#Popoli #NativeAustralians – QUEENSLAND: UNA NUOVA LEGGE CONSENTE DI INCARCERARE ANCHE I BAMBINI DI DIECI ANNI (soprattutto quelli aborigeni) – di Gianni Sartori

Cosa nota, ma da ribadire. Per gli aborigeni australiani l’arrivo dei coloni europei fu un evento non solo devastante, ma apocalittico.
Da fine del Mondo. O almeno del loro mondo. Ai nostri giorni, come denunciava un rapporto di Survival International “gli aborigeni hanno 6 volte più probabilità di morire in età infantile rispetto agli altri cittadini australiani e 22 volte più probabilità di morire di diabete. La loro aspettativa di vita alla nascita è di 17-20 anni inferiore a quella degli altri australiani” (v. “Il progresso può uccidere”). Un inciso sul diabete. Effetto collaterale (ma poi neanche tanto “collaterale”) della perdita, insieme alla terra, delle fonti tradizionali di nutrimento.
E del conseguente impatto con altri cibi (zucchero, farina raffinata junk food…) oltre che della diffusione dell’alcol (“anestetico” dei poveri e dei colonizzati).
Forse se la passano leggermente meglio quanti hanno potuto rimanere nelle terre ancestrali (anche se le meno fertili e salubri) che in media vivono ”dieci anni di più”.
Difficile stabilire quanti fossero prima della colonizzazione (tra i 300 e i 700mila, si presume). Centinaia di gruppi autonomi di raccoglitori-cacciatori parlanti un insieme di 400 lingue diverse.
L’arrivo dei bianchi inglesi (1788) coincise con il diffondersi di nuove malattie (varicella, influenza, morbillo, vaiolo…) che contribuirono a trascinarli in un rapido declino: una riduzione del 90% tra il XIX e il XX secolo.
Fino alla “soluzione finale” condotta con centinaia di massacri pianificati. In buona parte per mano delle forze governative, il resto opera dei coloni (ma con la tacita approvazione delle autorità).
L’ultima “spedizione punitiva” conosciuta (quella di Coniston) si svolse tra il 14 agosto e il 18 ottobre 1928 (NB: in pieno XX secolo).
In base ai dati forniti dal progetto Colonial Frontier Massacres Digital Map, si apprende che “le morti di aborigeni furono da 27 a 33 volte più numerose di quelle dei colonizzatori: furono uccisi tra 11 mila e 14 mila aborigeni, e fra 399 e 440 soltanto colonizzatori”.
Talvolta si trattava di rappresaglie sproporzionate (degne dei nazisti) per l’uccisione di un colono o per un furto di bestiame. Altre semplicemente per “dar loro una lezione” o comunque toglierli di mezzo, costringendo i superstiti ad andarsene altrove.
Ricorrendo persino all’avvelenamento dell’acqua e del cibo.
Con la diffusione dei grandi allevamenti (antica piaga della “civilizzazione”) bambini e giovani aborigeni divennero potenziale forza-lavoro a buon mercato come mandriani (anche riducendoli in schiavitù).
Da cui la separazione forzata dalle famiglie, veri e propri sequestri di persona.
Attualmente la situazione dei minori di origine indigena non è poi di tanto migliorata. Se si considerano i dati del Cleveland Youth Detention Centre di Townsville, i bambini aborigeni costituiscono il 95% dei detenuti. Conseguenza delle condizioni di indigenza, emarginazione, subalternità in cui versano le loro comunità.
In questi giorni molte organizzazioni di difesa dei diritti umani e del Diritto dei popoli (v. il Centro giuridico indipendente dei diritti dell’uomo d’Australia) protestano per la nuova legge (approvata il 12 dicembre nel Queensland) che consente, “per sradicare la criminalità infantile e ristabilire la sicurezza”, la carcerazione di bambini di dieci anni.
La nuova legislazione riguarderà tredici gravi violazioni del codice penale (dalla guida pericolosa all’omicidio) e comporterà le stesse pene (per un identico numero di anni) inflitte agli adulti condannati.
Anche se, bontà loro, l’amministrazione del primo ministro conservatore David Crisafulli (oibò! Un altro di origine italiana, come Milei e Bolsonaro… tutta da rivedere la bella favola dei migranti italiani “brava gente”) ha ammesso che tale norma era “incompatibile con i diritti umani”. Inoltre costituisce una “violazione di numerose disposizioni internazionali” e consente di aggirare una legge australiana del 2019 sui diritti umani.
