UN INCONTRO CON OZLEM TANRIKULU (UIKI Onlus) E TOMMASO BALDO PER RICORDARE SAKINE CANSIZ – di Gianni Sartori

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Città in caduta libera quella “del Palladio”. Ancora una volta precipitata nell’abisso di  una amministrazione di destra e dove poche realtà appaiono in grado di alimentare la fiammella residua di una  – meritata – Medaglia d’oro alla Resistenza.

Un breve riepilogo. L’anno scorso, in settembre, piombava come un macigno la notizia dell’improvvisa scomparsa di Olol Jackson, un compagno attivo da decenni in difesa dei diritti umani, civili e sociali e dell’ambiente, figura trainante di tutta la lunga e significativa esperienza del Presidio No Dal Molin contro l’ennesima base militare statunitense.

Per dare continuità al suo impegno (totale, assoluto, una scelta di vita…), amici e compagni di Olol hanno avviato in quel di Vicenza un progetto per ampliare e sviluppare diritti, cultura, salute e sport.

L’associazione CARACOL OLOL JACKSON ONLUS è sorta per “offrire un sostegno culturale, sanitario e sociale nei nostri territori”. Obiettivo non da poco.

E spiegano: “Una decina di anni fa avremmo sviluppato un progetto di questa natura in Chiapas, in Palestina o in Kurdistan, oggi invece sentiamo la necessità di realizzarlo qui a seguito dell’aumento vertiginoso delle diseguaglianze”. Un segno premonitore dei tempi bui che incombono. Il nome “Caracol” si ispira chiaramente al Messico zapatista e “richiama proprio la costruzione quotidiana di istituzioni alternative e welfare dal basso, verso un modello di sviluppo sociale ed economico costruito su basi mutualistiche”.

Tra le iniziative – in parte già avviate, altre in progettazione – il  torneo di calcio a 5 dedicato a Olol; “I sentieri del Caracol” (percorsi – a piedi si auspica – nella zona della “Gogna”); il festival “L’arma della memoria” (incontri e dibattiti sulle innumerevoli e variegate Resistenze all’arroganza del Potere); una biblioteca; un auditorium; l’archivio storico dei movimenti sociali vicentini (dove conservare la memoria storica delle lotte); una sala espositiva; aule-studio (per ospitarvi seminari, eventi, laboratori di promozione artistica e culturale)…

UNA CITTA’ CON PIU’ SALUTE E CON PIU’ SOCIALITA’

E ancora: sportello informativo socio- sanitario (entro il 2018, con il contributo di Emergency); ambulatorio medico solidale; consultoria; palestra (Yoga, Tai Chi…), sale dedicate alla promozione di stili di vita corretti e salutari.

Il tutto in quei determinanti e indispensabili “300 mq di sostegno al cittadino per accedere al servizio del territorio” perché “alla città di Vicenza serve un luogo per imparare a ripensarsi e rivedersi solidale e sociale (…) uno spazio conviviale dove coltivare relazioni e costruire comunità” ospitando anche altre associazioni che condividono i principi di Caracol. Uno spazio che si intende acquistare attraverso la raccolta di fondi e l’accensione di un mutuo.

Insomma, una pioggia, una cascata di idee, un cangiante arcobaleno per colorare il grigiore urbano dispensato a piene mani da amministratori e confindustriali. La posta in gioco è alta.

Ne riparleremo.

LA COMMUNE, KRONSTADT, ROJAVA…LA LOTTA CONTINUA

In tale contesto non poteva mancare l’attenzione per l’esperimento attualmente più avanzato nella (ri) costruzione di rapporti sociali solidali, socialisti, consiliari, antiautoritari e anticapitalisti.

Di portata non inferiore a quelli storici della Commune (1871), Kronstadt e Macknovicina (1921), collettivizzazioni autogestionarie di Catalunya e Aragona (1936-37…).

Ovviamente si parla dell’esperienza costruita giorno per giorno dai curdi e dalle altre popolazioni che abitano Rojava, Bakur, Rojhelat e Basur (le quattro regioni storiche del Kurdistan, Nazione senza stato).

Il 15 settembre – nel contesto del Festival della Vicenza Libera – il “Bocciodromo” di via Rossi (quartiere dei Ferrovieri) ha accolto Tommaso Baldo e Ozlem Tanrikulu (di UIKI Onlus) per la presentazione del terzo volume della biografia di Sakine Cansiz (Sara) “Tutta la mia vita è stata una lotta”.

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Assassinata a Parigi nel 2013 da un sicario (manipolato dai servizi segreti di Ankara) Sakine Cansiz  – tra i fondatori del PKK –  rappresenta una delle figure rivoluzionarie più importanti della storia recente. Nei due volumi precedenti aveva narrato la sua infanzia a Dersim, la faticosa costruzione del movimento di liberazione curdo e la sua detenzione nelle galere turche.

In questo terzo volume ha raccontato gli anni trascorsi – dopo il rilascio dal carcere nel 1990 – in montagna, nella guerriglia.

Come ha spiegato Tommaso Baldo “l’inizio non è stato Kobane, quella della lotta di liberazione del popolo curdo è una storia antica”. E non basta nemmeno “risalire alla fine degli anni novanta, con il sequestro di Ocalan in Kenya e l’inizio della sua interminabile segregazione”.

Ricordo che l’origine del PKK risale agli anni settanta (ufficialmente al 1978) ma Ocalan e altri compagni, sia curdi che turchi, erano già attivi da almeno un decennio. La lotta armata – una risposta di autodifesa dopo gli arresti, le torture, le esecuzioni extragiudiziarie – inizierà solo tra il 1982 e il 1984. Dalla biografia di Sakine Cansiz emerge come la sua maturazione personale si sovrapponga e si confonda, si integri con quella collettiva di tutto un popolo. Ricordava una sorta di “parapiglia” davanti a un negozio a cui le toccò assistere da bambina. Intervenne la polizia, malmenando e picchiando tutti i presenti. Ma in particolare un giovane, apostrofandolo come “sporco comunista”. E lui che di politica in generale – e di comunismo in particolare – non si era mai interessato, una volta sortito di galera assunse tale identità con orgoglio, cosciente ora della propria condizione di oppresso.

Naturalmente non mancavano “contraddizioni in seno al popolo”, in particolare quelle legate a una tradizione patriarcale. A tale proposito Baldo ha rievocato un altro episodio riportato dalla biografia della militante curda. Alla conclusione dei lavori per la fondazione del PKK, un compagno intervenne con una richiesta quanto mai fuori luogo: “Bene, ora ragazze mettete su il tè”. Pronta la risposta: “Il tè puoi anche preparartelo da solo…”.

