#Popoli #Tradizioni – “SI PARVA LICET”, UN MESSAGGIO DALLA CANTABRIA PER UN NATALE SENZA CRUDELTA’ – di Gianni Sartori

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Lo so succede anche di peggio. Per esempio, restando in tema di festività tradizionali, con la ricorrente “strage degli innocenti”, gli agnellini, a Pasqua.

O altre celebrazioni religiose in cui un animale viene sacrificato (v. almeno fino a qualche anno fa, l’asinello preso a bastonate e ridotto in fin di vita o buttato giù dal campanile in alcune località della penisola iberica). Per non parlare della corrida o del palio di Siena (con gli animali rimasti feriti abbattuti senza clamore).

Ma non è un buon motivo per girarsi dall’altra parte. Anche perché ogni mancanza di rispetto per altri esseri senzienti è propedeutica a ulteriori violenze.

Così come – ricordate Marguerite Yourcenar ?* – ogni violenza sugli animali prepara il terreno a quelle sugli umani.

La denuncia proviene dalla Fundación para el Asesoramiento y Acción en Defensa de los Animales (FAADA) a cui si associa Huellas Cantabria (portavoce di varie associazioni, non solo animaliste e promotrice di “santuari” di cui fa parte la nota conduttrice radiofonica e attivista Russell Simoni).

Questi i fatti. A Santander (capoluogo della Cantabria) nella tradizionale sfilata natalizia sono state utilizzate alcune renne. Suscitando appunto l’indignazione delle associazioni antispeciste in quanto “queste pratiche, oltre a causare un inutile stress agli animali, ne violano di diritti fondamentali “. Ricordo agli smemorati che – in quanto esseri senzienti – anche gli animali sono (o almeno dovrebbero essere in un paese civile) depositari di diritti.

Nelle immagini pervenute alla FAADA si vedono alcune renne attaccate a un camion durante la sfilata, prova inequivocabile dei maltrattamenti.

Così come risultano incompatibili con l’etologia di animali relativamente selvatici (il livello di addomesticamento a cui sono state sottoposte le renne scandinave è alquanto inferiore a quello subito da bovini e ovini) le luci intense, i forti rumori, la folla o i trasferimenti forzati.

In ogni caso le associazioni protezioniste intendono aprire un confronto con l’Ayuntamiento di Santander, proponendo alternative “más éticas” per il futuro.

Evitando l’utilizzo-sfruttamento degli animali.

Una questione, spiegava la portavoce “ética y educativa” che va oltre gli aspetti giuridici. Per evitare che tali spettacoli possano “inviare messaggi equivoci, soprattutto ai bambini, rendendo accettabile, “normale” la sofferenza di altri esseri viventi per puro divertimento”.

In sostanza, si tratta di “riflettere su quali valori intendiamo trasmettere come società”. Senza per questo rinunciare alla magia del Natale, ma trasformandola in qualcosa di “inclusivo, rispettoso dei diritti di ogni essere vivente”.

Cercando, aggiunge Huellas Cantabria “alternative creative che mantengano l’essenza di tali celebrazioni”. In maggior sintonia, a ben vedere, proprio con l’autentico spirito di pace e amore che contraddistingue il Natale.

Gianni Sartori

*nota 1: “Ricordiamoci, in quanto occorre sempre ricondurre tutto a noi stessi, che ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove le bestie agonizzano senza cibo e senz’ acqua dirette al macello, meno selvaggina umana stesa con un colpo d’arma da fuoco se il gusto e l’abitudine di uccidere non fossero prerogativa dei cacciatori. E nell’umile misura del possibile, cambiamo (ovvero miglioriamo se possibile) la vita”.

#EuskalHerria #Repressione – Solidarietà a Joseba Alvarez e al figlio Eñaut

#EuskalHerria#Repressione – l’amico e collaboratore di #DialogoEuroregionalista Joseba Alvarez ed il figlio Eñaut andranno sotto processo il 29 gennaio per aver tentato di esporre un segno di appoggio alla causa dei #PrigionieriPolitici baschi.

