Un approfondimento sulla vita di uno strenuo difensore dei territori alpini.
Con la partecipazione del prof. Graziano Riccadonna, storico trentino.
#7NotePerUnaNuovaEuropa #PaïsosCatalans
#Kurds #Bilanci – MENTRE I CURDI MUOIONO PER CONTRASTARE DAESH, L’OCCIDENTE CHE FA? – di Gianni Sartori

Mentre il bilancio delle vittime dell’attacco islamista del 20 gennaio alla prigione di Ghwayran diventa sempre più tragico, di ora in ora direi, sarebbe forse il caso che l’Occidente (in senso lato) si mettesse una mano sulla coscienza. Così come tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nel contenzioso (eufemismo) che percorre il nord e l’est della Siria e i territori circostanti. Oltre ai poveri curdi e alla Siria stessa, anche la Turchia, gli USA, la Russia, l’Iran… E anche in Europa, domandarsi se qualche migliaio di jihadisti di nuovo in circolazione (questo era presumibilmente lo scopo dell’attacco al carcere), oltre a fornire manovalanza a basso costo al governo di Ankara, non avrebbero rappresentato una mina vagante per il vecchio continente. Esprimendo perlomeno riconoscenza per coloro, i curdi ovviamente, che ieri (nel marzo 2019) avevano sconfitto gli ascari di Daesh in maniera quasi definitiva e ora hanno saputo rimetterli con le spalle al muro.
Come dice il buon Zaia: “Ragioniamoci sopra”.
Stando alle ultime informazioni fornite dall’Osservatorio dei Diritti dell’Uomo (OSDH), l’Isis avrebbe torturato, decapitato e infine dato alle fiamme decine di membri del personale penitenziario. Complessivamente nel corso dei combattimenti sarebbero morti in tutto 373 persone. Di cui 269 jihadisti, 98 militanti delle Forze democratiche siriane (FDS, la coalizione arabo-curda) e 7 civili (presumibilmente volontari che si erano aggregati alle FDS per contrastare l’Isis). Un’ottantina delle vittime sarebbero membri delle Forze di sicurezza interna (Asayish), ma non è chiaro se siano stati registrati tra i caduti delle FDS. Un bilancio purtroppo destinato ad aumentare in quanto molti militanti delle FDS risultano feriti gravemente. In ogni caso le verifiche sono in corso sia all’interno del carcere (dove molti corpi rimangono ammassati) che nei quartieri limitrofi dove i mercenari jihadisti si erano trincerati. E prosegue anche l’indagine dell’AANES per individuare il punto debole, le eventuali complicità che hanno permesso all’Isis di attaccare e invadere la prigione. Tra le misure urgenti per scongiurare ulteriori riesumazioni del Califfato, ogni Stato (e quelli europei in primis) dovrebbe riprendersi i propri jihadisti che si erano trasferiti in medio-oriente per arruolarsi nei ranghi dello “Stato islamico in Irak e nel Levante”. Inoltre si dovrebbero allestire dei centri di riabilitazione per i “leoncini del califfato”, i bambini figli di jihadisti che andrebbero curati, rieducati in modo da impedire ulteriori rigurgiti jihadisti in futuro. In qualche modo quello che seppero fare, egregiamente e anche grazie all’aiuto internazionale (della Svezia in particolare) i Sandinisti (quelli originari, non l’attuale dirigenza) con i ragazzini addestrati a compiere omicidi e torture dal regine di Somoza. Inoltre il Consiglio di sicurezza dell’ONU non dovrebbe rinviare ulteriormente la costituzione di un tribunale della Corte penale internazionale per giudicare i prigionieri jihadisti (attualmente sotto il controllo delle FDS) per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Catalunya
#Kuds #Wall – MURI TURCO-EUROPEI CONTRO I MIGRANTI O CONTRO I CURDI? ENTRAMBE LE COSE, PROBABILMENTE – di Gianni Sartori

