L’ORA DELLE ETNIE (INTERVISTA DI GIANNI SARTORI A MIRO MERELLI, DIRETTORE DI “ETNIE”, 1991)

miro merelli

Nel 1991 avevo intervistato per “L’ErMetE” (si scrive proprio così, con la “E” maiuscole!), inserto letterario di “Tempi Supplementari” a sua volta supplemento di “FRIGIDAIRE”, il direttore – all’epoca, dopo la prima fase con Roberto Sonaglia, attuale direttore della versione in rete – di ETNIE.
Ripescata (o riesumata?) in archivio, la ripropongo considerandola comunque un documento “storico” sulla situazione etno-geopolitica del tempo, nonché un riepilogo dell’attività di “Etnie” nella sua prima parte di vita. 

D. Come, quando e perché nasce “Etnie”?
R. “Etnie” nasce nel 1980 da un cenacolo di persone provenienti dai più diversi ambiti culturali e politici, ma accomunate dal progetto di dar vita a una rivista che avrebbe potuto diventare strumento di raccordo, informazione e servizio per tutti quei popoli, gruppi, minoranze (le “etnie”, appunto), costretti ancora oggi a riconoscersi in identità statuali e politico-amministrative di stampo ottocentesco (i cosiddetti Stati nazionali), che hanno fatto il loro tempo e sono ormai avviate all’estinzione.

D. Un bilancio dopo tutti questi anni di impegno sul “fronte” dell’autodeterminazione dei popoli: cosa si prova a essere stati dei precursori?
R. In questi dodici anni la rivista ha rappresentato un fattore importante nell’evoluzione dell’atteggiamento del mondo culturale italiano nei confronti dei popoli di minoranza. Un altro risultato è lo smascheramento e la definitiva emarginazione del cosiddetto “etnismo di Stato”: di tutte quelle, per altro assai rare, iniziative volute e finanziate dai partiti di Roma, che da sempre hanno tentato di ridurre le diversità nazionali in Italia a un fatto meramente folklorico o, al più, dialettale.
Ma, suprattutto, “Etnie” ha saputo definire e delineare, in modo profetico, le tematiche nazionali e regionalistiche come il vero e fondamentale terreno di confronto e di scontro all’alba degli anni 2000. L’evolversi della realtà ci ha dato ragione. Le lotte per l’affermazionc dei diritti nazionali non hanno lasciato indenne nessun continente: dagli aborigeni dell’Australia alle popolazioni autoctone del doppio continente americano, dalla Namibia alla resistenza dei Tamil o del Tibet, dal tragico calvario del popolo palestinese all’agonia dei curdi, per non parlare della Jugoslavia.

D. Vorrei sentire la tua opinione su due casi che consideriamo emblematici tra quelli delle nazioni incorporate nello Stato italiano: Sardegna e Veneto.
R. Sono casi entrambi significativi, anche se con non poche differenze. La prima, la Sardegna, è una realtà insulare che ha sempre avuto pochi contatti con l’Italia (non casualmente chiamata “il continente” per significare l’estraneità). La sua lingua non è in nessun modo assimilabile a un idioma derivato dalla lingua italiana. È una lingua con una grande tradizione e una grande letteratura. I referenti storici della Sardegna sono i Paesi rivieraschi di entrambe le sponde del Mediterraneo. La speranza di non essere considerata la “Cayennne” dell’Italia risiede per la Sardegna in una confederazione con le altre realtà insulari del Mediterraneo occidentale e meridionale (Corsica, Isole Baleari, Malta).
Diversa è la situazione del Veneto: secoli di indipendenza, di politica autonoma, di scambi culturali e commerciali con il mondo intero prima, regione prospera e trainante nell’impero austro-ungarico e cardine dell’area alpino-danubiano-adriatica. Solo nel recupero di un ruolo centrale in quest’area risiede la concreta possibilità di una rinascita veneta, ma tutto questo sarà fattibile soltanto riattivando il secolare reticolo di quei fondamentali e vitali rapporti con la Mitteleuropa che sono stati traumaticamente interrotti dalle note vicende risorgimentali.

L’ULTIMA COLONIA DI ROMA

D. Che cosa puoi dirci del “problema Sud Tirolo”, probabilmente l’esempio più macroscopico di sciovinismo italiano?
R. Giustamente da molti il Sud Tirolo viene definito “l’ultima colonia di Roma”: non possiamo, infatti, dimenticare che questa terra è di lingua e cultura tedesca da dodici secoli. L’Italia ha sempre temuto e non ha mai, pertanto, accettato (tanto nel ‘19 che nel ‘46) un referendum per stabilire la reale volontà della popolazione sudtirolese, riconoscendo, in tal modo, il facilmente prevedibile esito negativo di una simile consultazione. La presenza italiana in provincia di Bolzano è il frutto del sistematico richiamo al diritto di conquista e al diritto della forza ed è inevitabile e sempre più macroscopica la contraddizione con i conclamati princìpi di “democrazia”, libertà, “diritto all’autodeterminazione” che il nostro governo sbandiera in ogni occasione e per ogni Paese del mondo.
È ridicolo, poi, che noi italiani si sostenga il diritto di secessione per gli altri popoli, ma non lo si accetti quando questo riguarda una regione attualmente situata entro i confini del nostro Stato. Se mi è consentita una previsione, l’annessione del Sudtirolo all’Italia non potrà durare a lungo, anche perché il retroterra tedesco di questa provincia si fa ogni giorno più forte.

D. Qual è il tuo giudizio sullo varie Leghe sorte in questi anni?
R. Al punto in cui siamo (1991 nda), le Leghe devono risolvere un fondamentale nodo strategico a cui si trovano di fronte: sono esse soltanto movimenti di protesta contro la partitocrazia, il malcostume, la mafia, le disfunzioni dello Stato, oppure ritengono che il sistema non possa più essere rigenerato dall’interno e, quindi, si debba arrivare a una nuova forma statuale, di tipo federale o confederale, che significhi, comunque, la fine dello Stato risorgimentale accentratore e, in qualche modo, autoritario?
Dalla risposta a questo quesito dipenderà il destino delle Leghe: vinceranno se sapranno essere non solo espressione dello scontento, che ha come obiettivo il ricambio della classe dirigente del Paese, ma se riusciranno a proporre un progetto che sappia superare lo Stato nazionale, ormai avviato all’estinzione, e che sia capace di aprire un discorso su un modello credibile di Europa dei popoli e delle nazionalità regionali.

