La rete televisiva Telesur ha tramesso un reportage sul 1-O (il referendum sull’autodeterminazione svoltosi il 1 ottobre 2017), smentendo una volta per tutte la versione ufficiale del Governo spagnolo che parlava di violenze dei votanti e dei manifestanti.
19 agosto 1809, la fucilazione di Don Giuseppe Marini – di Ettore Beggiato

Il 19 agosto 1809 le orde napoleoniche fucilavano a Vicenza in Campo Marzo don Giuseppe Marini giovane cappellano di ventinove anni di Carrè (provincia di Vicenza, diocesi di Padova).
Ecco quanto scrive il Tornieri nelle sue Memorie:
“1809, 19 agosto….Giorno infaustissimo per essersi, per la prima volta in Vicenza, veduto fucilare un sacerdote. Questo atroce spettacolo si è eseguito questa mattina in Campo Marzo, un’ora dopo terza (le dieci circa). Ritornata la formidabile Commisione Militare alle sue missioni ha condannato ieri, e perciò furono fucilati questa mattina per la solita accusa di sollevazione, i seguenti: Don Giuseppe Marini d’anni 29 di Carrè sacerdote e capellano di Carrè, diocesi di Padova e Pietro Nicolati, d’anni 39, nativo dell’Ospedaletto di Valsugana di professione muratore.”
Di don Giuseppe Marini la storia non dice niente altro.
Carlo Bullo, l’autorevole storico autore della più completa opera sui movimenti insurrezionali veneti nel 1809 scrive che: “Già nel 12 luglio, presso le sorgenti del Bacchiglione, aveano i militari fatto prigione assieme ad altri sollevati un parroco armato di pistole e di stili aveva indosso una bandiera di San Marco”: chissà se siamo in presenza della stessa persona.
Nel 1809 ci furono sollevazioni violentissime in tutto il Veneto e, in particolare, nell’alto vicentino. Intere vallate furono per diversi giorni in mano dei rivoltosi che, il più delle volte, innalzavano la bandiera di San Marco.
Napoleone aveva portato la nostra regione in condizioni di miseria e disperazione come mai nella storia veneta; il nostro popolo reagì con particolare vigore: i francesi, in nome della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità, riportarono l’ordine con centinaia e centinaia di morti.
Una pagina, quella del 1809, che meriterebbe di essere conosciuta dal popolo veneto; mancò una figura leggendaria come il tirolese Andreas Hofer che guidasse il nostro popolo, e mancò anche chi, come il grande pittore spagnolo Francisco Goya tramandasse ai posteri l’eroismo di chi lottava per la propria libertà e contro i crimini dell’occupante napoleonico.
Per tutto questo, per ricordare l’eroico sacrificio di un giovane prete veneto, mi permetto di avanzare una modesta proposta ai comuni veneti: intitoliamo una via, una piazza, una biblioteca a Don Giuseppe Marini come ha fatto il comune di Carrè che gli ha dedicato una via.
ETTORE BEGGIATO
Cambiamo il nome a “Piazzale Cadorna” – lettera di Ettore Beggiato al Sindaco di Bassano del Grappa

Egregio Signor Sindaco
Riccardo Poletto
Bassano del Grappa
Oggetto: Cambiamo il nome a “Piazzale Cadorna”
Egregio Signor Sindaco,
sei anni fa scrissi una lettera analoga al Suo predecessore dott. Stefano Cimatti, ma senza grande fortuna; spero questa volta di ricevere almeno una risposta.
La città di Bassano del Grappa è sicuramente uno dei luoghi-simbolo della prima guerra mondiale; a Bassano e nel circondario numerose sono le testimonianze di quella che Benedetto XV definì “l’inutile strage” e il “suicidio dell’Europa civile”: dall’area monumentale Monte Grappa al Tempio Ossario, dal Col Moschin al Ponte degli Alpini; a pochi chilometri da Bassano, per la precisione a Valdobbiadene, ho trovato una lapide che mi ha particolarmente colpito:
“Cittadini uccisi da proiettili n. 51 – cittadini morti per fame n. 484” sta scritto a Palazzo Piva: una tragedia nella tragedia, anche questa quasi sempre dimenticata.
Testimonianze della guerra sono naturalmente presenti anche nella toponomastica bassanese; in particolare vorrei soffermarmi sul piazzale dedicato a Luigi Cadorna.
La figura del generale Luigi Cadorna è, da sempre, molto discussa
Comandante supremo dell’esercito italiano fino alla disfatta di Caporetto, fin da subito si distinse per la scarsa o nulla considerazione della vita dei poveri soldati che mandava all’assalto senza nessuna protezione (e speranza) o per quelli che decimava senza alcuna pietà.
“Cadornismo” fu il termine inventato da Antonio Gramsci proprio per definire quella lucida follia, quel trattare gli essere umani come “carne da macello”.