La denuncia era partita dalla copresidente dell’Associazione Göç-Der di ricerca sulle migrazioni. Gülşen Kurt sosteneva che “dal 2021 la Turchia sta utilizzando i fondi europei per costruire muri sulla frontiera con l’Iran”. Muri destinati non solamente a fermare i flussi migratori, ma anche a spezzare i legami tra la popolazione curda del Rojhilat (Kurdistan dell’Est, sotto amministrazione iraniana) da quella del Bakur (Kurdistan del Nord, sotto occupazione turca). Un medesimo popolo anche qui artificialmente separato dalle frontiere statali. Frontiere che – ricordo – sempre più spesso costituiscono il tragico scenario della morte per assideramento di migranti (in buona parte di origine afgana, numerose le donne) fermati dai soldati turchi e rispediti indietro, nella neve e nel gelo. Oltre che di decine di kolbar (spalloni curdi) attaccati per lo più dai soldati iraniani. Attualmente del muro sarebbero già stati realizzati due tronconi, in corrispondenza delle province di Van e di Hakkari. Il primo, costruito dalla società statale TOKI, è lungo circa 45 chilometri e una volta completato dovrebbe raggiungere i 65 chilometri, arrivando quasi alla periferia di Van. Il troncone di Hakkari, più a sud, attualmente sarebbe lungo 16 chilometri ed è previsto che si prolunghi fino a 28. Momentaneamente interrotti per le condizioni invernali, i lavori riprenderanno in primavera. La realizzazione del muro potrebbe fornire qualche ulteriore spiegazione in merito alla destituzione forzata – nell’agosto 2019 – del sindaco, regolarmente eletto, di Van. Poi sostituito da un amministratore imposto con un decreto-legge dal governo turco. Forse un intervento propedeutico alla realizzazione del muro, operazione su cui il nuovo responsabile della municipalità si è mostrato assolutamente favorevole. Sopra al muro verranno aggiunti fili spinati ed è previsto anche un fossato di circa 200 chilometri. Oltre a 217 torri di guardia e alcuni avamposti militari. Per ora tre rifugiati, quelli accertati almeno, sono deceduti cadendo nei fossati già realizzati. Altri cinque, sempre quelli accertati, respinti verso l’Iran dopo esser riusciti a valicare il confine, sono morti congelati. Di altri, scomparsi, si attende il disgelo per ritrovarne i cadaveri. Va sottolineato che il muro verrebbe finanziato grazie ai fondi europei versati alla Turchia con l’esplicito impegno da parte di Ankara di fermare i flussi migratori verso l’Europa. Quello dei migranti è anche un pretesto, un alibi. Alla Turchia – e indirettamente anche all’Iran – interessa soprattutto frantumare ulteriormente l’unità della Nazione curda (Nazione senza Stato, ma comunque Nazione). Interromperne le relazioni interne: politiche e culturali. Oltre che naturalmente commerciali. Vedi gli attacchi sistematici ai kolbar e al contrabbando, una delle poche alternative alla miseria dilagante in queste zone di confine. Ovviamente nessuno, tantomeno il popolo curdo, sottovaluta la tragedia epocale dei rifugiati, persone senza statuto giuridico. Hanno suscitato orrore – anche nelle anestetizzate coscienze del mondo “civile” – le immagini dei piedi avvolti in sacchetti di plastica di una donna afgana morta assiderata. Respinta alla frontiera, per proteggere dal gelo le mani dei suoi bambini si era privata di scarpe e calze. Inoltre, così come avviene sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti, molte donne migranti sono state violentate in prossimità di quella turco-iraniana. E anche quando riescono a raggiungere le grandi metropoli turche, i rifugiati subiscono attacchi di stampo razzista da parte di gruppi nazionalisti e fascisti (come i Lupi grigi).