Nel secondo volume – continuava il relatore – Sakine ha rivisitato soprattutto l’esperienza del carcere, con una particolare attenzione per l’aspetto umano. Baldo ha anche fatto un raffronto con altri testi (di “formazione” li ha definiti) come gli scritti di Paietta sul carcere (presumo si riferisse a “Ragazzo rosso”) dove invece la dimensione politica esercitava una forte egemonia.

Già negli anni ottanta (ormai in pieno regime fascista) nelle galere turche si praticava un uso repressivo della componente religiosa, dell’islamismo, con un vero e proprio sistematico  “lavaggio del cervello” utilizzando divise, obbligando a cantare inni sciovinisti (un’analogia evidente con le galere spagnole al tempo dei franchismo), torture e quant’altro per disciplinare e sottomettere ulteriormente i prigionieri.

Un tentativo sostanzialmente fallito per l’eroica resistenza dei militanti incarcerati che in molti casi arrivarono al “suicidio di protesta” per fermare la deriva autoritaria.

E in questa opposizione alla politica carceraria il ruolo di Sakine divenne fondamentale. Entrata in carcere prima della scelta armata del PKK,  ci rimase per dieci anni. Poi si integrò nella guerriglia.

Ozlem Tanrikulu ha  ripreso il discorso ricordando che “siamo qui nel ricordo di Sara (nome di battaglia di Sakine nda), per contrastare ogni violenza esercitata nel mondo: sessismo, patriarcato, capitalismo, saccheggio ambientale”.

La decisione di tradurre – e pubblicare – anche l’ultimo volume della biografia non era scontata (Sakine non ha avuto il tempo di rivederlo e correggerlo come gli altri due). Così come non era stato facile per lei scriverla dato che in genere le biografie dei militanti vengono redatte dopo la loro morte.  In genere non si ha tempo di raccontare, di scrivere fintanto che si vive e si lotta. Sakine ha scritto soprattutto nel ’96, mentre era sulle montagne – su precisa richiesta di Ocalan che lei aveva voluto incontrare nuovamente dopo essere uscita dal carcere. Il manoscritto non era stato pubblicato subito. Solo in seguito, quando era in Europa e faceva parte del Congresso Nazionale Curdo (KNK), il movimento aveva deciso che andava pubblicato. Anche se lei non ci teneva, non amava il protagonismo.

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Diceva di essere “soltanto un elemento, una parte della lotta collettiva”.

Era nata a Dersim, una località teatro di un eccidio storico contro la popolazione alawita, una minoranza religiosa. L’oppressione da lei subita era stata molteplice: in quanto donna, curda, alawita…

Da piccola a scuola – ricordava – talvolta si vergognava della sua identità e come tutti i suoi coetanei curdi subì una sistematica opera di forzata assimilazione (vedi l’imposizione della lingua turca), una tentata trasformazione dell’identità.

Poi conobbe il lavoro di fabbrica e quindi le contraddizioni sociali, avvicinandosi alle organizzazioni di sinistra. Entrando a far parte del PKK, cominciò a lavorare soprattutto con le donne e con i giovani (con tutta evidenza i soggetti trainanti nella neonata organizzazione, portatori di una nuova mentalità), ma sempre insieme anche ai turchi. Venne arrestata nel 1979 vivendo in carcere una fase molto pesante per l’intero movimento. Tutti i maggiori esponenti, i fondatori, erano dietro le sbarre e subivano torture (ma lei non cede al vittimismo, non si autocommisera; nel libro ne racconta solo una). La vittimizzazione non rientra, non è un metodo della resistenza curda.

Lei fa parte di quelle persone che hanno saputo resistere, consentendo la ripresa di un movimento che dura tuttora. In compenso parla dei progetti e tentativi di evasione.

Sara fu la prima donna a essere arrestata. “Ne parlo – ha voluto sottolineare Ozlem – in quanto figlia di un prigioniero politico, anche lui rinchiuso nel carcere di Diyarbakir. Noi siamo cresciuti sapendo di una prigioniera del PKK – Sara – che anche quando molti maschi cedevano, svendendo talvolta la loro dignità ai torturatori, lei con il suo esempio insegnava a resistere, a non mollare. Già allora – per rispetto al suo coraggio –  tenevamo una sua fotografia in casa, in quanto donna resistente e voce del movimento di liberazione”.

Da tempi immemorabili il carcere è un luogo preposto al genocidio – sia fisico che morale e culturale – di una popolazione.  Sia torturando direttamente che con la “tortura bianca”, l’isolamento, la deprivazione. Allo scopo di annichilire i prigionieri, cancellarne coraggio e dignità.

Con la loro resistenza tenace Sara e le altre compagne hanno saputo proteggere il movimento.

Va detto che c’è stata una  resistenza potente – di almeno 40 anni – da parte delle donne curde, sia quelle incarcerate, sia nelle metropoli e nei villaggi. Un movimento che non ha avuto ancora adeguato riconoscimento. A Kobane, semplicemente, si sono visti e colti i frutti di tale movimento che, letteralmente, ha lottato per l’umanità. Anche se poi, in parte almeno,  è stato manipolato, svuotato dalla società dello spettacolo (la retorica sulle belle ragazze curde, le guerrigliere truccate…). Sia chiaro. Il solo fatto di imbracciare le armi non implica di per sé una autentica liberazione; per le donne curde ha rappresentato una necessità.  Ci spiega Ozelem: “noi diciamo che per l’autodifesa anche le madri prendono il fucile. Non per militarizzare il movimento, ma per tutelare, garantire la possibilità di una vita sociale libera, equa, fondata sul rispetto reciproco, sull’empatia”.

Ma combattere non è sufficiente. Occorre responsabilizzare tutti: le madri, i bambini…imparare che le differenze sono una ricchezza, non devono diventare fonte di divisione.

Ozlem è convinta che in Europa “si vede il medio-oriente come una terra di congenito conflitto. In realtà non è così. A mio avviso, nonostante le guerre messe in campo dagli stati, c’è una grande capacità di convivenza e socialità”. A conferma, il modo in cui anche in Turchia le donne hanno saputo costruire le assemblee popolari, creare organizzazioni per coinvolgere intellettuali e accademici, scrittori e registi in quella che viene denominata”Piattaforma Democratica”. Paradossalmente possiamo affermare che al momento in Turchia un’autentica società democratica esiste, ma in gran parte è dentro alle prigioni. Mentre fuori dilaga la repressione e il nuovo fascismo. Quella turca è una società sostanzialmente in crisi (vedi il gran numero di disertori dall’esercito, il sempre maggior numero di persone ridotte in povertà…). Un sistema nel caos totale, potremmo dire, anche per il permanere di una mentalità repressiva e patriarcale. Quella stessa mentalità a cui Sara ha detto “NO!”, così come aveva detto “No” al capitalismo e alla distruzione della natura.