Stefano Lucchini nel suo recente “A Caporetto abbiamo vinto” ne parla così:
“Sono centinaia di vie dedicate al grande teorico dell’attacco frontale ….al capo supremo che ha dissanguato l’esercito italiano con un’offensiva ogni due mesi, e che fa “obbligo assoluto e indeclinabile a tutti i comandanti” di fucilare sul posto chi si macchia del reato di insubordinazione, magari semplicemente perché dopo settimane di prima linea pensa di avere diritto a un po’ di riposo, e di estrarre a sorte gli sventurati quando è impossibile individuare i colpevoli”.
La retorica patriottarda ha sempre caratterizzato il dibattito sulla prima guerra mondiale e ha sempre impedito qualsiasi confronto; ci sono però, negli ultimi anni segnali importanti: già nel 2009 Ferdinando Camon scrisse sul “Mattino” un significativo articolo chiedendo fosse cambiato il nome alla via Cadorna a Padova, così come a Piazzale Cadorna a Udine; e nel capoluogo friulano il sindaco Furio Honsell e la sua giunta hanno accolto la proposta dell’intellettuale veneto.
In diverse altre città la questione è ancora in corso e la discussione è particolarmente vivace.
Ecco perché, signor Sindaco, mi permetto di sottoporre la questione alla Sua attenzione, sostituisca l’intitolazione a Luigi Cadorna, perché come ha scritto Ferdinando Camon “Aver dato il nome di Cadorna è stato, ieri, un errore. Mantenerlo ancora diventa, ormai, una colpa”.
E mi permetto, sommessamente, di dare un modesto suggerimento per la nuova intitolazione del piazzale: perché non dedicarlo a Luca Russo, il giovane bassanese trucidato un anno fa a Barcellona dal fanatismo islamico? Luca Russo potrebbe rappresentare idealmente tutti quei giovani europei che sognano, un secolo dopo l’inutile strage, un Europa senza frontiere nella quale poter, liberamente e gioiosamente, viaggiare, studiare, conoscere lingue, culture, comunità della nostra cara e vecchia “casa comune”.
Distinti saluti.
17 agosto 2018
ETTORE BEGGIATO
Già assessore regionale del Veneto
10 agosto 2001 – 10 agosto 2018 – Un ricordo del prof. Gianfranco Miglio – di Ettore Beggiato

Vorrei ricordare il prof. Miglio riproponendo l’intervento che fece il 5 febbraio 1999 a un memorabile convegno intitolato “Veneto: un popolo sovrano verso l’Europa”, con la partecipazioni di prestigiosi studiosi, dal prof. Miglio al prof. Mario Bertolissi dell’Università di Padova, dall’avv. Ivone Cacciavillani al prof. Renzo Gubert, allora senatore; il convegno fu poi nobilitato da tre straordinarie relazioni incentrate sulla Catalunya e sulla Scozia tenute dal prof. Ferran Requejo dell’Università Pompeo Fabra di Barcellona, da Josep Camps di “Convergencia Democratica di Catalunia e da Donald Henderson dello “European Affairs Division dello Scottish Office” di Edimburgo; il convegno era stato organizzato dal gruppo “Liga Veneta Repubblica” del Consiglio Regionale del Veneto. Fu una giornata di un’intensità straordinaria e lo può confermare che partecipò all’Hotel Sheraton all’evento; ma in particolare vorrei riproporre l’intervento del prof. Miglio, per certi versi profetico,direi, in particolare quando sottolinea con forza “Ma fate più in fretta possibile, o Veneti, perché questo Stato italiano sta avvicinandosi al suo momento critico.” Eravamo nel 1999….
