A STRASBURGO I CURDI ENTRANO IN SCIOPERO DELLA FAME ILLIMITATO – di Gianni Sartori

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Il 17 dicembre un gruppo di quindici militanti curdi (tra cui alcune note personalità politiche) ha iniziato uno sciopero della fame illimitato a Strasburgo. La loro richiesta, porre fine al disumano regime di isolamento imposto all’esponente curdo Abdullah Ocalan, rinchiuso dal 1999 nell’isola-carcere di Imrali.

La notizia era già circolata, ma l’annuncio ufficiale è venuto nel corso della conferenza stampa (iniziata alle ora 14) tenutasi davanti al consiglio d’Europa. Dilek Ocalanha, deputato del Partito democratico dei popoli (HDP), ha voluto denunciare quanto avviene – in modo  totalmente illegale oltre che disumano –  a Imrali.  Ossia privare “il leader di un popolo” di ogni comunicazione con l’esterno  “isolandolo anche dalla sua famiglia, oltre che dal suo popolo”.

Dilek si è rivolto espressamente alle istituzioni europee, in particolare al Comitato per la Prevenzione della Tortura (CPT), richiamandoli al dovere. Porre termine senza ulteriori indugi a questa increscioso e ingiusto stato di cose.

Un rappresentante del movimento curdo in Europa, Remzi Kartal, ha reso onore alla resistenza di Leyla Guven, in sciopero della fame ormai da 40 giorni in una prigione di Diyarbakir.

Alla resistenza di Leyla, degli altri prigionieri e di tanti esponenti della diaspora curda, viene così ad aggiungersi – da Strasburgo – un ulteriore tassello. Fino al conseguimento delle loro richieste: abbattere il muro di silenzio, le complicità internazionali che rendono fattibile l’isolamento totale in cui versa da mesi il Mandela curdo.

Tra i partecipanti allo sciopero a tempo indeterminato: Mustafa Sarikaya, Dilek Ocalan, la giornalista Ciya Ike, il copresidente del KCDK-E Yuksel Koc….

Appare evidente come attraverso l’imposizione dell’isolamento totale per Ocalan, la strategia repressiva di Erdogan abbia subito un ulteriore inasprimento.

Altrettanto evidente come ogni forma di opposizione, sia democratica che rivoluzionaria, venga sottoposta – da tempo – a spietate restrizioni. In sostanza, l’isolamento totale per Ocalan ricade e si riflette sull’intera opposizione, sia curda che turca.

Non è quindi un’iperbole affermare che il sistema di isolamento sperimentato nell’isola di Imrali va estendendosi ormai all’intero Paese. Se non addirittura, in prospettiva, a buona parte del Medio Oriente.

Ma in qualche modo questa logica è stata frantumata – o almeno incrinata – da quei prigionieri, militanti e loro familiari scesi in sciopero della fame. Lo sviluppo – se non la stessa sopravvivenza – delle libertà civili e della democrazia in Turchia lo rendeva necessario, ineludibile. Sia per interrompere i massacri perpetrati dall’esercito e dall’aviazione turchi in Kurdistan, sia per rilanciare lo spirito internazionalista attraverso la richiesta di libertà, giustizia e democrazia per i popoli – tutti i popoli – del pianeta.

A quelli già in corso – a staffetta, sia nelle carceri che fuori – qualche giorno fa si è aggiunta anche l’iniziativa (su ispirazione di quella di Strasburgo, già preannunciata) di trenta prigionieri del PKK e del Pajk. Con la loro dichiarazione – dopo aver ricordato di essere già in lotta dal 27 novembre nella forma di gruppi che scioperano a rotazione – annunciavano di essere in procinto di “entrare in sciopero della fame a tempo indeterminato, a oltranza contro l’isolamento”.

Affermavano inoltre di non voler “rinunciare mai alla Resistenza fino a che non romperemo l’isolamento imposto dal fascismo genocida contro il nostro leader Apo. Resisteremo ovunque perché siamo contrari alla tortura esercita sui popoli dal fascismo genocida dell’AKP-MHP”.