Possiamo immaginare cosa proverebbe in questi giorno di fronte all’incendio sistematico dei suoi boschi a Dersim, ridotti in cenere dall’odio di stato, un odio che si riversa anche sui luoghi da cui si cerca di allontanare i curdi con la forza. Stesso scenario per Afrin, naturalmente, bombardato con armi pesanti di nuova produzione per 58 giorni. Qui i rifugiati interni sono già oltre 150mila.

Nel terzo volume Sara analizza soprattutto il “movimento esterno” (al carcere s’intende), sia la componente guerrigliera che l’enorme partecipazione popolare.

Osserva che rivedendo – dopo la prigione – i primi esponenti, i fondatori, le apparvero in qualche modo “irrigiditi” (soprattutto rispetto ai militanti più giovani che -per esempio – parlavano apertamente della liberazione delle donne) e dopo aver rivisto Ocalan non esitò a contestare tale “rigidità”.  Diceva comunque di “sentirsi protetta” dai compagni.

Sara era una persona semplice. Con un carattere deciso, forte, plasmato dall’autodisciplina.

Era un comandante, ma non si poneva come tale. Non aveva il senso del denaro e nemmeno dei documenti di identità. Probabilmente li percepiva come un vincolo. Questo, una volta in Europa, naturalmente poteva costituire un problema.

Dovunque si trovasse (in montagna o in una città) si svegliava alle cinque per allenarsi. Si sentiva in dovere di “essere forte” per poter combattere l’oppressione.

Una volta a Bruxelles (dove gli spazi verdi scarseggiano) entrò alle cinque del mattino nel Parco reale, a quell’ora ovviamente ancora chiuso, scavalcando il cancello per andare a correre. Venne arrestata e non aveva nessun documento, solo un numero di telefono. All’epoca inoltre non parlava il francese. “Andammo immediatamente in caserma per riprenderla – raccontato Ozlem – ma poi lei ha insistito per completare i suoi esercizi. Alla fine riuscimmo ad ottenere dalle guardie  il permesso per entrare nel parco”. E questo sarebbe accaduto almeno tre o quattro volte. 

Qualcosa del genere succedeva anche sulle montagne dove quando nevica, nevica veramente e non si esce dall’accampamento (anche per il rischio delle valanghe). Ma lei andava ad allenarsi ugualmente. E talvolta si perdeva, come quando “ci mobilitammo in almeno quaranta per rintracciarla. Allora abbiamo emesso un ordine di servizio per cui in caso di serie nevicate non si poteva uscire, nemmeno lei”.

Si era sposata, ma poi vedendo che il matrimonio costituiva un impedimento alla sua lotta aveva lasciato il compagno.

Anche se non ha avuto figli, era comunque “dotata di un forte sentimento di mamma”, quello stesso sentimento che le dava la forza per voler cambiare il mondo in un posto migliore. Nonostante tutto.

Sara è stata colpita per attaccare direttamente la lotta di liberazione, il suo prestigio. Chi l’ha fatta assassinare voleva soprattutto attaccare, affossare in primis il movimento delle donne (con lei sono state uccise altre due compagne) e poi tutto il movimento curdo. Ma il popolo curdo non dimenticano. “Noi, quando qualcuno muore – ha sottolineato l’esponente di UIKI –  ci prendiamo la responsabilità del suo operato, portiamo avanti anche il suo lavoro”. Senza mai cadere nel vittimismo, un atteggiamento a cui Sara si era sempre opposta. Il loro assassino è stato arrestato, ma alla scadenza del processo (già rinviato) è morto in carcere. Molto opportunamente, vien da dire. L’anno scorso si è svolta una sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) proprio per denunciare tutti i massacri compiuti dalla Turchia. E si è riunito a Parigi, non a caso.

Ma il regime turco non ha soltanto colpito mortalmente la dissidenza curda rifugiata all’estero (con metodi che ricordano l’operato degli squadroni della morte madrileni – ATE, BVE, GAL – contro i rifugiati baschi in Iparralde).

Ankara, ci ricorda Ozlem “ha inviato i suoi emissari in Europa per deturpare, inquinare le coscienze, diffondere una mentalità alla Daesh – uso per semplicità questo termine anche se non mi piace. Pensiamo alle moschee finanziate dalla Turchia attraverso cui si propaganda e alimenta il fondamentalismo”. E stigmatizza, polemica: “E la Germania invece di riconoscere i diritti del popolo curdo sostiene e supporta la Turchia”.

Torniamo al PKK. Possiamo dire che “ha fornito una nuova identità per i curdi, un modello (una “idea regolativa” in senso kantiano? nda) per un popolo che non si identifica più con lo stato-nazione, un popolo che quando parla di Kurdistan libero si riferisce alla libertà di tutti quelli che ci vivono”.

In effetti Ocalan (il “Mandela curdo”)  non è stato soltanto uno dei fondatori del PKK, ma ha anche elaborato – se pur in isolamento carcerario “un nuovo modo di vivere socialmente”.

Nei suoi scritti ritroviamo “analisi concrete, valide non solamente per i curdi, ma per tutti coloro che stanno lottando per la libertà e la giustizia”. Denunciando al mondo intero che “non è possibili imprigionare, isolare ulteriormente una idea democratica nuova, innovatrice come quella del Confederalismo democratico” la portavoce di UIKI ribadisce con forza che “la liberazione di Ocalan rappresenterebbe anche la liberazione di un intero popolo”.

“Vorrei poi aggiungere – ha continuato Ozlem – che in questi giorni si parla spesso di Idlib. Si ritiene che in questa città,  importante nodo di collegamento tra Afrin e Aleppo, siano rintanati ancora migliaia di  jihadisti. In gran parte sarebbero quelli costretti ad abbandonare le loro basi precedenti”. Altri starebbero rientrando in Europa (da dove spesso provengono) come ha ammesso  l’italiano catturato dalle YPG, dando ulteriore conferma della  collaborazione tra governo turco ed esponenti delle milizie  jihadiste. Una collaborazione sicuramente proficua per entrambi e di cui si era già a conoscenza da almeno sette anni, anche se i media sembravano volerla ignorare.

Ovviamente la permanenza a Idlib di tali milizie – alleate della Turchia – consente ad Ankara di mantenere il controllo su questo lembo di Siria. Osservo che la stampa italiana ne parla poco.