D. Tornando al Veneto: in che cosa si differenzia dalla “Liga” la “Union del Popolo Veneto”? Ritieni possibile una ricomposizione delle varie anime dell’autonomismo veneto?
R. Per far chiarezza, è bene precisare che, in entrambi i casi, si tratta di movimenti autonomisti. Bisogna sfatare il falso mito dell’unicità del movimento autonomista: nei Paesi Baltici e in Slovenia i fronti e le coalizioni indipendentiste sono formati da almeno una decina di gruppi diversi, che, ovviamente, all’indomani del raggiungimento dell’obiettivo comune si separeranno e si confronteranno fra di loro.
Per tornare ai due movimenti veneti, per quello che mi è dato di conoscere, l’“Union del Popolo Veneto” ha sempre dimostrato una maggior democrazia e una maggiore dialettica interna, un miglior rapporto con i movimenti autonomisti storici e una più accentuata sensibilità per il pluralismo della stessa realtà venetica. Per quanto riguarda una possibile unificazione, sulla base di quanto detto, non la ritengo né necessaria né auspicabile, È, però, indispensabile una miglior collaborazione per raggiungere obiettivi comuni.

D.In teoria, il diritto dei popoli all’autodeterminazione dovrebbe essere un cavallo di battaglia della “sinistra”. Come spieghi le tante “dimenticanze-rimozioni-ritardi”, per non dire di peggio, della “sinistra” europea, italiana in particolare, quando si tratta dell’autodeterminazione dei popoli oppressi o tenuti, comunque, in condizione di minorità nel Vecchio Continente (penso a Baschi, Corsi ecc.)?
R.Da una parte ha giocato in un modo determinante la cinica c vergognosa spartizione di Yalta, che aveva diviso e ingessato il mondo in due aree di influenza; dall’altra l’accettazione piena e completa dell’idea dello Stato nazionale risorgimentale, che ha comportato il totale abbandono di ogni forma di tutela delle regionalità e dei piccoli popoli. Le “sinistre” europee si sono in qualche modo impegnate per una battaglia di liberazione esclusivamente quando non erano in discussione gli assetti e gli equilibri continentali. Non si sono contati in questi anni gli appelli e le manifestazioni a favore dell’autodeterminazione di popoli lontani dall’Europa; quando il problema riguardava, invece, un Paese europeo e, in particolare, il proprio Stato, lo sciovinismo etnocentrico delle sinistre non è stato inferiore a quello delle destre: che il Sudtirolo continuasse a essere l’ultimo possedimento di Roma, la sinistra lo ha voluto non meno della destra.

D. Cosa ne pensi dell’autodeterminazione dei popoli dell’est europeo? E un tuo parere sul Tibet e sul problema dei Misquitos? Non ti sembra, addirittura, in questo caso, che la sinistra italiana si sia dimostrata più realista del re?
R. Per l’Est europeo bisogna fare una distinzione: la sinistra dei Paesi dell’Europa occidentale ha sostanzialmente, anche se talvolta in modo contraddittorio, accettato il principio dell’autodeterminazione e del diritto di secessione. È ovvio che il PCUS, temendo la disgregazione dell’impero euro-asiatico, si oppone con tutte le sue forze a questo principio, cosi come la sinistra occidentale. Ne fanno fede l’ostilità al separatismo di Baschi e Corsi (tanto per fare qualche esempio) e i continui appelli della CEE per l’unità della Jugoslavia, quando ben si sa che il governo di Belgrado esercita un potere che, per essere generosi, non va oltre il palazzo in cui risiede.
Nel caso, invece, del Tibet o dei miskito, nessun reale sostegno è stato loro offerto (al di là di qualche dichiarazione di ordine puramente morale), perché ciò avrebbe comportato il rimetter in discussione quei governi centrali.

D. Cosa ne pensi del larvato sciovinismo delle formazioni storiche progressiste, PCI, PSI, Verdi?
R. Come ho già detto precedentemente lo sciovinismo della sinistra è stato profondo, tenace, insidioso e patetico quanto quello delle tradizionali forze nazionalistiche. Il nostro ministero degli Esteri ha da anni fatto propria una politica Grand’italiana, che cerca di riannodare i fili delle tradizionali zone d’influenza del nostro Paese: Corno d’Africa, Vicino Oriente, Albania, Libia, Istria e Dalmazia, Canton Ticino. Ma una dura e imbarazzante verifica attende la sinistra: nei prossimi anni, quando, di fronte alla diffusa e corale richiesta di trasformare l’Italia in un moderno Stato federale o confederale, e all’inevitabile e prevedibile risposta negativa di Roma si porrà il problema del diritto di secessione che alcune regioni (Lombardia, Val d’Aosta, Sudtirolo…) richiederanno, che cosa farà allora? Copierà Svobodan Milosevic o Gorbaciov o i social-nazionali Mitterand e Craxi?

GLI USA: SEMPRE QUELLI!

D. Immigrazione dal Terzo Mondo, rifugiati albanesi: qual è la tua opinione in proposito? Come giudichi le prese di posizione delle Leghe?
R. Da una parte, nel nostro tempo sono fondamentali gli equilibri etnici e la gente ritiene giustamente che essi debbano, comunque, essere salvaguardati. Quando questi vengono in qualche modo minacciati, può esservi una comprensibile reazione di paura da parte delle popolazioni autoctone. Ne consegue che l’immigrazione deve essere rigorosamente proporzionale alle possibilità di accoglienza e di lavoro che realmente esistono. È assolutamente ingiusto accettare persone a cui non siamo in grado di offrire una casa e un lavoro dignitoso. D’altro canto, non possiamo dimenticare i rapporti di debito che l’Italia tuttora ha nei confronti di popoli che sono stati invasi, occupati c colonizzati nel recente passato dal nostro Paese: penso all’Albania c all’Eritrea, per esempio. Con questi Paesi l’Italia ha un pesantissimo debito e a questi popoli, quindi, non può mancare la più ampia solidarietà e comprensione, che, comunque, non può essere un atto propedeutico al ristabilimento di un’egemonia italiana in quelle aree e, in buona sostanza, un fatto nco-coloniale.
La posizione delle Leghe, a questo proposito, fa propria la comprensibile, anche se non del tutto giustificata, reazione emotiva della gente, ma non riesce a impostare con la debita chiarezza i diversi livelli del problema a cui ho accennato. Da ultimo, non è ipotizzabile in Europa una società multirazziale, mentre si può comprendere come il problema dell’immigrazione si ponga in modo completamente diverso per stati recentissimi (come USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda), che hanno a malapena due secoli di storia e nessuna identità nazionale ed etnica. Va aggiunto, poi, ai sempre numerosi adulatori della società americana, che negli USA non si è realizzata una vera società multietnica ma solo una “compresenza” di popoli diversi, in cui classe dirigente, potere e ricchezza sono saldamente controllati e gestiti addirittura dai soli bianchi anglofoni (come è noto, le eccezioni si contano sulle dita di una o due mani).