#Solidarietà

https://www.naiz.eus/eu/info/noticia/20241219/joseba-eta-enaut-alvarez-epaituko-dituzte-danborradan-etxera-pankarta-jartzen-saiatzeagatik

#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTI DAL FRONTE (19 Dicembre 2024) – di Gianni Sartori

Anche se gli ultimi due-tre giorni hanno visto profilarsi quella che possiamo definire una “guerra di posizione” è evidente che si va preparando l’attraversamento dell’Eufrate da parte dei proxy di Ankara (SNA) e l’assalto a Kobanê.

Per ora si registrano scontri sporadici soprattutto nei pressi della diga di Tishrin (fuori uso dal 10 dicembre con l’intero cantone di Kobanê privo di elettricità) tra i mercenari filo-turchi (SNA) e le Forze Democratiche Siriane con un pesante tributo di vittime. Mentre proseguono i bombardamenti (con aerei, droni e artiglieria) da parte dell’aviazione e dell’esercito turchi, rimangono infruttuosi i tentativi (pro forma ?) degli Stati Uniti di negoziare un cessate-il-fuoco duraturo.

Gli attacchi su Tishrin finora sono stati respinti, soprattutto grazie alle combattenti delle YPJ (Unità di Difesa delle Donne) affiancate dal Consiglio Militare di Manbij. In più occasioni passati al contrattacco.

Sarebbero una quarantina i mercenari uccisi nei combattimenti e molti di più quelli rimasti feriti.

E’ probabile che l’assalto finale, su larga scala verso Kobanê prenda il via direttamente dalla Turchia (già in avanzata fase di demolizione il muro frontaliero così da consentire l’invasione) oltre che dall’enclave di Serekanie in mano ai mercenari di SNA.

Poco rassicuranti inoltre le recenti dichiarazioni del nuovo regime insediato a Damasco: “la Siria non sarà divisa e non ci saranno entità federali”.

Una netta, definitiva chiusura nei confronti delle proposte dell’AADNES.

Aggiungendo, se mai fosse rimasto qualche dubbio che “la regione attualmente controllata dalle FDS verrà integrata alla nuova amministrazione del paese”.

A questo si deve aggiungere un pericoloso effetto collaterale (ma forse neanche tanto “collaterale”): la recrudescenza, non certo casuale, delle azioni della risorta (o riesumata ?) Daesh.

Altra questione ancora, gli scontri in atto a Qousaya dove le milizie del Fronte popolare di liberazione della Palestina tentavano di impedire lo smantellamento di un insediamento del FPLP da parte degli islamisti ora al potere.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – KOBANE SOTTO ATTACCO E’ LA STALINGRADO DELL’UMANITA’ – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine fonte @ X

Non è dato di sapere se quando queste righe verranno (forse, ormai vedo censure e rimozioni ovunque) pubblicate sarà ancora in piedi la statua in memoria di Arin Mirkan (caduta nel 2014 combattento contro l’Isis) nella piazza centrale di Kobanê.

Me lo auguro, ma intanto incrocio le dita.

Vediamo intanto di aggiornarci sulla situazione. In base a uno degli ultimi comunicati (risalente alla serata del 17 dicembre) del Comando generale delle Forze Democratiche Siriane (SDF, dalla sigla in inglese).

Dopo aver brevemente analizzato la nuova fase sopraggiunta con il “collasso del regime Baas e i significativi cambiamenti che rendono incerto il futuro della Siria””, il comunicato denunciava gli attacchi dello “Stato di occupazione turco che da anni va attaccando le nostre regioni del nord e dell’est della Siria con i suoi mercenari”.

Dopo Manbij toccherà a Kobanê? Considerando la grande mobilitazione sulla frontiera di soldati e mercenari dotati di armamenti pesanti e i persistenti, quotidiani attacchi (supportati dall’aviazione) alla diga Tishreen e al ponte di Qara Qwzaq, pare proprio che questa sia l’intenzione di Ankara. Sottolinenado comunque che dopo “cinque giorni di feroci scontri e di intensa resistenza, i nostri combattenti hanno respinto tutti questi attacchi”.

La caduta di Kobanê nelle mani degli ascari di Ankara (il cosiddetto Esercito Nazionale Siriano) consentirebbe alla Turchia di annettere l’intera regione.