Tutte queste brigate “rappresentano un serio pericolo – ci ha ricordato Ozlem, aggiungendo che “la resistenza di Afrin era (ed è ancora) di importanza capitale. Qui l’esercito turco e le milizie sue alleate non hanno attaccato soltanto i curdi, ma lo hanno fatto  in territorio siriano”.  Contravvenendo tra l’altro al diritto internazionale.

Gianni Sartori

FOCUS SULL’EUROPA DELLE REGIONI – CATALUNYA – 28 settembre 2018

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Focus sull’Europa delle Regioni – Catalunya, un faro per l’Europa

venerdì 28 settembre 2018 – ore 18.00 – Via Oglio 18 – Milano

In collaborazione con il Municipio4 del Comune di Milano e con il supporto dell’Ass.Cult. Terra Insubre – Milano e Provincia, il Centro Studi Dialogo organizza questa conferenza.
Relatore sarà Gianluca Marchi, giornalista e direttore di Dialogo EuroRegionalista.
All’inizio della conferenza ci saranno i saluti istituzionali di Paolo Guido Bassi, presidente del Municipio 4.
Durante la conferenza verrà proiettato un docu-film sul Referendum Catalano del 1 ottobre 2017.

Incontro a Borriana con Roberto Gremmo – sabato 29 settembre 2018

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Sabato 29 settembre 2018, alle ore 16.00 presso la sede dell’Associazione “Ël Sol Ëd j’Alp” a Borriana (Piemonte), in via Durando Nelson 14, si svolgerà una simpatica “ciaciarada” tra il responsabile alla redazione della rivista “Dialogo Euroregionalista”, Alberto Schiatti, e Roberto Gremmo, scrittore, giornalista e prezioso collaboratore della rivista stessa. Il tema sarà la presentazione dell’ultimo libro scritto da Gremmo “La rivolta politica delle campagne”, dedicato al Partito dei Contadini, formazione politica nata e sviluppatasi nel mondo rurale piemontese. Un’importante occasione per analizzare passato e futuro della componente produttiva agricola subalpina e non solo.  Un sentito ringraziamento va alla prestigiosa Associazione che organizza l’incontro, una realtà attiva dal 1991.

testo in piemontese:

A quatr bòt dòp disnè Roberto Gremmo a farà ‘na ciaciarada con Alberto Schiatti dla redassion dl’arvista “Dialogo Euroregionalista” sёl libèr “La rivolta politica delle campagne – Il partito dei contadini e l’ autonomia del mondo rurale”.

 

Veneto e Italia, on raporto tormentà … – di Ettore Beggiato

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Il tormentato rapporto fra il Veneto e lo Stato italiano è ritornato d’attualità grazie all’iniziativa di alcuni docenti e intellettuali italiani che hanno pensato bene di rivolgersi al Parlamento in termini perentori: al Veneto ogni ulteriore forma di autonomia non deve essere concessa… e via una serie di considerazioni che vi risparmio.

E’ incredibile di come, laggiù in Italia, non ci si voglia render conto di quanto diffusa sia la voglia di autonomia, di autogoverno qui nel Veneto, e da sempre.

A Roma devono capire che non è una moda passeggera, ma è battaglia che i veneti portano avanti da 150 anni, dal momento in cui, attraverso un plebiscito-truffa, furono annessi all’Italia (21 e 22 ottobre 1866).

E in questo senso vorrei riproporre un documento di straordinaria attualità, scritto nel 1889 da Ferruccio Macola, direttore della “Gazzetta di Venezia”.

Il Macola fu sicuramente uno dei protagonisti dell’ottocento nel Veneto: nato a Camposanpiero (PD)  nel 1861, fu uno dei fondatori del quotidiano genovese “Secolo XIX” del quale divenne anche direttore;  eletto più volte deputato per la Destra nel collegio di Castelfranco, è ricordato per il  duello alla sciabola con il deputato radicale Felice Cavallotti,  che ebbe la peggio e morì nel marzo del 1898 a Roma.

Ma torniamo al periodo veneziano della Gazzetta e alla sua relazione  sul progetto  per costituire una federazione politica regionale.

E’ un documento di notevole importanza che dimostra come nel 1889,  appena 23 anni dopo l’annessione del Veneto all’Italia già ci fossero nei confronti dei Veneti discriminazioni e penalizzazioni inaccettabili.

Ferruccio Macola si chiede “se non convenga insorgere contro l’accentramento enormemente dannoso di tutto il noto sistema politico e amministrativo; accentramento maggiormente marcato colle leggi presentate dal Crispi, tutto di carattere e d’indole giacobina”; e più avanti sottolinea “la necessità di tutelare con una forte organizzazione politica gli interessi della nostra regione”.   E ancora, “D’altronde è ingiusto, che dopo tanti anni di Governo, con Gabinetti di tutti i colori, il Veneto, e con Veneto la Lombardia, abbiano pagato sempre di più, molto di più delle altre Provincie, usufruendo in proporzioni assai minori degli aiuti governativi.

Se potesse realizzarsi il sogno di Marco Minghetti e di Alberto Mario, il Veneto sarebbe la regione certamente risentirebbe maggiori vantaggi della sua autonomia.

Il decentramento amministrativo, che tanto si invoca, e che dovrebbe essere uno dei punti cardinali del programma del nuovo partito, sarà il primo passo per conquistare alle regioni, l’autonomia amministrativa più confacente al loro sviluppo, ai loro bisogni, alle loro risorse economiche.

E’ enorme, che per qualunque piccola spesa, per qualunque pratica d’ordine secondarissimo, si deva ricorrere a Roma: dove per la quantità imponente di materia da sbrigare, tutti gli affari subiscono immensi ritardi; mentre la soluzione dipende tante volte da impiegati inferiori di grado alle stesse Autorità provinciali, costrette per legge a ricorrere al Governo centrale”.

Illuminante poi una statistica che fotografa una realtà di stampo colonialista.

Così, un secolo fa Roma trattava il Veneto:

“La popolazione in Italia dall’ultimo censimento è di 28.953.480 cittadini. Il Veneto ha una popolazione 2. 873.961. Potrebbesì dunque sperare che i Veneti occupassero 1/10 delle cariche dello Stato. Invece Ministri veneti nessuno; segretari generali nessun Veneto;

direttori generali nei vari Ministeri, e saranno oltre 40, nessuno;

ispettori generali nei diversi Ministeri, e saranno 60, uno o forse due;

generali d’armata, nessuno;

tenenti generali, nessuno;

generali ce n’era uno, ma l’hanno collocato nella riserva.

Non hanno voluto conservare neppur la semente.