SI E’ “NAZIONE” ANCHE SENZA CONFINI

D. “Etnie” si è occupata spesso del cosiddetti “zingari” (Sinti, Rom…). A tuo avviso, si può legittimamente parlare di popolo e di nazione soltanto in riferimento alla stanzialità, a un territorio ben preciso, escludendo, quindi, i popoli nomadi?
R. Anche per gli “zingari” si può parlare di popolo e forse anche di nazione, pur se bisogna dire con franchezza che un concetto evoluto e complesso di “nazioni” implica la definizione di un territorio, quantomeno come riferimento o fascinazione. D’altronde, un popolo si può considerare “nazione” se si autodefinisce come tale: non ha bisogno, per esserlo o non esserlo, del riconoscimento altrui.

D.A volte i conflitti etnici sembrano dover degenerare in razzismo o in settarismo. A tuo avviso è possibile coniugare la riscoperta della propria identità, al limite l’“orgoglio etnico”, con la tolleranza, la convivenza, il rispetto reciproco tra culture diverse?
R.I conflitti etnici possono degenerare in razzismo quando sono sostenuti da una spregiudicata volontà egemonica e di penetrazione: è il caso di Israele, che vorrebbe far coincidere i suoi confini di “sicurezza” (il cosiddetto “Grande Israele”) con la “mezzaluna fertile” (bacino di Tigri-Eufrate, Giordano, Nilo). Qucsto tipo di supernazionalismo offensivo non ha nulla a che vedere con la riscoperta e la difesa della propria identità: è l’abissale differenza fra il nazionalismo offensivo e quello difensivo, che, viceversa, per sua natura si coniuga necessariamente con sentimenti e atteggiamenti di tolleranza e di rispetto per ogni altra nazionalità, a cui viene riconosciuto lo stesso diritto di autodeterminazione che si vuole riconosciuto a se stessi.
La costruenda “Europa dei popoli” dovrà proprio essere il progetto vincente di questo modello di sviluppo.

Gianni Sartori, 1991

Appuntamento a Nerviano per il prossimo 6 Maggio con il Centro Studi Dialogo

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CONOSCERE PER CAPIRE:
EMILE CHANOUX E L’AUTONOMISMO VALDOSTANO
6 maggio 2018 – Nerviano (MI) – Sala del Bergognone
con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nerviano

ore 15,00 – saluto del Presidente del Centro Studi Dialogo, Giovanni Roversi.
ore 15.05 – saluto del Direttore di Dialogo Euroregionalista, Gianluca Marchi
ore 15,15 – saluto dell’Assessore alla Cultura del Comune di Nerviano, Sergio Girotti

ore 15,30 – presentazione del documentario a cura dell’Autore PATRIZIO VICHI – regista – collaboratore RAI

PROIEZIONE DEL DOCU-FILM: “Emile Chanoux, fu suicidio o omicidio?”

ore 17,00 – ALLE SPALLE DI CHANOUX – SEPARATISTI E AUTONOMISTI NELLA RESISTENZA VALDOSTANA
intervento di ROBERTO GREMMO – giornalista, scrittore Casa Editrice Storia Ribelle

ore 17,30 – L’AUTONOMIA VALDOSTANA DA CHANOUX AD OGGI
intervento del prof. STEFANO BRUNO GALLI – Università di Milano – Assessore alla Cultura e all’Autonomia Regione Lombardia

organizzato in collaborazione con TERRA INSUBRE – Milano e Provincia.

Saranno presenti banchetti del Centro Studi Dialogo, della Casa Editrice Storia Ribelle, dell’Associazione Terra Insubre – Milano e dell’Associazione Culturale Gilberto Oneto.

IL TPP E I DIRITTI VIOLATI DEI KURDI – di Gianni Sartori

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IL TPP E I DIRITTI VIOLATI DEI CURDI

 di Gianni Sartori

 

A Parigi nel 2013 la longa manus del regime turco stroncava la vita di tre militanti curde.

 Acquista quindi un particolare significato il fatto che in tale città si sia svolta una sessione del Tribunale Permanente dei popoli sulle tragiche vicende del popolo curdo.

Il 15 e 16 marzo, alla Bourse de Travail,  il TPP ha affrontato la spinosa questione delle reiterate violazioni del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario operate dalla Repubblica di Turchia.

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La finalità, accertare se e quanto Ankara si sia resa colpevole di crimini di guerra nell’ambito del conflitto che ormai da qualche decennio vede contrapporsi lo Stato turco al popolo curdo.

Il TPP è un Tribunale d’opinione che opera in maniera indipendente dagli Stati rispondendo alle domande delle comunità e dei Popoli in cui diritti sono stati violati allo scopo di ripristinare l’autorità dei popoli quando Stati e organismi internazionali hanno fallito nel garantire tali diritti”.

Le sentenze  del TPP vengono poi inviate  al Parlamento europeo, alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, alle commissioni onusiane e di altri organismi internazionali.

Nel caso specifico dei Curdi, il TPP presenterà le sue conclusioni, si prevede, a Bruxelles il 24 maggio al parlamento europeo.

Questa sessione era presieduta da Philippe Texier, giudice onorario alla Corte de Cassation de France, esperto indipendente della Commissione dei diritti dell’uomo ed ex membro del Comitato dei diritti economici, sociali e culturali dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ai diritti dell’uomo. Vi hanno preso parte molti altri magistrati, avvocati, giuristi, docenti di fama internazionale. Tra cui Madjid Benchikh, Luciana Castellina, Teresa Almeida Castro, Domenico Gallo, Denis Halliday e Norman Paech.

L’atto di accusa contro lo Stato turco è stato presentato dall’avvocato di Bruxelles Jan Fermon, segretario generale dell’Associazione internazionale degli avvocati democratici (AIDD). Con particolare riferimento ai bombardamenti aerei sulla popolazione civile a Diyarbakir, Cizre e Sirnak, ai crimini di guerra commessi dall’esercito turco a Cizre, Nusaybin, Sur e Sirnak, al massacro di Robiski, alle violenze operate contro le donne, all’utilizzo di squadre della morte, alle vessazioni operate dai soidisant “guardiani dei villaggi” e dalle JITEM, forze speciali della gendarmeria turca (presumibilmente quelle che recentemente hanno partecipato, in qualità di “osservatori” a un corso di aggiornamento in una caserma vicentina). Sono stati inoltre analizzati gli attentati perpetrati contro esponenti della diaspora curda in Europa e il sequestro illegale di Ocalan.

