il rispetto reciproco tra culture diverse?
R.I conflitti etnici possono degenerare in razzismo quando sono sostenuti da una spregiudicata volontà egemonica e di penetrazione: è il caso di Israele, che vorrebbe far coincidere i suoi confini di “sicurezza” (il cosiddetto “Grande Israele”) con la “mezzaluna fertile” (bacino di Tigri-Eufrate, Giordano, Nilo). Qucsto tipo di supernazionalismo offensivo non ha nulla a che vedere con la riscoperta e la difesa della propria identità: è l’abissale differenza fra il nazionalismo offensivo e quello difensivo, che, viceversa, per sua natura si coniuga necessariamente con sentimenti e atteggiamenti di tolleranza e di rispetto per ogni altra nazionalità, a cui viene riconosciuto lo stesso diritto di autodeterminazione che si vuole riconosciuto a se stessi.
La costruenda “Europa dei popoli” dovrà proprio essere il progetto vincente di questo modello di sviluppo.

Gianni Sartori, 1991

Appuntamento a Nerviano per il prossimo 6 Maggio con il Centro Studi Dialogo

LOCANDINA A4

CONOSCERE PER CAPIRE:
EMILE CHANOUX E L’AUTONOMISMO VALDOSTANO
6 maggio 2018 – Nerviano (MI) – Sala del Bergognone
con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nerviano

ore 15,00 – saluto del Presidente del Centro Studi Dialogo, Giovanni Roversi.
ore 15.05 – saluto del Direttore di Dialogo Euroregionalista, Gianluca Marchi
ore 15,15 – saluto dell’Assessore alla Cultura del Comune di Nerviano, Sergio Girotti

ore 15,30 – presentazione del documentario a cura dell’Autore PATRIZIO VICHI – regista – collaboratore RAI

PROIEZIONE DEL DOCU-FILM: “Emile Chanoux, fu suicidio o omicidio?”

ore 17,00 – ALLE SPALLE DI CHANOUX – SEPARATISTI E AUTONOMISTI NELLA RESISTENZA VALDOSTANA
intervento di ROBERTO GREMMO – giornalista, scrittore Casa Editrice Storia Ribelle

ore 17,30 – L’AUTONOMIA VALDOSTANA DA CHANOUX AD OGGI
intervento del prof. STEFANO BRUNO GALLI – Università di Milano – Assessore alla Cultura e all’Autonomia Regione Lombardia

organizzato in collaborazione con TERRA INSUBRE – Milano e Provincia.

Saranno presenti banchetti del Centro Studi Dialogo, della Casa Editrice Storia Ribelle, dell’Associazione Terra Insubre – Milano e dell’Associazione Culturale Gilberto Oneto.