ETTORE BEGGIATO
Gianfranco MIGLIO: IL PROGETTO DI UNA CARTA COSTITUZIONALE VENETA ADOTTATA IN ESERCIZIO PRECOSTITUZIONALE DELLA SOVRANITÀ
Quando ho ricevuto il materiale che gli organizzatori di questo convegno mi hanno mandato, ho fatto un salto sulla mia seggiola, perché ho visto esaltata quest’idea del “Popolo Sovrano”, e allora mi sono detto: “Non pensano a una costituzione federale”, perché voi sapete che la caratteristica di una costituzione federale è che al suo interno nessun potere è sovrano. Poi. leggendo, e ascoltando le belle relazioni di Morosin e di Bertolissi, mi si è chiarito il concetto di “sovranità pre-costituzionale”, che non pregiudica la struttura di una costituzione federale o confederale, e quindi della sovranità “divisa”. Però quell’idea di mettere davanti all’esercizio degli articoli 121 e 138 della Costituzione, una presa di posizione del Popolo Veneto a favore della sua indipendenza, comporta una certa logica di azione politica, che io sconsiglio. Perché ritengo che si debba prima arrivare a far funzionare la Costituzione con le sue norme, e precisamente gli articoli 121 e la 138, soltanto se la procedura ordinaria non funzionerà, allora verrà il momento di una azione insurrezionale. Così il mio dissenso si è accresciuto ancora quando ho visto che si giustapponevano, (pagina 9 del documento “Veneto: un Popolo Sovrano verso l’Europa”) un patto confederale, e in subordine un “trattato” di natura economica, politica e sociale. No, questa alternativa non sta insieme, perché il “patto confederale” è un atto di riordinamento della struttura costituzionale italiana, mentre il patto tra due soggetti internazionali, implica che questi soggetti internazionali siano già nati: l’idea del patto implica la “secessione”. Ora, io non mi scompongo affatto a parlare di “secessione” perché nel 1993 abbiamo tentato (quando ero nella Lega Nord) di aprire la via di una secessione, e abbiamo battuto la strada della secessione non violenta, quello che i teorici di questo diritto fanno consistere nel rifiuto di pagare le imposte. Sennonchè nel 1993, io e Bossi siano andati incontro a una sconfitta, perché, nella testa dei cittadini, l’idea di mettersi in conflitto con la Finanza, e con la struttura di prelievo delle risorse finanziarie della Repubblica, non è assolutamente accettata. Io ho chiarito questo punto, e ho anche rivelato per quali ragioni gli italiani sono così restii al ricorrere alla prospettiva di non pagare le tasse. Perciò un consiglio che vi do molto sommessamente, è di cercare di diffondere, in una percentuale elevata dei cittadini, l’idea che l’unico mezzo per affrontare un conflitto non-violento con il potere politico-costituzionale, è proprio questo, dello sciopero fiscale. Se per ipotesi nessuna delle vie legali alle riforme è consentita, allora non c’è che la strada di una forma di ribellione. E la ribellione va preparata con una educazione dei cittadini alla misura del rifiutarsi di pagare le imposte. Però, dato che questa era una via di uscita subordinata – il patto tra il Popolo Veneto e i popoli italiani – rispetto al tentativo principale della introduzione di una costituzione federale, io a questo proposito non posso consigliarvi altro che il mio modello. Anche perché nel frattempo questo modello ha guadagnato credito nella dottrina. Oggi non sono pochi coloro i quali ritengono che il mio progetto sia il più completo, e il più rigoroso, di ordinamento federale. Apro una parentesi: a proposito della distinzione, drammatica per i giuristi del secolo scorso, fra “federalismo” e confederalismo”. Si pensava allora che una costituzione “confederale” fosse già disposta a permettere l’uscita di alcuni suoi membri dal patto. Oggi invece il diritto di ogni popolo a darsi e a modificare la sua collocazione nel contesto internazionale. Uscire da una Federazione, è oggi un diritto da nessuno negato. Quindi patto “federale” e patto “confederale” sono la stessa cosa. Il problema allora è oggi questo: di disegnare una struttura federale, da compilarsi secondo l’articolo 121, che dà ad ogni Consiglio Regionale il diritto di proporre leggi (e quindi anche leggi costituzionali) e di proporle agli organi competenti, cioè al meccanismo del 138. E’ la strada regia, la strada che voi dovete percorrere. Voi puntate molto sull’Europa e – ho visto nei documenti, che mi avete mandato – voi vi illudete sulla possibilità di una struttura federale europea imminente, in cui si inserirebbero tutti i tentativi di costruire strutture federali per i singoli membri della Comunità Europea. Io sono invece molto più scettico al riguardo: credo che abbiano ragione quei costituzionalisti svizzeri che hanno prospettato l’avvenire dell’Unione Europea non diversamente da quella che è stata l’unione della Comunità Elvetica. Un accostamento progressivo, una abitudine a considerare i problemi in comune, senza mettere in moto meccanismi di carattere automatico, come quelli a cui pensavano i federalisti europei di trent’anni fa. Credo che l’avvenire dell’Europa sia in una produzione graduale di soggetti non sovrani, in continua oscillazione nei loro contatti reciproci. E’ in questo meccanismo, in cui bisogna cercare di inserirsi. E’ necessario per voi decidere subito di mettere in moto subito il 121 e il 138 con una Commissione