#Asia #Opinioni – WestPapua come Timor Est? – di Gianni Sartori

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Il 16 marzo due manifestanti (o almeno quelli accertati, ma si sospetta siano di più) venivano uccisi dalla polizia nel distretto di Yahukimo (nella parte occidentale dell’isola di Nuova Guinea, quella occupata dall’Indonesia). Si contavano inoltre decine di feriti.

La popolazione stava protestando contro la recente riforma amministrativa che entrerà in vigore senza che le comunità indigene vengano nemmeno consultate. Si tratta della costituzione di nuove province nella regione ed esiste il fondato sospetto che in realtà lo scopo principale sia di inasprire ulteriormente il controllo esercitato dal governo centrale. Oltre che in Papua le proteste hanno raggiunto anche Giakarta, la capitale indonesiana.

Ormai da decenni in questa parte della Papuasia è attiva una vera e propria “insurrezione permanente” a carattere indipendentista. Una ribellione avviata ancora negli anni sessanta quando Giakarta prese arbitrariamente il controllo della regione, ex colonia olandese. Si calcola che solo nel 2019 siano decedute almeno una ventina di persone nel corso di manifestazioni represse dalla polizia indonesiana. All’epoca le proteste erano scoppiate soprattutto per l’aperto razzismo nei confronti degli studenti papuani nella città di Surabaya.

Nei recenti rapporti dei relatori onusiani Francisco Cali Tzay (Diritti delle popolazioni indigene), Morris Tidball-Binz (Esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie) e Cecilia Jimenez-Damary (Diritti umani degli sfollati interni) si denunciava il “deterioramento della situazione dei diritti umani nelle province indonesiane di Papua e West Papua”.

Con “abusi scioccanti contro gli indigeni papuani, tra cui uccisioni di bambini, sparizioni, torture e sfollamenti di massa di persone”.

In particolare riferivano di aver ricevuto tra aprile e maggio 2021 denunce su “diversi casi di uccisioni extragiudiziali, inclusi bambini piccoli, sparizioni forzate, torture e trattamenti disumani e lo sfollamento forzato di almeno 5.000 indigeni papuani da parte delle forze di sicurezza”. Nella quasi totale indifferenza, va detto, dell’opinione pubblica internazionale.

Dal dicembre 2018 il clima di violenza (e conseguentemente anche il numero complessivo degli sfollati interni: si calcola tra le 60.000 e le 100.000 persone) è andato amplificandosi.

A tuttora gran parte degli sfollati nella Papua occidentale non sono rientrati nelle proprie case a causa della costante presenza delle forze di sicurezza e dei ricorrenti scontri armati. Migliaia di abitanti dei villaggi si sono rifugiati nelle foreste. Comunque esposti al clima rigido degli altopiani e con grandi difficoltà nel reperimento di cibo (con conseguente malnutrizione generalizzata). Per non parlare della quasi inesistente assistenza sanitaria e dell’impossibilità di attività educative per i bambini.

Gli aiuti umanitari, già scarsi, vengono ulteriormente ostacolati dalle autorità indonesiane. Compresi quelli della Croce Rossa e delle associazioni  di ispirazione religiosa.

La situazione è ulteriormente precipitata con  l’uccisione di un militare di alto rango (il generale di brigata Gusti Putu Danny Karma Nugraba, responsabile dell’intelligence indonesiana nella regione occupata), da parte del West Papua National Liberation Army (Tentara Pembebasan Nasional Papua Barat – TPN-PB) il 25 aprile 2021. Qualche giorno prima il movimento indipendentista aveva giustiziato tre presunti collaborazionisti (definiti “spie indonesiane”).

Da quel momento il presidente indonesiano Joko Jokowi Widoto ha esplicitamente ordinato di “inseguire e arrestare (eufemismo: in realtà la maggior parte viene giustiziata sul posto nda) tutti i militanti armati”. Contemporaneamente il presidente dell’Assemblea consultiva del popolo indonesiano, Bambang Soesatyo (nomina sunt omina!) invitava a “schiacciare i ribelli”.

Per poi aggiungere “prima distruggili. Parleremo in seguito della questione dei diritti umani”.

