L’INQUIETANTE FOTO RIEMERSA DI BOBBY SANDS – di Gianni Sartori

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(foto ©Gérard Harlay – da https://www.bobbysandstrust.com)

Scusate se “mi attacco” qui per commentare l’articolo di Raffaele Menichini (“Le foto mai viste di Bobby Sands”) su la Repubblica di oggi, 29 ottobre.

Giornalista – all’epoca del Manifesto – che avevo tra l’altro conosciuto nel 1994, con Orsola Casagrande, Stefano Chiarini, Ronan Bennet e Gerry Adams quando quest’ultimo presentò a Venezia il suo libro “Strade di Belfast” (titolo poi abusivamente utilizzato anche da un terzaposizionista – leggi fascista – per un suo libro di fotografie sui murales irlandesi) .

“Strade di Belfast” – quello originario, autentico – venne pubblicato dalla casa editrice del compianto Chiarini, la Gamberetti .

Due precisazioni. All’epoca di quella foto (bellissima, inquietante, direi commovente…) Bobby NON aveva 27 anni come scrive Menichini (li avrà al momento della morte, nel 1981), ma solo 22.
Questo per ricordare quanto breve, dura e sofferta sia stata la vita di questo eroico proletario e rivoluzionario irlandese.
E poi tra i nove compagni che lo seguirono – e che morirono – nello sciopero della fame non tutti erano dell’IRA. Tre di loro appartenevano all’INLA.
Tanto per essere precisi.

Gianni Sartori

ROJAVA: PER LA GIOIA DI FASCISTI E ROSSO BRUNI, IL MASSACRO CONTINUA – di Gianni Sartori

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Immagino quanta soddisfazione stia circolando tra quei disgraziati che  – pur continuando a definirsi di “sinistra” – gioiscono per la sconfitta dei Curdi. Quei Curdi che nel loro delirio hanno talvolta definito “invasori e pulitori etnici”. Rispettivamente, nei confronti della Siria e delle popolazioni arabe presenti nel nord-est. Un delirio, appunto.

Personaggi – ripeto – che si considerano di “sinistra”, ma che contendono a Forza Nuova e Casa Pound il primato nell’esaltare il presunto (molto presunto) “antimperialismo” di Assad e talvolta anche della Repubblica islamica iraniana. 

Come definirli? Rosso-bruni? Fascisti rossi? Stalinisti di ritorno…? Chissà.

Se c’è un briciolo di giustizia al mondo prima o poi tutto il fango che hanno riversato su questo popolo fiero e perseguitato gli si ritorcerà contro, seppellendoli di vergogna.

Correttamente, diversi osservatori hanno individuato una possibile analogia tra l’occupazione del Libano da parte di Israele nel 1982 e quella attuale del Rojava da parte di Ankara.

Come l’esercito israeliano si era portato appresso le milizie maronite collaborazioniste (in particolare l’Esercito libanese del sud a cui si aggiunsero miliziani della Falange), così quello turco ha rimesso in campo i suoi ascari islamici.

Nel settembre 1982, dopo aver costretto i combattenti palestinesi a lasciare Beirut e mentre all’OLP venivano date garanzie internazionali (da parte degli USA, coincidenza), Tsahal – nel frattempo entrato a Beirut ovest nonostante gli accordi – illuminava a giorno il quartiere di Sabra e il campo profughi di Shatila lasciando mano libera ai fascisti maroniti. Le vittime palestinesi (civili disarmati, donne, bambini…) furono centinaia. Ricordo bene: ammazzarono anche i cavalli.

Qualcosa del genere, sotto forma di stillicidio quotidiano, sta accadendo in diverse località dei territori curdi occupati da Ankara. Ieri è giunta una notizia – anche sotto forma di immagini agghiaccianti – dell’agenzia ANHA. Altre tre vittime indifese, altri tre scalpi per Erdogan che vanno ad allungare la lista dei civili assassinati da soldati turchi o dai loro alleati.

Come si vede chiaramente nelle foto, le tre persone – non ancora identificate – assassinate nel villaggio di al-Dabash (distretto di Zarzan/Abu Rasin nella regione di Al-Jazeera) erano ammanettate. Dopo averle uccise gli aguzzini le hanno anche sgozzate. Un crimine di guerra di cui si è reso responsabile uno stato membro della NATO. E, aggiungo, con il tacito consenso – di fatto almeno – del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Da quando – il 9 ottobre – questa seconda invasione (dopo quella di Afrin nel 2018) è cominciata con la benedizione di USA e Russia, non si contano i crimini di guerra commessi dall’esercito turco e dai suoi alleati islamisti: torture, centinaia di esecuzioni extragiudiziali, stupri.

Inoltre Ankara – oltre che di violazioni del cessate-il-fuoco – è stata accusata di fare uso di armi  proibite dalle convenzioni internazionali come il fosforo bianco (quello sparso abbondantemente dagli statunitensi a Falluja in Iraq, ricordate?).

Il 13 ottobre molti civili, tra cui bambini, sono stati colpiti da questa micidiale sostanza a Sere Kaniye. 

Altri villaggi (come Firehan d’Ayn Issa) sono stati bombardati ancora il 28 ottobre, sia dall’esercito turco che dalle milizie islamiche di al-Nusra.