Costituzionale, che prepari un progetto concreto. Voi prevedete una Commissione di 5 giuristi e di 25 “uomini politici”; mi sembrano destinati a far esplodere le tendenze particolaristiche; perché la chiave di tutto, nel compilare il progetto, è ridurre le richieste individuali di ogni gruppo. Io credo di conoscere bene il Popolo Veneto e ho scoperto da un pezzo che non c’è comunità veneta che non abbia un suo progetto di costituzione. Dimenticatele queste particolarità, cercate di convergere sulle cose essenziali; io penso ad un progetto di costituzione estremamente elementare che stabilisca le cose fondamentali, e poi rimetta alle strutture federali il completamento del disegno. Io penso, per esempio, che il mio collaboratore e collega e senatore Renzo Gubert, che parlerà dopo di me, trattando delle appartenenze territoriali e della nuova organizzazione statuale; credo che tutta questa materia sia da rimettere a quello che voi avete chiamato l’Assemblea Nazionale del Popolo Veneto, cioè il Consiglio Regionale del Veneto. In questi mesi, prossimi, uscirà un mio libro (e l’ho voluto far pubblicare proprio presso un editore Veneto, Neri Pozza, con cui anni fa pubblicai i miei lavori sulla scienza dell’amministrazione pubblica italiana). Questo libro è spietato perché contiene venti paragrafi, che sono una rivisitazione del cosiddetto “risorgimento” italiano. E’ da questa rivisitazione che io cavo le caratteristiche costituzionali che dovrebbe invece avere l’Italia. Bene, in questo libro voi troverete molto pessimismo sulle difficoltà da affrontare; ma è tuttavia indicato un “pertugio”, che è quello proprio che sto invitandovi a scorgere: approfittate della situazione in cui versa lo Stato oggi. Lo Stato italiano oggi non è più in grado di assicurare ai cittadini la sicurezza, può darsi che quanto prima anche il tentativo di innestare l’economia monetaria italiana nel sistema europeo, vada a rotoli. Se questo accadrà non piangete, sarà l’occasione che attendete, perché l’ulteriore indebolimento dello Stato italiano faciliterà la vostra azione e il vostro tentativo di cambiamento della Costituzione. Purtroppo è nelle disgrazie che si trova la strada per uscire dalle difficoltà, e per guadagnare una posizione nuova e positiva; non è quando gli affari vanno bene che si cambiano le cose. Noi dobbiamo tenere conto di questa condizione; cioè io aspetto il momento nero dell’Italia in Europa perché penso che potrebbe diventare il momento luminoso dell’uscita da questa Costituzione che consacra tutti gli errori del cosiddetto “risorgimento”. Ho visto che voi avete rievocato in un pamphlet, che mi è stato mandato, il referendum del 1866. I referendum che hanno confermato lo Stato italiano sono tutti referendum fasulli, referendum che non hanno sondato le opinioni vere del popolo italiano, e che quindi non valgono niente. Invocare il referendum del 1866 per dire: “I Veneti si sono vincolati allo Stato italiano”, è una balla; dobbiamo respingere questa idea. Quello che conta è puntare su quello che unisce, sulle poche cose da collocare in una Costituzione speciale per il Veneto. Nel libro che vi ho preannunciato, ho migliorato il modello che avevo diffuso e che voi conoscerete (perché è stato oltretutto tradotto in tutte le lingue); ho soprattutto migliorato la posizione del Veneto. Perché io penso che il Veneto debba stare in un contesto del nord Italia, non mi preoccupo di pensare, di prescrivere, che cosa devono fare le Regioni del centro e del sud. Da quando un collega, mio allievo economista, mi ha avvertito che 11 reddito prò capite del Molise è un 47° di quello della Lombardia, mi rendo conto, che solo raggruppando le Regioni si potrà arrivare a costruire un meccanismo costituzionale federale autentico. Ecco perché io uso sempre il termine “vera costituzione federale”, per distinguerla da quella a cui è attaccato (e ogni tanto lo tira fuori) D’Alema, con la sua Commissione Bicamerale. Insistere sulle cose che uniscono, vi dicevo, e così unire anche gli italiani; i quali sono convinti che così ormai non si può più andare avanti, che i poteri pubblici sono incapaci di garantire ai cittadini le sicurezze elementari per cui lo “Stato moderno” è nato da 400 anni fa. Questo fine di secolo è la line dello “Stato moderno”, io sto, oltre al libro che pubblicherà Neri e Pozza, lavorando da 3 anni ad un lavoro distruttivo sul così detto “Stato moderno”; vedrete che se tutto il materiale che ho raccolto per questo nuovo libro funzionerà, riuscirò a tirare una mazzata sul così detto “Stato moderno” e forse aprirò la strada ad un vero federalismo. Mi auguro che i veneti si facciano carico di questa responsabilità, che la storia addossa sulle loro spalle: cioè comincino a proporre un meccanismo federale autentico. Nel libro che presto uscirà ho raccontato che i Greci quando cambiavano costituzione la davano da scrivere a pochissime persone, al limite a una sola persona: non avevano la mania “democratica” di noi oggi che andiamo ad ascoltare tutti. Perché se ci preoccupiamo ad ascoltare tutti, finiamo nella confusione, finiamo nel non produrre niente. Veneti, vi esorto a darvi una costituzione, a presentarla in Parlamento per l’applicazione della procedura dell’articolo 138, poi vedremo se avranno il coraggio di respingere la vostra proposta. In questo