Oltre che nelle carceri turche, altri scioperi della fame – a staffetta, sia di curdi che di solidali – sono in atto in diverse città europee: Vienna, Darmstadt, Berlino, l’Aia, Parigi (dove Fodul Ana e Senol Guzel Yldiz sono giunti al 12° giorno di sciopero).

Anche in Italia naturalmente, da Roma a Pisa. E non solo. Uno sciopero della fame è stato avviato a Makhmur, il campo profughi bombardato la settimana scorsa dall’aviazione turca.

Per il dittatore turco Erdogan, contrapporsi violentemente al movimento curdo – sia con la repressione nelle carceri, sia bombardando il Kurdistan – rimane l’opzione favorita. Anche per impedire che la questione curda acquisti la meritata visibilità a livello internazionale.

Così come per i curdi diventava indispensabile alzare il livello dello scontro politico, passando dallo sciopero della fame a rotazione a quello illimitato. Una decisione non facile, una scelta che implica un prezzo più alto e che richiede ancor più sacrifici.

Naturalmente, dopo oltre 20 giorni di scioperi in diverse carceri (ma sei donne nel carcere di Xarpet  avevano iniziato già da prima e ormai sono al 45° giorno di digiuno) il sistema di controllo e repressione è corso ai ripari per stroncare la protesta.

Stando alle dichiarazioni di Abdulmenat Kur, esponente dell’associazione di aiuto e solidarietà con le famiglie dei prigionieri (TUAY-DER) a Patnos, Antep, manisa, Tokat, Xarpet e Bolu i detenuti subiscono ulteriori angherie e maltrattamenti.

Chi entra in sciopero della fame non riceve più alcuna assistenza medica, compresa l’assunzione delle indispensabili vitamine B e B1.

Inoltre la Direzione delle carceri ha cercato di impedire le visite. Soltanto la determinazione dei familiari ha vanificato tale ulteriore affronto ai diritti dei prigionieri.

Gianni Sartori

 

 

QUALE PROGETTO DIETRO ALLA CARTA DI CHIVASSO ? – di Roberto Gremmo

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La “Dichiarazione dei rappresentanti delle Popolazioni Alpine” redatta nella clandestinità a Chivasso il 19 dicembre 1943 da antifascisti valdostani e delle valli valdesi del Piemonte é un pionieristico e lungimirante benché disatteso proclama che rivendicava ampie autonomie amministrative, culturali, scolastiche ed economiche per tutte le valli alpine.

Bisognava porre termine al centralismo fanfarone fascista imposto per vent’anni all’insegna del motto sopraffattore di “Roma doma” che aveva ‘colonizzato’ la gente di montagna e le richieste dei resistenti delle Valli erano ben chiare.

Già nel 1990 il dottor Paolo Momigliano Levi documentò sulla rivista “Questioni di storia contemporanea” l’esistenza di un testo del documento dissimile da quello universalmente conosciuto e lo ritenne semplicemente una bozza in qualche modo accantonata della dichiarazione, poi superata con l’approvazione di quel testo definitivo; quello diventato famoso.

Per parte nostra, consultando all’“Archivio di Stato” di Torino le carte inedite sul processo per la tragica morte di Emile Chanoux per il libro “Alle spalle di Chanoux” (Storia Ribelle casella postale 292 Bella, pag. 160) in un verbale di sequestro di documenti effettuato il 18 maggio 1944 in casa del martire valdostano ritrovammo un testo della “Dichiarazione” identico a quello segnalato dal dottor Momigliano e che conteneva due passaggi che in seguito sono scomparsi.

Di che si trattava ?

Il primo riguardava le autonomie economiche e perorava con forza “il potenziamento dell’industria che conduca alla formazione di un ceto operaio evoluto e capace” e la “dipendenza delle opere pubbliche locali dall’amministrazione cantonale ed il controllo di quest’ultima su tutti i servizi”; richieste che apparivano ed erano socialmente molto avanzate.