Ammiragli nessuno, vice-ammiragli  nessuno. Ce n’erano due o tre, ma li hanno pensionati, perché impagliati rappresentino il vecchio S. Marco e la sua gloriosa Repubblica, che per tre volte portò la civiltà in Oriente;

Consiglieri di stato, e sono 24, nessuno;

Consiglieri della Corte dei Conti, e sono 12, nessuno;

prefetti su 69, due; intendenti di finanza, su 69, tre.

In tutto il personale dell’avvocatura generale:

avvocati compartimentali nessuno;

amministrazione generale del catasto che interessa tanto il Veneto perché il più iniquamente gravato, nessuno;

direttori compartimentali e vice-direttori del catasto, nessuno;

capi dell’Amministrazione militare, uno solo.

E … ne avrei da dirne per altre quattro pagine, giacchè lascio le Corti d’appello, i Tribunali, le Questure, i Carabinieri, i Direttori delle Poste, i mille ispettori che fanno nulla e che non danno di vantaggio all’Erario 15 giorni della loro paga annuale, gli ufficiali di porto, ecc. ecc.” 

E a proposito del rapporto Nord-Sud:

“Ci basterà solamente ricordare, come, soltanto dopo vent’anni, si sia riusciti condurre in porto la famosa legge sulla perequazione fondiaria, poiché da vent’anni Veneto e Lombardia pagavano in proporzione quattro volte superiore a quella di certe regioni del mezzogiorno.

Chi rimborserà a noi le centinaia di milioni sborsati in più allo Stato?”

Una domanda che continua ad essere di stringente attualità, nel nostro Veneto….

ETTORE BEGGIATO

                                                                    

                   

RAMIN HISEN PANAHI E’ STATO IMPICCATO – di Gianni Sartori

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Dopo mesi e mesi trascorsi nel braccio della morte, il 23enne Ramin Hisen Panahi, attivista e prigioniero politico del Kurdistan Rojhalat (Kurdistan dell’Iran, dove vivono circa nove milioni di curdi)) è stato impiccato all’alba del 9 settembrenel carcere di Raja’i Shahr a Karaj (provincia di Hengaw). Lo ha denunciato il fratello Amjad chiedendo quindi alla comunità Internazionale di condannare sia l’avvenuta esecuzione, sia quelle già avvenute o previste per altri detenuti politici in Iran.

Era stato accusato – senza alcuna prova – di essere un membro di Komala, uno dei partiti curdi del Kurdistan Rojhalat in lotta contro il regime iraniano.

Inutili gli appelli delle associazioni in difesa dei diritti umani e dei suoi familiari.

Qualche giorno prima Ramin Panahi era apparso in un breve video. Con voce roca, aveva voluto comunque ringraziare i suoi familiari, i suoi amici e il suo popolo per il sostegno che gli era stato dato durante tutti questi mesi.

Il ventiquattrenne militante curdo era stato condannato a morte in aprile – nel processo di appello – dalla Corte suprema di un Tribunale Islamico Rivoluzionario.

Al momento della seconda condanna era ancora in sciopero della fame (da gennaio) per protestare contro le condizioni della detenzione e per l’impossibilità di difendersi (aveva potuto incontrare il suo avvocato solo una volta).

Rimasto ferito in una imboscata tesa dai pasdaran a un gruppo di quattro militanti (lui, Ramin Penahisi, era disarmato), veniva sottoposto a torture.

In maggio sua madre si era rivolta con un drammatico appello a Federica Mogherini – rappresentante UE per la politica estera e la sicurezza – affinché l’Unione Europea intervenisse contro l’esecuzione,(con la data già stabilita) di Ramin.

La riprendo integrale, a futura memoria:

“Questa è la lettera di una madre da un piccolo comune nel Kurdistan iraniano. Una madre il cui cuore ogni giorno si riempie della paura che una parte del suo cuore venga giustiziato. Capisce cosa significa?

Sono una madre con un cuore in fiamme. Da tre anni non c’è sollievo. Da lunghi anni sostengo i miei figli che parlano di legalità e giustizia. Ma qui tutto è vietato. Quello che vivo oggi ricorda l’inferno.

Sono sicura che avrà sentito il nome di Ramîn Hisên Penahî. Perfino se Ramîn dovesse aver fatto un errore, la sentenza contro di lui non può essere un’esecuzione. Ho ragione con quello che dico? Ramîn è un attivista politico. Vogliono giustiziarlo perché hanno costruito un sistema della menzogna. Vorrei che Lei incontrasse i responsabili in Iran e fermi l’esecuzione di Ramîn. L’Iran deve essere condannato davanti alla Corte di GiustiziaEuropea. Per via di mio figlio piccolo Ramîn ogni giorno è un peso per me. Si metta nella mia condizione. Faccia qualcosa per impedire questa catastrofe. Sono certa che Lei possa fare qualcosa. Vorrei che si impegni seriamente per fermare questa decisione. Non permetta che Ramîn venga giustiziato.“

Tutto inutile. Come a Pretoria all’epoca dell’apartheid, anche a Teheran le forche della vergogna sono sempre all’opera.

Gianni Sartori

E’ ARRIVATO IL MOMENTO: LIBERTA’ PER OCALAN! PACE IN KURDISTAN! – di Gianni Sartori

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Alla conferenza stampa del 5 settembre (nell’ambito della Campagna Mondiale per la Libertà di Öcalan: “E’ arrivato il momento!”) presso il Club della Stampa di Bruxelles, è intervenuto anche Arnaldo Otegi, noto esponente abertzale (sinistra indipendentista basca).

Otegi, a sua volta rinchiuso per anni nelle carceri spagnole, ha definito Öcalan  “un esempio non solamente per il popolo curdo, ma un compagno e amico fonte di ispirazione per tutti coloro che operano per migliorare il mondo”.

Il coordinatore della coalizione indipendentista basca Euskal Herria Bildu, ha dichiarato: “Oggi mi trovo qui per esprimere il mio sostegno e quello delle donne e degli uomini del movimento indipendentista basco al compagno Abdullah Öcalan. Intendo approfittare di questa occasione per ribadire il nostro impegno a lavorare per la sua liberazione. Oggi siamo qui a Bruxelles per denunciare la repressione subita dal popolo curdo e la situazione del compagno Abdullah Öcalan. Io stesso ho trascorso più di 14 anni della mia vita in prigione per aver guidato la componente di sinistra e indipendentista del mio paese. E in base alla mia esperienza voglio esprimere pubblicamente la mia solidarietà e il mio sostegno a Abdullah Öcalan. Sappiamo bene che l’isolamento a cui lo sottopongono non rappresenta soltanto una punizione per lui, ma è anche un modo per punire il popolo curdo, per tentare di azzittirlo. Rappresenta anche con tutta evidenza una dimostrazione del livello repressivo esercitato dallo stato turco contro il popolo curdo per nascondere e schiacciare un conflitto che è essenzialmente politico e che esige una soluzione politica e democratica. In questo contesto vogliamo rinnovare il nostro appello a favore dei negoziati, dell’accordo e ci appelliamo ancora una volta alla comunità internazionale affinché si impegni nel promuovere una soluzione della questione curda”.