Decidendo comunque di procedere, considerando di avere il sostegno anche dell’opposizione (centro-sinistra).
Stando ai dati ufficiali, il numero dei bambini-ragazzi delinquenti (dai 10 ai 17 anni) era cresciuto in un anno del 6% (giugno 2022- giugno 2013).
Facile previsione: a venir rinchiusi nelle case di sorveglianza e nei riformatori saranno soprattutto i giovanissimi aborigeni (provenienti da una popolazione il cui tasso di carcerazione è alquanto superiore a quello dei discendenti dei colonizzatori).
Il portavoce del Centro giuridico indipendente dei diritti dell’uomo d’Australia si dice convinto che non è questo il modo di “risolvere le cause profonde della criminalità giovanile: povertà, razzismo, traumatismi intergenerazionali, scarso accesso ai servizi sanitari e di sostegno…”
Per la presidente del Comitato dei diritti per l’infanzia onusiano, Ann Skelton, le “circostanze eccezionali” evocate dal governo non giustificano una “evidente violazione dei diritti dell’infanzia”: Aggiungendo che “non è così che si renderà più sicuro il Queensland”.
Gianni Sartori
#7NotePerUnNuovoMondo #NativeAmericans
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Scotland
#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTI DAL FRONTE (13 dicembre 2024) – di Gianni Sartori

L’OSDH DOCUMENTA NUOVI CRIMINI DI GUERRA CONTRO I PRIGIONIERI DEL MMC COMMESSI A MANBIJ DALLE MILIZIE FILO-TURCHE
Già il 9 dicembre i mercenari di Ankara avevano giustiziato decine di feriti del Consiglio Militare di Manbij (MMC, alleati dei curdi), ricoverati in un ospedale militare.
Ora, il 12 dicembre, l’Osservatorio dei Diritti dell’Uomo (OSDH) ha denunciato nuovi crimini efferati compiuti dalle medesime bande jihadiste: l’uccisione di altri esponenti del MMC prigionieri di guerra. Come confermano alcuni video ottenuti dall’OSDH in cui si vedono esponenti delle milizie filo-turche aggredire e uccidere prigionieri inermi del MMC.
Da giorni soldati turchi e miliziani dell’esercito Nazionale Siriano (SNA, in cui si sono riciclati molti miliziani provenienti dall’Isis) commettono impunemente furti, saccheggi, sequestri di persone e uccisioni nella città occupata di Manbij.
Coraggiosamente, visto il clima, la popolazione di Manbij è scesa in strada per protestare contro tali arbitrii. Le scene della protesta (foto, video…) sono state diffuse nelle reti sociali.
A RAQQA L’ISIS POTREBBE COGLIERE L’OCCASIONE PER RIALZARE LA TESTA
Brutti segnali anche da Raqqa. Dopo che la città era divenuta suo malgrado “capitale” del soidisant “Stato Islamico” (e centro di addestramento per quei terroristi che colpivano in mezza Europa, v. in Francia), la “battaglia per la liberazione di Raqqa” era cominciata il 6 giugno 2017. Il 17 ottobre dello stesso anno (dopo quattro mesi di aspri combattimenti) le Forze democratiche Siriane giungevano finalmente a eliminare gli ultimi presidi degli islamisti.
Da allora i tagliagole dell’Isis non avevano più dato segni di vita in città. Purtroppo, complice il nuovo clima incerto e confuso che attraversa la Siria post-Assad, pare che stiano rialzando la testa (o almeno ci provano). Il 12 dicembre, mentre la popolazione assisteva all’alza-bandiera del nuovo vessillo siriano in piazza Al-Naim, uomini armati sparsi tra la folla hanno aperto il fuoco (come confermano alcuni video diffusi in rete) ferendo sia civili che membri delle forze di sicurezza interna (asayish). Per dovere di cronaca, altre fonti hanno parlato di “spari incontrollati di festeggiamento” non necessariamente riconducibili a esponenti dell’Isis. Alla reazione delle forze di sicurezza che intendevano disperdere gli assembramenti, parte dei presenti avrebbero risposto con lanci di pietre. Complessivamente si parla di una cinquantina di feriti. I media filo-turchi (a cui hanno fatto eco alcuni siti “campisti”, forse in cerca di nuovi sponsor dopo essere rimasti orfani di Bashar Hafiz al-Assad) hanno colto l’occasione per diffondere fake-news in merito a una presunta “ribellione della comunità araba” nei confronti delle FDS e dell’AADNES (l’amministrazione autonoma arabo-curda del Rojava che ha appena riconosciuto l’attuale governo siriano).