Il secondo, di una chiarezza tale da sgomberare il campo da ogni eventuale ambiguità, era posto al termine della dichiarazione e sosteneva che le richieste autonomiste venivano fatte “con la sicura coscienza di servire così non soltanto gli interessi e le aspirazioni delle nostre Valli, delle nostre piccole patrie, bensì anche gli interessi e le aspirazioni della gran patria comune, dell’Italia, per la cui ricostruzione e risurrezione in Europa libera e unita, noi intendiamo lavorare con tutti coloro che come noi credono negli ideali di libertà e di giustizia”.

Tutto scomparso. Perché ?

V’é da dire che una figura cristallina di federalista come quella di Chanoux, specie nel Dopoguerra, é stata spesso arbitrariamente strumentalizzata.

Proprio al processo del 1946 alla “Corte d’Assise Straordinaria” di Vercelli contro i fascisti accusati d’averlo ucciso, fu la sua vedova, signora Celese Perruchon, a protestare veementemente contro coloro che cercavano disonestamente di presentarlo come un separatista.    

Le frasi della “Dichiarazione” di Chivasso sono, senza ombra di dubbio, coerente espressione del suo pensiero federalista ma anche sintesi della visione ideale d’un italiano autenticamente europeista, e non permettono ambiguità di sorta.

Può essere che effettivamente nel corso del convegno di Chivasso il testo sia stato modificato e ridotto per decisione dei partecipanti ma é un fatto che le impegnative affermazioni contenute nella copia trovata molti mesi dopo il convegno in casa di Chanoux non sono state ricordate nemmeno quando uno dei partecipanti, il professor Giorgio Peyronnel pubblicò nel 1949 i testi delle varie stesure preparatorie sul periodico “Il movimento di liberazione in Italia”.

Gli interrogativi sulla effettiva linea politica espressa a Chivasso nello studio del geometra Pons restano tutti.

Se il testo ufficiale sembra in qualche modo porsi in posizione critica nei confronti del nuovo Stato italiano post-fascista; le frasi ‘dimenticate’ indicano con estrema chiarezza la volontà di sostenerlo e rafforzarlo.

E non é proprio la stessa cosa.

A complicare le cose si aggiungono i ricordi dei protagonisti.

Intervistato nel 2003 da Mariella Pintus e Giorgio Milanta, uno nei firmatari della carta di Chivasso, il valdese Gustavo Malan, ha evocato la figura di uno Chanoux “favorevole ad una “Republique des Alpes””.

Forse più che un sogno, un vero progetto strategico.

Che il fallimento del centralismo euro-tecnocratico potrebbe rendere attuale e necessario.

Una Repubblica cantonale alpina fra Piemonte, val d’Aosta e Savoia: perché no ?

                                                                           Roberto Gremmo

SEGNALAZIONI EDITORIALI – un libro di Giuseppe Scianò sul Risorgimento

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Un arrivo di oggi per la piccola biblioteca del Centro Studi Dialogo, un libro inviatoci dallo scrittore siciliano Giuseppe Scianò, storico indipendentista dell’isola. Un volume che illustra come l’unità forzata della penisola fu un’avventura di stile coloniale. Lo ringraziamo molto

Giuseppe Scianò – “e nel mese di maggio del 1860, la Sicilia diventò “colonia”!” – ed. Pitti Edizioni – Palermo

WEST PAPUA – La battaglia verso la Libertà di Benny Wenda e del ULMWP

 

Benny Wenda è un leader dell’indipendenza della Papua Occidentale che ha fondato la campagna Free West Papua nel 2004. Ora è il presidente del Movimento di Liberazione Unito per West Papua (ULMWP) e lavora instancabilmente per liberare il suo popolo dall’occupazione indonesiana.
Tra il 1977 e il 1983, Benny e la sua famiglia, insieme a migliaia di altri combattenti per la libertà, vissero nascosti nella giungla.
Il 6 giugno 2002, Benny fu arrestato e detenuto a Jayapura. La sua casa fu saccheggiata senza un mandato e la polizia si rifiutò di informarlo delle accuse mosse contro di lui.