caso avremo il diritto di a mezzi più persuasivi, cioè più coerenti con la sovranità “pre-costituzionale” dei veneti, che a questo punto sono anch’io pronto ad accogliere e difendere. Nel nuovo “modello” io ho immaginato un Nord strutturato con Liguria, Piemonte, Lombardia a formare il Nord-Ovest, capoluogo Torino; un Nord-Est, il Veneto, capoluogo Venezia o Verona, e un Sud, 1′ Emilia-Romagna, capoluogo Bologna, che costituiscono un complesso. Questa Comunità Regionale avrà come capitale logica Milano, però condizionata dalle capoluoghi delle strutture competenti. Questo è già un miglioramento del mio modello precedente, e vengo incontro alla preoccupazione dei Veneti. Soprattutto una cosa chiediamo ai nostri colleghi catalani oggi qui presenti: di illustrare i diritti internazionali delle comunità che vivono in Spagna; perché ho visto che nella Vostra Costituzione è sancito questo diritto. E’ sancito anche il principio che le risorse finanziarie vanno ripartite (come lo sono nella Confederazione Elvetica) un terzo ai Comuni, un terzo ai cantoni, un terzo alle autorità federali. Voi lo vedrete che una “cinghia tirata” al potere centrale (federale) si può applicare, una volta che si scarichi il potere effettivi, di tutti i poteri effettivi sulle regioni e sulle comunità regionali. Ma fate più in fretta possibile, o Veneti, perché questo Stato italiano sta avvicinandosi al suo momento critico. Vi ho detto non sono ottimista, ma non sono nemmeno pessimista, perché credo che quando lo Stato italiano lo avremo ricondotto alla sua origine storica molto modesta, cominceremo anche, magari a volergli bene. Per adesso non possiamo fare altro che aspettare di metterlo sotto terra, e i veneti hanno la possibilità di guidare questa operazione. Andate d’accordo, cercate di fare violenza alla nostra natura, alla tentazione di immaginare una costituzione federale che garantisca tutto e il contrario di tutto. Saranno poi gli organi del Consiglio Regionale a provvedere a questo. Prima una costituzione da cui scavare l’avvenire di noi Veneti, scusate se io ragiono da lombardo-veneto, e anche il resto dell’Italia. Nel libro ho anche elogiato un capitolo della storia del Sud che viene generalmente sempre dimenticato, (ne so qualche cosa perché mio nonno ha fatto tre anni di guerra contro il brigantaggio): io ho difeso, nel mio libro, la guerra civile nazionale dei meridionali che hanno preso le armi per difendere il loro Stato. Non penso dunque soltanto all’indipendenza del Nord ma anche a quella del Sud; poi se lo facciano come vogliono il loro sistema politico, non spetta a noi dettare regole anche per il Centro e per il Sud, tanto so benissimo che hanno una vocazione da legulei e da costituzionalisti molto più forte della nostra, dei lombardi e dei veneti, che sono buoni soltanto a fare soldi, ma a non creare le istituzioni giuridiche. E’ l’augurio con cui termino questo mio intervento; un augurio ai veneti perché abbiano il coraggio di rimboccarsi le maniche e di creare subito la famosa Commissione, mettendola al lavoro. E’ l’augurio ai veneti ma anche agli italiani. .
Lluís Maria Xirinacs, la voce spirituale dell’indipendentismo catalano

Nel mese di agosto ricorrerà l’anniversario della morte di Lluis Maria Xirinacs, l’uomo che interpretò per anni l’anima più radicale dell’indipendentismo catalano e della contrapposizione al franchismo prima e al regime del ’78 poi.

Lo ricordiamo con un articolo del giornalista catalano Humbert Roma, già pubblicato su “Dialogo Euroregionalista”:
XIRINACS AFFRONTA L’ULTIMO TABU’
di Humbert Roma
Il senatore Lluís Maria Xirinacs si è suicidato. Tanto ostinato, ribelle e incombustibile, ha deciso di porre fine alla sua vita che ha vissuto “schiavo di 75 anni nei Paesi Catalani occupati da Spagna, Francia (e Italia) per secoli”, come afferma nel suo manifesto testamentario . “Una nazione schiava, come un individuo schiavo, è una vergogna dell’umanità e dell’universo”, ha sottolineato.
Così, Xirinacs ha affrontato l’ultimo tabù, così radicato nella cultura dell’uomo: il suicidio. Libero fino all’ultimo giorno dei suoi 75 anni, signore – e non schiavo – della propria persona. Libero anche, ora definitivamente, nei nostri ricordi e nella nostalgia.
Quando l’11 settembre 2002 l’ ho sentito pronunciare al Fossar de les Moreres quelle parole che poi l’avrebbero condotto a una condanna di due anni e a trascorrere poche ore in carcere (“mi sento in questo momento con i piedi posati sopra le ossa dei terroristi, di quelle persone che difesero con le armi la Catalogna e i Paesi Catalani (…) Mi riferisco a coloro che difesero la Nazione con le armi e ai quali adesso rendiamo omaggio. Il Comune di Barcellona ha fatto un monumento qui, delle belle cose. Sono terroristi perché hanno combattuto con le armi per difendere il loro paese, come fa l’ETA (…) Gandhi ha detto che il non violento non può affrontare con la neutralità le due parti di un conflitto violento: l’aggressore è il nemico, l’aggredito è l’amico, anche se è violento. Ho provato per tutta la vita a combattere in modo non violento. Ma dichiaro qui e lo dico molto bene, nel caso in cui vi sia un agente di polizia o qualche procuratore: mi dichiaro un nemico dello Stato spagnolo e un amico di ETA e di Batasuna “), ho pensato: Xirinacs ha passato i limiti.