Gianni Sartori
#Tradizioni #Europe #SantaLucia

#7NotePerUnaNuovaEuropa #Ireland
#Bouganville #Opinioni – MON DIEU! NON CI SONO PIU’ GLI INDIPENDENTISTI DI UNA VOLTA – di Gianni Sartori

RIAPRIRE LE MINIERE A CIELO APERTO IN NOME DELL’AUTODETERMINAZIONE: MA SI PUÒ??
La questione risaliva almeno agli anni novanta e ora sembra tornare di attualità. Anche se in termini direi “rovesciati”. Se in passato la richiesta di indipendenza si coniugava con la difesa ambientale del territorio (devastato dai progetti di sfruttamento minerario) ora, in aperta contraddizione con la questione ambientale, la riapertura delle miniere va a braccetto con le istanze di autodeterminazione. Un ossimoro?
Non saprei. Devo solo constatare che forse quello che non era riuscito – non completamente almeno – al neocolonialismo (v. Rio Tinto), potrebbe realizzarlo la classe dirigente (“compradora” o che altro?) locale (v. Bouganville Copper Limited). Stile veneto, per capirci.
In una recente conferenza-stampa a Sydney, il presidente della regione autonoma di Bouganville (Autonomous Bougainville Government) Ishmael Toroama, ha ribadito che “il popolo ha espresso la sua volontà“ per ”il calendario politico finisce nel 2027”. Si riferiva ovviamente alla scadenza per l’indipendenza dell’isola. Ancora politicamente parte della Papua-Nuova Guinea (ma geograficamente dell’arcipelago delle Isole Salomone) nonostante nel 2019 il 97,7% degli elettori (su una popolazione – in calo da qualche anno – di circa 137mila persone) abbia votato a favore dell’indipendenza. Un referendum che ha rappresentato un primo punto di arrivo, se non la definitiva conclusione, degli accordi di pace risalenti al 2001. Dopo un decennio di guerra a bassa intensità tra gli insorti nativi e le forze di sicurezza governative coadiuvate da mercenari di origine straniera. Con un costo complessivo di circa 20mila morti.
In base agli accordi di Arawa (raggiunti con la mediazione della Nuova Zelanda), la ratifica finale per una dichiarazione di indipendenza (prevista per il 2027) spetterà al parlamento della Papua Nuova Guinea.
Ma questo a grandi linee già si sapeva, era previsto. La novità (bruttissima) è invece nella stessa circostanza Ishmael Toroama ha esplicitamente annunciato l’intenzione di “riaprire la miniera a cielo aperto di Panguna. Il giacimento (la terza miniera di oro e rame a cielo aperto più grande al mondo) che in passato garantiva l’esportazione del 40% del rame dall’intera Papua Nuova Guinea.
Evidentemente la contaminazione (anche mentale) è ormai giunta a uno stadio irreversibile.
La miniera, in attività dal 1972 al 1989, venne chiusa (almeno ufficialmente, visto che in realtà rimase in gestione alla società anglo-australiana Rio Tinto fino al 2016) a causa della violenta ribellione per i danni ambientali e la mancanza di qualsiasi ridistribuzione degli utili per la popolazione locale.
Ma, purtroppo vien da dire, gli esperti hanno calcolato che il sottosuolo di Panguna conservi ancora più di cinque milioni di tonnellate di rame e 19 milioni di once (un’oncia: 28,3495231grammi) d’oro. L’equivalente di miliardi e miliardi di dollari.
La cupidigia umana non poteva restare inerte per cui nel gennaio di quest’anno veniva accordata (NB: dal governo della regione autonoma) alla Bouganville Copper una “licenza esplorativa”, propedeutica alla ripresa del devastante sfruttamento.
Prevedendo un’attività addirittura “aumentata” rispetto al passato, Toroama ha lanciato la richiesta di “abbondanti investimenti” (da parte di compagnie straniere presumibilmente) per riprendere l’attività estrattiva. Ipotizzando che in vent’anni la miniera potrebbe generare almeno 36 miliardi di dollari di entrate.
Tutto questo senza nemmeno aspettare l’agognata indipendenza, dato che l’iniziativa sarebbe in perfetta sintonia con il governo di Port Moresby (capitale della Papua Nuova Guinea) e in particolare con il primo ministro James Marape.