Gianni Sartori
#Kurds #Tuareg – TUAREG E CURDI: DUE NAZIONI SENZA STATO IN BILICO TRA SPERANZE DI AUTODETERMINAZIONE E POSSIBILI STRUMENTALIZZAZIONI – di Gianni Sartori

Sinceramente. Scrivendo (vedi: https://ogzero.org/il-deserto-diventa-…) che in fondo i tuareg si potevano considerare come i curdi dell’Africa, intendevo solo cogliere, suggerire un’analogia. Tra due popoli, due Nazioni senza Stato, i cui territori ancestrali (Kurdistan e Azawad) erano stati egualmente frantumati, divisi tra vari Stati. Niente altro. Ovviamente per entrambi si registravano periodiche ribellioni e lotte di liberazione, ma dall’esito piuttosto incerto. Comunque non mi aspettavo che si profilasse una sorta di scenario- fotocopia come quello che si intravede (almeno come possibilità) nei recenti sviluppi. Riassumendo in breve: il progressivo scollamento di alcuni stati del Sahel (tra cui quelli dove vivono e si spostano i Tuareg, il Mali in particolare) dall’ex potenza coloniale francese, una serie di colpi di stato e la penetrante presenza della Russia, sia per via diplomatica che militare (vedi i contractor della Wagner). Con il sostegno di Mosca a regimi che possiamo definire genericamente populisti (sia in chiave anticoloniale che anti-jihadista), forse anche “sovranisti” e sicuramente militarizzati, autoritari. Scontata l’analogia con la Siria e il governo, non esattamente liberale, di Damasco. Dove i curdi del nord e dell’est del Paese si son visti costretti dalle circostanza storiche (tra cui il rischio concreto di genocidio) ad allearsi con gli Stati Uniti (ma non in posizione subalterna) contro Daesh. Se tanto mi da tanto, la visita di alcuni leader tuareg a Roma potrebbe costituire il preludio di uno scenario se non proprio identico, perlomeno simile. E forse l’indicazione di venirne a discuterne in quel di Roma invece che a Parigi è stata suggerita dallo stesso governo francese. Non solo perché è lecito sospettare che dei tuareg i nostri esponenti politici in realtà ne capiscano una beata mazza. Ma perché in questi frangenti (vista il crollo di popolarità dell’Esagono nei territori del Sahel) poteva risultare inopportuno, controproducente. Soprattutto per i tuareg. Ricordo che dopo un iniziale coinvolgimento con alcune forze jihadiste (un errore frutto di inesperienza compiuto dalle milizie tuareg “sul terreno” e immediatamente condannato dai leader in esilio), una parte dei tuareg aveva anche collaborato con l’operazione Barkhane. Quindi ricapitolando. Un Paese (o più di uno, come in Medio oriente) invaso e saccheggiato da bande jihadiste (anche se qui non si tratta della versione locale di Daesh – o almeno non solo – ma soprattutto di emanazioni di Al Qaeda); un governo autoritario, ma non in grado di stroncare tale minaccia (non da solo almeno); la Russia che fornisce assistenza militare; le vecchie potenze colonialiste-imperialiste che in qualche modo cercano di mantenere le loro posizioni (o di rientrare nella partita); un gruppo indipendentista, espressione di una popolazione indigena da sempre calpestata e strumentalizzata che – in cambio di qualche garanzia o promesse di autodeterminazione – si oppone alle milizie islamiste (fornendo i combattenti sul terreno e pagando un alto prezzo in vite umane) esercitando nel contempo una certa pressione sul governo centrale e garantendo indirettamente il mantenimento di una presenza europea. Nel Sahel sostanzialmente della Francia, magari sotto la copertura italiana.
Nel caso del Mali (e forse anche del Niger) un esperimento da manuale direi. Troppo semplice? Forse (anche perché resta da stabilire a chi attribuire il ruolo di potenza regionale – sub imperialista – assunto dalla Turchia), ma è comunque la prima cosa a cui ho pensato leggendo dell’arrivo a Roma (ufficialmente per “riavvicinare i ribelli a Bamako”, la capitale) di alcuni leader dei movimenti tuareg. Tra cui ci sarebbero (condizionale d’obbligo) membri di spicco del Movimento per la liberazione dell’Azawad, della milizia Ganda Izo (“Suono della Terra”, ex Ganda Koy) e del Gruppo di autodifesa dei Tuareg. Ovviamente c’è anche qualche bella differenza. Con tutto il rispetto per i tuareg, credo che il movimento di liberazione curdo sia ben più attrezzato per non farsi strumentalizzare. Sia per il livello di organizzazione e partecipazione raggiunto (anche sul piano militare), sia per il progetto politico e sociale che si sta applicando in Rojava: il Confederalismo democratico. Chissà. Potrebbe fornire ai tuareg un esempio da seguire, da applicare un domani anche nel Sahel…
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Cymru
#SudAfrica #Testimonianze – FEBE CAVAZZUTTI ROSSI E GASPARE CAVAZZUTTI, TESTIMONI DI FEDE E IMPEGNO CIVILE – di Gianni Sartori

«Hanno vinto loro: le donne nelle baracche di lamiera, di pezzi di cartone, ad arrostire coi bimbi fra le braccia sotto il sole del giorno e a vederli morire nel gelo delle notti, con l’acqua sempre lontana, sempre poca, magari da rubare in un cimitero di ricchi bianchi e poi essere imprigionate per furto. Hanno vinto i bambini (…) senza scuole, senza insegnanti, senza libri di testo, con programmi declassati, pensati per una razza inferiore».