Tra le testimonianze raccolte, anche quelle di ex esponenti delle forze di sicurezza turche.

Hamit Bozarslan ha riepilogato la storia del popolo turco all’interno dell’impero ottomano e della Repubblica turca mentre il direttore dell’istituto curdo di Parigi, Kendal Nezan, ha ricostruito gli antecedenti che portarono all’esecuzione, pianificata dalle JITEM, del giornalista curdo Musa Anter.

Altra testimonianza significativa, quella di Eren Keskin (via Skipe in quanto gli era stato impedito di lasciare la Turchia) in merito alle sistematiche violenze sessuali perpetrate contro le donne curde sottoposte a interrogatorio.

Nel suo libro “Hepsi gercek” (E’ tutto vero) Eren Keskin aveva denunciato con fermezza l’utilizzo dello stupro e della tortura da parte dello Stato turco come arma per umiliare le prigioniere e costringerle a “confessare” reati  non commessi e a denuciare come “terroristi” anche familiari innocenti.

Ovviamente non era possibile ignorare quanto avvenne a Parigi in rue Lafayette nel gennaio 2013 quando tre militanti curde, Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Şaylemez, vennero uccise. Murat Polat, esponente del Consiglio democratico dei Curdi di Francia, ha raccontato l’orrore nello scoprire il triplice assassinio. Nursel Kilic, membro del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK), rappresentante in Francia del Movimento internazionale delle donne curde e amica delle tre donne vittime del terrorismo di stato, ha ricostruito il percorso politico e umano di queste tre militanti curde e femministe.

Sylvie Jan, presidente di France-Kurdistan e André Métayer, presidente di Amitiés kurdes de Bretagne, anche a nome della Coordination nationale Solidarité Kurdistan, hanno espresso tutto il loro disgusto per questo evento delittuoso.

L’editore Nils Andersson ha poi voluto contestualizzare il triplice assassinio nella lunga serie di omicidi politici (ormai diverse decine, tra i più noti quello di Dulcie Septembre) avvenuti sul suolo francese dalla fine degli anni cinquanta.

In particolare contro militanti antiapartheid sudafricani, Tamil, palestinesi, curdi . Nella maggior parte dei casi senza che i responsabili venissero assicurati alla giustizia.

Quanto alle responsabilità della Stato turco nella pianificazione e nella realizzazione  del delitto di rue Lafayette, sono state ben documentate, in maniera inequivocabile, dall’avvocato Antoine Comte.

Da segnalare che il giorno precedente della riunione del TPP, nella serata del 13 marzo, i Curdi protestavano a Parigi contro l’invasione della regione di Afrin (nord della Siria), invasione operata dall’esercito turco e dalle bande jiadiste sue alleate.

Ma i manifestanti (tra cui anche diversi familiari degli assediati in Afrin) venivano duramente caricati dalla polizia causando numerosi ferimenti.

Contro tale brutale repressione il 14 marzo hanno protestato le organizzazioni riunite nella Coordination Nationale Solidarité Kurdistan:

Alternative Libertaire – Amis du Peuple Kurde en Alsace – Amitiés Corse Kurdistan – Amitiés Kurdes de Bretagne (AKB) – Amitiés Kurdes de Lyon Rhône Alpes – Association Iséroise des Amis des Kurdes (AIAK) Association Solidarité France Kurdistan – Centre d’Information du Kurdistan (CIK) – Collectif Azadi Kurdistan Vendée (CAKV) – Conseil Démocratique Kurde de France (CDKF) – Ensemble – Mouvement de la Jeunesse Communiste de France – Mouvement de la Paix – –Mouvement des Femmes Kurdes en France !TJK-F) – MRAP (Mouvement contre le Racisme et pour l’Amitié́ entre les Peuples) – Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA) – Parti Communiste Français (PCF) – Réseau Sortir du Colonialisme – Union Démocratique Bretonne (UDB)) – Union Syndicale Solidaire – Solidarité́ et Liberté́ (Marseille).

 In particolare veniva stigmatizzato quanto fosse ingiusto reprimere il popolo curdo che ha rappresentato la prima linea nella lotta contro lo Stato islamico, responsabile di efferati attentati anche in Europa.

 

Gianni Sartori

 

 

GRUP YORUM: VOCE DEI POPOLI OPPRESSI – di Gianni Sartori

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GRUP YORUM: VOCE DEI POPOLI OPPRESSI

Gianni Sartori

 

Imprigionati per il loro impegno a favore della democrazia e della libertà di stampa, attualmente sono undici i membri ancora in carcere di Grup Yorum. Già in passato diversi membri della band (fondata nel 1985 da quattro studenti dell’università di Marmara) erano stati arrestati e sostituiti volta a volta con altri musicisti.

Se nei confronti dei curdi il governo turco sta ormai applicando un autentico genocidio e la pura e semplice pulizia etnica (con sostituzione della popolazione nel nord della Siria), analogamente una dura repressione si è scatenata contro giovani, lavoratori, giornalisti, scrittori, avvocati e dissidenti turchi.

 Arresti, detenzioni, torture…non sono certo una novità per il gruppo musicale turco (folk di sinistra: in parte, sembra essersi ispirato ai cileni  Inti Illimani ).

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Per esempio, ancora nel  2002 due donne di Grup Yorum (Selma Altin, cantante e Ezgi Dilanm, violinista) vennero arrestate e torturate dalle forze di sicurezza turche. E comunque già da tempo i musicisti venivano perseguitati per il loro attivismo politico, a fianco dei movimenti del dissenso e di protesta contro il regime.

 Le  due musiciste erano state imprigionate presso l’Istituto forense di Istanbul (insieme a altri 25 giovani) mentre manifestavano per reclamare la restituzione del corpo di un giovane rimasto ucciso nell’attacco a una  stazione di polizia nel quartiere di Gazi (attentato poi rivendicato dal Fronte Rivoluzionario per la liberazione del Popolo, DHKP-C).