Nonostante un recente rapporto abbia confermato la presenza – a ben 30 anni dalla chiusura dell’impianto – nelle sorgenti e nel terreno di metalli pesanti e sostanze tossiche varie. E il prezzo, al solito, viene pagato dalla popolazione indigena.
Tutto quello che Toroama ha concesso è che “dobbiamo firmare ulteriori memorandum d’intesa con la Rio Tinto e la Bougainville Copper Limited per l’inizio dei lavori delle infrastrutture obsolete che comportano rischi gravi e imminenti per le comunità coinvolte e per il proseguimento delle trattative”. Aggiungendo – bontà sua – che “Bougainville continua ad essere una lezione, un avvertimento, un promemoria di ciò che non si deve fare nello sviluppo del settore delle risorse”.
L’indagine condotta dalla Tetra Tech Coffey, avviata dopo il ricorso del 2020 contro la Rio Tinto (v. il documento “Valutazione sull’impatto dell’eredità della miniera di Panguna”), era stata finanziata dalla stessa azienda (che però contemporaneamente si rifiutava di versare un risarcimento alla popolazione).
Oltre a confermare “la presenza di sostanze chimiche tossiche in vecchi serbatoi di stoccaggio, in container di spedizione, in un impianto di trattamento delle acque reflue e in alcuni campioni di terreno” si rilevava che “le inondazioni provocate dalla miniera hanno avuto un impatto sulla coltivazione di terreni agricoli, sull’accesso all’acqua e ai servizi essenziali”. Quanto alla qualità dell’acqua del fiume Kawerong-Jaba, lungo cui vivono circa 12-14mila persone, sarebbe “migliorata nel corso degli anni”. Tuttavia diverse sorgenti rimangono “nocive a causa della contaminazione da metalli”. Mi ripeto: a 30 anni dalla chiusura della miniera.
In agosto veniva firmato un memorandum d’intesa tra la Rio Tinto, la Bougainville Copper Limited e il governo locale per il ripristino ambientale della città di Panguna. Ma si è poi scoperto che la bonifica prevista non riguarderebbe diverse zone contaminate.
Vecchie storie irrisolte quelle di Bouganville, dicevo. Sia l’apocalisse ambientale dovuta all’estrattivismo, sia le rivolte indigene indipendentiste oggi “deturpate” dagli esponenti politici locali.
Vicende di cui negli anni novanta del secolo scorso quasi non si parlava. Tranne in qualche documento dell’ecologia radicale (v. gli articoli su “Terra selvaggia”).
Dai primi sabotaggi contro la realizzazione della devastante miniera di rame a cielo aperto, gli indigeni erano passati alla guerriglia secessionista contro Port Moresby. Su richiesta del governo, le truppe mercenarie di una società privata inglese avrebbero dovuto “bonificare” le foreste dove si nascondevano i ribelli. Fortunatamente, pochi giorni prima dalla spedizione, la società venne incriminata per aver organizzato un golpe in uno stato africano. I mercenari restarono in Gran Bretagna e la miniera da rimase inattiva. Almeno fino ad ora.
Ma intanto un altro colonialismo era sbarcato in Melanesia per aprire miniere (di nichel e cobalto) e distruggere foreste, minacciando i diritti e la cultura tradizionale degli indigeni. Sulla costa nord orientale di Papua Nuova Guinea veniva insediata una raffineria della Ramu NiCo per la lavorazione del nichel. Il contratto per l’estrazione del minerale era stato siglato nel 2004 dal primo ministro papuano Michael Somare a Pechino. Nel 2007 la società, controllata dal China Metallurgical Group, inviava squadre di operai cinesi nella foresta per costruire strade, impianti di lavorazione, uffici e dormitori per i lavoratori.
Gli abitanti dell’area, una delle regioni più arretrate ma anche più integre della Papua Nuova Guinea, si erano immediatamente ribellati armati di fionde e di machete. I pochi autoctoni assunti per lavorare nella miniera parlavano di condizioni indegne di sfruttamento, mentre alcune organizzazioni locali per la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità indigene denunciavano il sistematico “saccheggio delle nostre risorse naturali da parte dei cinesi”. E – forse non del tutto disinteressatamente (per la serie: “da che pulpito vien la predica”) l’australiano Mineral Policy Institute definiva “totalmente infondati” i rassicuranti dati forniti dall’azienda mineraria in merito all’inquinamento da scorie nelle acque della baia di Basamuk.
Nel luglio 2009 anche la miniera di nichel veniva chiusa) ma solo provvisoriamente) per ragioni di sicurezza.