E mi ha fatto male per coloro che erano morti, compresi quelli che abbiamo amato (come Xavier Valls, insegnante ed esempio di democrazia e di tante cose, morto all’ Hipercor ), negli attacchi di ETA.
Poi, riflettendo e vedendo l’evoluzione degli eventi, mi sono trovato molto vicino a quelle parole di Xirinacs. Quelli erano giorni di minacce di illegalizzazione, poi confermate: Batasuna non poteva più apparire nelle elezioni del seguente maggio e da quattro anni il giudice Garzón stava mettendo nel sacco di ETA- in poche parole, in carcere – molte persone che difendevano l’indipendenza del Paese basco in modo democratico.
Come Xirinacs, desidero che i Paesi Baschi e i Paesi Catalani ottengano l’indipendenza; possiamo votare e, se i cittadini approvano, separarci dal Regno di Spagna in modo pacifico. Ma non ce lo lasciano fare. E i governi del Regno di Spagna e della Repubblica francese si oppongono con le ragioni delle armi e della conquista militare. Imprigionando anche coloro che difendono questo diritto senza imbracciare le armi e seguendo una via pacifica. Chi è l’aggressore qui e chi l’aggredito?
Ho ammirato Xirinacs che faceva lo sciopero della fame ed era imprigionato per le libertà, Xirinacs che si ergeva per difendere l’amnistia per tutti i prigionieri politici, prima di fronte al Carcere Modelo e poi dal suo seggio nel Senato, proponendo un’alternativa alla Costituzione Spagnola, rispettosa per i popoli sottoposti alla sovranità spagnola e che riconoscesse il diritto alla separazione (potete trovarla raccolta nel suo libro “Costituzione, pacchetto di emendamenti”), Xirinacs che difendeva le proposte dei settori indipendentisti per lo statuto dell’autonomia.
Poi mi sono ritrovato con lui nel Blocco di sinistra della liberazione nazionale (BEAN) e nella candidatura alle elezioni catalane del 20 marzo 1980. In quella occasione lui ha subìto un notevole calo di voti – rispetto alla sua decisione di condurre il BEAN alle elezioni generali spagnole del 1979, quando il movimento è stato creato raggruppando la maggioranza delle forze indipendentiste – e per alcuni di noi ciò ha significato l’abbandono della militanza politica legata a partiti. Xirinacs, da parte sua, si ritirò per studiare teorie in qualche modo politiche – come ho dedotto seguendolo solo da lontano – per progettare proiezioni utopiche in un mondo nel quale scarseggiano.
Di tanto in tanto lo incontravo sulle Ramblas di Barcellona e, in una sola occasione – doveva essere nel 2001, perché ero ancora direttore a “La Terra”, la rivista dell’Unió de Pagesos, ho partecipato ad un incontro presso l’Ateneu Barcelonès, organizzato dalla rivista “El Triangle”, dove poco dopo sarei andato a lavorare, in cui era il protagonista. Ho cercato di contestarlo, perché avevo capito che lui intendeva che il catalanismo rappresentasse una forma di fedeltà al Paese, che credo che non abbiamo il diritto di chiedere se non vogliamo escludere una parte sostanziale della cittadinanza. I suoi fedeli non mi hanno permesso di continuare, sostenendo – dal pubblico – che erano venuti ad ascoltare lui, e non me. Forse avevano ragione, ma mi dispiaceva di perdere un altro giorno, cosa che non poteva più essere, nei confronti di un dibattito che, visto come si era evoluta la composizione demografica di coloro che vivevano e cercavano di lavorare nei Paesi Catalani, stava diventando sempre più urgente.
Era questa certa aurea messianica, favorita da alcuni di quelli che lo circondavano, e non dai più fedeli, la cosa che che mi allontanava da Xirinacs. Mi ricordava troppo delle mie vecchie militanze, così acritiche e così religiose, quando il pensiero”marxista-leninista – alla Mao Tsé Tung” giustificava ciò che era ingiustificabile solo perché il Capo aveva parlato. Xirinacs non era un uomo facile, come sono coloro che sono convinti degli obiettivi per cui combattono. Ma era ben lungi dall’essere dogmatico.
Mi ricordo che quando ero capo redattore al “El Triangle”, gli sottoponemmo un sondaggio per farci dire – come abbiamo chiesto ad altre persone – quale governo avrebbe preferito per la Catalunya, dopo le elezioni autonome del novembre 2003. Non si perse con discorsi utopistici lontani dalla realtà elettorale e si pronunciò a favore di un tripartito, anche se diverso da quello successivamente configurato. Forse ispirato dal Paese Basco, ci disse che avrebbe preferito un accordo tra CiU, ERC e ICV, cioè un patto dei nazionalisti con gli eco socialisti.
