INCONTRI SUL WEB – #SARDIGNA

INCONTRI SUL WEB – VENERDI’ 23 OTTOBRE – ore 18
UNA CHIACCHERATA CON OMAR ONNIS
Il primo di una serie di incontri con i nostri collaboratori o con autori di riferimento sui temi dell’Autodeterminazione. In contemporanea sulla nostra Pagina facebook.com/CentroStudiDia, sull’account Twitter https://twitter.com/DialogoStudi e su Youtube
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DIVAGAZIONI SU: MONO AZUL, GUERRA CIVILE SPAGNOLA, LORCA, WEIL …CON QUALCHE SUGGESTIONE LIBERTARIA… – di Gianni Sartori

Presumibilmente il riferimento all’anarchismo che – talvolta – emerge parlando di Federico Garcia Lorca (in qualche occasione direttamente da parte dall’interessato, vedi un paio delle sue numerosissime interviste) andrebbe inteso in senso puramente artistico, letterario.
Anche se qualche coincidenza di natura maggiormente politica – volendo – si potrebbe anche ripescarla.
Prima coincidenza. Il fatto che andando a presentare le opere teatrali del Siglo de Oro nei villaggi rurali e nei quartieri operai indossasse – a quanto riferiscono i biografi – il mitico mono azul.
Messa in scena? Paternalismo? Forse, ma non solo. Lorca partecipava sinceramente alle sofferenze del popolo, degli oppressi. Pur restando sostanzialmente un riformista, non certo un rivoluzionario, Lorca era un antifascista dichiarato e possiamo ascriverlo sicuramente tra i “nostri”.
Sappiamo infatti – e forse la sua scelta non era casuale – che il mono azul, la tuta blu da operaio, era – di fatto – anche una sorta di divisa degli anarcosindacalisti. Lo divenne sicuramente nel corso della guerra civile quando le milizie libertarie (composte da militanti della FAI, della CNT, del POUM e anche da internazionalisti come Rosselli) usavano tale indumento – pratico se non comodo – in trincea e in battaglia (anche perché altri presumibilmente non ne avevano). Tra l’altro questo potrebbe spiegare perché durante la Resistenza i partigiani azionisti (politicamente gli eredi di Giustizia e Libertà) indossassero talvolta la tuta da operaio (mentre i comunisti, quando potevano scegliere, preferivano abiti di foggia militare).
Un esplicito richiamo alla militanza di Carlo Rosselli in una colonna mista di anarchici italiani (tra cui Camillo Berneri) ed esponenti di Giustizia e Libertà?
Seconda coincidenza. Da più parti ci si ostina a dire che il luogo preciso (comunque localizzato nel territorio di Fuentegrande de Alfacar, nei pressi di Granada) dove venne sepolto l’autore di Poeta en Nueva York non è stato ancora ritrovato. E’ invece assai probabile che qualche anno fa venisse identificato. Tuttavia i discendenti ne avevano impedito (o comunque fatto sospendere) la riesumazione in quanto il cadavere potrebbe essere stato deturpato – con un volgare riferimento alla sua omosessualità – dagli aguzzini di Lorca. Ma la coincidenza anarquista in che cosa consisteva allora? Insieme a quello del poeta – nella medesima fossa comune – erano stati interrati altri corpi, tra cui quelli di due militanti anarchici fucilati con Garcia Lorca (Joaquin Arcollas e Francisco Galadi). Tutto qui, ma la cosa è perlomeno curiosa.
Tornando poi sul mono azul è inevitabile rivedere l’immagine in tuta da operaia di Simone Weil.
Anche se in genere all’epoca le lavoratrici indossavano camici o grembiuli, la foto viene sovente utilizzata a commento della – per quanto breve – esperienza da lavoratrice di fabbrica della tormentata filosofa (anche alla Renault).
In realtà osservandola attentamente si intravede una parte (due lettere) della sigla CNT, il sindacato degli anarchici nella penisola iberica.