La presenza delle “State’s companies” cinesi in Papua Nuova Guinea rientrava e rientra nell’ampio rilancio di investimenti globali che Pechino da tempo va effettuando in Asia, Africa e America latina. Una presenza gradita a molti governi anche perché non implica particolari richieste nel rispetto dei diritti umani, sindacali e ambientali.
Non solo in campo minerario-estrattivo.
Come aveva documentato Parag Khanna (“I tre Imperi – Nuovi equilibri globali nel XXI secolo”) in Cina la conversione di terre arabili in spazi edificabili destinati all’industria ha impresso una forte “spinta verso l’outsourcing agricolo e verso la produzione agricola offshore”. Vedi l’Indonesia e le Filippine destinate a diventare una grande “risaia cinese”. Il “secondo anello della strategia di reperimento di risorse” è rappresentato dall’Oceania, in particolare dalla Melanesia, tradizionalmente legata all’Australia.
Nella Papua Nuova Guinea la penetrazione cinese ha causato una drastica accelerazione della deforestazione.
Mantenendo i ritmi di saccheggio attuali la foresta vergine potrebbe scomparire completamente entro il 2030. In cambio delle risorse naturali (minerali, legname, terreni agricoli…) il governo cinese fornisce finanziamenti per strade, ferrovie, stadi e palazzi governativi. Gran parte delle infrastrutture vengono però realizzate con mano d’opera cinese. Al seguito degli operai arrivano anche le loro famiglie che aprono bar e negozi di merci cinesi a basso costo mandando in crisi l’economia locale. Una possibile spiegazione per le rivolte anticinesi scoppiate negli anni scorsi sia in Asia che in Africa e in Oceania (dal Lesotho alle isole Salomone, Tonga, India e Zambia).
Gianni Sartori
#IncontriSulWeb – “LA SUMENZA E OLTER MESTEE” – con Marcel Picamei – un estratto
per visualizzare il video integrale https://x.com/DialogoStudi/status/1865078756701794669
#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTO DAL FRONTE (12 dicembre) – di Gianni Sartori

MENTRE A MANBIJ POTREBBE ENTRARE IN VIGORE UN ACCORDO DI CESSATE IL FUOCO TRA SDS E SNA, VIENE CONFERMATO IL BRUTALE ASSASSINIO DI TRE DONNE ARABE DELL’ASSOCIAZIONE ZENUBIYA
Ancora un crimine di guerra. Ancora tre donne vittime del fanatismo jihadista. Kamar El-Soud, Aysha Abdulkadir e Iman sono state assassinate da mercenari di Ankara a Manbij. La triste nuova viene dalla Comunità di Donne Arabe Zenubiya: “Le nostre tre compagne sono diventate un esempio di sacrificio comportandosi con coraggio e dignità di fronte alla morte. Il loro martirio non è la fine della lotta, ma un nuovo inizio per il nostro impegno nella causa delle libertà e dell’indipendenza. Kamar, Aysha e Iman hanno condotto una dura battaglia contro le forze dell’oscurità e contro il nemico, compiendo grandi sacrifici bella difesa di Manbij”.
Il cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA dalla sigla in inglese, conosciuto anche come Fajr al-Hurriya) è formato da un’accozzaglia di jihadisti (v. Ahrar al-Sharqiyah) sul libro-paga di Ankara. A cui si sono aggiunti estremisti di destra (turchi o filo-turchi) con un’unica “ragione sociale” in comune: l’odio per i curdi.
Come già segnalato, ancora il 9 dicembre il canale televisivo turco Habertürk ha trasmesso in diretta (forse senza il tempo di censurarle) le immagini di miliziani del SNA affianco a quelli dell’Isis. Con in sovraimpressione un titolo tanto lapidario quanto fasullo: “Manbij libera dal PKK/YPG. Il SNA ha completato l’operazione in Manbij”. In realtà i feroci combattimenti erano ancora in corso nei quartieri multietnici di Manbij. Le informazioni che circolavano in rete, soprattutto quelle diffuse dall’agenzia ufficiale turca Anadolu, erano false. Il loro scopo era di scoraggiare la resistenza e rientravano in quella che possiamo chiamare “guerra psicologica”.
I combattimenti proseguivano infatti anche nella notte di martedì mentre l’esercito turco intensificava le operazioni sia dell’aviazione che dell’artiglieria contro Kobane, prossimo obiettivo della guerra di occupazione.