(Da un articolo di Febe Cavazzutti Rossi scritto per “Riforma” nel maggio 1994 dopo le elezioni vinte dall’African National Congress)
Febe Cavazzutti Rossi se n’era andata nella notte del 2 febbraio 2016. Lasciando un vuoto incolmabile.
Nata nel 1931 a Vicenza, figlia di Gaspare Cavazzutti (un pastore metodista che aveva collaborato del missionario britannico Henry James Piggot) Febe era vissuta per gran parte della sua vita a Padova come organista, predicatrice locale, animatrice e attiva testimone dell’impegno ecumenico.
A Vicenza si recava regolarmente in quanto insegnante di inglese e proprio sulla strada tra Vicenza e Padova capitò il brutto incidente che doveva segnarne pesantemente le possibilità di movimento, ma non l’impegno religioso e sociale. Con un’energia che per chiunque abbia avuto la fortuna, l’onore di conoscerla ha rappresentato un esempio e un ricordo indelebili.
Per oltre un decennio aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente della World Methodist Historical Society partecipando a importanti momenti assembleari del movimento ecumenico europeo e contribuendo a creare legami con varie istituzioni assistenziali in diverse Nazioni.
Con i suoi studi e ricerche aveva contribuito alla vitalità del metodismo e della sua storia (soprattutto per Veneto e anche a Vicenza). Per esempio ripubblicando in lingua italiana alcuni sermoni di John Wesley (La perfezione dell’amore, Claudiana, 2009) e un’importante biografia su Charles Wesley (fratello di John, entrambi considerati gli iniziatori del metodismo in Gran Bretagna nel XVIII secolo). Tra gli altri suoi libri segnalo “Presenza protestante nel Veneto dell’800” (pubblicato nel 2011) e “Santificazione nelle tradizioni Benedettina e Metodista” del 1998.
Fondamentale poi il suo impegno per i diritti dei Neri in Sudafrica, oppressi dal regime dell’apartheid.
E sicuramente era a quei diseredati, alla loro resistenza civile che Febe aveva donato il cuore.
Un conflitto, quello che insanguinava la RSA nel secolo scorso che si rifletteva anche all’interno delle Chiese, locali e non.
Al punto che l’Alleanza riformata mondiale (l’attuale Comunione mondiale di Chiese riformate -Wcrc) sospese alcune chiese del Sud Africa che pretendevano di trovare giustificazioni teologiche per il regime segregazionista.
Per la sua attività antirazzista nella RSA (dove ebbe modo di collaborare con Desmond Tutu, Beyers Naudé, Sol Jacob…) venne addirittura espulsa dal Paese.
Proseguì comunque, punto di riferimento indispensabile, organizzando iniziative di solidarietà (come quella dell’Arena di Verona nel 1987) e scrivendo articoli di denuncia su “Riforma”. Praticamente fino agli ultimi suoi giorni, come posso testimoniare di persona. Senza mai sentirla lamentarsi per quanto consapevole del male che la andava consumando.
Rispettandone la volontà, Febe è stata ricordata non con un servizio funebre particolare, ma nel corso del culto ordinario presso la Chiesa metodista di Padova il 7 febbraio 2016.
Ma parlando di Febe non si può non ricordare anche l’opera del padre Gaspare Cavazzutti (Padova, 16 maggio 1855 – Firenze, 10 ottobre 1950) pastore della Chiesa Metodista Wesleyana, Segretario della Missione Metodista e direttore dell’Orfanotrofio femminile evangelico di Intra.
Aveva iniziato a lavorare nel 1875, collaborando con il pastore Francesco Sciarelli in una vera e propria “battaglia sindacale” (di risonanza nazionale) per il riposo settimanale ai lavoratori.
