MA CHI SPARA, ANCHE SOLO METAFORICAMENTE, SUI CURDI LO SA COSA STA FACENDO? – di Gianni Sartori

20055859313_47b33a64d6_b

Sinceramente. Mi ero ripromesso di non partecipare, possibilmente nemmeno assistere, alle polemiche anti-curde seminate in rete da certi soidisant anti-imperialisti. Talvolta di destra, sia dichiarata che mascherata (rosso-bruni), ma altre volte anche, mon dieu, di sinistra…

Di sinistra? Ma sì, diciamolo pure, talvolta anche di sinistra (del resto…abbiamo visto anche di peggio, a sinistra, vera o presunta).

Polemiche che stanno amareggiando la mente e il cuore di chi deva assistere suo malgrado a questa indecente propaganda anti-curda e, in secondo ordine, anti-libertaria.

Prese di posizione quantomeno sospette, fondamentalmente pretestuose. 

Polemiche che si autoalimentano con il “botta e risposta”. Meglio non concimarle, mi dicevo. Meglio non farsi trascinare nel fango e nel tanfo.

Offese incomprensibili e gratuite (cui prodest?) nei confronti di chi sta in prima linea contro il neofascismo (islamico e non). Come quelle  in merito alla partecipazione di anarchici  (elegantemente definiti “piccoli delinquenti”), libertari e perfino lesbiche (ma Ivana Hoffman, andata a morire eroicamente contro l’Isis, cos’era?) alle nuove brigate internazionali che combattono  a fianco dei curdi contro l’Isis. *

Nel testo di un autoproclamato “osservatorio anticapitalista” si coglieva l’occasione per evocare, maldestramente, lo spettro del povero Mackno accusato nientemeno che di “sionismo” (nel 1920-21?). Dovrebbero spiegarsi meglio, visto che uno dei loro teorici di riferimento, Leon Trotski, aveva ripetutamente accusato il “bandito Nestor Mackno” di “antisemitismo”.

Delle due l’una. O forse nessuna. Magari ci ritorneremo su.**

VADA PER I ROSSO-BRUNI, MA ORA ANCHE I TROTSKISTI D’HOC…?

Ma c’è un limite a tutto. Dopo le variegate insulsaggini sparse al vento (in particolare su curdi e anarchici) da siti irrilevanti, sostanzialmente autoreferenziali, a farmi desistere dal sano proposito di non immischiarmi è stato un intervento, peraltro gentilmente speditomi dagli interessati, del PDAC (sezione italica della LIT-Quarta Internazionale). Qui i Curdi del Rojava vengono accusati sostanzialmente di non essersi opposti abbastanza al regime di Assad e anche (udite-udite!) di aver conservato una struttura  “stalinista-maoista”sostanzialmente gerarchica, autoritaria. Quasi un imprevisto richiamo alla democrazia diretta e allo spirito libertario.

Provenendo dagli epigoni di chi ha poco elegantemente “buttato nella spazzatura della Storia” i marinai di Kronstadt e i macknovisti farebbe anche sorridere, se pur amaramente…

Metodi talvolta “autoritari” quelli adottati da YPG e PKK?

Perfino i compagni della Colonna Durruti nel bel mezzo di un conflitto come quello del 1936-39 in Spagna, si videro talvolta costretti a usare metodi non filologicamente “democratici”. Ma i miliziani anarchici si trovavano nel mezzo del ferro e del fuoco di una guerra di liberazione, come appunto i curdi in Rojava e Bakur.

E sappiamo bene come si comportano i reazionari in caso di vittoria: dai massacri indiscriminati di cui furono vittime i comunardi a quelli operati da Franco nel lungo dopoguerra, quello è il loro stile.

Non è di secondaria importanza che entrambi (sia gli antifranchisti che i curdi) stessero e stiano, rispettivamente, operando comunque per il superamento di una società fondata sullo sfruttamento, sull’oppressione, sulla gerarchia, sostanzialmente sul potere (di capitalisti, burocrati, commissari politici o cekisti).

Nello stesso articolo diffuso dal PDAC si ironizza sulla, virgolettata da loro, “democrazia di base” in Rojava  riprendendo un’intervista a Joseph Daher (un sostenitore dei “ribelli” siriani anti-Assad).

Con argomenti analoghi a quelli già utilizzati dal sopracitato “osservatorio anticapitalista” (magari con intenti diametralmente opposti),  i trotskisti nostrani mostravano di condividerne il sostanziale disprezzo per il Confederalismo democratico adottato dalla resistenza curda. Vagamente surreale poi l’accusa al  PYD di aver esautorato i consigli (l’equivalente dei soviet) che prima comunque in Rojava quasi non esistevano (se non come aspirazione, tendenza tradizionale all’autogoverno delle popolazione locali).

Ovviamente i compagni della LIT-Quarta Internazionale per me rimangono tali (dal mio modesto punto di vista, sostanzialmente ecumenico).

Ma non posso fare a meno di sottolineare come la loro accusa nei confronti dei curdi 

(quella di non essersi opposti abbastanza al regime siriano di Assad) sia diametralmente opposta alla condanna senza appello già emessa dal severissimo “osservatorio anticapitalista”. In questo caso di non essersi decisamente schierati a fianco di Assad (a torto o a ragione ritenuto baluardo dell’antimperialismo e antisionismo).

Forse qualcuno (mi consolo: non solo io) ha le idee un tantino confuse.

Qualche precisazione. Le brigate di ispirazione anarchica e libertaria operanti in Rojava (e anche in Bakur) sono organiche a quelle dei marxisti-leninisti turchi del MLKP (comunisti, fino a prova contraria) a cui si deve la costituzione nel 2015 della Brigata Internazionale della Libertà (in collaborazione con le Forze unitarie per la Libertà, il fronte rivoluzionario MLSPB e Reconstruccion Comunista, quest’ultima spagnola). Quindi, perché polemizzano solo con le componenti libertarie? Cos’è? Coazione a ripetere?  

Sia chiaro. Se la fossero presa soltanto con gli anarchici, avrei lasciato perdere. Non sono anarchico e credo non serva loro un avvocato d’ufficio (peraltro non gradito, temo).

Inoltre, forse per ragioni anagrafiche, non coltivo più troppe speranze sui “domani che cantano”. Eppure, quando qualcuno ci prova a rimettere in discussione lo “stato di cose presente” (e il suo indispensabile corollario: lo Stato) non posso che augurargli la vittoria. Resto poi convinto che un giorno, magari tra cento o mille anni, di molti Stati, sistemi economici, ideologie e ovviamente anche religioni, perfino il ricordo sarà disperso nel vento. Resteranno invece, non ho dubbi, i Popoli. Alcuni almeno, quelli che faticosamente hanno saputo sopravvivere come Nazioni anche senza Stato.

I Curdi, appunto. E magari anche i Baschi e gli Irlandesi per restare nei paraggi.