“Torturate fin dal momento del loro arresto” (come aveva dichiarato all’agenzia France Presse l’avvocato Taylan Tanay), gli agenti avevano rotto il timpano di un orecchio della cantante e spezzato il braccio della violinista. Anche il quotidiano turco Hurriyet aveva dovuto riconoscere che le due donne erano state “ripetutamente percosse” e le lesioni “procurate intenzionalmente”.

Nella sua denuncia, l’avvocato aveva precisato  che le due musiciste ”sono state ammanettate, costrette a stendersi per terra e picchiate da molti agenti per diversi minuti. Le torture sono poi continuate in macchina. Gli agenti sapevano che Altin era la cantante del gruppo e le hanno rotto intenzionalmente il timpano, picchiandola ripetutamente sulle orecchie”.

Ordinaria amministrazione. E da allora le cose in Turchia sono soltanto peggiorate.

 Dopo il colpo di Stato del 2016 (quello vero, di Erdogan), in Turchia vige lo stato di emergenza con la conseguente carcerazione di migliaia di persone.

Dalla nascita nel 1985, Grup Yorum ha sempre garantito il proprio sostegno (e la sua presenza) sia alle lotte della popolazione turca che a quelle internazionali per la giustizia e la libertà, coniugando sapientemente la vena di protesta con le melodie tradizionali. A conferma del suo spirito internazionalista e del rispetto per tutte le culture, le canzoni vengono eseguite sia in turco che in curdo, in arabo e in circasso, sostanzialmente in tutte le lingue parlate in Anatolia.

 Presenti nelle manifestazioni contro il regime di studenti, operai, minatori, contadini, sempre a fianco dei popoli oppressi – di tutti i popoli oppressi – i membri di Grup Yorum hanno subito, oltre alla scontata censura, repressione, galera e tortura per un totale di oltre 400 (quattrocento!) processi. E ricordo che stiamo parlando di un gruppo musicale, non di una banda armata.

Tuttavia, indistruttibile come i popoli, Grup Yorum continua a esistere, a lottare in quanto “strumento della coscienza collettiva” di oppressi, sfruttati, umiliati e offesi. Voce della Resistenza e della speranza. Voce di coloro che continuano a rialzare la testa, nonostante tutto.

Il gruppo ha ormai al suo attivo ben 25 album di cui sono stati venduti oltre due milioni di esemplari. Attualmente i loro concerti (che hanno visto ripetutamente riempire gli stadi con centinaia di migliaia di persone accorse per ascoltarne la musica e il messaggio) sono vietati oltre che – ovviamente – in Turchia, anche in Germania.

Recentemente il ministero dell’Interno turco ha invitato a denunciare (in cambio di cospicue somme di denaro, una sorta di taglia) le persone inserite in cinque liste di presunti “terroristi ricercati” avviando una caccia al dissidente anche sul suolo europeo. Sei musicisti di Grup Yorum sono già stati inseriti nella lista. Inoltre il centro culturale di Idil, a Istanbul, ha subito diverse perquisizioni con distruzione dei loro strumenti musicali e seri danneggiamenti ai locali.

 Ma, come hanno scritto alcuni militanti della sinistra turca:

“Non è distruggendo uno strumento che potrete far tacere la voce di un popolo”.

O anche, come scrivevano i Repubblicani irlandesi sui muri di Derry e Belfast negli anni settanta-ottanta:
“Potere incarcerare i rivoluzionari, ma non potrete incarcerare la Rivoluzione”. Segnatevelo.

Gianni Sartori

 

Mentre sta massacrando i Curdi, Erdogan viene accolto da Mattarella, Gentiloni e dal Papa. Non mancano i precedenti. – di Gianni Sartori

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La notizia della visita di Erdogan a Roma (e in Vaticano) il 5 febbraio ha suscitato rimostranze e proteste sdegnate.

Tale visita avviene in un momento particolarmente grave, coincidendo con un pesante attacco militare portato da Ankara contro i territori curdi all’interno dei confini siriani, in aperta violazione della legalità internazionale. L’Italia (e il Vaticano), più o meno consapevolmente, contribuiscono in tale maniera a legittimare l’operato di un regime che sta reprimendo da mesi, duramente, l’opposizione turca. E, ca va sans dire, da anni la popolazione curda del Bakur, la regione curda all’interno dei confini turchi.

Esiste qualche precedente. Nel 1996 venne ricevuto in Italia (sia dal sindaco di Roma che da quello di Venezia)  Demirel, all’epoca presidente della Turchia.  

 

Si era appena concluso tragicamente (una dozzina di vittime) uno sciopero della fame di prigionieri politici, rivoluzionari di sinistra. Sciopero che evocando forse quello dei repubblicani irlandesi del 1981 aveva suscitato una certa indignazione nelle opinioni pubbliche europee. La visita di Demirel in Italia (come quella di poco precedente di Prodi in Turchia) contribuì sicuramente a ristabilire un’immagine relativamente decente della Turchia.

Un breve pro memoria: pur nel silenzio pressoché generale che circondava (e circonda, da allora non è cambiato proprio niente, se non in peggio) la questione dei diritti umani in Turchia e quella curda in particolare, lo sciopero della fame dei prigionieri nell’estate 1996 aveva goduto di qualche risalto sui media (ne parlò correttamente anche il TG3). Anche in quella circostanza furono i prigionieri curdi a iniziare lo sciopero della fame (27 marzo ‘96) con richieste espresse in 24 punti. Diecimila militanti prigionieri si davano il cambio ogni 10 giorni. Poi, verso aprile-maggio, aderirono molti prigionieri della sinistra rivoluzionaria turca. Furono proprio i militanti di alcune di queste organizzazioni che poi decisero di portarlo avanti fino alle estreme conseguenze. Morirono in 12: Altan Berdan Kerimgiller, Ilginc Oskeskin, Ali Ayata, Huseyin Demircioglu, Aygun Ugur, Mujdat Yanat, Hicabi Kucuk, Yemliha Kaya, Ayce Idil Erkmen, Osman Akgun, Hayati Can, Tahsin Yilmaz.

