#Armenia #Azerbaijan – A QUANTO PARE L’IRAN POTREBBE SCHIERARSI CON L’AZERBAIJAN INVECE CHE CON L’ARMENIA – di Gianni Sartori

Anche se raramente, nell’immenso groviglio globale che gli addetti ai lavori chiamano “geopolitica”, può capitare di avere qualche – presunto – riscontro oggettivo.
 
Almeno in apparenza, qualche tassello sembrerebbe (condizionale d’obbligo) andare a collocarsi al posto giusto. O meglio: dove ci si aspettava di trovarlo.
 
Appariva infatti assai incongrua l’ipotesi, da più parti formulata, di un deciso schierarsi con l’Armenia da parte dell’Iran nel conflitto con l’Azerbaijan.
 
Incongrua soprattutto pensando che in entrambi i Paesi, Iran e Azerbaijan, è prevalente la fede sciita.
 
Ora, stando almeno alle dichiarazioni di alcuni autorevoli esponenti politici iraniani “l’Iran non sceglie l’Armenia a sfavore dell’Azerbaijan”.
 
Lo sostiene il giornalista Raman Ghavami, aggiungendo come invece sia “probabile che dovremo assistere a una significativa collaborazione tra l’Iran, la Turchia, l’Azerbaijan (e presumibilmente anche la Russia a questo punto nda) sia sull’Armenia, sia su altre questioni che interessano la regione”.
 
Si andrebbe infatti configurando un nuovo livello di sostanziale collaborazione nelle relazioni tra Azerbaijan e Iran. AddiritturaTeheran avrebbe già richiesto all’Armenia di “restituire” (nientemeno ?!?) il Nagorno-Karabakh a Baku.
 
Per Raman Ghavami appare scontato che l’Iran “da sempre preferisce rapportarsi con gli azeri sciiti piuttosto che con gli Armeni”. Come avveniva già molto prima dell’insediarsi del regime degli ayatollah.
 
A tale riguardo riporta l’esempio della provincia dell’Azerbaijan occidentale (posta entro i confini iraniani) che in passato era abitata prevalentemente da curdi e armeni.
 
Ma tale demografia venne scientificamente modificata, nel corso del XX secolo, dai vari governi persiani che vi trasferirono popolazioni azere. Sia per allontanarvi i curdi, sia per arginare gli effetti collaterali del contenzioso turco-armeno entro i confini persiani.
 
Molti armeni e curdi vennero – di fatto – costretti a lasciare le loro case.
 
Inoltre, in tale maniera, si creava una artificiosa separazione tra le popolazioni curde di Irak, Turchia e Siria e quelle in Iran.
 
Cambiando anche la denominazione geografica. Da Aturpatakan a quella di Azerbaijan occidentale.
 
Altro elemento di tensione tra Erevan e Teheran – sempre secondo Raman Ghavami – deriverebbe dal ruolo della chiesa armena nell’incremento di conversioni al cristianesimo da parte di una fetta di popolazione iraniana.
 
 
Da sottolineare poi l’importanza vitale per un paese come l’Iran sottoposto a sanzioni (peraltro discutibili, direi ingiuste visto che le conseguenze negative ricadono sulla popolazione) dei legami finanziari con l’Azerbaijan. Ricordava sempre Raman Ghavami come, non a caso, la succursale della Melli Bank a Baku è seconda per dimensioni soltanto a quella della sede centrale di Teheran.
 
 
Secondo il giornalista, un altro elemento rivelatore è il modo in cui, rispettivamente, Baku ed Erevan hanno reagito alla cosiddetta “Campagna di massima pressione” sull’Iran in materia di sanzioni.
 
 Mentre gli scambi commerciali tra Armenia e Iran si riducevano del 30%, quelli con l’Azerbaijan si intensificavano.
 
Ad alimentare la tensione poi, il riconoscimento da parte dell’Armenia di Gerusalemme come capitale di Israele (a mio avviso non solamente “un evidente errore strategico”, ma una inutile ruffianata nei confronti degli USA che Erevan poteva evitare).
 