Dal 1881 intraprese l’attività pastorale e fu inviato a Roma per frequentare la Scuola di Teologia della Chiesa Metodista.
Poi a Viareggio (come “ministro sotto prova”) esuccessivamente a Cremona e Vicobellignano. Sposato dal 1884 con Sidonia Priska Patzold, dalla loro unione nacquero cinque figli.
Inviato a Omegna nel 1882, vi fondò una comunità metodista incontrando però l’ostilità del clero cattolico locale. Tanto che vennero sfrattati dal luogo di culto e costretti a tenere le riunioni religiose in abitazioni private.
Grazie al contributo di alcune personalità (tra cui la regina Guglielmina d’Olanda), riuscì infine a costruire un tempio per la comunità inaugurato nel 1897 alla presenza di Henry James Piggott. Nel 1988 venne inviato ad assistere, non solo spiritualmente, i lavoratori (manovali indigenti e sfruttati, in genere analfabeti) impegnati nel traforo del Sempione. A Iselle aprì un asilo, una scuola elementare e una scuola serale per gli operai e i loro figli.
Con il nuovo secolo continuò a occuparsi della condizione dei lavoratori. Per esempio a Milano con le maestranze che andavano installando le linee elettriche cittadine. Nel frattempo era entrato in contatto con William Burgess, successore di Henry James Piggot alla guida dell’opera metodista wesleyana in Italia. Segretario della Missione metodista dal 1903 al 1917, in seguito venne nominato pastore a Salerno. Rimasto vedovo nel 1918 e trasferito a Cremona nel 1920, si risposò nel 1921 con Anna Schmellenkamp con cui ebbe tre figlie.
Operò quindi a Intra in qualità di direttore dell’Orfanotrofio femminile evangelico. Fu pastore della comunità di Vicenza (dove appunto nacque Febe) dal 1929 al 1932 e in seguito di quella di Viareggio. Encomiabile il suo impegno in difesa degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, periodo in cui collaborò con Anna Maria Visco Gilardi. Nell’ultimo periodo della sua vita si occupò dei ragazzi dell’istituto Pestalozzi di Firenze.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Steiermark
#Palestina #Opinioni – SE I CURDI PIANGONO…NON E’ CHE I PALESTINESI SE LA PASSINO MEGLIO – di Gianni Sartori

Se i curdi piangono (o almeno ne avrebbero ben donde, anche quando non lo fanno per forza di carattere), di sicuro i palestinesi non ridono.
Due popoli oppressi da decenni (come minimo) che le contraddizioni, le intemperie della geopolitica sembrano aver scaraventato sulle rive opposte (ma non contrapposte; forse complementari?) del grande fiume della Storia.
Talvolta i compromessi con cui si devono adattare, convivere (in sintesi: la collaborazione con gli USA per le YPG del Rojava; gli “aiuti”, non sempre disinteressati, di Teheran e Ankara per i palestinesi di Gaza) sembrano al limite del corto circuito (almeno per chi ancora crede nell’internazionalismo e nell’autodeterminazione dei popoli). Ma non mancano eventi di segno opposto che fanno ben sperare. Quando la reciproca solidarietà di fondo (tra popoli entrambi perseguitati, braccati, talvolta sterminati…) sa ancora riconoscersi e manifestarsi. Vedi, per dirne una, la visita – a Diyarbakir il 15 aprile 2019 – della palestinese Leila Khaled alla curda Leyla Güven. Da 159 giorni in sciopero della fame per chiedere la fine dell’isolamento del prigioniero politico Abdullah Öcalan.
Forse conviene riandare a quanto mi spiegava l’esponente del MOVE Ramona Africa (anni novanta, nel sede del Centro sociale Stella Rossa di Bassano, poi demolito): “Quando ti trovi di fronte a un’ingiustizia, l’importante non è la vittima, ma l’ingiustizia”.
Sul momento non compresi. Ma come, mi dicevo (impregnato di retaggi cristiani e di solidarismo vagamente pietistico) “non è importante la vittima?”.
In realtà, se si considera la Storia anche recente, può capitare che non sempre le “vittime” siano all’altezza del ruolo. Ossia non sempre e necessariamente buone, brave, disinteressate, del tutto innocenti come colombe. E addirittura le vittime di oggi si possono trasformare nei carnefici di domani.