Come da manuale, i militari hanno preso alla lettera la direttiva arrestando, uccidendo e torturando decine di persone che in genere non avevano nulla a che vedere con la resistenza armata del TPN-PB, ritenuto il braccio armato del Free Papua Movement (Organisasi Papua Merdeka – OPM). Tra i casi documentati più gravi, l’uccisione il 26 ottobre 2021 di due bambini, di 2 e 6 anni, durante l’attacco a un villaggio sospettato di ospitare i guerriglieri. Attualmente nella Papua occidentale agiscono varie forze d’élite indonesiane, tra cui il noto e famigerato Kopassus, già resosi responsabile di ripetuti massacri nella valle del Baliem (1977-78) e nell’isola di Biak (1998). Inoltre l’Indonesia ha schierato nella regione altri 400 soldati d’élite conosciuti come pasukan setan (Forze di satana, nientemeno). Già operativi contro la popolazione a Timor Est (ma, nonostante i massacri, senza poterne impedire l’indipendenza) e contro quella di Aceh (in questo caso riuscendo a imporre la resa al movimento di liberazione).

Eventi ampiamente documentati e denunciati, per quanto tardivamente, l’anno scorso su The Conversation da Jim Elmslie e Camellia Webb-Gannon (Università australiana di Wollongong) e dall’attivista per i diritti indigeni Ronny Kareni.

Ancora nel 1971, i papuani costituivano oltre il 96% della popolazione nelle due province di Papua e West Papua (parte occidentale dell’Isola, mentre quella orientale costituisce la Papua Nuova Guinea indipendente). Attualmente invece, soprattutto nei centri urbani e nelle regioni costiere, le popolazioni indigene (emarginate, espropriate delle loro terre ancestrali) sono ridotte a meno della metà della popolazione a causa dell’ampia migrazione di coloni indonesiani.

Fenomeno che è stato definito un “genocidio al rallentatore”. Le terre espropriate militarmente vengono poi disboscate per realizzare miniere o piantagioni monoculturali di palma da olio. Tra le ulteriori devastazioni previste (al solito spacciate per “sviluppo e progresso” come antidoto all’indipendentismo), la costruzione di un’autostrada dalla regione degli altopiani alla costa. Un ulteriore colpo infero alla relativa autonomia delle popolazioni, oltre che all’ambiente naturale e alla preziosa biodiversità. Con ulteriore militarizzazione del territorio, disboscamento, sfruttamento e colonizzazione.

La guerriglia negli ultimi due tre anni ha colpito duramente uccidendo anche una ventina di lavoratori indonesiani addetti alla costruzione dell’autostrada. Arrivando a minacciare di colpire non solo i militari, ma anche i coloni (come invece finora era stato intenzionalmente evitato) in quanto tali qualora proseguissero le operazioni contro i civili papuani.

In una esecrabile escalation del conflitto.

Gianni Sartori

#CORSICA #OPINIONI – Parole…Parole…Parole… – di Petru Poggioli

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Avremmo potuto trovare qualcosa di positivo in merito a quello che sta succedendo oggi, se ciò fosse accaduto almeno dal 2014 o dal 2015, e soprattutto dal 2017, con il 70% degli elettori che votavano per i nazionalisti all’interno delle attuali istituzioni della Corsica.

I media, nonostante la guerra e nonostante le elezioni presidenziali, si sono degnati per alcuni giorni, dopo i recenti avvenimenti, di dare un’occhiata all’Isola, non solo per una promozione turistica, per incoraggiare gli esagonali a venire a stabilirsi con noi in questo bellissimo paese, (“isola di bellezza” diventata “isola di blocchi di cemento”), per vantare dei paesaggi  (oscurando  gli uomini e le donne che vivono qui e le loro preoccupazioni ed i loro problemi quotidiani) o per altre cose.

I politici francesi sono costretti ad esprimersi sull’Isola, viste le parole (autonomia) che appaiono nelle loro dichiarazioni (pro o contro), tolte dai concetti tabù dalla forza degli eventi.  Contatti, discussioni, (ma siamo comunque lontani dalle vere trattative per il momento).

Ma, ma, ma… c’è voluto un dramma le cui responsabilità ricadono sullo Stato e per il momento, tutto questo avviene senza che nulla accada nell’immediato, nella realtà, senza che nulla di concreto si verifichi davvero  per uscire dall’impasse costituzionale o di altro tipo (avranno il  coraggio  politico per capire che la Quinta Repubblica è superata, che non corrisponde più, al di là della  Corsica, alle aspettative di quelle e quelli che, sempre più numerosi, la stanno perdendo di vista e non voteranno nemmeno più?) e che è necessario  ripensare, immaginare,  riflettere su altre soluzioni per salvare la Repubblica francese, abbandonando l’unicità e l’inviolabilità della  Costituzione di questa attuale Repubblica (è già stato fatto molte volte in passato).

E per il momento, le promesse, non seguite da effetto e concretezza, coinvolgeranno sempre e solo coloro che vogliono crederci (per molti motivi).