Non solo. La foto sembra proprio scattata a Barcellona. Anche perché alle sue spalle si nota un tipico platano delle Ramblas (almeno nelle rare occasioni in cui la foto viene pubblicata integralmente, di solito l’albero risulta “tagliato”). Nonostante i buoni propositi, Simone Weil venne presto allontanata dall’impiego delle armi. Durante l’addestramento militare i suoi compagni rischiavano di venir colpiti dalla maldestra volontaria (forse per scarsità di diottrie) e quindi si preferì dirottarla alle cucine. Anche qui però incontrò qualche difficoltà, ustionandosi seriamente per aver messo il piede in una padella di olio bollente. Alla fine decise quindi di smobilitare individualmente rientrando in Francia (su richiesta degli apprensivi genitori che l’avevano
raggiunta).
A posteriori – quasi per giustificare la sua defezione – evocherà la delusione provata, a suo dire, per il comportamento dei miliziani repubblicani.
In particolare per alcuni “eccessi” che sarebbero stati commessi dagli anarchici (episodi che le erano stati riferiti, quindi con beneficio d’inventario). Quelli di cui racconterà nell’infelice e inopportuna lettera a George Bernanos. Quantomeno una “caduta di stile” per quell’osceno e sproporzionato paragone tra i crudeli massacri (oltre tremila morti) operati dai fascisti italiani a Maiorca (vicenda raccontata malamente, direi timidamente, in qualche pagina de I grandi cimiteri sotto la luna) e le presunte intemperanze della Colonna Durruti.
Ma prima di morire, stando almeno a quanto ebbe a dichiarare la nipote dopo la seconda guerra mondiale, Simone Weil avrebbe fatto in tempo a ricredersi. Dopo essere venuta a conoscenza dei ben più gravi misfatti commessi dai franchisti (e dai loro alleati italiani e tedeschi) nei confronti delle popolazioni iberiche (e dei Repubblicani in particolare, vedi le sacas). E anche della sorte disgraziata toccata alle altre donne miliziane del suo gruppo.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Corsica
#CATALUNYA – “We’ll do it again” – un libro di Jordi Cuixart –

Jordi Cuixart, militante sociale e politico, presidente di Òmnium Cultural, si trova in carcere da tre anni per aver difeso le proprie idee e il proprio Popolo.
E’ ormai una frase storica quel suo “Ho tornarem a fer” (“Torneremo a farlo”) pronunciata nella sua ultima dichiarazione davanti al Tribunal Supremo che lo stava processando insieme agli altri esponenti della politica e della cultura catalana e che l’avrebbe condannato a 9 anni di detenzione.
Ed è anche il titolo di un libro che rappresenta il suo manifesto personale e politico.
Grazie a Òmnium Cultural, siamo in grado di offrirlo in download gratuito ai nostri lettori.
“Ho Tornarem a Fer”, Jordi….. e noi saremo sempre al tuo fianco.
#Catalunya #MemoriaStorica – Documentario su Lluis Companys
Nell’ottantesimo anniversario della fucilazione del President della Catalunya Lluis Companys per mano del regime franchista è stato diffuso questo documentario
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Bayern
#Armenia #Azerbaijan – MA QUANTO MI COSTI? MERCENARI A PREZZO MODICO NEL NAGORNO-KARABAKH – di Gianni Sartori

Nonostante le sfacciate smentite (provenienti da Ankara e Baku) sulla presenza di mercenari impiegati dall’esercito dell’Azerbaijan in Nagorno-Karabkh, ora disponiamo di ulteriori conferme.
Alcune desunte dai necrologi dei caduti in combattimento, altre direttamente dalle testimonianze raccolte dagli inviati, in particolare da Le Monde.