Come ha sottolineato recentemente Ali Çiçek Debattenblog parlando della “terza rivoluzione” (per la cronaca: è con questa medesima denominazione che i marinai di Kronstadt avevano battezzato la loro nuova insurrezione nel 1921): “La teorica politica Hannah Arendt nel suo studio »Sulla Rivoluzione« analizza la rivoluzione francese, quella americana e altre ancora, per determinare »le caratteristiche fondamentali dello spirito rivoluzionario«.

Le riconosce nella possibilità di iniziare qualcosa di nuovo, è nell’agire comune delle persone. Affronta soprattutto la questione del perché questo »spirito« non ha trovato una »istituzione« e si è perso nelle rivoluzioni”.

In “Potere e Violenza” Hannah Arendt aveva poi anche scritto:

“Se io dico: nessuna delle rivoluzioni, delle quali tuttavia ognuna ha rovesciato una forma di stato e l’ha sostituita con un’altra, è stata in grado di scuotere il concetto di Stato, con questo intendo qualcosa che ho spiegato nel mio libro sulla rivoluzione: dalle rivoluzioni del 18° secolo in effetti ogni grande sconvolgimento ha sviluppato uno spunto di forma di Stato che indipendentemente da tutte le teorie si determinava a partire dalla rivoluzione stessa, ossia dall’esperienza dell’agire insieme e del voler decidere insieme. Questa nuova forma di Stato è il sistema dei consigli, che, come sappiamo, ogni volta è andato distrutto, annientato o direttamente dalla burocrazia degli Stati Nazione o dai burocrati di partito.

Concludendo così: “A me però pare l’unica alternativa che sia comparsa nella storia e che continua a verificarsi”.

Effettivamente la formazione spontanea di consigli appare come una costante di quasi ogni Rivoluzione, almeno di quelle autentiche e non manipolate: dalla Rivoluzione francese del 1789 alla Comune del 1871;  da quella russa (sia nel 1905 che nel 1917 e poi nel 1921) alle rivoluzioni in Germania e in Austria alla fine della Prima Guerra Mondiale. E anche in quella ungherese del 1956 che iniziò dal consiglio operaio di una fabbrica di lampadine.

E ogni volta spontaneamente, quasi inconsapevolmente. Come se prima di allora eventi simili non fossero mai accaduti.

Ali Çiçek Debattenblog non ha dubbi:” Annovero la rivoluzione in Kurdistan, con la sua carica esplosiva che ha per via della sua posizione geograficamente centrale, ma soprattutto per via della sua concezione di rivoluzione e del suo paradigma sociale, nella serie delle grandi rivoluzioni dell’umanità”

Ma rispetto alle rivoluzione analizzate da Arendt individua alcune differenze. Innanzitutto il “cambio di paradigma” operato dal movimento di liberazione curdo e dal suo ideologo Apo Ocalan per cui “il PKK è riuscito a »scuotere il concetto di Stato« ed è riuscito a trovare una »istituzione« per lo »spirito rivoluzionario«, il confederalismo democratico”.

Inoltre la formazione di consigli nel Rojava “non si è creata spontaneamente, ma è stata una decisione consapevole di una forza organizzata”.

Per concludere che “il sistema dei consigli previsto dal movimento curdo si basa su tradizioni rivoluzionarie consapevoli del Medio Oriente e a livello globale e su una teoria, ossia quella del socialismo democratico”.

 Tra le fonti che hanno maggiormente irrigato l’elaborazione del Confederalismo democratico va ricordato sicuramente il pensatore libertario Murray Bookchin, in particolare con il suo saggio sulla Terza rivoluzione (The Third Revolution: Popular Movements in the Revolutionary Era).***

 Per Bookchin la “prima rivoluzione” inizia con l’insurrezione delle masse popolari che scacciano il vecchio regime. Subentra poi la “seconda rivoluzione”, quando la forza politica si concentra in uno Stato centrale mentre coloro che avevano realizzato la prima rivoluzione vengono allontanati dai processi decisionali.

Fin qui un’analisi che collima con quanto scriveva nel 1937 il comunista anarchico Jaime Balius, esponente de Los amigos de Durruti . Non solo. Sembra fosse della stessa opinione anche un altro personaggio. Andreu Nin, spesso citato sia dal PDAC che dall’osservatorio (soidisant) anticapitalista. Citato magari indebitamente visto che Nin ancora nel 1934 aveva rotto con Trotski.

Fondatore con Joaquin Maurin del POUM, Nin finì con il condividere nella sostanza il duro giudizio di Balius sulla soppressione, di fatto se non di nome, dei soviet in Russia nel 1921 (repressione di Kronstadt e dei maknovisti). Questo almeno è quanto emerge da alcuni scritti di Nin. Per esempio su “La Batalla”  del 4 marzo 1937 dove l’esponente del POUM riporta un articolo di Jaime Balius che aveva paragonato la situazione catalana a quella della rivoluzione francese “quando si chiedeva a gran voce la sospensione dei club, e a quello vissuto in Unione Sovietica, quando si reclamò la soppressione dei soviet”. Sottolineo che Nin riprendeva testualmente, condividendole, le parole (e i timori) di Balius. Solo due mesi dopo, i noti eventi di Barcellona in cui vennero assassinati dagli stalinisti sia Nin che molti militanti della CNT (perfino un fratello di Ascaso) e gli anarchici italiani Berneri e Barbieri.

Tornando a Murray Bookchin, forse il grande libertario statunitense  in materia di “rivoluzioni” peccava leggermente di ottimismo. Riteneva infatti che dopo la “seconda” dovesse arrivarne (quasi automaticamente, fatalmente…) anche una “terza”.

Quando “l’organizzazione democratica delle società tentava di riconquistare la forza politica perduta”. O tentava almeno di arrestare il Termidoro, l’involuzione burocratica, la militarizzazione…lo stato di polizia o quantaltro.

Questo movimento costituisce appunto la “terza rivoluzione”. Come appunto nel caso di Kronstadt che nel 1921 si rivoltò contro il monopolio del potere bolscevico rilanciando la parola d’ordine“Tutto il potere ai Soviet ! “.

Secondo Ali Çiçek Debattenblog l’originalità di Abdullah Ocalan consiste nell’aver saputo ridefinire il ruolo del PKK come “propulsore della terza rivoluzione”. Superando la concezione leninista del partito con “un programma che ha come obiettivo la trasformazione in una società democratica, libera e ugualitaria, una strategia comune per tutti i raggruppamenti sociali che hanno interesse in questo programma, e con una tattica che persegue un’organizzazione ampia di gruppi della società civile, ambientalisti, femministi e culturali e in questo non trascura la legittima autodifesa” (vedi di Öcalan “Oltre lo Stato, il Potere e la Violenza”).