Fu torturato dalla polizia e tenuto in isolamento per diversi mesi. Qualche tempo dopo fu accusato di aver istigato un attacco a un commissariato di polizia e di aver bruciato due negozi nella piccola cittadina di Abepura il 7 dicembre 2000, lasciando un poliziotto e una guardia di sicurezza morti.
Nel frattempo, all’interno della prigione, Benny fu fisicamente attaccato più volte dalle guardie carcerarie.
Benny fuggì dalla prigione di Abepura il 27 ottobre 2002. La polizia indonesiana ricevette l’ordine di  sparare a vista per ucciderlo. Ma aiutato dagli attivisti indipendentisti del West Papua, Benny fu portato clandestinamente attraverso il confine con il PNG e successivamente aiutato da una ONG europea a recarsi nel Regno Unito dove gli fu concesso asilo politico. Nel 2003, Benny e sua moglie Maria  riunirono in Inghilterra, dove ora vivono con i loro figli.

per saperne di più: https://www.freewestpapua.org/

“Immagina che c’è la guerra… … e tutti si girano dall’altra parte!” – di Gianni Sartori

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Riprendo testuale la frase pronunciata da alcuni compagni curdi il 15 dicembre 2018: “Immagina che c’è la guerra…e tutti si girano dall’altra parte!”. Chiaro, no?

Nella notte del 13-14 dicembre l’aviazione turca aveva attaccato le baracche dei profughi curdi di Mexmûr. Situato nel Kurdistan iracheno, il campo profughi dal 1998 è posto sotto la tutela dell’Onu (almeno in teoria). Quattro donne erano rimaste uccise (una madre, sua figlia, sua nipote e un’altra donna che qui veniva ospitata)*.

Negli ultimi mesi questo era il terzo attacco aereo contro questo campo profughi e nel corso di ogni azione si erano contate diverse vittime. Sia tra le Unità di Autodifesa, sia tra i civili.

La maggior parte dei residenti di Mexmûr sono arrivati dal Kurdistan del nord (Bakur, sotto l’amministrazione di Ankara), dai villaggi di Colemêrg (Hakkari), Şirnex (Şırnak) e Van.

Per lo più sono persone che hanno rifiutato di diventare dei collaborazionisti (in veste di “Guardiani di villaggio”).

I loro villaggi sono stati incendiati, abbattuti e ognuno di loro annovera tra i familiari qualche vittima della repressione statale.

Contemporaneamente veniva attaccata e bombardata anche la ezida Şengal.

Forse non casualmente le bombe sono state lanciate proprio alla vigilia della festa Êzî, quando la popolazione era impegnata nei preparativi per i festeggiamenti.

L’eterno calvario di Gernika. Ancora. Sempre.

In che altra maniera classificare l’atteggiamento del regime turco contro ezide e ezidi se non come puro e semplice odio?

Vuole forse Erdogan completare l’opera avviata dal soidisant Stato islamico contro tale popolazione?

Non dimentichiamo quali furono le prime località contro cui si era scagliato l’IS dopo la presa di Mosul. Si trattava proprio di Mexmûr e Şengal, abitate da ezidi. Incontrando comunque – va ribadito – la coraggiosa resistenza dei guerriglieri curdi del PKK. E’ lecito sospettare che questi attacchi siano in parte una ritorsione, una vendetta per tale resistenza.

All’assordante silenzio dell’ONU, dei paesi occidentali – e in particolare degli USA – si è prontamente associato quello dei governi iracheno e regionale (del Kurdistan del sud).

Pavidità, indifferenza o forse – meglio – sostanziale complicità con gli assassini e genocidi di Ankara.

Secondo le organizzazioni curde “non è possibile che gli attacchi di ieri (notte del 13-14 dicembre nda) contro Mexmûr e Şengal siano avvenuti senza l’assenso degli USA e sicuramente non è sbagliato pensare che gli USA, anche se non apertamente, hanno partecipato alla pianificazione. Questa decisione non può essere vista come un fatto disgiunto dalla decisione degli USA di emettere un mandato cattura contro tre quadri dirigenti del Movimento di Liberazione Curdo”.