Al momento è ancora impossibile calcolare con precisione quanti siano. Per qualche osservatore qualificato si tratterebbe di parecchie centinaia (e di qualche decina di caduti tra i loro ranghi). Combattenti generalmente esperti in quanto affiliati e operativi con l’Esercito Libero Siriano (ormai ridotto al rango di milizia sul libro paga di Erdogan).
Stando alle dichiarazioni di un membro di Failak Al-Cham (gruppo ora integrato nell’Esercito Libero Siriano) da Iblid – dove anche per l’epidemia di corona-virus il lavoro scarseggia – sarebbero partiti in circa duecento. Con la promessa di una paga base tra i 1300 e i 1800 dollari.
Parafrasando un’antica pubblicità della Marina nostrana, si potrebbe dire “Arruolati con Erdogan, girerai il Mondo”. In molti casi si tratterebbe dei medesimi lanzichenecchi che dall’anno scorso spargono il terrore in Rojava e che più recentemente, quest’anno, hanno combattuto in Libia (contro le truppe di Haftar che assediavano Tripoli).
I necrologi dicevamo. Ai primi di ottobre era apparso sul sito siriano Jesr Press quello di Qassem Mustafa Al-Jazmur, membro deceduto di una milizia turcomanna, l’Aultam Murad. Anche tale banda aveva combattuto contro il regime siriano per passare poi – sotto le incongrue bandiere dell’Esercito Libero Siriano – al servizio di Ankara direttamente contro i curdi del Rojava.*
Significativo che il caduto provenisse da Deir ez-Zor dove recentemente era scoppiata una rivolta – difficile stabilire quanto spontanea – contro l’Amministrazione autonoma curda accusata – a torto – di reprimere la popolazione in maggioranza araba.
E ancora: la morte in combattimento – stando a quanto ne riferiva la stampa siriana – di un altro combattente dell’Esercito Libero Siriano, Mohamed Shaalan di Aleppo.
Un’ulteriore testimonianza, questa raccolta dalla BBC, arrivava per posta elettronica da un generico“Abdallah”.
L’uomo spiegava candidamente di essere arrivato nel Nagorno-Karabakh almeno venti giorni prima dell’inizio dei combattimenti. Aggiungendo che lo stipendio promessogli era di circa 1700 euro mensili. Magari non tantissimi (un po’ meno che in altri contesti similari, mi risulta), ma pur sempre parecchi se rapportati alla disastrosa situazione in cui versa oggi gran parte della Siria. Rivestito con la divisa dell’esercito azero, il mercenario a basso costo era rimasto in attesa nei pressi della frontiera fino all’inizio dei combattimenti alla fine di settembre. In una successiva conversazione telefonica, sempre con la BBC, riferiva di almeno una decina di caduti tra i suoi commilitoni di origine siriana. Da notare che nel frattempo gli era stato restituito il cellulare sequestratogli all’arrivo (evidentemente per non lasciar trapelare in anticipo qualche notizia sui preparativi bellici di Baku). Parecchi di questi combattenti mercenari, si era detto, provengono da Iblid. E proprio da Iblid, curiosamente, è partita un’infuocata fatwa, emessa da uno sceicco di origine egiziana.
Per questo esponente della galassia islamista radicale (originariamente legato al gruppo Hayat Tahrir Al-Cham), lasciare la Siria – e la jihad – per partecipare alla guerra in Nagorno-Karabakh sarebbe un grave atto peccaminoso in quanto su quelle montagne si scontrerebbero “due eserciti laici” mentre la vita “è sacrificabile soltanto per Dio”.
Gianni Sartori
* nota 1: A metà settembre la Commissione internazionale indipendente delle Nazioni unite sulla Siria ha pubblicato un rapporto sul regime di terrore imposto dall’Esercito Libero Siriano nelle zone curde sotto il suo controllo. Un lunga lista di quotidiane violazioni dei diritti umani: saccheggi, omicidi, stupri, sequestri di persona, esecuzioni extragiudiziali e torture (sotto lo sguardo comprensivo e complice della Turchia).