Adesso, la loro concretezza riguarda soprattutto il prerequisito della cessazione della violenza, o addirittura della sua condanna, mentre noi aspettiamo ancora che i prigionieri dell’Affaire Erignac siano avvicinati o addirittura rilasciati, come consentito dalla legge francese (così come per gli altri detenuti  politici); e per questo non c’è  bisogno di aspettare la rielezione di Macron (il Governo ha già mostrato la sua rapidità nel rifiuto del loro rimpatrio), mentre nessun accordo è stato raggiunto in merito ai procedimenti giudiziari o di altro tipo contro coloro che avrebbero partecipato alle manifestazioni degli ultimi giorni.

Quindi è doveroso constatare che i giovani non si accontenteranno delle dichiarazioni di intenti.

Petru Poggioli

#Italia #MemoriaStorica – il 17 marzo 1861 nasce il Regno d’Italia. Il primo re è Vittorio Emanuele II … ma è il primo o il secondo ? – di Ettore Beggiato

Il 17 marzo 1861 nasce il Regno d’Italia e dal 2013 ​si celebra la “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera”, istituita il 23 novembre del 2012 con la legge n. 222.  

C’è un aspetto che raramente viene evidenziato dagli studiosi e riguarda la furibonda discussione che avvenne proprio il 17 marzo 1861 per definire una questione che sembra marginale, ma non è così.   

Come si doveva chiamare il primo Re d’Italia ? La risposta sembrerebbe banale, lapalissiana:  il primo Re d’Italia, ed è quanto, giustamente a mio modesto parere, sostenevano un discreto numero di parlamentari doveva chiamarsi, in questo caso, Vittorio Emanuele primo, proprio per rimarcare la nascita del nuovo regno … il primo Re d’Italia dev’essere un …qualche nome seguito da primo.  

Invece no, a Torino Casa Savoia si impuntò e così il primo Re d’Italia è un tale (Vittorio Emanuele in questo caso) che è … secondo … lo capisce anche un bambino di prima elementare il primo non può essere uno che è …secondo, o no ?  

Sembra essere una questione di lana caprina, ma non è così …   

La maggioranza dei parlamentari su forte pressione di Casa Savoia decise (meglio … accettò) che ci fosse la continuità dinastica e che quindi Vittorio Emanuele secondo Re di Sardegna continuasse ad essere tale anche come Re d’Italia; c’è chi, in tale atto, vede tutta l’arroganza dei Savoia che  vedevano la cosiddetta unità d’Italia solo come mera espansione dei loro possedimenti e del loro potere con una logica imperialista e annessionistica, altro che liberazione dei popoli oppressi e di tutte le amenità che la retorica risorgimentale ci racconta … 

La stessa cosa riguarda la numerazione delle legislature; nel sito della camera dei deputati della repubblica italiana sta scritto che la VII (settima) legislatura del Regno di Sardegna va dal 2 aprile 1860 al 17 dicembre 1860, che la VIII (ottava)  legislatura del Regno d’Italia va dal 18 febbraio 1861 al 7 settembre 1865: qui ancora peggio, quella che doveva essere la prima legislatura del Regno d’Italia diventa, come per incanto, la VIII (ottava): con queste premesse ci si poteva attendere qualcosa di meglio dall’espressione geografica chiamata Italia ? 

Ettore Beggiato

#Corsica #Opinioni – DARMANIN IN CORSICA, PERCHÉ? – di Petru Poggioli

fonte immagine (Jacques Witt/SIPA)

Il suo arrivo oggi pone molte domande. Se arriva a mani vuote, sarà una brutta cosa e oggi solo il riavvicinamento dei prigionieri politici corsi od ancora meglio la loro liberazione probabilmente potrebbe far vedere la cosa in modo più positivo.

Ma anche immaginando questo scenario, tutto questo dovrà essere accompagnato dall’annuncio dell’apertura di un processo politico di contatti, incontri, discussioni, che dovrà trasformarsi nelle prossime settimane in veri e propri negoziati pubblici, al pari di quanto era successo con la Trattativa di Matignon e con Lionel Jospin.

Questo sarebbe l’ideale, ma le cose sono cambiate da allora ed è ora necessario dimenticare le discussioni all’interno dei gruppi clandestini e della famosa leadership politica clandestina, per lavorare in questa direzione con le nuove realtà politiche dell’isola.

Tra queste, il riconoscimento finalmente della rappresentatività della Collettività della Corsica, delle istituzioni che dal 2015 i vari governi hanno totalmente ignorato, anzi disprezzato, perché per lo più rappresentate dai nazionalisti (mentre con la presidenza Giacobbi erano avvenute delle buone discussioni).