Al prezzo di durissime battaglie contro l’Isis, le SDF avevano ottenuto il riconoscimento di gran parte della comunità internazionale come “forza legittima”. Appare quindi scandaloso che lo Stato turco stia – di fatto – vendicando l’Isis attaccando proprio le medesime aree dove venne sconfitto. Quando Kobanê assurse nell’immaginario collettivo a simbolo della resistenza al fascismo islamico.

Già all’epoca da Ankara si declamava che “Kobanê è sul punto di cadere” (non senza compiacimento). Ora il compito, all’epoca delegato agli islamisti, verrebbe portato a compimento (per ora solo a livello di intenzioni) direttamente dallo Stato turco. Nell’ingrata indifferenza di quelle nazioni (europee in primis) che trassero gran beneficio dalla sconfitta di Daesh.

Ovviamente le SDF auspicano che “così come Kobanê segnò l’inizio della sconfitta dell’Isis, possa ugualmente segnare l’inizio della caduta di Erdogan e dei suoi mercenari”.

Chiamando quindi a raccolta “i giovani curdi e arabi e tutto il nostro popolo” per integrarsi in massa nella Resistenza. Dato che “se aspiriamo a un futuro in cui le nostre famiglie e il nostro popolo possano vivere in sicurezza e onore nella propria terra, dobbiamo arruolarci urgentemente nelle SDF”.

Rivolgendosi anche a “tutti i popoli del Medio Oriente, al mondo, agli alleati rivoluzionari, agli amici, ai democratici e chi cerca la libertà affinché sostengano il popolo di Kobanê”.

Sempre nella giornata del 17 dicembre, Mazlum Abdi (comandante delle SDF) ha diffuso una dichiarazione in cui afferma di “proseguire nella ricerca di un accordo di cessate-il-fuoco generale in Siria” e di essere disponibili al “consolidamento di una zona smilitarizzata nella città di Kobanê”.

Anche sotto la supervisione statunitense. Ben sapendo che non è possibile fare troppo affidamento su Washington. Del resto (nonostante le feroci critiche e condanne da parte di “campisti” e rosso-bruni) su questo la posizione dei curdi è sempre stata netta (per chi volesse intendere ovviamente).

In sostanza, la collaborazione tra FDS e i militari statunitensi incentrata sulla sconfitta dell’Isis, non ha mai assunto valenza strategica. Per questo le FDS hanno sempre insistito sullo statuto di autonomia come una garanzia nei confronti dalla dipendenza militare rispetto agli USA. Con tutte le complicazioni e talvolta contraddizioni che fatalmente si sono via via generate. Per esempio nel 2019 quando (su “suggerimento” o richiesta statunitense) i curdi ritirarono le armi pesanti da Ras al-Ayn (Serêkaniyê) e da Tel Abyad (Girê Spî). Per “rassicurare” la Turchia che sosteneva di sentirsi “minacciata” (?!?).

In cambio gli Stati Uniti avevano promesso protezione ai curdi.

Sappiamo poi come è andata. Ankara aveva invaso, occupato e “ripulito” (nel senso di “pulizia etnica”) Serêkaniyê e Tel Abyad. Applicando gli stessi metodi (saccheggi, furti, torture, sequestri di persona…) sperimentati nella città di Afrin.

Dovremo assistere allo stesso indegno spettacolo anche a Kobanê?

Significative (propedeutiche ?) le dichiarazioni rese alla televisione del ministro degli Esteri e del capo dello spionaggio turchi. Secondo cui “i leader stranieri delle YPG devono lasciare la Siria entro il 21 dicembre mentre i siriani nelle YPG devono deporre le armi”. Certo che definire “stranieri” i curdi delle YPG e YPJ (il Rojava è comunque parte del Kurdistan, non dimentichiamolo) da parte di un esercito invasore in cui combattono uzbeki, tagiki, uiguri, azeri, turchi e presumibilmente anche ceceni, suona perlomeno fuori luogo. Una conferma che per Erdogan questa parte della Siria rientra nei suoi progetti di un nuovo impero ottomano. Ma soprattutto il pretesto per sradicare definitivamente il Confederalismo democratico (potenzialmente pericoloso per il regime turco in quanto “contagioso”).