 

Ancora in luglio del 1996 il capo del governo Necmettin Erbakan aveva minacciato varie volte di far intervenire l’esercito nelle carceri. Tuttavia, forse temendo la condanna dell’opinione pubblica mondiale, si vedeva costretto a fare alcune concessioni. Si arrivava ad un accordo che, pur non contemplando la totalità delle richieste, prevedeva migliori condizioni per tutti i prigionieri e la fine del sistema carcerario repressivo. Eppure, benché minimi – ad esempio non c’era quello sullo statuto di prigionieri di guerra – i punti dell’accordo non vennero rispettati.
 Lo sciopero era quindi ripreso, quasi senza soluzione di continuità con quello appena concluso, con la morte di altri quattro militanti.
 Da settembre, i prigionieri politici stavano preparando una ulteriore mobilitazione nelle carceri; il governo, venutone a conoscenza, il 22 settembre 1996 sferrava un attacco contro una quarantina di militanti ammassati nella stessa cella nel carcere di Amed (Diyarbakir): in 14 vennero assassinati (a sprangate, secondo l’organizzazione umanitaria Inshan Haklari Demegi). Non solo. I 23 feriti sopravvissuti all’aggressione vennero poi incriminati per “rivolta contro lo Stato” rischiando la pena di morte. Dato che lo Stato si era rimangiato le concessioni fatte ai prigionieri, i movimenti di opposizione turchi e curdi avevano indetto per il 27 settembre 1996 una giornata di protesta in tutto il territorio dello Stato. Era quindi apparso evidente che con l’attacco ai prigionieri del 22 settembre, l’esercito aveva voluto, in un colpo solo, anticipare la manifestazione e stroncare la ribellione nelle carceri.

 

All’epoca segnalavo alcune coincidenze che riguardavano il ruolo del nostro Paese in Medio oriente. Ai primi di settembre 1996, poco dopo la prima sospensione dello sciopero della fame, Romano Prodi era stato il primo capo di stato occidentale a recarsi in Turchia per incontrare Erbakan. Costui, forte anche della riconquistata “rispettabilità” di fronte agli alleati occidentali, potrebbe aver colto l’occasione per mettere in pratica quanto aveva minacciato in luglio. Come ho detto, successivamente (ottobre 1996), Suleyman Demirel, presidente della Turchia, veniva ricevuto da Rutelli, sindaco di Roma e da Cacciari, sindaco di Venezia. Sia la visita di Prodi in Turchia che quella di Demirel in Italia, avevano ridato fiato e credibilità internazionale al regime turco, permettendogli di agire contro i prigionieri e contro l’opposizione. Particolare non irrilevante, nel 1996 l’Italia era il terzo partner commerciale di Ankara.

Cosi come ancora oggi il nostro paese fornisce alla Turchia gli elicotteri Augusta Westland.

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Appare evidente che l’attuale aggressione ai curdi di Rojava serve a rivalutare l’immagine, parecchio sbiadita, di Erdogan presso l’opinione pubblica turca, resa inquieta dalla crisi sociale e politica dilagante. Esasperandone i peggiori sentimenti sciovinisti e il malcelato, ma diffuso, razzismo nei confronti dei curdi. Mentre va incarcerando migliaia di oppositori di ogni genere (magistrati, deputati, insegnanti elementari, giornalisti, musicisti, docenti universitari…ora anche medici che osano contestarne  la politica guerrafondaia), il governo di Ankara contemporaneamente muove le giuste pedine per preservare la sua “rispettabilità” a  livello internazionale.

 

Presumibilmente Erdogan, l’uomo a cui i nostri rappresentanti stringeranno la mano, è il mandante dell’uccisione delle tre militanti curde (Sakine, Fidan e Leyla) assassinate da un infiltrato in rue la Fayette (Parigi, gennaio 2013).

E’ anche l’ideatore degli attacchi ai villaggi e alle città curde di un paio di anni fa. Quando, mentre i combattenti curdi respingevano i fascisti di Daesh, l’esercito turco massacrava i civili nel Bakur. Praticando un indiscriminato cecchinaggio su donne e bambine, con persone arse vive negli scantinati dove si erano rifugiate per sfuggire a bombardamenti e rastrellamenti.

 

Analogamente, l’attuale operato dei militari turchi in Rojava (bombardamenti su villaggi e campi profughi che hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra i civili) ha tutte le caratteristiche del genocidio e dell’etnocidio. Materiale da tribunale per crimini di guerra e contro l’umanità. Come quello dei nazifascisti a Gernika nell’aprile 1937.

Oltre a intere città, ad Afrin (dove, va ricordato, avevano trovato rifugio e convivevano, insieme ai curdi, popolazioni di diverse etnie e religioni: cristiani, arabi, turkmeni, yazidi, profughi…) sono stati rasi al suolo anche siti archeologici considerati patrimonio dell’Umanità.

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E TU, DA CHE PARTE STAI?

In un comunicato dell’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia si leggeva:

Il popolo curdo chiede una soluzione politica, pacifica e democratica, una pace duratura per tutti i popoli. È questo che ispira la sua resistenza. Vincerà perché crede nella liberta e nella forza degli esseri umani, come ha saputo dimostrare a Kobane, a Minbij, a Raqqa e dovunque esiste la crudeltà e la barbarie.

Ora noi vi chiediamo: da che parte state? Da quella del popolo curdo o da quella di Erdogan?

 Bella domanda a cui finora hanno risposto, tra gli altri,  i Giuristi Democratici, associazione impegnata a promuovere “ la difesa ed attuazione dei principi democratici, di uguaglianza ed antifascisti della Costituzione della Repubblica, per la applicazione delle Convenzioni dei Diritti dell’Uomo, per la realizzazione di una Costituzione Europea autenticamente democratica, fondata sul ripudio della guerra…”.

 Coerentemente con tali presupposti, i Giuristi Democratici hanno protestato “contro l’accoglienza predisposta dal Governo italiano per il Presidente turco Erdogan in occasione della sua visita a Roma per un colloquio con il Pontefice. La visita di Erdogan, alla luce della persecuzione da parte del regime turco di avvocati, giornalisti, accademici e attivisti per i diritti umani, delle violenze in occasione delle operazioni elettorali e di atti commessi durante le operazioni di coprifuoco nei confronti della popolazione curda in Turchia, che appaiono costituire crimini contro l’umanità, costituisce una grave offesa al popolo italiano, alle istituzioni repubblicane ed alla Costituzione stessa”.

 Già in altre occasioni i Giuristi Democratici avevano“puntualmente documentato le violazioni dei diritti umani avvenute in Turchia”  e ugualmente hanno stigmatizzato l’operato del Governo turco quando si è reso responsabile “in aperta violazione del diritto internazionale, di un attacco contro la popolazione del Cantone di Afrin, nel nord della Siria”.

Quindi, secondo i Giuristi Democratici, il Governo italiano e le Istituzioni democratiche non avrebbero dovuto “accettare questa visita di Stato senza tenere conto della brutale repressione compiuta dal regime turco contro la società civile e più in generale in violazione dei diritti umani”.