Tutti i movimenti politici, oltre ai nazionalisti, sono rappresentati: la maggioranza nazionalista e ciò che rimane dell’opposizione, meno la vera sinistra che è stata spazzata via; un’opposizione di destra-sinistra che quando era in maggioranza si è sempre opposta a tutti i processi di discussione e alle soluzioni/progressi avanzati per la Corsica dopo lo Statuto Deferre del ‘81.

Ma la novità è soprattutto l’irruzione della Gioventù, nella vita pubblica e politica.

I giovani hanno molti argomenti da sostenere e per questo è necessario consentir loro un ambito, al di là dell’Università e dell’”Assemblea (istituzionale) della Ghjuventù”, per esprimersi ed avanzare le loro aspettative, ascoltando anche i giovani del mondo del lavoro e dell’apprendistato. Spetta alle istituzioni della Corsica (CdC) pensare a trovare loro un luogo per esprimersi su questi argomenti.

Ma questa è pura congettura, e per il momento, non credo, a 40 giorni dalle elezioni presidenziali, che ciò accadrà. E probabilmente sarà necessario attendere l’inevitabile rielezione di coloro che sono già al potere (e che sono responsabili dello stato di servitù attuale) per cercare di vederci più chiaramente.

Speriamo, tuttavia, che questo viaggio frettoloso del Ministro dell’Interno non si limiti a una visita alle forze di polizia per potenziarle.

Infatti, la situazione impone di agire rapidamente, includendo soluzioni per i prigionieri politici, ed il rifiuto di qualsiasi tipo di repressione contro i giovani che si sono trovati nelle strade contro i CRS e i reparti mobili.

Per quanto riguarda l’annuncio sull’Autonomia, si dovrà trattare di una vera e propria autonomia (interna) “politica” (come quella presente in altre isole del mondo) con mezzi, competenze (il diritto di legiferare senza passare attraverso l’autorizzazione della Prefettura) in aree in cui i rappresentanti eletti possano agire direttamente sui salari, sui posti di lavoro, sugli alloggi, sul costo della vita, sul potere di acquisto. Perchè questa rivolta giovanile è una reazione ai problemi sociali e societari che i giovani affrontano oggi e che li escludono da una vita normale nel loro Paese, mentre altri che vengono da fuori stanno prendendo il loro posto e il loro lavoro, riducendoli sempre più emarginati e precari a casa loro di fronte al futuro.

Ma per ora, le mobilitazioni devono continuare e pesare affinché tali scenari si verifichino e si materializzino nelle settimane e nei mesi a venire.

NB. La recente iscrizione allo status di DPS, di due giovani del Sartenese, (Manu e Joé), incarcerati dopo un’attivazione sproporzionata della procedura antiterrorismo per un lancio di bottiglie molotov contro la subprefettura di Sartène, avvenuta dopo una detenzione durata diversi mesi per questo motivo, è un fatto semplicemente scandaloso. Devono essere liberati.

Petru Poggioli

#EuskalHerria #PrigionieriPolitici – POLEMICHE E DIVISIONI (ANCHE TRA GLI INDIPENDENTISTI) PER L’ULTIMO ONGI ETORRI – di Gianni Sartori

fonte @El.Correo

Occuparsi della questione basca senza entrare nel merito di quella dei prigionieri (gli etarras ancora in carcere) non consente di comprendere alcune delle innegabili contraddizioni dell’attuale situazione in Euskal Herria. Diversamente da altre realtà in cui si era adottata una “soluzione politica” del conflitto (Sudafrica, Irlanda…), la deposizione delle armi da parte di ETA non ha comportato la liberazione dei militanti incarcerati. Tutt’altro.

Eppure, se pur timidamente, qualche apertura sembrerebbe all’opera. Al punto che per facilitare il superamento della contrapposizione muro contro muro (ormai forse sterile, inutile…) tra movimento basco e istituzioni, sia regionali che statali, il collettivo dei prigionieri (EPPK), allineandosi alle richieste di Sortu, nel novembre 2021 ha chiesto ai propri familiari e amici di non celebrare altri omaggi pubblici (ongi etorri) ai prigionieri quando rientrano nei loro paesi e quartieri.

Presentandolo appunto come un passo conciliante per rendere più facili (“fluidi”) i rapporti tra EH Bildu, Sare (il raggruppamento di cittadini a sostegno ai prigionieri) e il Ministero dell’Interno spagnolo. Il quale ministero avrebbe “ricambiato” con qualche piccolo beneficio. Come il passaggio – per chi dichiarava di rinunciare all’ongi etorri- dal secondo al terzo grado e talvolta la libertà condizionale.