Gianni Sartori

#Popoli #Ambiente – SARAWAK, ANCHE IL TURISMO SOTTERRANEO CONTRIBUISCE ALLA COLONIZZAZIONE DELL’ESISTENTE – di Gianni Sartori

Non vorrei tornare su questioni già dibattute (v.https://rivistaetnie.com/speleologia-incidenti-la-pisatela-138222/ -v. https://rivistaetnie.com/alpinismo-troppi-incivili-116678/ ) scatenando le ire delle comunità (anzi: lobby) di alpinisti e speleisti.

Ma le due notizie arrivano sincroniche e diventa inevitabile collegarle. Quella della speleologa rimasta bloccata per un incidente nella stessa grotta da dove qualche tempo fa venne estratta con ampio spiegamento di mezzi (magari allargando qualche cunicolo con l’esplosivo con tutte le conseguenze immaginabili per l’ecosistema) e la prossima costruzione di una autostrada lunga 200 chilometri per raggiungere il parco nazionale di Gunung Mulu (patrimonio dell’Umanità Unesco) nella regione interna del Sarawak (Borneo malese).

A resistere, opporsi (come capita sovente) le popolazioni indigene. In questo caso le tribù Kaum Tering e Kaum Penan decise a impedirlo “protestando con le unghie e con i denti” (come dichiarato da un attivista, Willie Kajan, peraltro un “dialogante”). Del resto ne hanno già avuto esperienza, subendo in passato la realizzazione di altre strade (e di alcune dighe) con effetti deleteri per l’ambiente e le comunità autoctone.

Così come risulteranno devastanti gli ampi disboscamenti previsti per la realizzazione della nuova infrastruttura. Ferendo irreparabilmente il delicato ecosistema della foresta (particolarmente ricca di biodiversità e- almeno in teoria – area protetta). Sia direttamente, sia alimentando il bracconaggio e il commercio illegale della fauna.

Ma la speleologia… ”che c’azzecca”?

E cosa c’entrano le grotte?
Oltre che per la già citata biodiversità (tipica di una foresta tropicale montagnosa) e per un pinnacolo di arenaria alto 2376 metri, il parco è noto per le numerose, immense cavità sotterranee.

Oggetto, loro malgrado, dell’interesse famelico di turisti smaniosi di autenticità, wilderness e adrenalina. Dotato anche di strutture alberghiere a cinque stelle (ormai la Natura è privilegio dei benestanti, magari proprio di quelli che la sfruttano e distruggono), perlomeno finora restava non di facile accesso.

Raggiungibile da Miri solo con piccoli aerei o con circa dodici ore di trasporto fluviale (e a mio avviso andava già fin troppo bene così). L’inopportuna autostrada dovrebbe appunto facilitare gli spostamenti dei turisti-speleisti che intendono visitare questo immenso universo carsico. Approvato dall’Assemblea legislativa dello Stato, il progetto (ideato per incrementare il turismo in generale e quello sotterraneo in particolare) prevede un costo di 3,6 miliardi di ringgit (770 milioni di euro).

Concludo. Proprio recentemente, oltre che per la mia garbata polemica sui fatti incresciosi della “Pisatela” di Monte di Malo, mi ero ritrovato a discutere animatamente con qualche speleologo vicentino in merito alle sue spedizioni (ufficialmente di “ricerca”) nelle grotte dell’Albania. Rimaste finora inesplorate e quindi integre, ma fatalmente destinate a subire il futuro impatto di turisti sia di superficie che di profondità.

Roba da far rimpiangere il socialismo reale, anzi quello duro e puro del compagno Enver.

Mi veniva rinfacciato che solo dallo studio (approfondito ovviamente, dato l’argomento), dalla raccolta dati etc si poteva “valorizzare” (e te pareva…) quel territorio. Stessa logica per cui da qualche anno l’Albania è preda di orde di turisti in cerca di “natura incontaminata” a buon mercato. Rendendola un prodotto di consumo e – fatalmente – degradandola.

Ulteriore conferma di quello che inizialmente era solo un timore. Turisti, alpinisti e ora anche praticanti della speleologia, dietro lo sbandierato “amore” per la Natura, agiscono in realtà (consapevolmente o meno) come tanti “pionieri” (o missionari, coloni, apripista…fate voi) che completano con altri mezzi l’opera di colonizzazione-mercificazione-spettacolarizzazione dell’esistente. Rivendicando magari di operare “per la scienza, studiare le acque, l’inquinamento…” senza rendersi conto che in fondo la prima fonte di inquinamento è la loro stessa presenza.