Tanti anni lontano dalla linea frontale della politica non lo avevano allontanato dal quotidiano e dal desiderio di intraprendere passi in un percorso che, a suo parere, avrebbero potuto aiutare a muoversi verso l’obiettivo della libertà del suo Paese. Niente di più lontano, quindi, dal “tutto o niente”. Ciò che non perdonava, tuttavia, come ha detto chiaramente nel suo “Atto di sovranità” finale e aveva espresso in molte opere, specialmente nella trilogia “Il tradimento dei leader”, era l’atteggiamento che sempre lascia al domani qualcosa per cui dobbiamo combattere oggi. Ricordiamo le ultime parole: “Una nazione non sarà mai libera se i suoi figli non vogliono rischiare la loro vita nella sua liberazione e nella sua difesa. Amici, accettate questa vittoriosa conclusione della mia lotta, in contrapposizione con la codardia dei nostri leader, manipolatori del popolo “.
Pubblicato sul “Tribuna Catalana” del 14.08.2007
ANDALUSIA – BLAS INFANTE, PADRE DE LA PATRIA ANDALUZA
Fra pochi giorni ricorre l’anniversario della fucilazione di Blas Infante, l’uomo che nei tempi moderni si impegnò per dare un senso anche politico alla Nazione Andalusa.
Lo ricordiamo con un documentario
BAKUR OPPRESSO E SFRUTTATO – di Gianni Sartori

Nel Bakur (territori curdi sotto amministrazione-occupazione turca) il partito di Erdogan (AKP) continua a saccheggiare e sfruttare le risorse naturali (petrolio, minerali…) di questa regione curda. Anzi, le operazioni di estrazione negli ultimi mesi hanno subito una significativa accelerazione.
In passato il Kurdistan – grazie anche alle sue abbondanti risorse naturali (acqua, terreni fertili, minerali…) – ha consentito a numerose comunità e civiltà di autodeterminarsi, garantendo sia ai curdi che ad altri popoli presenti nella regione i mezzi per svilupparsi autonomamente.
Oggi – sotto forma di un “colonialismo interno” da manuale – i minerali estratti nel Kurdistan, una delle terre più ricche al mondo di risorse naturali (disgraziatamente per i curdi, verrebbe da dire), vengono raffinati e lavorati all’ovest, nella Turchia propriamente detta. In particolare, da anni il petrolio estratto in Kurdistan viene dirottato verso la Turchia.
Come è – relativamente – noto la quasi totalità del petrolio “turco” proviene dalle regioni curde (da Batman, Adiyaman, Amed, Sirnak- Silopi, Siirt, Urfa, Mardin-Nusaybin…) dove sono presenti anche grandi riserve di rame, cromo, piombo, argento, carbone, lignite…
Tutto questo ben di dio viene estratto per venir trasportato nell’ovest, in Turchia per essere poi venduto (previa raffinazione e lavorazione) all’estero.
Senza che alla popolazione curda ne derivi alcun beneficio.
Il petrolio, in particolare, viene sistematicamente incanalato – “dirottato” – grazie agli oleodotti verso le raffinerie turche di Izmir-Aliaga, Kocaeli, Iprash, Kirikkale e altre dell’Anatolia centrale e di Hatay, Dortyol…
E’ ormai più di un secolo che lo stato turco estrae petrolio dai giacimenti curdi e recentemente – come ho detto – questo sfruttamento ha subito un’impennata, un’accelerazione, con nuove campagne di esplorazione (promosse dall’AKP, per esempio a Hakkari-Van, ma anche a Çukurca, Şemdinli, Bitlis) per individuare e scavare nuovi pozzi.
Dietro tutto questo, la Turkish Petroleum Corporation (TPAO) che poco tempo fa – in maggio – ha realizzato un altro campo di estrazione petrolifere nel distretto di Çukurca(Hakkari). Berat Albayrak – ex ministro dell’Energia e delle Risorse naturali – aveva già annunciato lo scavo dei primi pozzi in profondità “nella regione di Semdinli e a Cizre e Van a Siirt, nel nord”.
Significativo – per quanto scontato – ciò che hanno dichiarato alcuni abitanti – curdi – delle regioni interessate dallo sfruttamento intensivo delle risorse da parte di Ankara:
“Noi non vogliamo che lo Stato turco estragga le nostre risorse. Vogliamo essere noi a utilizzarle”.
Soltanto puro, legittimo buonsenso direi.
Ma adesso qualcuno lo vada a spiegare a Erdogan, per favore.
Gianni Sartori
IRELAND – memoria storica

IRELAND – si svolgerà la prossima domenica 5 agosto l’annuale ricordo (siamo alla 37 edizione) degli HungerStrikers, organizzato dal Sinn Féin Ireland
LAVORI IN CORSO…..
DIFESA DELLA TERRA E AUTODETERMINAZIONE IN KURDISTAN – di Gianni Sartori

Kurdistan – Turchia: quello che aveva tutti i requisiti per tradursi in un autentico “processo di pace”, analogo a quanto avvenuto in Sudafrica e in Irlanda (per quanto – con il senno di poi – con risultati in parte deludenti), è da considerarsi praticamente fallito.