Per quanto mi riguarda, sostanzialmente concordo. Al momento non vedo altre vie d’uscita (realistiche e praticabili) dalla barbarie del liberismo capitalista nella sua “fase suprema” ormai dilagante. Sempre che fuoriuscirne sia ancora possibile, naturalmente.

 CHI SPARA SUI CURDI SPARA SULLA RIVOLUZIONE  (ANCHE SE FORSE NON LO SA)

Ma allora: chi oggi spara sui curdi e sul Confederalismo democratico (per ora a salve, ma il maggio 1937 di Barcellona non lo abbiamo dimenticato) a chi spara in realtà?

Spara sull’esperimento sociale che, qui e ora, rappresenta forse il tentativo più significativo, tra quanto è umanamente possibile, di abbattere e superare radicalmente (nei fatti, non solo nelle intenzioni) l’oppressione, la discriminazione, lo sfruttamento (non solamente dell’uomo sull’uomo e sulla donna, ma anche sul Pianeta che vive, sulla “Natura” per capirci…). In sostanza: contro le gerarchie e il potere, comunque inteso.

Questo fuoco incrociato (sia da destra che da sinistra…) è rivolto sul diritto all’autodeterminazione, all’autogoverno, all’autogestione. 

Chi spara sui curdi spara anche sui Consigli della rivoluzione tedesca; sui Soviet del 1905, del 1917, del 1921; sulla Telefonica di Barcellona, su Berneri e Nin (maggio 1937), sulle collettività dell’Aragona (quelle represse da Lister nell’agosto 1937). Spara sugli zapatisti (sia quelli storici di Emiliano che su quelli di Marcos); spara sui Lakota di Cavallo Pazzo e sugli eretici ribelli di Gioacchino da Fiore; sulle donne di Barcellona sepolte al Fossar (1714), sui proletari asturiani insorti (1934) e sui gudaris baschi che si batterono contro Franco…

Spara sui ragazzi irlandesi del Bogside a Derry e su quelli di Falls road a Belfast; sui palestinesi di Sabra e Shatila (1982) e anche su quelli di Tel al-Zaatar (1976, per chi ha dimenticato come andarono le cose).

Un elenco pressoché infinito di ribelli caduti insorgendo contro l’esistente reificato.

Non avendo altro da perdere che le proprie catene e forse qualche illusione…

E spara anche su milioni di vittime indifese e inermi che non poterono nemmeno ribellarsi. Al massimo tentare, invano, di fuggire…

Come Anna Frank, Sara Gesses e, appunto, Walter Benjanim…

In compenso, sparando sui curdi, sempre metaforicamente, si rischia di alimentare il fatalismo e la rassegnazione di chi ritiene di dover sempre e comunque affidare servilmente le proprie sorti, personali e collettive al Potere, a uno Stato (e quindi a militari, burocrati, capi, guardie, preti, dirigenti, commissari…).

Non credo proprio che questi “cecchini” anticurdi stiano rendendo un buon servizio alla Rivoluzione sociale. Tantomeno all’Umanità oppressa, umiliata e offesa che, almeno in Kurdistan, ha osato sollevare la testa.

Gianni Sartori

*Nota 1:  Ultimamente si è parlato, anche troppo e talvolta a sproposito delle Brigate LGBT. Ritengo che tale eccessiva “spettacolarizzazione” (intesa, alla Debord, come forma di mercificazione) mediatica di queste vere o presunte “Brigate LGBT”, possa fare  il paio con quella sulle donne curde combattenti (tutte “giovani e belle”, eroiche…e poi dimenticate) di un paio di anni fa.

The Queer Insurrection and Liberation Army (TQILA) era nata come componente di International People’s Guerrilla Forces (Forze Guerrigliere Internazionali Rivoluzionarie Internazionali). Tale IRPGF è membro di  International Freedom Battalion, la Brigata Internazionale della Libertà.

In turco: Enternasyonalist Özgürlük Taburu; in curdo:Tabûra Azadî ya Înternasyonal.

Questa è l’unità combattente di volontari stranieri (comunisti, anarchici, socialisti, antifascisti…perfino qualche nostalgico di Enver Hoxha, ma non formalizziamoci) che ha operato a fianco delle Unità di Protezione Popolare (YPG) contro le bande dei fascisti islamici dell’Isis.

Ripeto: la Brigata Internazionale della Libertà è stata costituita nel 2015 dal Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP), delle Forze Unitarie per la Libertà (BÖG), del Fronte Rivoluzionario MLSPB, della formazione spagnola Reconstrucción Comunista.

Quindi, ricordo ancora ai detrattori di cui sopra, originariamente l’International Freedom Battalion venne organizzata non da anarchici che io sappia, ma soprattutto da comunisti (marxisti-leninisti) turchi e si ispirava dichiaratamente alle Brigate Internazionali che combatterono contro il franchismo.

Da segnalare (negativamente) l’intervento di Maurizio Blondet, uno che per 40 anni ha collaborato con l’editoria di destra. Cristiano integralista e romanista (non in senso calcistico), nella penisola iberica del secolo scorso probabilmente avrebbe aderito al franchismo.

Senza remore, Blondet spande carriolate di disprezzo nei confronti dei militanti di The Queer Insurrection and Liberation Army definendoli, con rara eleganza vagamente demodé,  “finocchi”. In realtà, a ben guardare, il suo disprezzo va soprattutto ai comunisti; non sembra essersene  ancora accorto chi lo mantiene come contatto fisso nel suo blog.

Questo mentre cita ripetutamente gli articoli (spesso imprecisi, fantascientifici) del gay dichiarato Thierry Meyssan. Lapsus rivelatore?  E che dire dell’ammirazione per Jorg Haider?

Ho visto che in alcuni articoli Blondet ha legittimamente celebrato la “Giornata del martirio e dei martiri” in memoria delle vittime cristiane in Siria.

Forse bisognerebbe ricordargli le migliaia di cristiani iracheni che avevano trovato rifugio nel Kurdistan “iracheno” e quelli salvati dai combattenti del PKK scesi dalle montagne.

Chi ha versato sangue per portare in salvo popolazioni minorizzate (non mi piace “minoritarie”), sia yazidi che cristiani e alawiti, strappandole alle grinfie degli integralisti?

YPG e PKK hanno difeso anche villaggi turcomanni, pur essendo stati i turcomanni spesso lalonga manus di Ankara contro i curdi (vedi il massacro nel campo profughi di Atrush nel 1997).

Paradossalmente in questo caso l’Isis, ugualmente alleato di Ankara, li stava attaccando in quanto…sciiti!?!

Quanto al fatto che alcune affermazioni di tali personaggi siano talvolta magari condivisibili, ci riporta all’ovvietà per cui anche l’orologio rotto due volte al giorno segna l’ora giusta.

Nota 2 **In merito all’accusa di “sionismo” dispensata talvolta gratuitamente e con eccessiva facilità, osservo soltanto che anche Walter Benjamin (riferimento ricorrente nel sito citato)** prese seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferirsi in Palestina…“Sionista” pure lui…?