Non tutti però si erano adeguati. Solo un mese più tardi l’ex militante di ETA Iñaki Etxeberría (“Mortadelo”, presente anche ai festeggiamenti a Berango per Ibai Aginaga) veniva accolto a Pamplona nel Casco Viejo con fiori, bengala e un “aurresku de honor” organizzato dai familiari, In aperta critica nei confronti della politica più accomodante adottata da Sortu. Un evento da cui si erano dissociate anche buona parte delle organizzazioni della sinistra abertzale.

Ovviamente le critiche maggiori provenivano dalle associazioni filo-spagnole e da quelle dei familiari delle vittime di ETA. Dato che per la Fundación Villacisneros (di cui fanno parte molti esponenti del PP dei Paesi baschi come Maria San Gil e Carlos Urquijo) “defender la causa de las víctimas del terrorismo de Eta está en el ADN de la Fundación Villacisneros”, tale organizzazione aveva chiesto ripetutamente, sia al governo basco che a quello madrileno, di proibire e impedire queste manifestazioni di giubilo per il rientro dei prigionieri.

Dichiarando che “un recibimiento a un terrorista es un acto de enaltecimiento (esaltazione, apologia nda) tipificado como delito en el Codigo Penal y ademas las leyes de victimas nacional y autonomicas instan a los poderes del Estado a evitarlos”.

La questione era tornata di attualità nella notte di Capodanno quando alcuni militanti indipendentisti avevano lanciato bengala e petardi nei pressi della prigione di Basauri (Vizcaya) in sostegno di Ibai Aginaga (condannato nel 2002 a 21 anni di carcere in quanto membro del comando Nafarroa).

Aginaga è appunto uno dei detenuti baschi che – in aperto dissenso con le scelte di EPPK – non ha chiesto ai suoi sostenitori di rinunciare all’ongi etorri (e rinunciando quindi ai possibili benefici penitenziari). Domenica 12 marzo centinaia di persone hanno riempito all’inverosimile lo stadio di pelota basca di Berango.

Una festa organizzata per questo ex militante di ETA (che attualmente si definisce “comunista e indipendentista”), tornato a casa dopo 21 anni di lontananza. Di cui due trascorsi in clandestinità, gli altri 19 in galera. Anche nel suo caso la sinistra abertzale si era dissociata dai festeggiamenti pubblici chiedendo che il rientro avvenisse in maniera discreta e privatamente.

Invece ad accoglierlo erano in centinaia. Vietato entrare con telefoni cellulari e proibizione assoluta per la stampa spagnola di essere presente. Scanditi i soliti slogan, in particolare “Presoak kalera, amnistía osoa” e – dopo un breve evento musicale – almeno dieci minuti di applausi per l’ex detenuto. Altri applausi per la madre, presente al suo fianco e che lo ha sempre sostenuto. Nel suo discorso di ringraziamento, Ibai Aginaga ha voluto ricordare gli altri prigionieri, sia gli indipendentisti baschi (Kepa Preciado, Dani Pastor, “Txikito”…) e quelli che ha genericamente definito “antifascisti” in riferimento a quelli del PCE(r) e dei GRAPO.

Oltre alla Fundación Villacisneros, anche l’associazione Dignità y Justicia aveva chiesto alle autorità di proibire tale omaggio all’ex etarra. Ricordando che era stato arrestato insieme a Joseba Segurola e che l’Audiencia Nacional aveva condannato entrambi a 21 anni di carcere in quanto membri del Comando Nafarroa.

Dignidad y Justicia denunciava inoltre la comparsa a Berango di uno striscione con la scritta “M13 Denok Berangora. Ongi Etorri Ibai Aginaga” e in evidenza il vecchio simbolo di Gestoras pro Amnistia, organizzazione già dichiarata illegale dal Tribunal Supremo (simbolo attualmente utilizzato da “Amnistia eta Askatasuna”).

E concludeva il suo appello rivolgendosi all’Audiencia Nacional, all’Ertzaintza (la polizia autonoma basca), alla Policía Nacional e alla Guardia Civil affinché indagassero per identificare gli organizzatori dell’evento.

Va anche ricordato che il Parlamento Europeo nel 2018 aveva approvato un documento della Commissione Speciale sul terrorismo con cui si chiedeva di proibire questo genere di manifestazioni in quanto costituiscono una forma di“umiliazione e vilipendio per le vittime e un’esaltazione del terrorismo”.

Gianni Sartori