Contemporaneamente alcuni esponenti di questa banda di tagliagole diffondevano nelle reti sociali i video di alcuni feriti (presumibilmente resistenti curdi) assassinati in un ospedale di Manbij da membri del SNA che se ne vantavano apertamente (e anche questa a ben guardare è brutale “guerra psicologica”).
E non si tratta di episodi isolati.
Anche l’osservatorio Siriano dei Diritti Umani ha denunciato “dozzine di esecuzioni di combattenti feriti del Consiglio Militare di Manbij” assassinati dai mercenari di Erdogan.
Kongra Star (il movimento delle donne del nordest della Siria) ha denunciato che a Manbij diverse donne integrate nelle forze di sicurezza Asayîş sono state catturate e sequestrate, nei video diffusi dai tagliagole del SNA venivano esposte come “bottino di guerra” (in stile Isis).
Si registrano inoltre innumerevoli saccheggi e incendi di abitazioni curde. Oltra a rappresaglie contro la popolazione civile. Tra cui il caso ignobile, già citato, delle tre militanti di Zenobiya assassinate.
Atti di terrorismo speculari a quelli compiuti dallo Stato turco che il 10 massacrava un’intera famiglia (otto persone) con un veicolo senza pilota (UCAV) nel villaggio di Sefiya (Ayn Issa).
Altre otto vittime che si aggiungono alla lista di circa 200 civili assassinati quest’anno da Ankara nel Nord e nell’Est della Siria.
CESSATE IL FUOCO A MANBIJ?
A Manbij, dopo due settimane di combattimenti, un possibile accordo di cessate-il-fuoco si sarebbe raggiunto (pare con la mediazione degli Stati Uniti) tra le Forze Democratiche Siriane (SDF, dalla sigla in inglese) e l’Esercito Nazionale Siriano (SNA, dalla sigla in inglese).
Mercoledì mattina 11 dicembre, il comandante delle SDF Mazlum Abdi annunciava che i combattenti del Consiglio Militare di Manbij si sarebbero ritirati dalla città per “garantire la sicurezza della popolazione civile”.
Dichiarando inoltre che “il nostro obiettivo è quello di un cessate-il-fuoco in tutta la Siria e l’inizio di un processo politico sul futuro del paese”.
Va preso atto che il Consiglio Militare e le altre organizzazioni facenti parte delle SDF in questi ultimi quindici giorni hanno lottato con coraggio e determinazione. Al prezzo di un gran numero di caduti, ma causando ai mercenari del SNA centinaia di perdite.
In questo momento la resistenza dei partigiani curdi si concentra sullo strategico ponte di Qereqozax, tra Manbij e Kobanê. Quanto alla diga di Tishrîn (più a sud e altro possibile punto di invasione del nordest) sarebbe ormai fuori uso a causa dei bombardamenti subiti. Ragion per cui vaste zone della regione autonoma (tra cui il cantone di Kobanê) sono prive di elettricità.
L’importanza assunta dal cantone multietnico di Manbij nella lotta per l’autogoverno è soprattutto politica e va ben oltre quella della posizione strategica. Liberata dall’Isis nel 2026 grazie alle SDF e alle YPJ (Unità di Protezione delle Donne), ha rappresentato la prima zona autonoma nel Nord e nell’Est della Siria con una popolazione a maggioranza non curda. Praticamente l’ultimo cantone dell’AADNES rimasto a ovest dell’Eufrate.
Con il Consiglio Civile Provvisorio di Manbij (poi “Legislativo dell’Amministrazione Democratica di Manbij) venne introdotta in ogni ufficio una doppia direzione donna-uomo con uguaglianza di genere. Per cui la proporzione delle donne nell’amministrazione arrivava al 50%. Così come vi erano rappresentati tutti i gruppi sociali. Un modello di nuova, radicale democrazia che aveva garantito sicurezza e protagonismo per le donne e le minoranze.
Un modello che la brutalità regressiva delle gang jihadiste potrà forse provvisoriamente calpestare ma non estirpare.
Ma intanto non si attenua, anzi si intensifica inesorabilmente, la pioggia di bombe turche (sia con l’aviazione che con l’artiglieria) sui territori amministrati dall’AADNES, in particolare sul cantone di Kobanê. Uccidendo civili (oggi altre due vittime, una donna e un bambino nei pressi del ponte di Qaraqozaq), colpendo indiscriminatamente obiettivi sia civili che militari.
Almeno una ventina gli attacchi (soprattutto con droni) documentati da ANHA nella giornata dell’11 dicembre tra Raqqa, Tel Tamr e Kobanê.
Gianni Sartori