Gli esempi non mancano. Ziegler ne elencava alcuni in “Le mani sull’Africa”.
I rivoluzionari del FLN diventati poi i carcerieri di altri algerini, non meno rivoluzionari di loro, ma dissidenti.
O, macroscopico, i bolscevichi russi che nelle medesime carceri dove erano stati segregati e maltrattati (vedi la famigerata Lubjanka), finirono per infliggere lo stesso trattamento ai loro ex compagni di lotta non allineati con le direttive del partito (per non parlare di quello che capitò agli anarchici).
Oppure pensiamo alle esecuzioni sommarie di presunte spie (anche solo per qualche sospetto) di cui si resero responsabili i Provisionals in Irlanda.
O l’eliminazione di militanti di altre organizzazioni (vedi tra gli Officials e l’INLA, emblematico il caso di Seamus Costelo) all’interno del movimento repubblicano irlandese.
Ciò non toglie che così come il popolo algerino e le classi subalterne della Russia, anche i cattolici irlandesi fossero sostanzialmente delle vittime. Del colonialismo britannico, delle discriminazioni. Indipendentemente dalle derive autoritarie, repressive – talvolta semplicemente criminali – di cui si macchiarono alcuni esponenti dell’IRA o dell’INLA.
Detto ciò, anche negli ultimi giorni sono giunte ulteriori conferme della situazione di perenne, quotidiana, persistente oppressione (al limite dell’apartheid) in cui versa la vessata popolazione palestinese.
Il 25 gennaio a Gerusalemme-Est i bulldozer israeliani hanno demolito un’altra abitazione, abitata ovviamente da una famiglia palestinese che è stata espulsa.
Una famiglia, quella dei Karameh composta da sedici persone.
Con la scusa, il pretesto, della mancanza del permesso di costruzione e rifiutandosi di prendere in considerazione i documenti presentati dal nucleo familiare palestinese. Immediate le reazioni di protesta che hanno portato inevitabilmente a scontri. Bilancio: nove palestinesi feriti (quelli di cui si è venuti a conoscenza) e una ventina di arrestati.
Qualche giorno prima, il 20 gennaio, un tribunale israeliano aveva imposto il domicilio coatto alla ricercatrice universitaria Somaya Falah con la proibizione di entrare nella città di Haifa per un mese e mezzo. Proibito anche l’uso del computer, del telefono e di ogni media elettronico (quindi anche internet) da qui a marzo.
Non solo. Il 25 gennaio il tribunale di Haifa le ha imposto una settimana supplementare di tale segregazione.
Somaya Falah, originaria di Arab al-Hib, è conosciuta come esponente di Hirak Haifa, un movimento giovanile che si occupa dei diritti dei palestinesi.
Qualche giorno prima della prevista manifestazione di solidarietà con Hisham Abu Hawash (in sciopero della fame) la polizia israeliana era entrata in casa della giovane impadronendosi del suo cellulare e del computer. Veniva inoltre portata via per essere interrogata. Subiva poi, il 24 gennaio, un ulteriore interrogatorio di circa dieci ore.
Stando a quanto ha dichiarato l’avvocato, nei suoi confronti non esistono accuse precise, tanto meno prove di alcunché. La sua “colpa”, sarebbe quella di aver assistito alla conferenza di Basar Badil a Madrid nel novembre 2021.
Basar Badil (“Strada alternativa”) è l’espressione adottata per stabilire la connessione tra gli eventi del 1948 e del 1967 con la diaspora palestinese.
Quasi contemporaneamente, il 21 gennaio, circa un centinaio di palestinesi erano rimasti feriti negli scontri con l’esercito israeliano in Cisgiordania. Almeno dieci quelli colpiti dalle pallottole rivestite di gomma, molti di più coloro che hanno mostrato segni di asfissia per aver inalato i gas lacrimogeni.
Per la Croce Rossa palestinese – che li ha soccorsi – erano oltre una settantinai feriti in un villaggio vicino a Nablus (nel nord della Cisgiordania). Una decina quelli colpiti nella città di Beita e altrettanti a Beit Dajan. Come ormai avviene quasi abitualmente, le forze di sicurezza israeliane hanno reso problematici gli interventi di soccorso bloccando alcune strade.
Gianni Sartori