Nella medesima conferenza stampa anche Having Gunesersi si è pronunciato con determinazione a favore della immediata scarcerazione del leader curdo ricordando che ormai “da oltre sette anni Abdullah Ocalan non ha avuto alcun contatto con i suoi avvocati”.

Ha poi sottolineato come si siano raccolte oltre dieci (10!) milioni di firme per la sua libertà, probabilmente “la più vasta campagna mai realizzata per un prigioniero politico”.

Come è noto, alla campagna internazionale per la liberazione di Öcalan hanno aderito numerosi esponenti della cultura e della politica.

Tra questi Noam Chomsky, José Ramos-Horta, Gerry Adams, Desmond Tutu, Leyla Zana e Angela Davis. Osservo – di passaggio – che la lista in parte coincide con quella di qualche anno fa a favore della scarcerazione di Arnaldo Otegi, la Campagna “Free Otegi”.

“E appunto – aveva continuato Otegi – anche a nome di tutti loro e di tutte loro intendo rinnovare ogni sforzo per far pressione sullo Stato turco affinché rispetti i diritti individuali e collettivi del popolo curdo. La liberazione di Abdullah Öcalan – un leader che può fare affidamento sulla piena solidarietà del suo popolo (nel 2005-2006, 3.5 milioni di curdi hanno firmato una petizione su di lui come loro rappresentante politico nda) – rappresenta un momento essenziale: contribuirà alla distensione in Kurdistan, ponendo le basi per indirizzare il conflitto in un percorso di soluzione reale. Inoltre contribuirebbe in modo significativo alla stabilità del contesto regionale. Non solo della Turchia, ma anche di Siria, Iraq e Iran.”.

Ovviamente possiamo ampiamente sottoscrivere quanto detto da Otegi ricordando come Öcalan sia legittimamente diventato un simbolo di speranza per la pace e la democrazia in questa tormentata regione.

Il “Mandela curdo” ha il merito non indifferente di aver saputo trasformare la società curda – in parte almeno – indirizzandola al superamento di una visione statalista e in direzione di quella del Confederalismo democratico, individuando i principi teorici e pratici che stanno alla base della rivoluzione in Rojava, della liberazione dei curdi yazidi a Shengal e al progetto politici dell’HDP.

In particolare, tra il 2012 e il 2015 (per ben due anni e mezzo), si sono svolti dei negoziati tra Ocalan e il governo turco dell’AKP.

Öcalan aveva proposto un piano graduale per far tacere le armi sotto supervisione internazionale. Al fine di promuovere una “soluzione politica permanente della questione curda”. Colloqui che sono cessati nell’aprile 2015 per decisione unilaterale del governo turco.

E questo – ricordo – dopo la sua cattura, nelle difficili condizioni della detenzione.

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandra Kersevan, scrittrice e nota esperta dei crimini fascisti parteciperà alla cerimonia di scoprimento della lapide in memoria del “Campo di concentramento Prato Isarco” – comunicato stampa SudTiroler Heimatbund

riceviamo e pubblichiamo questo comunicato bilingue:

Pressemitteilung/ Comunicato stampa:

Faschismus-Expertin Alessandra Kersevan kommt zur KZ-Gedenkstein-Enthüllung nach Blumau

Alessandra Kersevan, Italiens wohl namhafteste Buchautorin und führende Expertin auf dem Gebiet italienischer Besatzungsherrschaft und Blutverbrechen in den Balkanstaaten und in den Provinzen Nordwestitaliens, wird nach Südtirol kommen.

Sie beteiligt sich am 8. September in Blumau an der vomSüdtiroler Heimatbund, den Karneider Schützenkompanien, dem Heimatpflegeverein und den Gemeindevertretern von Karneid organisierten Gedenkveranstaltung in Erinnerung an das italienische Konzentrationslager „Campo di concentramento Prato Isarco“.

Kersevan lebt und arbeitet in Udine in der Region Friaul-Julisch Venetien. In diese an Slowenien grenzenden Region haben in den schwarzen Jahren regelrechte Todesschwadronen und polizeiliche Sonderabteilungen des Mussolini-Regimes Tausende von Slawen aus politischen und religiösen Gründen verfolgt, gefoltert und brutal hingerichtet.

Große Bekanntschaft erlangte die Schriftstellerin und Verlegerin, als sie vor wenigen Jahren den in Südtirol nicht unbekannten „Porta a Porta“-Moderator Bruno Vespa ziemlich in Rage versetzte. Anhand eines falsch ausgewiesenen Fotos über die „Foibe“ hatte Kersevan die systematischen italienischen Geschichtsfälschungen offengelegt.

Obwohl sie mehrmals schon üblen Beschimpfungen bis hin zu Morddrohungen ausgesetzt war, hat Kersevan nicht aufgehört die faschistischen Verbrechen, vor allem die in italienischen Konzentrationslagern, wie Gonars, aufzudecken.

Alessandra Kersevan wird bei der Gedenkveranstaltung am 8. September in Blumau eine kurze Rede halten. Nach der Einweihung des KZ-Gedenksteins wird sie auch an der Ehrerbietung der Heimatvereine und Schützen sowie einer Reihe Südtiroler Persönlichkeiten an die im KZ „Campo Isarco“ gefangen gehaltenen Kriegsgefangenen und Regimegegner beiwohnen.

I. A. des Organisationskomitees

Roland Lang

Südtiroler Heimatbund

Tel. 338 30 596 43

Alessandra Kersevan

 

Comunicato stampa

 Alessandra Kersevan,  scrittrice e nota esperta dei crimini fascisti parteciperà alla cerimonia di scoprimento della lapide in memoria del „campo di concentramento Prato Isarco”.

La scrittrice Alessanda Kersevan, una voce autorevole ed esperta di storia dei crimini fascisti e di guerra in Italia e nei paesi balcanici, sarà presente sabato 8 settembre alla cerimonia di commemorazione a Prato dell’Isarco.

La famosa autrice vive e lavora a Udine nel Friuli-Venezia Giulia, una regione in cui durante e dopo il ventennio fascista, gli squadristi della morte e i reparti speciali della polizia del regime Mussoliniano hanno perseguitato e giustiziato a morte migliaia di slavi per ragioni politiche e religiose.