E Primo Levi allora? Del resto c’è chi sospetta che anche Anna Frank in realtà fosse una “sionista”, magari a sua stessa insaputa.

***Nota 3: Un inciso personale. Bookchin l’avevo ascoltato, sotto al tendone allestito dai compagni anarchici di Mestre, al Convegno internazionale anarchico di Venezia nel 1984. Avevo poi scambiato anche qualche battuta (un’amica faceva da interprete, ricordo), ma all’epoca non lo avevo preso adeguatamente in considerazione. Nella polemica di allora tra ”ecologia profonda” (vedi EF!) e la sua “ecologia sociale” mi schieravo con la prima.

Peccavo di presunzione, ovviamente e mi persi quella che poteva essere una delle interviste  più significative della mia vita.

****Nota 4: Per qualche ulteriore chiarimento, per quanto parziale:

vedi su UIKI onlus:

http://www.uikionlus.com/guerra-giusta/

vedi su Umanità Nova:

http://www.umanitanova.org/2017/10/01/fallacie-e-fandonie/

http://www.umanitanova.org/2017/10/15/quando-il-mio-nemico-e-nemico-del-mio-nemico/

Mio malgrado mi vedo costretto a pubblicizzare anche due dei documenti anti-curdi sopracitati; mi affido al buon senso dei lettori:

http://zecchinellistefano.blogspot.it/2017/10/gli-anarchici-provocatori-e-teppisti-al.html

https://www.alternativacomunista.it/content/view/2492/1/

** ***nota 5: Su Walter Benjamin suggerisco qualche lettura:

1) “Hannah Arendt -Walter Benjamin, L’angelo della Storia – Testi, lettere, documenti”

e

2) “I Benjamin” di Uwe-Karsten.

 

 

 

DIALOGO EUROREGIONALISTA n. 3

Il Centro Studi Dialogo presenta il terzo numero di Dialogo Euroregionalista.

In questo numero troverete:

Una montagna da scalare – di Gianluca Marchi

General Elections 2017, la caduta degli dei? – di Paola Bonesu

Biafra, 50 anni dopo – di Alessandro Michelucci

Soc pilot, mariner – di Xavier Maria Arruabarrena

L’identità disegnata – a cura della redazione

Aleria1975 – terza puntata

La questione settentrionale di fronte al futuro – di Stefano Bruno Galli

Il plebiscito truffa – di Federico Guido Corti

Xirinacs affronta l’ultimo tabù – di Humbert Roma

Ho visto nascere la Repubblica Catalana – di Davide Guiotto

L’emigrazione tirolese in Brasile – di Everton Altmayer

Il discorso economico del militarismo italiano in Sardegna – di Andria Pili

Cruciverba – a cura della redazione

 

UN INCONTRO A TORINO PER PARLARE DI CATALUNYA – 2 DICEMBRE 2017

Incontro/dibattito sul tema “PIEMONTE-CATALUNYA, ITALIA-SPAGNA”, aTorino, presso la sede del Fogolar Furlan, Corso Peschiera 264, per il giorno 2 dicembre pv alle ore 16.
L’evento è organizzato dall’Associassion Coltural Piemontèisa Nòste Reis.
Il programma:
Introdurrà l’incontro Silvano Straneo
per l’“Associassion Nòste Reis”
alla presidenza Vera Bertolino
tavola rotonda con:
Roberto Rosso – consigliere comunale di Torino
Alberto Schiatti – coordinatore della rivista “Dialogo Euroregionalista”
Domenico Comino – Presidente dell’A.P.E. (“Autonomisti per l’Eoropa”)
Roberto Gremmo – fondatore nel 1973 della rivista “Informazione Catalana”

Convegno Torino Hands

giornale catalano 2giornale catalano 1

CENTRO STUDI DIALOGO – Un Dialogo sull’Adda – 15 ottobre 2017

Si è svolta il 15 ottobre scorso una giornata di incontri organizzata dal Centro Studi Dialogo a Calolziocorte (LC), presso il Monastero del Lavello.

Alla giornata hanno partecipato il Presidente del Centro Studi Giovanni Roversi, il Direttore di Dialogo Euroregionalista Gianluca Marchi, il prof. Michele Corti, il gruppo musicale Rosc A DesCord, l’esperto di territorio Pierfranco Mastalli e il ricercatore musicale e liutaio Valter Biella.

Pensiamo di fare cosa gradita ai nostri lettori pubblicando il video dell’intervento di quest’ultimo, un intervento intervallato da esibizioni musicali.

Grazie a tutti gli intervenuti

LIBERTA’ E GIUSTIZIA PER NURIYE GULMEN e SEMIH OZAKCA – di Gianni Sartori

Terza udienza del processo contro i due hunger strikers: Semih Ozakca va agli arresti domiciliari mentre rimane imprigionata Nuriye Gulmen

(GIANNI SARTORI)

IMG_9778

IMG_9775

Come ci aspettava, a Nuriye Gulmen è stato impedito di prendere parte anche alla terza udienza del processo del 20 ottobre. Ufficialmente perché “le sue attuali condizioni fisiche non lo consentono”.

Tre giorni prima la Commissione giudicante si era recata a chiederle una sua deposizione per registrarla e metterla agli atti, ma Nuriye si è rifiutata di rispondere in tale maniera alle accuse (comprese le nuove emerse grazie alle discutibili dichiarazioni di un ex militante) pretendendo di farlo di persona in tribunale.

Le ragioni del governo, non dichiarate ma evidenti, sarebbero almeno due: impedire a Nuriye di parlare direttamente in tribunale e impedire che le sue attuali condizioni fisiche si vedano pubblicamente.

La grande capacità della giovane accademica* di argomentare, sostenere le proprie ragioni, costituiscono un pericolo a livello mediatico per il governo, mentre il suo aspetto, definito “spettrale” da chi ha potuto avvicinarla, metterebbe in cattiva luce la politica repressiva adottata dallo Stato turco.

Attualmente Nuriye è continuamente scossa da conati di vomito, ha seri problemi di vista, gravi difficoltà nel deambulare, praticamente è immobilizzata. Alta circa un metro e ottanta (1,79) attualmente pesa solamente 35 kg.

Presumibilmente siamo di fronte a un quadro serio di “patologia multiorgani” e alcuni danni potrebbero essere irreversibili. Non solo per il prolungato digiuno, ma anche per lo stress cui è sottoposta.

Invece l’aspetto di Semih Ozakca, per quanto emaciato, è stato evidentemente giudicato ancora “accettabile” dalle autorità e ha potuto presenziare.

Normalmente ai detenuti in Turchia è consentito di farsi fare delle foto per inviarle a familiari e conoscenti. Invece di Nuriye non esiste alcuna immagine da quando è incarcerata.