In passato gli Stati Uniti non lesinavano nell’utilizzare le brigate curde come carne da macello, sul terreno, contro gli integralisti. Ma ora applicano la solita tattica dell’USA e getta!

Sugli attacchi contro Mexmûr, Şengal e anche il Rojava (Kurdistan siriano) è intervenuto il Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) dichiarando che tali efferati  bombardamenti “su zone abitate prevalentemente da civili servono allo scopo di tenere in piedi il regime fascista nello Stato turco”.

Per continuare, lapidario: “Lo Stato turco dalla fondazione costruisce la sua esistenza su un genocidio fisico e culturale nei confronti di popoli e comunità religiose”.

E intanto anche “il nord e l’est della Siria sono minacciati di un’invasione militare”.

“IL FASCISMO VIVE DI SANGUE E INIMICIZIA”

Secondo il KCK, lo Stato turco vorrebbe “occupare la Siria del nord e dell’est per distruggere la vita democratica, libera e basata sulla parità dei diritti costruita insieme dai popoli. Per il fascismo, la democrazia, la libertà, la parità e la pace rappresentano una minaccia. Lo Stato turco sa che il fascismo in Turchia non può reggere se in Siria nasce un ordine democratico. Per tenere in piedi il fascismo, in Siria si vuole mantenere uno stato di guerra permanente. Il fascismo vive di sangue e inimicizia”.

Quindi tra le ragioni per cui è stato attaccato il campo profughi di Mexmûr –  secondo il KCK – bisogna considerare il sistema politico, i rapporti sociali (egualitari,  antiautoritari, ecologisti,…) realizzati dalla popolazione.

Come ha commentato il KCK: “La gente sa benissimo che questo attacco non è solo contro i curdi ma contro la vita democratica e libera costruita insieme

Nel mirino di Ankara, soprattutto minoranze e comunità religiose che hanno dimostrato con i fatti di volersi autodeterminare. Un atteggiamento che non è esclusivo del popolo ezida, ma anche di aleviti, kakai, suryote, cristiani…

E infatti gli attacchi turchi non sono rivolti soltanto contro i curdi.

Resistergli resta una colpa imperdonabile agli occhi di Erdogan.

In qualche modo si vuol ripercorrere la strada lastricata di sangue già intrapresa all’epoca della Prima Guerra Mondiale. Quando le persecuzioni e lo sterminio operati dalla Turchia contro le popolazioni minorizzate  non avvenivano sicuramente all’insaputa delle potenze internazionali.

Come è noto lo spazio aereo iracheno è sotto il controllo degli Stati Uniti e senza il loro permesso gli attacchi aerei non sarebbero nemmeno ipotizzabili. Stesso discorso, come già detto, sia per il governo iracheno che per il governo regionale.

Gianni Sartori

*nota 1:

I funerali si sono svolti il 14 dicembre. In migliaia hanno accompagnato i corpi di Eylem Muhammed Emer, 23 anni, Asya Ali Muhammed, 73, sua figlia Narinc Ferhan Qasim, 26 e la nipote Evin Kawa Mahmud, di 14 anni. I presenti si sono poi recati in corteo – per protestare – all’ufficio onusiano del campo.

Alle esequie erano presenti vari rappresentanti di partiti curdi e iracheni, tra cui il Puk e il Partito comunista iracheno.

 

 

 

 

 

 

La Serenissima, miglior governo del mondo – di Ettore Beggiato

VE Palazzo Ducale

 

Samuel Edward Finer è stato uno storico inglese del secolo scorso (1915-1993); il suo lavoro può autorevole e famoso è la ponderosa ricerca contenuta nei tre tomi “La storia del governo dai tempi più antichi” un’analisi comparativa dei sistemi governativi più significativi. In 1.700 pagine troviamo analizzati imperi, regni, repubbliche che hanno inciso nella storia del mondo: dai sumeri agli egizi, dall’impero persiano alle città greche, dai vari imperi cinesi ai califfati arabi, dalle repubbliche rinascimentali all’impero ottomano, agli stati moderni europei.