L‘opera di Kersevan ha contribuito a mettere in luce molte atrocità del regime fascista.

La scrittrice ed editrice ha raggiunto grande popolarità quando ha messo in notevole difficoltà il conduttore della trasmissione televisiva „Porta a Porta”, Bruno Vespa, il quale anche nel Sudtirolo è ben conosciuto e fortemente discusso. Kersevan infatti è riuscita a dimostrare che per mezzo di una falsa foto delle “foibe” si è cercato di manipolare la storia attraverso le immagini. Sebbene avesse subito più volte minacce di violenza fisica, Kersevan non ha smesso di denunciare i crimini fascisti, specialmente quelli commessi nei numerosi campi di concentramento italiani, tra cui quello di Gonars.

L’invito a partecipare alla manifestazione „per non dimenticare” di sabato 8 settembre, è partito dal Südtiroler Heimatbund, dagli Schützen di Cornedo all’Isarco, dall’associazione Heimatpflegeverein e dai rappresentanti del Comune.

Kersevan terrà un breve discorso e parteciperà insieme a personalità sudtirolesi anche alla deposizione di una corona di fiori, dedicata dai „Schützen” alla memoria dei prigionieri, militari e civili e avversari dell’Italia fascista, internati nel campo di concentramento “Campo Prato Isarco”.

Per il Comitato d’organizzazione

Roland Lang

Südtiroler Heimatbund

Tel. 338 30 596 43

APPUNTAMENTI A MILANO con il Centro Studi Dialogo – FOCUS SULL’EUROPA DELLE REGIONI

Nei prossimi mesi di settembre ed ottobre il Centro Studi Dialogo ha organizzato, in collaborazione con il Municipio 4 del Comune di Milano ed il supporto dell’ Ass. Cult. Terra Insubre,  una serie di incontri nei quali verrà analizzata la storia e l’attualità di alcune Regioni d’Europa.

Sono stati invitati alcuni relatori, tra i quali il direttore di Dialogo Euroregionalista ed alcuni collaboratori della rivista stessa, che hanno svolto ricerche o scritto libri sulla materia.

Tra i relatori esterni, ricordiamo Pierluigi Spagnolo, autore del libro “Nel nome di Bobby Sands”, Paola Bonesu, analista politica,  e Angelo Miotto, direttore di Q Code Magazine ed autore del reportage “Cronache Basche”.

In occasione di tutte le conferenze avremo il saluto istituzionale di Paolo Guido Bassi, presidente del Municipio 4 – Comune di Milano.

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Le conferenze si terranno nell’Aula Consiliare del Municipio 4 del Comune di Milano – via Oglio 18 – a partire dalle ore 18.00.

 

 

TERRITORIO ALPINO – LA GRANDE MONTAGNA DI PLACIDO BARBIERI ATTRAVERSO IL SUO “DIARIO” PER IMMAGINI (seconda parte) – di Gianni Sartori

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Avevamo lasciato l’alpino Placido Barbieri il 16 agosto 1937 in procinto di affrontare  un’altra tappa delle impegnative manovre sul Ruitor. L’immagine archiviata per i posteri è imponente: vaste distese innevate del Ghiacciaio Ruitor e del Grand Assaly incombono sul Rifugio S.Margherita (m. 2450).

Quasi mistica l’immagine successiva: Grand Assaly e Ruitor si riflettono – tremolanti – nelle acque di un lago sottostante.

Nella cartolina del 18 agosto (Chateau d’argent di Villanova Baltea) scrive allo zio Nando al solito indirizzo di via A. Rossi 71 (quartiere dei Ferrovieri). Lo informa di trovarsi in marcia a “11 Km da Aosta dove domani arriveremo. Sono 5 giorni che non riceviamo posta. Va sempre bene anche in questa lunga e calda tappa”.

Due giorni dopo, per illustrare l’arrivo in quel di Aosta il 20 agosto 1937 abbiamo  una severa prospettiva del chiostro del Priorato di Sant’Orso. Racconta Placido che il suo reparto sfilava alle dieci del mattino per la città (passando – presumo – per Porta Pretoria, soggetto di una delle prossime cartoline) in una giornata molto calda. Notava che “nonostante tutte quelle sgobbate  mi trovo ancora troppo grasso” (anche se da alcune rare foto scampate all’incuria del Tempo non si direbbe proprio nda).

E comunque “salvo i piedi un po’ rovinati, mi sento a meraviglia”.

Per concludere con l’imprevista richiesta di tenergli da parte “un po’ di uva almeno, che sono stato per due mesi a digiuno di frutta”.

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Sempre datata 20 agosto, altra cartolina per il fratello Mario. Un’immagine del Rifugio Torino,  ma quasi introvabile,  avvolto dal Colle del Gigante e dal Monte Bianco. Sommerso da tanta alpina immensità, il piccolo manufatto rischia quasi di scomparire.

Placido, oltre al fatto di essere entrato in possesso di “una penna d’aquila che è magnifica”, racconta di aver dato a un amico di Enego appena congedato delle lettere con il dettagliato resoconto degli ultimi avvenimenti. Un’ampia relazione ben oltre i limiti – forzatamente concisi – consentiti dallo spazio ristretto delle cartoline. Ma purtroppo “ora ricevo una sua cartolina (dell’amico in congedo nda) nella quale mi dice che essendo arrivato a Vicenza di notte non ha potuto venire a trovarvi come gli avevo detto. Spero che ve le mandi ugualmente”. Vedremo invece come l’altopianese finirà per utilizzare quelle carte (sicuramente interessanti per ricostruire l’ambiente alpinistico della Scuola di Aosta di quel periodo) in maniera poco consona e dignitosa. Un frammento di Storia dell’alpinismo nostrano, andato – letteralmente e malauguratamente  – in fumo.

Il 1 settembre 1937 – sul retro della già citata immagine di Porta Pretoria – riprende il discorso informando i fratelli – Roberto e Mario – di aver saputo che l’incosciente a cui aveva affidato le lettere, non essendo riuscito a consegnarle, le aveva usate per accendere la stufa. Una piccola – ma comunque imperdonabile – Farenheit 451.

 

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In data 4 settembre, ancora un’ampia e larga visione del Bianco, stavolta dal Colle Checrouit.

“Su questa foto – scrive– puoi ammirare la scalata del Cap. Sandri Bortolo di Valdagno col mag. Chiara, serg. Perenni e alp. Stenico”. Il riferimento, ovviamente, è alla storica impresa del mese precedente (7-8-9 agosto 1937) della parete sudest per la Via diretta alla Punta Bich dell’Aiguille Noire de Peutèrey (mille metri di dislivello, difficoltà fino al VI grado).