Una avventata presa di posizione di cui Erevan potrebbe in seguito essersi pentita. Vedi il successivo contenzioso (e ritiro dell’ambasciatore) a causa della vendita da parte di Israele di droni kamikaze IAI HAROP all’Azerbaijan.
 
Ulteriore complicazione (ma questa era forse prevedibile) la notizia che sarebbero già in atto scontri armati tra i mercenari di Ankara inviati in Azerbaijan (presumibilmente jihadisti, sicuramente sunniti) e gli azeri sciiti.
 
Insomma, al momento nulla va dato per scontato in tema di alleanze. Staremo a vedere.
 
 
 
 
Gianni Sartori

#KURDS #ROJAVA – LIBERARE TUTTI? IN ROJAVA I CURDI CI STANNO PROVANDO – di Gianni Sartori

E’ evidente che tra il ruolo di rivoluzionario e quello di carceriere, potendo scegliere, la gran parte dei militanti sani di mente sceglierebbe il primo. Purtroppo la Storia insegna che non sempre è andata così. Le derive autoritarie – o addirittura totalitarie – hanno marchiato anche le lotte di Liberazione. Lo ricordavano con amarezza sia Jean Ziegler in Le mani sull’Africa (“quest’uomo in lotta è un uomo di passaggio…” vedi a pag. 280, ed. del febbraio 1979) sia Victor Serge nella sua autobiografia (per inciso: uno dei grandi libri del secolo scorso, imperdibile).

Questo è quanto era avvenuto con la riapertura di carceri già zariste nella Russia bolscevica, con il rapimento e l’assassinio di comunisti libertari (Nin) e anarchici (Berneri) nel maggio ’37 a Barcellona o con l’assassinio del vicentino- scledense Blasco (chi scrive ha fatto in tempo a conoscerne la compagna, a Schio) in Francia durante la Resistenza. Ma pensiamo anche a quelle caricature di repressione statale che sono stati i soidisant tribunali del popolo di alcune organizzazioni rivoluzionarie (alcune vere, altre solo presunte) o l’uccisione di prigionieri (“ostaggi”) da parte delle medesime.

E’ apparso invece evidente che ai partigiani curdi – rivoluzionari e libertari – la funzione di secondini andava stretta assai. Così come – a volte ritornano – andava stretta ai militanti della Colonna Durruti nella Guerra civile spagnola.

Coerentemente con i principi umanitari del Confederalismo democratico, i Curdi in Rojava avevano già abolito la pena di morte . Perfino per quei brutali tagliagole di Daesh/isis..

Non arriva quindi inaspettata la notizia che potrebbero tornare in libertà circa 25mila internati siriani (di cui 17mila minori) del campo di al-Hol (nel cantone di Hesekê). Seduta stante per amnistia generale. Un modo per alleggerire la situazione – divenuta soffocante, invivibile – del campo e dare una risposta positiva alle richieste delle comunità arabe locali. O almeno questa sarebbe l’intenzione, stando alle dichiarazioni di Elham Ahmad, esponente del Consiglio democratico siriano.

Hol è stato definito un “pesante fardello” per l’AANES (Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est).

L’AANES, ha spiegato Elham Ahmad “non si sente obbligata a pagare ancora somme esorbitanti per fornire cibo e ogni cosa necessaria a queste persone”. Per non parlare dei gravi problemi che quotidianamente turbano la vita del campo. E non si parla di risse o litigi, ma di “stupri e uccisioni”.

Svuotarlo degli internati di cittadinanza siriana (rinviati per contingenti nei loro villaggi su richiesta delle autorità tribali dopo i recenti disordini scoppiati a Deir-ez-Zor) dovrebbe rendere il campo almeno vivibile. Inoltre non sarebbe più sotto la responsabilità dell’AANES e quelli che vi rimarranno saranno considerati detenuti a tutti gli effetti.

Al momento si tratterebbe di circa 30mila iracheni (tra cui 20mila minori) di cui il governo iracheno sembra volersi disinteressare totalmente (nonostante le richiesta dell’AANES di poterli rimpatriare) e altri diecimila stranieri di diverse nazionalità (tra cui 7mila minori).