 Nonostante il tentativo di blindare la Città eterna, è comunque prevedibile che a Roma (come in tante altre città italiane) il 5 febbraio non mancheranno proteste e manifestazioni contro la visita di Erdogan.

 Per Roma l’appuntamento è ai Giardini Castel Sant’Angelo, lato Via Triboniano dalle 11 alle 14 (lunedì 5 febbraio, ovviamente).

 Ma come ho detto altre mobilitazioni sono in preparazione un po’ dovunque…

 Partecipate! Fatelo per la Giustizia, fatelo per la Liberta’…e fatelo per i Curdi. Se lo meritano!

 

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 

Fine anno di Resistenza per il popolo curdo, sia in Kurdistan che in Europa – di Gianni Sartori

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Premessa di carattere clinico. C’è sicuramente qualcosa di paradossale, schizofrenico, nell’agire di Erdogan. Solidale in politica estera con il popolo oppresso palestinese, repressivo in politica “interna”  nei confronti dell’altrettanto oppresso popolo curdo. Una sorta, quello di Ankara, di “colonialismo interno di Stato”, profondamente analogo a quello praticato da Israele verso i palestinesi.

In questo mese di dicembre 2017, in una dichiarazione dei prigionieri curdi di PKK e PAJK è risuonata l’eco della mai dimenticata protesta dei POW irlandesi degli anni settanta. Il rifiuto di indossare la divisa carceraria da parte dei detenuti repubblicani (in quanto prigionieri politici e non criminali) portò prima alla protesta degli “uomini-coperta” e infine allo sciopero della fame del 1981 che costò la vita a dieci militanti (tre dell’INLA, sette dell’IRA).

Nel loro comunicato del 26 dicembre, i prigionieri curdi definiscono come “fascismo” l’imposizione della uniforme carceraria.

Di sicuro tale norma non verrà né accettata, né subita pacatamente: “Noi come detenuti del Pkk e del Pajk non indosseremo mai l’uniforme. Noi la faremo a pezzi se la costringerete su di noi. La nostra posizione su questo argomento è veramente chiara. Lo scopo principale dell’uniforme è di spogliare gli individui della loro identità e volontà”.

Ossia l’imposizione per decreto “dell’omogeneità dello stato nazione e la sua politica della negazione e dell’annientamento”.

Con orgoglio i prigionieri curdi rifiutano l’ennesimo attacco nei confronti della loro dignità e rivendicano la loro identità di resistenti, di “persone che difendono i diritti umani e la libertà di pensiero per una vita libera e giusta. Noi siamo le persone che lottano per la libertà sociale e la verità in linea con la legittima autodifesa per i nostri obiettivi e ideali” .

Si evoca anche, nel comunicato, la ribellione del 14 luglio del 1982, quando la lotta si estese alle carceri coinvolgendo circa 8mila prigionieri politici. Per la cronaca, il 1982 era l’anno in cui entrava in vigore la nuova Costituzione turca e venivano criminalizzati sia l’uso della lingua curda che ogni altra espressione culturale.

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E IN EUROPA?

Intanto in Europa, a Strasburgo, il presidio a tempo indeterminato che da anni si tiene davanti al Consiglio d’Europa ha visto crescere in dicembre la partecipazione di centinaia di persone divenendo un vera e propria manifestazione di massa. 

La richiesta, costante negli anni, rivolta sia al Consiglio d’Europa che al CPT (Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti) rimane quella di togliere il leader curdo Abdullah Ocalan dal duro regime di isolamento a cui viene sottoposto.

Dal settembre del 2016 mancano notizie precise sul suo stato di salute e si teme per la sua sicurezza, come per quella degli altri detenuti. Oltre 700 (settecento!) richieste dei suoi avvocati per poterlo incontrare sono state respinte, in violazione di ogni norma e regolamento onusiani e del Consiglio d’Europa, compresi quelli firmati dalla stessa Turchia.

In particolare: Convenzione dell’ONU del 10 dicembre 1984 contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti e Protocollo aggiuntivo dell’ONU del 4 febbraio 2003. Tutti regolamenti (ratificati dalla Turchia nel settembre 2005 ) che impegnano gli Stati a garantire che le persone in stato di detenzione non siano esposte alla tortura o a altre misure  inumane o degradanti. Anche consentendo che tali persone prigioniere vengano visitate regolarmente nelle loro celle ai fini di misure preventive non giudiziarie.

A questo punto è lecito chiedersi perché le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa mantengano tale atteggiamento di totale inerzia e indifferenza di fronte a quelle che appaiono con evidenza autentiche violazioni dei diritti del prigioniero politico Öcalan.

In particolare, il CPT avrebbe diritto alla visita negli istituti di pena potendo quindi ispezionare e indagare autonomamente dato che ogni Stato firmatario si è impegnato a permettere tali visite e a collaborare con il CPT. In teoria, il comitato dispone di un accesso illimitato alle aree di sorveglianza e può muoversi senza alcuna limitazione, anche incontrando i prigionieri separatamente, senza la presenza di guardie o altro. Nel secondo paragrafo della Convenzione Europea per la prevenzione della tortura viene stabilito che le visite possono svolgersi in qualsiasi momento; non solo in tempo di pace, ma anche durante stati di guerra e di emergenza. Se il rispettivo Paese non dovesse collaborare o non accettare le raccomandazioni del comitato, a questo Paese – se i due terzi dei componenti votano a favore – e successivamente all’opinione pubblica viene fornito un documento sul caso preso in esame. Ma questo non sta avvenendo nel caso di Ocalan, mettendo in forse ogni dichiarazione di buoni propositi per impedire che le persone in stato di detenzione vengano sottoposte a minacce e pericoli.

Insomma, è lecito chiedere al CPT, come intende, qui e ora, garantire la sicurezza e l’integrità psicologica e fisica del prigioniero Ocalan?

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COMPLIMENTI ALL’ANC

Da segnalare la presa di posizione, di segno diametralmente opposto, di una organizzazione come l’African National Congress (ANC, il partito di Nelson Mandela). Durante il suo 54° congresso (Johannesburg, dicembre 2017) ha pubblicamente richiesto l’immediata liberazione di Ocalan e di tutti i prigionieri politici. Il nuovo segretario dell’ANC, Ramaphosa (così come quello uscente, Zuma) aveva condiviso la dura lotta contro l’apartheid (costata ai Neri della RSA lutti, sofferenze, impiccagioni, secoli e secoli di detenzione) del compianto Nelson Mandela. E niente come la definizione di “Mandela curdo” esplicita quale sia il ruolo attuale di Ocalan per il suo popolo.