Gianni Sartori

#Kurds #Syria – AGGIORNAMENTI DAL FRONTE (16 Dicembre 2024) – di Gianni Sartori

elaborazione su immagine @  Omar HAJ KADOUR/AFP

Nonostante lo sbandierato cessate-il-fuoco mediato dalla Coalizione internazionale (sostanzialmente dagli USA) tra FDS e compagine turco-jihadista (v. SNA), il 15 dicembre l’esercito turco ha bombardato la centrale elettrica di Til Temir (Cantone di Cizîr, nordest della Siria) lasciando l’intera zona senza elettricità.

Continua intanto la veglia sulla frontiera tra Nusaybin (provincia di Mardin, Turchia) e Qamishlo (nel distretto omonimo, in Siria).

Risposta pacifica alle brutali operazioni militari di Ankara e bande affiliate (SNA) contro il Rojava. Tra i manifestanti che chiedevano sia la fine della guerra contro i curdi che la liberazione di Ocalan, alcune “Madri per la Pace” (tra cui Gurbet Tekin), esponenti politici, familiari dei prigionieri politici. Lanciando slogan come “Bijî berxwedana Rojava“, ”Bedengî mirinê berxwedana jiyanê“, ”Rojava halkı yalnız değildir”. Oltre a quello, immancabile e ormai storico “Jin Jiyan Azadî”.

Evidentemente di diverso avviso le bande del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA, proxy di Ankara) che in contemporanea bloccavano al ponte di Qereqozaq un convoglio formato da dieci autobus e sei ambulanze inviati per l’evacuazione umanitaria dei civili da Manbij (sempre nel quadro degli accordi di cessate-il-fuoco).

Nel frattempo l’opinione pubblica si interrogava se il nuovo potere insediato a Damasco introdurrà o meno l’obbligo del velo. Anche se non è il caso di fare dell’ironia (il valore simbolico delle norme non va sottovalutato), forse sarebbe il caso di occuparsi della liberazione delle donne ezide ancora segregate, imprigionate, schiavizzate (con o senza velo) a Idlib nella Siria nord-occidentale. Lì dove al-Jolani governava fino a pochi giorni fa. Oltre naturalmente della incombente, possibile pulizia etnica pianificata da Ankara in Rojava.

Tra amenità sul nuovo look di al-Jolani (in effetti ricorda il giovane Fidel Castro, sarà un caso ?) e nuove occupazioni israeliane nel Golan, c’è anche chi si interroga, mette in guardia sulla concreta possibilità di una ripresa generalizzata degli scontri armati su tutto il territorio siriano (e non solo nel nord-est dove non si sono mai spenti).

POSSIBILE RIPRESA DELLA GUERRA CIVILE SU LARGA SCALA E TIMORI PER LE “MINORANZE”

E’ quanto paventa una ONG siriaca (European Syriac Union, fondata nel 2004) analizzando la situazione politico-militare (definita “molto critica”) creatasi nella Siria del dopo-Assad. Invitando la comunità internazionale a “esercitare una pressione sui gruppi salafiti impedendo una nuova ondata migratoria e la ripresa della guerra civile”. Constatando che la vittoria dei gruppi jihadisti è il risultato “sia del vuoto di potere che degli errori dell’opposizione”, esprime il fondato timore che la Siria potrebbe semplicemente “regredire di oltre 50 anni”.

Parlando anche pro domo sua, l’Ong denuncia i rischi che corre non solo la comunità siriaca (in quanto cristiana), ma anche quelle di curdi, ezidi, drusi, musulmani laici… Senza dimenticare la più esposta, quella delle donne. Auspicando la costituzione di un “governo inclusivo” che possa soddisfare le esigenze di tutta la composita, multietnica società siriana.

E LA RUSSIA COSA FA?

Non è chiaro al momento. Stando a quanto diffuso da un sito curdo (Lekolin org), Mosca avrebbe assunto un ruolo ambiguo. Quello del “guasta-feste”, in sintonia con l’alleato-concorrente di Ankara. Con cui avrebbe concordato azioni congiunte nelle riunioni tenute alla base aereo-spaziale di Khmeimim (dove entrambe addestrano le proprie truppe).