Dato che la comunità internazionale va confermando il suo sostanziale disinteresse per la sorte di questi prigionieri (anche tra i membri di Daesh/Isis non mancano quelli con cittadinanza europea), recentemente l’AANES ha manifestato l’intenzione di processarli direttamente in proprio.

Come già riportato,  tra omicidi e tentati omicidi (in genere all’arma bianca per mano delle donne dei mercenari di Daesh), stupri, incendi e abusi di ogni genere, la situazione nel campo era diventata insostenibile.

Un degrado ancora peggiore di quello generale, caratterizzato da sistematiche e molteplici  violazioni dei diritti umani, operate praticamente da parte di tutti i soggetti coinvolti nel conflitto siriano.

Così almeno stabiliva un recente rapporto della Commissione internazionale indipendente di inchiesta sulla repubblica araba siriana. Rapporto che però accusava ingiustamente proprio le Forze democratiche siriane (FDS) per le lunga detenzione dei miliziani catturati, compresi quelli di Daesh. Non prendendo in considerazione il fatto che i loro governi mostravano chiaramente di non volerli rimpatriare.

Mazlum Abdi, comandante delle FDS, ha contestato alcune delle affermazioni contenute nel rapporto in quanto sembravano “ignorare la complessità di dimensioni internazionali del campo di Hol”. Un campo che al momento dell’inchiesta ospitava da parecchi mesi oltre 65mila persone  “provenienti da decine di paesi differenti (oltre una cinquantina nda), tra cui migliaia di membri di Daesh e le loro famiglie catturati dalle FDS”.

Polemicamente vorrei qui ricordare il risalto dato dai siti filo-Assad (rosso-bruni, fascisti, neostalinisti…) agli scontri tra le YPG e le popolazioni arabe appoggiate da Damasco. Parlandone come di una rivolta popolare spontanea contro la prepotenza dei curdi e dei loro alleati. Ora si scoprono gli altarini: i tribali rivolevano soltanto indietro i loro compaesani arruolatisi – volontariamente o meno –  nelle bande integraliste. Umanamente anche comprensibile (volerli riportare a casa intendo, non certo integrarsi in Daesh), ma politicamente alquanto discutibile.

Già in precedenza altri 4mila internati siriani avevano potuto lasciare il campo di Hol e quello di Deir-ez-Zor, dietro la garanzia – fornita sempre da sceicchi tribali – che non si sarebbero arruolati con Daesh.

Ma in buona sostanza, come era stato strutturato il campo di Hol?

Al-Hol è diviso in otto zone. Nella zona uno, due e tre si trovano persone di Mosul che avevano disertato da Daesh ancora nel 2014, mentre nella zona quattro sono stati raccolti soprattutto sfollati siriani.

Invece jihadisti e loro familiari sono rinchiusi nelle zone cinque, sei e sette.

Altri jihadisti – in particolare gli stranieri – nel Muhajarad (la zona dei “Migranti”).

Purtroppo nel campo si era ricostituita più o meno clandestinamente l’organizzazione del califfato. Soprattutto per opera delle donne impegnate sia nell’indottrinamento dei bambini, sia nell’esecuzione di chi vorrebbe tirarsi fuori (quelli definiti “rinnegati”).

Anche in questi giorni – la notizia è del 6 ottobre – alcune donne aderenti allo Stato Islamico hanno assassinato un rifugiato iracheno e tentato di assassinarne un altro, un barbiere (ma riuscendo, soltanto a ferirlo gravemente ).

Il gruppo si era organizzato come una vera e propria milizia per controllare, terrorizzandole, le persone rinchiuse nel campo.

A peggiorare ulteriormente la situazione, con l’invasione turca del 2019 i tentativi di evasione si sono moltiplicati. Almeno 700 (in buona parte riusciti) dall’anno scorso, secondo le forze di sicurezza presenti nel campo.

 

Gianni Sartori