Tra le scuse accampate, la macchina fotografica del carcere non sarebbe stata funzionante. Poi, ma questa non era una scusa, il fotografo addetto si era suicidato (forse per ragioni personali, anche se il clima della prigione potrebbe aver influito).

Nemmeno gli avvocati hanno potuto riprenderla. Mentre in tribunale possono portare il telefonino, all’ingresso del carcere o dell’ospedale vengono perquisiti e letteralmente spogliati di tutto: telefonino, carte di credito, documenti…(e le guardie ne approfittano per deriderli, provocarli: “come ci si sente, avvocato, senza un documento, senza una carta di credito…”). A causa dei numerosi metal-detector non è possibile nemmeno introdurre una microcamera.

A un regista belga hanno smontato e distrutto perfino la custodia degli occhiali per controllare.

IMG_9777

Chi vi ha assistito in qualità di osservatore internazionale (all’interno della solita prigione di Ankara, il carcere di Sincan), spiega che “stavolta il processo si è svolto in un’aula molto grande, ben amplificata, per cui quasi non vedevamo la Corte, ma comunque si sentiva bene e ognuno aveva la disponibilità di un traduttore”. Con una certa amarezza, sottolineava anche che “l’inviato del Manifesto, presente a Istanbul, non è venuto nonostante lo avessimo invitato”.

Erano invece presenti, oltre ad alcuni italiani, militanti solidali greci e un rappresentate dell’ambasciata canadese.

Quanto al processo “è apparso chiaramente basato su semplici deduzioni, illazioni della polizia”.

“Possiamo affermare – proseguiva il mio interlocutore – senza timore di essere smentiti che di fatto la pubblica accusa è costituita dallo stesso Ministero degli interni”.

Del resto Erdogan si era proclamato “giudice di questo processo”.

I due imputati, ricordo, dopo essere stati arrestati per la loro protesta contro il licenziamento, sono stati accusati di far parte dell’organizzazione Fronte rivoluzionario della liberazione popolare (DHKP-C).

Oltre a Nuriye e Semih, viene giudicata, a piede libero, anche una terza imputata, Acun Karadag, altra insegnante vittima delle purghe governative.

Acun, cardiopatica con pacemaker, data la serietà della sua condizione sanitaria non è in sciopero della fame, ma ha partecipato quotidianamente alle proteste, duramente represse dalla polizia, contro la politica governativa.**

Acun ha inoltre rinunciato a difendersi finché a Nuriye non sarà permesso di essere presente in aula. Inoltre ha protestato per il fatto che le sia consentito di avere soltanto tre avvocati, mentre in genere il numero dei difensori è illimitato.

Durante il dibattimento Semih Ozakca e i suoi difensori hanno risposto a Berk Ercan, in video-conferenza da Istanbul. Si tratta di un prigioniero politico arrestato nel 2014 in quanto presunto membro dell’organizzazione DHKP-C, accusa da lui finora sempre respinta.

Solo recentemente, da circa un mese, si sarebbe “ricordato di averne fatto parte”  stilando una lista di 110 nomi e facendo arrestare anche 15 avvocati e circa novanta militanti di Halk Cephesi (Fronte del popolo).

Berk sarebbe stato un semplice militante di base che da tempo si era comunque tirato fuori dall’impegno politico e in realtà non si sa nemmeno con certezza se effettivamente facesse parte di DHKP-C.

La sua testimonianza era stata resa pubblica tra la seconda e la terza udienza.

Ora Berk Ercan sostiene che i due imputati, Semih e Nuriye, facevano parte dell’organizzazione rivoluzionaria. Organizzazione che avrebbe ordinato loro di entrare in sciopero della fame per rilanciare un movimento analogo a quello sorto con Gezy Park ed estendere i focolai di ribellione delle migliaia di licenziati, molti dei quali invece di fuggire dalla Turchia hanno avviato forme di resistenza.

Prima dell’intervento del collaboratore era stato il giudice a chiedere a Semih se in passato si era recato a Istanbul e la risposta ovviamente era stata affermativa.

A questo punto era intervenuto Berk Ercan sostenendo di averlo incontrato in un quartiere, Okmeydani (notoriamente collocato politicamente a sinistra) in un parco ufficialmente dedicato a Ataturk, ma ormai universalmente conosciuto come il parco di Sibel Yalçin, una guerrigliera caduta in combattimento

Peccato per l’accusa, le date coincidevano con il periodo in cui Semih svolgeva il servizio militare, ben lontano da Istanbul. A questo punto, dopo le risate suscitate in aula,  come teste Berk Ercan avrebbe dovuto venir considerato totalmente non credibile, inaffidabile (un avvocato della difesa lo ha anche denunciato per falsa testimonianza). Invece le “prove”, del tutto inconsistenti, sulla presunta connessione di Nuriye con DHKP-C  (un vecchio pc che Şafak Yayla le avrebbe regalato qualche anno fa, in una data nemmeno precisata) sono state ritenute valide.

Importante sottolineare che dopo il golpe, vero o presunto, è stata avviata una procedura per cui i prigionieri politici che accettano di fare i nomi di presunti rivoluzionari vengono pagati e possono godere di migliorie nella loro condizione carceraria. Non si tratta nemmeno formalmente di “pentiti”, ma semplicemente di collaboratori a libro paga.

Come già detto, Salih ha potuto tornare a casa sua (deve comunque portare il braccialetto elettronico) in attesa della prossima udienza mentre Nuriye è rimasta nel reparto di terapia intensiva. Praticamente in isolamento, con solo 5 (cinque!) minuti al giorno concessi alla sorella per visitarla e confortarla aggiornandola sulle iniziative, anche internazionali,*** a suo sostegno. Come ha detto un compagno: ”in questo momento è la solidarietà che la nutre”.

La prossima udienza doveva cadere il 27 novembre, ma gli avvocati della difesa sono riusciti ad ottenere che venisse anticipata al 17.

La situazione di Nuriye (a cui, ricordo, finora è sempre stato impedito di essere presente in aula) è talmente seria che ogni giorno in più costituisce un ulteriore pericolo per la sua stessa sopravvivenza.

Gianni Sartori

 

*nota 1: Nuriye è ricercatrice di letteratura turca ed europea, profonda conoscitrice di Kafka. Inevitabile pensare a come la sua attuale vicenda, per tanti aspetti assurda, richiami quella, “kafkiana” per antonomasia, di Josef K. in “Der Prozess”.

Le nuove accuse (che si aggiungono a quelle vagamente surreali di aver utilizzato colori incriminabili come il rosso e il giallo) si basano sulle dichiarazioni del collaboratore Berk Ercan secondo cui Şafak Yayla (uno dei due componenti del commando dell’assalto al palazzo di giustizia di Istanbul nel 2015)  anni fa avrebbe regalato un suo vecchio pc a Nuriye.