La frastagliata Cresta Sud è ben riconoscibile al centro della foto. Una severa sequenza di vette, guglie, punte, torri… che risale dal Pic Gamba e dalla Punta Bifida alla Punta Brendel e Punta Welzenbach, fino alla Bich e alla vetta dell’Aiguille Noire.

Un pezzo di storia dell’alpinismo novecentesco colto nella sua immediatezza, quasi in diretta. Anche a distanza di quasi sessanta anni quella medesima arrampicata veniva rievocata con commozione da Annetta Dalsass (vedi su “Alpi Venete, rassegna triveneta del CAI” autunno inverno ’92-’93). La moglie di Marino Stenico spiegava che lei aveva cominciato ad arrampicare  giovanissima “legandosi alla corda di Ettore Castiglioni (ma anche di Vitale Bramani – l’inventore della suole Vi-bram – e di Bruno Detassis nda) in Brenta dove – al Rifugio Tosa – avevo incontrato per la prima volta quel tale Sténico che già allora come alpinista era davvero mica male”. Una “splendida cordata di vita” la loro, non solo in parete ovviamente, interrotta soltanto dalla tragica fine di Marino per un banale incidente nella palestra di roccia di Ragoli.

E Annetta ricordava appunto che “nel 1937, quando era alla scuola militare di Alpinismo di Aosta, Marino salì la parete Sud diretta della Punta Bich all’Aiguille Noire de Peutérey, con Bortolo Sandri, Giacomo Chiara e Luigi Perenni (capo cordata Sandri, molto bravo). E’ una via di VI e la prima ripetizione l’hanno fatta gli inglesi Rab Carrington e Alan Rouse, quello morto nel 1986 sul K2. Aveva poi aggiunto che all’epoca il suo futuro compagno“ha avuto occasione di arrampicare con Maria José di  Savoia, dando una mano a Chiara, la guida della regina. E pensi – concludeva – quando mio marito è morto Maria José mi ha mandato una lettera bellissima, scritta di suo pugno”. 

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“…RIPRENDERE QUEL FILO GRIGIOVERDE…

Il 15 settembre scrive allo zio Nando:

“Forse non verrò a casa in licenza (…) non avendo nessuno che mi sostituisca nel mio lavoro”.

Non solo: “trovo che la stagione è un po’ troppo avanzata, la montagna finita (forse pensava alla difficoltà di compiere qualche  escursione con i fratelli, meno “alpini” e  meno propensi a muoversi con qualsiasi tempo e in ogni stagione nda), Campo Marzo deserto e il piacere di vedervi è ucciso dal pensiero dell’ozio fisico e morale”.

Inoltre per ottobre sembra preannunciarsi  “un altro campo”. Anche se mentre scrive la scadenza rimane ancora “oscura, né la data, né dove, né la durata” si percepisce in Barbieri il desiderio di prendervi parte, di non perdere questa nuova avventura, di percorrere altre e impervie quote – in stagione già avanzata e forse già innevate – delle selvagge Alpi occidentali.

Per Natale poi “ci sarà un nuovo corso sciatori”. Evidentemente intende fare il pieno, rientrare a casa con il maggior numero di esperienze e ricordi.

Comunque, raccomanda “preparatemi calze e lana per primi ottobre” in quanto “abbiamo la neve vicina  e fa piuttosto freschetto”.

Ma poi – forse ci avrà ripensato – aggiunge (in rosso) un contrordine:

“Ultime notizie salvo errori primi ottobre verrò (…inchiostro bagnato, non leggibile…forse “a casa”) meglio tardi che mai”.

Dimenticavo la cartolina. In questa del 15 settembre – grandiosa – si scorgono la grande ansa del Miage (il ghiacciaio, all’epoca sicuramente più vasto), l’Aiguille des Glaciers (3834 di quota) e l’Aiguille de Trélatète (3917).

In data 27 settembre 1937, ancora il Monte Bianco con la cresta sud (quella della Punta Bich), stavolta riflesso nel lago di Chécrouit.

Conferma, in parte, il breve rientro a Vicenza (“…ai primi di ottobre probabilmente verrò a casa. Salvo errori ho preventivato il mio arrivo  alle 3 e mezza di mattina”). Ancora irrisolto comunque il problema di come recuperare il denaro indispensabile per il viaggio (“si può ben immaginare che 50 lire a fine mese non si possono certamente avere”).

Datata 12 ottobre 1937 una delle poche immagini a colori del Monte Bianco conservate da Barbieri. Informa i familiari di un breve viaggio a Milano “in ottima compagnia di appassionati alpinisti” per incontrare Italo (presumo si riferisca a Italo Soldà, fratello di Gino che con Barbieri “frequentava” la scuola di Alpinismo nda) il quale “aveva l’ordine di accompagnarmi a mangiare ed a passeggio”. Ma purtroppo “fino alla mia partenza non ho avuto che pioggia” per cui i due alpini nella metropoli non avevano potuto fare altro che “rifugiarsi in un caffè”.

E conclude con una frase vagamente sibillina (“Ora bisogna riprendere quel filo grigioverde”).*

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Il 2 novembre, dopo tanto “Bianco”, finalmente un piramidale “Cervino”. Perfettamente riflesso nelle acque limpide di un laghetto alpino. Sul retro della cartolina, sinteticamente, il nostro esprime un certo rammarico in quanto “sembra che si resti qui ad Aosta fino al 15 di dicembre, in quella data si partirà per Cascata Toce in Val Formazza. 40 giorni di corso sciatori poi il ritorno in 20 giorni a Pré S. Didier, più di 300 Km. In 15 tappe varianti da 20 a oltre 50 Km”. E – nonostante alcune delle zone da attraversare, in alta quota e d’inverno, siano  “zone con un po’ di pericolo” – si percepisce  il giovanile entusiasmo che lo pervade nell’attesa.

“Per ora mi accontento di fare ogni sera un po’ di presciistica – ieri sono andato alla comunione” aggiunge prima dei saluti. 

(continua…)

Gianni Sartori

* nota 1: Non posso escludere che la “gita “a Milano sia stata un modo alternativo per utilizzare la breve licenza viste le difficoltà di recarsi a Vicenza. D’altra parte questo non è un diario vero e proprio. Barbieri comunica – attraverso le cartoline – con parenti stretti (lo zio e i due fratelli) che evidentemente conoscono antefatti e amicizie dello scrivente, per cui alcuni eventi sono destinati a rimanere nell’ombra.