Allo scopo di impedire un possibile avvicinamento, un riconoscimento reciproco tra l’AADNES e il nuovo governo di Damasco.

In un comunicato Lekolin org sostiene che a Khmeimim “Russia e Turchia hanno creato una camera di riunioni dell’intelligence comune. I servizi segreti turchi (MIT) condividono tutte le informazioni su HTS in loro possesso con la Russia, mentre la Russia in cambio condivide con la Turchia le sue informazioni sull’Amministrazione autonoma del nord e dell’est della Siria e sulle FDS”.

Ovviamente alla Turchia interessavano e interessano soprattutto notizie in merito alla dislocazione delle forze FDS a Manbij, Kobanê, Raqqa et Deir ez-Zor (in vista dell’assalto finale al Rojava). Fornendo in cambio a Mosca informazioni sulle strutture di HDS a Idlib e Aleppo.

Inoltre Ankara avrebbe chiesto a Mosca di riesumare le “cellule dormienti” del regime Baas e – grazie all’addestramento dei servizi segreti russi – rimetterle in campo per alimentare le ostilità tra tribù arabe e curde nelle regioni di Hassakê e Raqqa. Vedi i recenti disordini a Raqqa del 12 dicembre quando uomini armati hanno aperto il fuoco tra la folla in piazza al-Naim (anche se non si esclude l’intervento di altre “cellule dormienti” finora relegate nel deserto e ora risvegliate per l’occasione, quelle dell’Isis).

Un ottimo pretesto per giustificare l’invasione del Rojava direttamente da parte della Turchia. Tra l’altro in questi giorni viene confermata la presenza alla frontiera con Kobanê di centinaia di altri mercenari (ex membri di Daesh guidati da Abu Fetih e addestrati per un anno in Turchia). Presumibilmente con il compito di infiltrarsi nella regione di Kobanê, Raqqa et Deir ez-Zor per operare contro le FDS. Come ha più volte denunciato il comandante delle SDF Mazloum Abdi.

SEGNALI DI APERTURA DA PARTE DI AL-JOLANI?

Volendo poi a tutti i costi essere anche un po’ ottimisti, (vedere il “bicchiere mezzo pieno”) andrebbero riportate le ultime dichiarazioni di Abu Muhammad al Jolani (in un video diffuso da Sky News Arabia) sui curdi, i quali farebbero “parte della patria”.

Per il capo finora indiscusso di Hayat Tahrir al Sham nella Siria di domani a tutti sarà consentito “vivere insieme secondo la legge”. Ha inoltre riconosciuto che “la popolazione curda è stata sottoposta a grandi ingiustizie”.

Per cui “se Dio vuole, nella prossima Siria, i curdi saranno fondamentali. Vivremo insieme e tutti otterranno i loro diritti per legge. Non ci saranno più ingiustizie contro il popolo curdo”. Inoltre “cercheremo di riportare i curdi, parte integrante del tessuto sociale siriano, nelle loro zone e nei loro villaggi”.

Per rassicurare il suo sponsor turco, ha poi insistito su quella che a suo avviso sarebbe una “grande differenza tra la comunità curda in Siria e il Partito dei lavoratori del Kurdistan”.

Quanto al futuro politico complessivo della Siria, per il leader di Hts “la forma dell’autorità sarà lasciata alle decisioni di esperti, giuristi e del popolo siriano”.

“In Siria – aveva proseguito “saranno organizzate elezioni libere ed eque. Lavoriamo per formare comitati specializzati per riesaminare la costituzione, in modo da garantire giustizia e trasparenza”. In vista di una “soluzione globale per tutte le fazioni armate e nessuna arma sarà consentita al di fuori del quadro dell’autorità dello Stato siriano. Questo approccio riflette il nostro impegno a ripristinare la stabilità e ad estendere la sovranità dello Stato sull’intero territorio”.

Che poi ci sia da fidarsi, questo è un altro paio di maniche.

Per concludere, sarebbe in gran parte completata l’entrata in Iraq attraverso il valico di frontiera di al-Qaim di centinaia di soldati siriani in fuga. Avvenuta con il consenso delle autorità irachene e con la collaborazione delle FDS.

Gianni Sartori