Nel comunicato finale l’ANC dichiara apertamente di “sostenere la lotta del popolo curdo per i diritti politici e umani e per la pace e la giustizia in Medio Oriente” chiedendo “a tutte le parti coinvolte di svolgere il proprio compito per una soluzione politica”.

Inoltre chiede “la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti prigionieri politici”.

Un sostegno esplicito e autorevole, provenendo da una delle organizzazioni che maggiormente hanno lottato contro il razzismo istituzionalizzato, contro la discriminazione e l’oppressione.

Un omaggio postumo all’impegno del compianto Essa Moosa, scomparso nel febbraio 2017. Moosa era stato l’avvocato sia di Mandela che di Ocalan, oltre che presidente del Kurdish Human Rights Group (KHRAG).

Gianni Sartori

 

Nuriye Libera! – segnalazione di Gianni Sartori

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Anche se solo in “libertà provvisoria” e, in attesa dell’appello, condannata a sei anni per presunto terrorismo.

Sperando ovviamente che il suo fisico duramente provato dal lungo sciopero della fame possa recuperare.

In ogni caso una testimonianza per chi “sente sulla propria pelle qualsiasi ingiustizia fatta a chiunque in qualsiasi parte del mondo”.

E un barlume di speranza per l’umanità sofferente, umiliata e offesa del pianeta.

Gianni Sartori

QUARTA UDIENZA PER NURIYE GULMEN E SEMIH OZAKCA – di Gianni Sartori

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QUARTA UDIENZA PER NURIYE GULMEN E SEMIH OZAKCA

(Gianni Sartori)

Come previsto e preannunciato, il 17 novembre nel carcere di Sincan (Ankara) si è svolta la quarta udienza del processo intentato contro Nuriye Gulmen e Semih Ozakca.

Forse è ancora prematuro parlare del governo di Erdogan come “di un regime ormai in preda alla disperazione” per non essere più in grado di estirpare il dissenso.

Ecco, magari non sarà proprio “disperato”, ma sicuramente appare in difficoltà.

Se ancora non boccheggia, sicuramente ansima per lo sforzo. Non barcolla, per ora, ma sicuramente annaspa.

Tra gli obiettivi prioritari del governo AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi) : mettere definitivamente a tacere le voci di questi due eroici insegnanti in sciopero della fame dal 9 marzo. Nuriye e Semih stanno lottando per riavere non solo il posto di lavoro, ma anche la loro dignità di cittadini. Una dignità violata dalle massicce purghe che hanno portato al licenziamento di migliaia e migliaia di lavoratori.

Ufficialmente costituivano una ritorsione  per il tentato golpe del 2016, ma poi  chiaramente sono andate oltre per miglia e miglia. Colpendo, condannandole alla morte civile, soprattutto persone del tutto estranee alla vicenda. Un’occasione imperdibile per liberarsi di ogni oppositore, magari solo potenziale.

Ora il potere turco ha estratto dalla manica un altra carta (truccata, a quanto sembra) procurandosi  un nuovo “collaboratore”. Di quelli stipendiati ovviamente.

Fatih Sofak ha fatto pervenire una sua dichiarazione che è apparsa in palese contraddizione con quella di Berc Ercan, l’altro accusatore dei due insegnanti (nonché collaboratore a libro paga).

Quanto a Nuriye, anche stavolta non le è stato consentito di presenziare.

E’ apparsa però in video conferenza e, nonostante  254 giorni di sciopero della fame abbiano chiaramente lasciato il segno, si è mostrata, raccontano i militanti solidali presenti in aula “sempre con la stessa forza e con lo stesso sorriso”.

La forza di chi sa di essere nel giusto, vorrei aggiungere.

La sua dichiarazione è stata interrotta più volte dal giudice che ha dato prova di un’assoluta mancanza di rispetto nei confronti della prigioniera politica.

Lei comunque si è rifiutata di rispondere alle accuse fintanto che non le verrà consentito di lasciare l’ospedale di Numune (dove rimane segregata) e di essere presente in aula.

Lo farà, ha spiegato, quando potrà “guardare tutti negli occhi”. Intendendo soprattutto gli occhi dei suoi accusatori.

Ha invece voluto ringraziare lungamente tutti coloro che si stanno esponendo con azioni di solidarietà nei confronti della lotta condotta da lei e da Semih.

Alla fine il tribunale ha sostanzialmente confermato l’attuale situazione.

Nuriye, indicata come facente parte della gerarchia dell’organizzazione DHKP-C,

non è stata scarcerata e resta quindi piantonata in ospedale.

Invece Semih, accusato di essere membro e propagandista della stessa “organizzazione terrorista”, rimane ai domiciliari.

Per l’altra imputata, Acun Karadag, è decaduta ogni accusa di relazione con l’organizzazione DHKP-C. Si è trattato presumibilmente di un tentativo per  spezzare, con un trattamento differenziato, il forte legame che esiste tra i tre imputati.

Ma nella dichiarazione  in aula Acun ha confermato la sua solidarietà nei confronti di Nuriye. Un intervento che ha suscitato una forte emozione, sia nei presenti che nella stessa Nuriye, sollevatasi dal letto “regalandoci uno dei suoi sorrisi più belli” (come ha raccontato un solidale).

Per Acun è stato comunque confermato l’obbligo di firma settimanale.

Invece per i manifestanti che protestavano fuori dal tribunale: cariche della polizia, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

Ordinaria amministrazione di questi tempi.

 La prossima udienza, la quinta ormai, si terrà il 27 novembre.

E probabilmente neanche stavolta a Nuriye verrà consentito di essere presente in aula.

Tra gli avvenimenti recenti da segnalare, l’arresto avvenuto una quindicina di giorni fa di Selcuk Kozagacli, portavoce degli avvocati progressisti della Turchia, da tempo vittima di una campagna di stampa diffamatoria,

In precedenza Selcuk Kozagacli era già stato escluso con decreto del tribunale di Ankara dal collegio difensivo (di cui era presidente) di Nuriye e Semih.

Con in aggiunta il divieto di occuparsi del caso e di essere presente alle udienze.

Al momento si trova ancora in carcere.

Ma negli ultimi 15-20 giorni il ritmo degli arresti sembra aver subito un’accelerazione. Si calcola che siano oltre un’ottantina i prigionieri politici trascinati nelle prigioni turche in soli tre mesi.

Gianni Sartori