La colpa? Principalmente dello Stato (quello turco ovviamente, per ora il Kurdistan è e rimane “nazione senza Stato”) che ha sostanzialmente mancato in tutte le sue promesse.
Questa – sembrerebbe di capire al di là di ogni eufemismo – è anche l’opinione del presidente dell’Associazione turca dei diritti dell’uomo (IHD), Ozturk Turkdogan (vedi una recente intervista su Le Corrier).
Invece di raccogliere il ramoscello d’ulivo offerto da Ocalan e dal movimento di liberazione curdo, il governo di Ankara ha ripreso, brutalmente, le operazioni militari contro la popolazione curda. Stando ai dati forniti da IHD sarebbero 353 i civili (quelli finora accertati, beninteso) morti ammazzati nei soli primi tre mesi del 2018 (e 246 i feriti). Il numero dei desplazados (profughi interni) si aggira sul mezzo milione. Come se non bastasse, migliaia di ettari di foresta vengono dati alle fiamme e così molte zone agricole. Interi quartieri – talvolta intere città – sono stati bombardati, al punto da demolirli quasi completamente. Con particolare ostinazione contro il centro storico di Diyarbakir. In tale caso appare evidente quale fosse il valore simbolico dell’opera di distruzione (un po’ come la distruzione di Gernika da parte dei franchisti – con aerei italiani e tedeschi – nell’aprile 1937). La pratica – già di per sé ignobile – di incendiare le foreste curde (vuoi come contro-insurrezione, vuoi “semplicemente” per allontanare la popolazione autoctona) non è certo una novità per lo stato turco. E’ operativa almeno dal 1925, in coincidenza con la ribellione di Sheik Said. Proseguita durante il periodo passato alla Storia come il “genocidio di di Dersim” e il “piano di riforma orientale”.
Dagli anni novanta a oggi tale sistematico ecocidio è andato ulteriormente amplificandosi, diventando una pratica che non appare esagerato definire pressoché quotidiana. In particolare nel periodo estivo, quando gli incendi risultano più devastanti per ovvie ragioni climatiche. Recentemente da Lice a Genc, da Amed a Bingol per proseguire in Cudi, Gabar, Herekol, Besta e Sirnak. I soldati turchi appiccano intenzionalmente, deliberatamente e – ca va sans dire – impunemente il fuoco (anche per creare il vuoto – per maggior sicurezza, la loro ovviamente – attorno alle basi militari). E se l’habitat va letteralmente in fumo, pazienza!

Un esponente della Piattaforma per la difesa dell’ambiente di Hewsel ha spiegato che “come ogni estate le foreste bruciano, sia in Turchia che in Kurdistan”. Ma in Kurdistan agirebbe anche un altro motivo “l’apertura di zone estrattive a vantaggio dell’Ovest”. O anche “la realizzazione di futuri centri turistici (quando il fumo si sarà completamente diradato, si presume nda) per realizzare ulteriori profitti”.
Proprio come i baschi all’epoca della Guerra civile spagnola, i curdi non sono rimasti a guardare. La Resistenza in Bakur si è concretizzata – a partire dall’estate 2015 – dichiarando e mettendo in pratica (per quanto umanamente possibile in tale contesto) l’autonomia amministrativa di città e villaggi.
In pratica: il Confederalismo democratico, l’aspirazione profonda – e strategica – di gran parte del popolo curdo. Ovviamente non stavano improvvisando. Risale al 2007 la costituzione di una prima struttura politica (denominata DTK , ossia Congresso per una società democratica) formata da movimenti sociali, comitati, amministrazioni comunali, sindacati, associazioni…
Nei comuni dove era stata avviata tale pratica di democrazia diretta (inevitabili i confronti con le collettivizzazioni in Aragona e Paisos Catalans nel 1936-1937 e il riferimento al municipalismo libertario) ai cittadini era affidata direttamente la gestione della cosa pubblica, nella prospettiva della costruzione di una società affrancata dal sistema patriarcale, praticando un’economia di solidarietà e rispettosa dell’ambiente naturale.
In quanto, come sostiene l’associazione MEH (Movimento ecologista di Mesopotamia) “la lotta per la salvaguardia della natura è parte integrante della lotta per una società democratica, liberata e di emancipazione”.
Ma – tornando alle operazioni militari intraprese dallo stato turco – quale potrebbe essere il progetto finale di questa vera e propria tattica militare applicata da Ankara? Forse – azzardo – spopolare, svuotare totalmente questi territori della popolazione indigena (curda) e – dopo le macerie, il sangue e le rovine – procedere alla ricostruzione per rivendere le aree curde a ricchi investitori. Previo allontanamento della popolazione, talvolta impossibilitata – letteralmente – anche a respirare per il fumo degli incendi.
E se questa non è “pulizia etnica” – anche attraverso la desertificazione dei territori – ditemi voi cos’altro sarebbe…
Gianni Sartori