Finer si basava nei suoi studi nel confronto di quattro elementi: palazzo (governo), forum (democrazia), religione organizzata e nobiltà.

Bene, il prof. Finer alla fine del suo straordinario lavoro arriva a una conclusione ben precisa: il miglior governo del mondo fu quello della Serenissima Repubblica Veneta.  

E quanto sostiene Finer è in linea con quanto scriveva Giannantonio Paladini, autorevole storico e politico veneto, in un articolo apparso sul Gazzettino  nell’ormai lontano 2 gennaio 1996 ricordando come una giuria del prestigioso  “Washington Post” avesse appena scelto Venezia del Cinquecento  come “migliore luogo spazio-temporale del millennio” con la seguente motivazione “Per la sua apertura al mondo, la stabilità del governo, l’eccezionale vita culturale”.

E così G. Paladini giustificava tale riconoscimento:

“Una New York dell’epoca: così gli storici della Serenissima amano definire lo stupefacente centro di quel caratteristico Commonwealth di terra e di mare, Adriatico e Mediterraneo, che fu la Venezia del ‘500. A Philippe de Commynes, ambasciatore di Carlo VIII, re di Francia, essa era parsa bellissima, alla fine del ‘400.

“I gentilissimi veneziani mi condussero – ricorda nelle Memorie il diplomatico- lunga la strada principale che essi chiamano Canal Grande, la strada più bella che ci sia in tutto il mondo, quella meglio costruita, con le case molto grandi e alte…e quelle antiche tutte dipinte, quelle fatte da cento anni in qua con le facciate di marmo bianche: la città più splendida che io abbia mai visto”.

Ma insieme, cosa forse più rilevante, Venezia era capitale dello Stato che -con maggior senno politico si governava.- “

Peccato che tanti storici e pseudo intellettuali italiani e  veneti facciano a gara nel cercare di nascondere, falsificare e mistificare la storia della nostra Repubblica: ci vuole ben altro, comunque… quanti ne abbiamo visti da Napoleone in poi accanirsi contro la Repubblica Veneta … ma nonostante questo la Serenissima continua e continuerà ad affascinare e a rappresentare un faro di cultura e di civiltà.

Ettore Beggiato

TRA “GUERRA SPORCA” E REPRESSIONE GLI STATI CERCANO DI ANNIENTARE LA RESISTENZA CURDA – di Gianni Sartori

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Difficile, se non addirittura impossibile, seguire e documentare in maniera adeguata le decine, centinaia di efferati crimini di Stato che Ankara (su scala industriale) e Teheran (a livello più artigianale) vanno commettendo nei confronti del popolo curdo.

Riporto solo un paio di recenti episodi – di cui è giunta notizia in questi giorni (tra il 9 e il 10 dicembre) –  per darne un modesto aggiornamento. Ma la lista – ovviamente – sarebbe molto più lunga.

REPRESSIONE DELLE PROTESTE PACIFICHE IN TURCHIA

A Diyarbakir (Bakur – Nord Kurdistan sotto amministrazione turca) 25 donne in sciopero della fame per la fine dell’isolamento carcerario di Ocalan, sono state arrestate. Con violenza, brutalmente (trascinate sul pavimento senza nemmeno il tempo di rimettersi le scarpe ai piedi…) nel corso di un’irruzione di unità speciali della polizia turca nella sede dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli).

Preventivamente circondata da idranti e veicoli blindati, la sede dell’HDP è stata poi perquisita a fondo.

Le militanti curde avevano aderito all’appello del movimento delle donne TJA che chiedevano di solidarizzare con Leyla Guven, (co-presidente del Congresso Democratico della Società – DTK – e deputata HDP di Hakkari) rinchiusa nel carcere di Amed (Diyarbakir) e  giunta ormai al 33° giorno di sciopero della fame. 