 Per maggiori informazioni: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2015/03/31/istanbul-fronte-rivoluzionario-prende-giudice-in-ostaggio-polizia-uccide-sequestratori-029982

 ** nota due: Tanto per la cronaca. Un osservatore internazionale ha raccontato di “aver potuto controllare direttamente lo stato in cui erano ridotte le aste degli occhiali corrose dai gas spruzzati nelle ultime manifestazioni. Gas sicuramente peggiori persino dei famigerati CS utilizzati a Genova nel 2001”.

Ricordo che è invece in sciopero della fame (da oltre 170 giorni) Esra, moglie di Semih, anche lei insegnante vittima delle purghe governative.

*** nota 3: in particolare va segnalato l’appello di alcuni parlamentari europei che si sono rivolti direttamente a Federica Mogherini chiedendole di “promuovere tutte le azioni diplomatiche possibili” in favore di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca.

Questi i firmatari: Castaldo Fabio Massimo, Demesmaeker Mark, Hadjigeorgiou Takis, Piri Kati, Pittella Gianni, Valero Bodil, Vergiat Marie-Christine, Ward Julie, Zimmer Gabriele.

Per il 1 novembre è prevista una conferenza sul caso di  Nuriye e Semih con alcuni europarlamentari a Strasburgo ( parlamento europeo)

 

 

NURIYE GULMEN E SEMIH OZAKCA ANCORA IN SCIOPERO DELLA FAME – un articolo di Gianni Sartori

Turchia-due-insegnanti-e-la-repressione-di-stato

 

Parlare di uno sciopero della fame condotto da un  prigioniero politico, oltre che drammatico, è sempre fonte di grande, insondabile tristezza. Tornano fatalmente alla mente lo stillicidio dei giorni di agonia di Bobby Sands, Patsy O’Hara, Micki Devine…e di tutti gli altri repubblicani del 1981;  la morte atroce di un centinaio di militanti della sinistra rivoluzionaria turca (e di loro familiari) nell’assordante silenzio planetario dei media; il martirio solitario dell’anarchico Barry Horne nell’Inghilterra socialdemocratica di Blair…

Eppure periodicamente questa scelta, spesso irreversibile, destinata a concludersi con la morte o comunque con danni irreparabili per chi magari viene sottoposto alla tortura della alimentazione forzata, si compie ancora. Ancora vittime ribelli al potere alle quali non rimane altra via per esprimere la propria radicale opposizione allo stato di cose presente.

In Turchia Nuriye Gulmen e Semih Ozakca sono in sciopero della fame del 9 marzo*. Come altri hanno scritto: “hanno fame di giustizia da oltre 200 giorni”.

La testimonianza di Nuriye e Semih contro lo stato di emergenza che li aveva condannati, assieme a migliaia di altri lavoratori, alla morte sociale dopo essere stati espulsi dal loro posto di lavoro, è senza soluzione di continuità. Una lotta sostenuta e difesa da altri lavoratori che sfidano divieti, repressione, arresti, stati di fermo, tortura…

Il governo dell’AKP, non tollerando l’estendersi della solidarietà, sia interna che internazionale, alla fine del 2016 aveva accentuato la pressione sui due insegnanti proibendo qualsiasi forma di manifestazione, canti, balli ed ogni sorta di invocazione (sia scritta che verbale) dei nomi di Nuriye e Semih ad Ankara.

Del resto è chiaro da tempo: Recep Tayyip Erdogan è seriamente intenzionato a inasprire ulteriormente lo stato di emergenza sottoponendo ogni espressione di dissenso al duro attacco della repressione, facendo largo uso di quelle che non impropriamente sono state definite autentiche purghe.

Di fronte all’arroganza di Erdogan e soci  si ergono, fragili ma immense, queste due figure di resistenti: un’accademica universitaria, Nuriye Gulmen e un maestro di scuola primaria, Semih Ozakca

Nuryie è una dei circa 150mila funzionari pubblici, di cui 51mila accademici (da 180 università), licenziati, espulsi dal posto di lavoro in quanto arbitrariamente accusati di essere coinvolti nel golpe dell’anno scorso. A loro inoltre è stato tolto il passaporto condannandoli in sostanza alla morte civile.

Circa un anno fa, nel novembre 2016, Nuriye e Semih avevano deciso di costituire come forma di protesta un presidio civile permanente. Da allora sono stati sottoposti ad almeno 27 “custodie preventive” (l’equivalente dello stato di fermo) e infine arrestati. Tornati in libertà, il 9 marzo hanno iniziato lo sciopero della fame. A loro si sono uniti altri in solidarietà, una decina per ora. La moglie di Semih è in sciopero della fame da oltre 150 giorni. 

Scontato precisare che le accuse nei loro confronti sono completamente infondate e poggiavano sul nulla: con Fethullah Gulen non avevano mai avuto niente a che fare, così come la stragrande maggioranza delle persone licenziate. Un pretesto per togliere dalla circolazione ogni possibile dissenso al governo di AKP.

Nel frattempo Nuriye Gulmen e Semih Ozakca sono stati definitivamente arrestati il 23 maggio per “appartenenza ad associazione terrorista” utilizzando le dichiarazioni di due militanti di sinistra, dichiarazioni estorte con torture e minacce di stupro.**

Sul loro caso si era pronunciata la Corte europea per i Diritti dell’Uomo (il 2 agosto). Tuttavia, dopo aver considerato i rapporti medici e considerando che nel frattempo i due erano stati trasferiti dalle celle nell’ospedale del carcere di Sincan (dove avrebbero dovuto, in teoria, svolgersi le udienze), la Corte europea ha vergognosamente stabilito che “stanno bene e sono curati”. Potevano quindi rimanere in stato di detenzione qualora venisse garantita un’assistenza personalizzata, assegnando cioè ad ognuno di loro una persona a loro scelta in assistenza quotidiana di 24 ore. Questo in effetti era poi avvenuto, anche se con varie settimane di ritardo e i due prigionieri avevano potuto essere seguiti quotidianamente dalla madre di lui e dalla sorella di lei. 

La prima udienza risale al 14 settembre. Nel tribunale di Ankara era presente anche una folta delegazione di osservatori internazionali (greci, italiani, bulgari…).

Con un tempismo sospetto, solo due giorni prima (il 12 settembre, anniversario del golpe del 1980) veniva arrestato tutto il collegio difensivo: ben sedici avvocati di cui 14 ancora in carcere e presto saranno anche loro sotto processo. In precedenza, durante la conferenza stampa, erano stati caricati duramente dalla polizia. L’accusa è di essere legati al Fronte rivoluzionario della liberazione popolare (DHKP-C). Ossia, tecnicamente: “appartenenza ad organizzazione terrorista”.

Si tratta di appartenenti agli avvocati del popolo (Dipartimento per i diritti del popolo #HHB) e agli avvocati progressisti #CHD. Agli altri avvocati del popolo viene ora impedito di presenziare e a difesa degli imputati rimangono solo gli avvocati progressisti.

In poche ore erano giunte oltre 2135 deleghe firmate da avvocati da ogni angolo della Turchia a sostegno della difesa, una incredibile dimostrazione di solidarietà.

Più difficile comunque ora il compito della difesa dato che tutta la documentazione preparata dagli avvocati è stata sequestrata e fatta sparire per mano della polizia.

All’udienza del 14 settembre i due imputati erano assenti per “ragioni di sicurezza”. Ufficialmente l’apparato turco di sicurezza non sarebbe in grado di impedire un eventuale tentativo di fuga di Nuriye e Semih (da tempo allettati): una giustificazione paradossale che, se il contesto non fosse tragico, sarebbe risibile.

I due dossier, di 25 e 45 pagine, contro di loro appaiono inconsistenti. Una ricostruzione ad hoc realizzata dai corpi di polizia. Le principali accuse sono: aver fatto la V di vittoria con le dita, aver scritto sui social media con colori giallo e rosso, essersi vestiti di rosso e giallo, aver scritto “voglio il mio lavoro indietro” con questi colori. Colori che rimandano a quelli del Fronte del Popolo e di riflesso possono evocare i colori del DHKP-C. Inoltre sono accusati di aver partecipato ad assemblee pubbliche in cui denunciavano le purghe e di aver linkato articoli che parlavano della loro situazione sul giornale del Fronte Popolare dedicato ai lavoratori pubblici.

Comunque l’udienza del 14 settembre veniva sospesa per la mancanza di una documentazione (in grado, secondo il giudice, di consentire forse il reintegro dei due imputati) e aggiornata al 28 settembre. Due giorni prima, alle due di notte, Nuriye era stata trasferita dall’ospedale del carcere all’ospedale pubblico di Numune ad Ankara (perdendo quindi l’assistenza personalizzata: ora può incontrare solo un familiare per cinque minuti al giorno). Nel frattempo, inevitabilmente, le sue condizioni di salute sono andate peggiorando, con danni probabili al sistema nervoso e cardiovascolare. Al momento si trova in un reparto di terapia intensiva e rischia seriamente di essere sottoposta all’alimentazione forzata se solo dovesse perdere conoscenza (anche se un medico si è già rifiutato di praticarla in quanto, come sostiene anche Amnesty International, si tratta di “una forma di tortura”).

Probabilmente con questa operazione di polizia si vuole impedire che Nuriye venga in aula, possa mostrarsi in pubblico, difendersi al processo.

Stando a quanto dichiarava chi l’ha vista recentemente (non è stato possibile fotografarla se non da lontano, di profilo) il suo aspetto, dopo aver perso oltre 40 chili, sarebbe spettrale. Invece Semih (che ha perso “solo” 34 chili) è ancora in grado di presenziare, sorridere, salutare…

Quasi contemporaneamente dalla Procura di Istanbul veniva emessa una lista di 110 nominativi di militanti del Fronte del Popolo (Halk Cephesi) e quindi, secondo gli inquirenti, in qualche modo collegabili ad “una organizzazione terrorista”. In tutta la Turchia si apriva la stagione di caccia e al momento un’ottantina di persone sono già state arrestate. Tra di loro molti avvocati, un medico, militanti ben conosciuti e anche la famosa “zia di Gezi Park”. 

Tra chi le ha conosciute entrambe, si sostiene che questa repressione non ha niente da invidiare a quella del 1980. Se non addirittura peggiore: gli arresti sono assolutamente selettivi e si registrano anche esecuzioni extragiudiziali.

Tra gli ultimi arrestati, un altro avvocato del popolo, Naim (il quindicesimo per ora) e Ayse Lerzan Caner conosciuta anche in Italia per il suo impegno a fianco delle famiglie dei prigionieri politici.

Intanto, com’era prevedibile, il 28 settembre il famoso documento (la cui mancanza aveva giustificato la sospensione della prima udienza) non è mai stato recapitato. In compenso, per mano della pubblica accusa arrivava la “dichiarazione” di due testimoni tutt’ora in carcere che identificano Nuriye e Semih come membri del DHKP-C. Da questa organizzazione avrebbero ricevuto l’ordine di dichiarare lo sciopero della fame con fini “eversivi”. Confessione molto presumibilmente estorta (vedi nota 2) con la tortura e le minacce.

Per quanto fortemente militarizzata, quella del 28 – racconta chi vi ha partecipato – è stata una udienza relativamente tranquilla: qualche minaccia, qualche carica, 2-3 fermi…

La precedente era stata sicuramente più dura, in particolare per l’ampio uso di spray a base di agente orange (quello, cancerogeno, usato prima in Vietnam e poi in Colombia per deforestare le aree occupate dai guerriglieri).

Per il 20 ottobre è prevista la terza udienza, con la probabile presenza dei due che avrebbero fornito le “prove” a carico di Nuriye e Semih.

In ogni caso, in Turchia la resistenza continua. Non è possibile, nemmeno instaurando lo stato di emergenza, annullare, ingabbiare 80 milioni di persone.

Gianni Sartori

* nota 1: una precisazione sulla durata dello sciopero della fame dei militanti turchi.

Se nel caso dell’Irlanda, 1981, lo sciopero dei repubblicani si concludeva comunque con la morte, in genere nel giro di un paio di mesi, la maggior durata di questi scioperi condotti da militanti turchi si spiega con l’utilizzo di acqua salata, succo di limone, vitamina B 1 che prolungano la resistenza fisica. Questo non rende meno drammatica la situazione. Le conseguenze spesso sono devastanti per l’organismo e psicologicamente diventa forse ancora più duro resistere così a lungo.

** nota 2: il 28 settembre il Fronte del Popolo, commissione relazioni internazionali, ha emesso un comunicato in cui denunciava come la militante Fadime Yigit recatasi alla stazione di polizia, in quanto sottoposta ad obbligo di firma, sia stata sequestrata, minacciata e torturata con la richiesta di fare nomi.

Immediata la reazione governativa con l’ennesima serie di arresti che si abbatteva sull’intera opposizione.

Successivamente anche Mustafa Kocak ha rivelato di essere stato stato interpellato per testimoniare contro Nuriye e Semih. Qualora si fosse rifiutato, lo minacciarono, gli avrebbero stuprato le sorelle. Immediatamente dopo tali dichiarazioni anche per lui si sono aperte le porte del carcere.

 

LE MURA VENEZIANE DI BERGAMO INSERITE NELL’ELENCO DEL PATRIMONIO UNESCO

Bergamo_Lombardy_Italy_1440x1080

L’Unesco ha inserito ieri nell’elenco del proprio Patrimonio mondiale il complesso di difese fortificate eretto dalla Repubblica Serenissima di Venezia per difendere il proprio territorio.

Fra queste, ci sono le  Mura di Bergamo che insieme a molti altri siti lombardi costituiscono un patrimonio storico e culturale incredibile per la nostra Terra.