Venticinque arresti, sempre di donne in sciopero della fame, si registrano anche nella sede dell’HDP di Batman (Êlih), città del Bakur spesso nella cronaca per la repressione governativa nei confronti della popolazione. Altre tre militanti sono state poi fermate nel corso di una retata.

Stando alle ultime notizie, le donne arrestate a Diyarbakir( tra loro anche Makbule, Madre per la Pace) continuerebbero lo sciopero all’interno del commissariato.

Pochi giorni prima veniva assaltata dalla polizia turca la sede dell’HDP di Urfa (una quarantina le persone arrestate, tra cui la deputata Ayse Surucu, Servet Kilic, Rojda Binici e Faruk Badilli) dove si era appena concluso un analogo sciopero della fame di tre giorni.

Anche in questa circostanza diverse persone sono state portate all’esterno dell’edificio trascinandole sul pavimento.

ALTRE ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI IN IRAN

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L’organizzazione per i diritti umani Hengaw ha denunciato che il 7 dicembre nella città di Bane (Rojhilat – Kurdistan orientale, sotto amministrazione iraniana) due cadaveri carbonizzati sono stati rinvenuti, mani e piedi legati, nel sedile posteriore di un’auto a cui era stato appiccato il fuoco. Si trattava del regista curdo Rahim Zabihi e del fratello Kaywan

Le modalità della loro uccisione ricordano quelle analoghe dell’assassinio della studentessa e dissidente curda  Meryem Fereci il cui cadavere carbonizzato veniva ritrovato in luglio.

Come nel caso di Meryem è forte il sospetto che si sia trattato di esecuzioni extragiudiziali, in stile “squadroni della morte” latino-americani o spagnoli (Triple A, Gal…).

O magari (filo)britannici. Ma in questo caso il lavoro sporco veniva subappaltato ai “lealisti” (UVF, UFF…).

I maggiori sospetti calano sulle formazioni paramilitari iraniane come i Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione). Alcuni testimoni avrebbero notato esponenti di tale organizzazione  aggirarsi in prossimità dell’abitazione dei due curdi assassinati.

Attualmente Rahim Zabihi stava raccogliendo materiale per un documentario sui Kolber (facchini frontalieri delle zone di confine con l’Iraq) per denunciare le numerose esecuzioni extragiudiziali operate nei confronti di tali lavoratori curdi. Per questo suo impegno era stato convocato e minacciato dai Guardiani della Rivoluzione. Anche due giorni prima del ritrovamento dei due cadaveri.

In precedenza Rahim aveva realizzato alcuni film (“Hawar” e Welate Efsane”, questo prodotto dalla Mitosfilm berlinese) sempre assai critici nei confronti  del regime.

Oltre a quello già citato di Meryem Fereci, un altro caso recente di eliminazione (tecnicamente: uccisione mirata) di attivista “scomodo” per il potere. Qualche giorno prima  di Meryem, veniva ucciso da elementi legati al regime l’esponente della “Organizzazione per i Diritti Umani – Kurdistan” Iqbal Moradi. Dieci anni fa l’attivista – conosciuto sia come ex esponente di Komala, sia per il suo sostegno ai familiari dei prigionieri politici – era già scampato a un attentato, presumibilmente sempre opera dei Pasdaran.

 

Gianni Sartori

AGGIORNAMENTO DELL’ULTIMA ORA

Nella notte tra l’11 e il 12 dicembre altre 14 donne in sciopero della fame – per solidarietà con Leyla Guven e per la fine dell’isolamento del prigioniero politico Ocalan – sono state arrestate a Van (Bakur, Kurdistan del Nord). Oggi il fermo di polizia per queste militanti di TJA (Movimento delle Donne Curde) sarebbe stato prolungato per almeno altre 24 ore.

Rilasciate invece le 28 militanti arrestate il 10 dicembre a Elih (Batman).

Sempre a Van, in tre carceri della città prosegue lo sciopero della fame. Gruppi di dieci detenuti si alternano nel rifiutare il cibo e richiedono la fine dell’isolamento del “Mandela curdo” nell’isola-carcere di Imrali.

Gianni Sartori