Pubblichiamo qui una guida alle Mura bergamasche

LeMuraVeneziane-ComunediBergamo2016_784_30285

L’ULTIMO INCONTRO CON MARIO RIGONI STERN – di Gianni Sartori

Ci sono uomini che hanno vissuto le esperienze, e anche le tragedie, della vita sempre portando con sè la loro Terra, il loro essere legati alla montagna ed a uno stile di vita tradizionale. Uno di loro è sicuramente Mario Rigoni Stern. L’amico Gianni Sartori ce ne parla qui

Rigoni Stern

L’ULTIMO INCONTRO CON MARIO RIGONI STERN

Gianni Sartori

L’ultima volta che ho incontrato Mario Rigoni Stern è stato nel 2006, un paio di anni prima della sua scomparsa.

Per una volta non eravamo nella sua Asiago, bensì a Mantova, in occasione del Festival della Letteratura. 
Presentandolo a Bosco Fontana, nel cuore della riserva naturale, lo scrittore Ernesto Franco aveva detto che “Mario non insegna, ma mostra le cose”. Come altri grandi della letteratura (aveva citato Conrad e la sua “grammatica del mare”) “libro dopo libro Mario ha costruito un universo”.

Mario si era ricordato di qualche mio allievo -di quinta elementare – a cui davo, come compito per casa, la consegna di andarlo a trovare e possibilmente intervistarlo. Naturalmente si era parlato del suo ultimo libro “Stagioni” (uscito appunto nel 2006, da non confondere con “Le stagioni di Giacomo” del 1995).

A un decennio di distanza, un ricordo delle considerazioni del “sergente della neve” sulle stagioni dove ritroviamo il suo personale universo di sempre: l’Altopiano e il bosco, intrecciati ai ricordi della guerra, alla memoria dei compagni perduti”.

Inverno

Osservando alcune piume raccolte di pernice bianca, Mario si interrogava “sull’inverno, chiedendosi se sarebbe stato un inverno precoce”. Altri segni sembravano arrivare “dalle cince, dalllo scricciolo, dai funghi…”.

Dovendo parlare delle stagioni aveva iniziato con alcune considerazioni invernali, perché “l’inverno è il momento della sofferenza, ma anche della riflessione …”. Gli riportava alla mente “il freddo dell’infanzia, il freddo della guerra…”, ma anche il ricordo felice delle “sciate nei boschi”. L’inverno poi “è fatto per leggere, nonostante l’invadente televisione”. Purtroppo “non ci sono più le nonne che raccontano storie vere, vissute” mentre la televisione “racconta storie banali, forse riflesso di vite altrettanto banali”. Invece al tempo della sua infanzia, ricordava Mario “la fantasia navigava”.

Rammaricandosi che “con gli inverni di una volta abbiamo perso tanto”, forse anche per colpa della tecnologia “dell’aria condizionata e dei termosifoni” evocava il tempo in cui “la gente, con un camino e un libro, attorno al fuoco leggeva e parlava”. Certo oggi è aumentato il benessere “la casa è ben riscaldata, ma senza la compagnia del fuoco”. E pensava al tempo della guerra in Albania quando “riuscivamo finalmente ad accendere un fuoco” e un soldato emiliano davanti alla fiamma “recitava a memoria l’Orlando Furioso, pur essendo analfabeta”.

Tra i suoi ricordi di letture in trincea non mancava Dante Alighieri e la Divina Commedia “di cui tenevo nello zaino una vecchia edizione”. Insomma “l’inverno fa meditare, lascia ricordi”. Sarebbe bello, concludeva, poter “tornare indietro, riconquistare l’inverno, tornare a vedere le stelle nelle limpide notte invernali”.

Primavera

L’immagine è quella di “un ufficiale a cavallo che squadrava un gruppo di prigionieri” (tra cui lo scrittore) custoditi dalle SS ai confini tra Polonia e Lituania. Mentre l’ufficiale passava altezzoso, Mario si trovava alla sommità di un palo e aveva osservato le prime gemme. “Io mi ero accorto della primavera in arrivo – sottolinea – le SS no”. Quindi “noi, i prigionieri, eravamo più ricchi di loro”. E si ricordava di quando, bambino dell’Altopiano “gli ultimi tre giorni di febbraio camminavamo scalzi sui prati, portando le campane delle mucche e cantando per sciogliere marzo”.

Nei boschi a fine febbraio “si vedono i primi fiori, si percepisce l’odore della primavera; noi diciamo che la terra va in amore”.

Anche tornando a casa dalla Russia “ad un certo punto abbiamo calpestato terra, non più neve”. Era il disgelo di quel tremendo inverno 1941-42 che ha rappresentato “la prima vera sconfitta dei nazifascisti”. All’epoca venne considerato l’inverno più freddo della storia, “quasi un miracolo del buon Dio perché aveva fermato i carri armati.”

Estate

L’estate “è stagione di vacanze, di escursioni, di pic-nic, ma anche di immondizie abbandonate nei boschi”. Ricordava di aver letto una targa in un rifugio del Tirolo: ”L’uomo civile non lascia tracce”. A causa di sacchetti, bottiglie, avanzi “il bosco soffre”. I rimasugli di cibo provocano la proliferazione delle mosche che vi depongono le uova. Poi le larve si insediano nel naso dei caprioli e “noi sentiamo nei boschi il tossire di questi animali che cercano di liberarsi, di espellerle”. Alla fine vengono ritrovati morti “con i polmoni e la trachea pieni di larve”. Il bosco, insiste “è delicato, composto da suolo e sottosuolo, da arbusti e anche dal cielo” perché “tutto è collegato”. Dove l’uomo rispetta l’ambiente “anche gli animali vivono e possono convivere con noi”. Certo, brontolava “andare nel bosco con il telefonino e pensare di poter ascoltare il gallo cedrone è assurdo”.

Autunno

Se la primavera è dei giovani “l’autunno è stagione dei vecchi”. Invece “l’inverno è dei romantici, mentre l’estate è dei turisti”. E presumibilmente, mi sembrava di intuire, dal suo punto di vista di montanaro irriducibile, questa era la stagione peggiore.

L’autunno è la stagione “dei ricordi e della malinconia” anche se “cadute le foglie, gli alberi hanno già preparato le gemme”. È anche il momento per osservare il movimento degli astri. Recentemente, ci disse, aveva notato che il sole tramontava in un punto leggermente diverso, dietro un crinale e questo “ha portato mezzora di luce in meno”. E concludeva con un augurio affinché “anche voi possiate avere come me una bella stagione autunnale, in buona salute”.

Purtroppo alla fine anche per Mario è venuto il tempo della sofferenza, del “male incurabile”. Affrontò con coraggio anche questa estrema prova, a conclusione di una vita non sempre facile, ma sicuramente degna di essere vissuta.

Gianni Sartori