Un’ultima analogia tra la tragedia del popolo palestinese e quella del popolo curdo. Permane nella memoria di chi ha iniziato la sua militanza in anni lontani del secolo scorso, l’amaro ricordo di un altro massacro. Analogo sia a quello di Sabra e Shatila, sia a quello odierno in Rojava. Nel 1976 il campo di rifugiati palestinesi di Tel al-Zaatar (sempre a Beirut) veniva assediato dalle milizie cristiano-maronite (oltre che dalle truppe comandate dal generale Aoun). Anche in questa circostanza i falangisti uccisero migliaia di palestinesi, dopo che si erano arresi (11 giugno 1976). Con una piccola differenza. In quel caso a coprire le spalle dei fascisti maroniti era l’esercito di Damasco (all’epoca di Assad padre), provvisoriamente “alleato” dei falangisti. Rimanendo ugualmente a far da palo durante il massacro.

Tanto per la cronaca, sicuramente a Tel al-Zaatar – e molto presumibilmente anche a Sabra e Shatila – insieme ai falangisti agirono anche fascisti italiani.

 

Gianni Sartori

 

 

 

 

In faccia al mondo e a quelli che verranno – di Gianni Sartori

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La prendo larga. Vedere la firma di Aramburu in calce all’appello di Saviano per i Curdi mi ha fermato in tempo, prima di sottoscriverlo. Giusto o sbagliato, sarebbe stato comunque imbarazzante per entrambi.

Sull’autore di “Patria” penso di aver già detto la mia (chissà, se nasceva curdo invece che basco forse avrebbe sparlato del PKK…).

Stesso discorso, o quasi, per Vargas Llosa, pure lui firmatario dell’appello (insieme ad altre migliaia di brave persone comunque) e transitato da ideali progressisti all’apologia del neoliberismo.

E poi Saviano, il giovane Saviano…

Analogamente a quanto aveva già fatto per Ken Saro-Wiwa chiedendo il boicottaggio della Shell (ma soltanto quando la multinazionale venne ufficialmente inquisita; altri lo avevano fatto in epoca non sospetta – a rischio querele –  già nel 1995,  quando il poeta eco-pacifista e altri otto militanti Ogoni vennero impiccati), oggi scopre la tragedia del popolo curdo. Fuori tempo massimo e ormai in dirittura d’arrivo. E lo fa recriminando sulla non avvenuta entrata in Europa della Turchia. Ritenendo forse che tale evento avrebbe contribuito alla sua democratizzazione mentre altri temono invece – non senza ragione – che contribuirebbe piuttosto ad una ulteriore fascistizzazione dell’Europa stessa.

Inoltre tra gli “sconfitti”  – a causa dell’invasione turca del Rojava – inserisce lo Stato di Israele che avrebbe potuto – sempre secondo Saviano – trarre beneficio dalla nascita di uno Stato curdo in quanto avrebbe funzionato da cuscinetto tra Gerusalemme e Teheran.

Fornendo così a certi  “antisionisti” e soidisant “antimperialisti” (di destra e di sinistra, comunque schierati con Bashar al Assad e la Repubblica Islamica dell’Iran) ulteriori pretesti per gettare fango sui Curdi. Dimenticando entrambi (sia Saviano che tali “antisionisti”) che il Confederalismo democratico non implicava necessariamente la nascita di uno stato curdo (caso mai il superamento della forma-stato). E dimenticando anche che fu opera del Mossad la cattura di Ocalan in Kenia e la consegna ai suoi aguzzini turchi venti anni fa. Quando invece il PKK era effettivamente ancora separatista e indipendentista.

Detto questo, non posso nemmeno escludere che l’appello di Saviano – sottoscritto da tante personalità illustri – possa tornare utile ai Curdi. Per quanto forse tardivo.

D’altra parte, come ho detto,  in rete circola di peggio. Molto di peggio.

Gentaglia rosso-bruna (di fatto, se non di nome) che anche di fronte al rischio concreto di genocidio non ha rinunciato a ironizzare sulla tragedia del popolo curdo. Sostenendo (anche dopo il barbaro assassinio di Hevrin Khalaf – stuprata e lapidata – e di tanti altri esponenti curdi) che in fondo “se la sono cercata” (per il patto, di natura esclusivamente militare anti-Isis, con gli USA), continuando a evocare una inesistente “pulizia etnica” operata dai curdi nei territori del nord-est della Siria e confondendo – volutamente o meno – l’operato di YPG (Rojava, Kurdistan “siriano”) e PKK (Bakur, Kurdistan “turco”) con quello del PDK (Basur, Kurdistan “irakeno”). Il partito di Barzani, tendenzialmente  collaborazionista, sia con gli USA che con Ankara (talvolta, spesso, anche ai danni del loro fratelli curdi del Bakur).

Ci sarà tempo per discutere se e quanto l’esperienza del Rojava sia paragonabile alla Comune di Kronstadt del ’21 o alle collettivizzazioni libertarie del 1936-1939.

Eppure, anche se la notte continua a scendere in questa Valle di lacrime, fin da ora possiamo affermare che “per il tempo di un lampo la luce della coscienza d’identità, della coscienza per sé ha acceso l’orizzonte della storia” (Jean Ziegler). In faccia al mondo e a quelli che verranno. 

Gianni Sartori

#HoTornaremAFer – Milano – 28 settembre 2019 – prof. Aureli Argemì

Centro Studi Dialogo ha organizzato lo scorso 28 settembre a Milano un convegno dal titolo “#HoTornaremAFer, la via catalana verso la Libertà”, in collaborazione con Ciemen-Barcelona, Radio Catalunya Italia, Assemblea Nacional Catalana-Italia e Comitato 27Ottobre.

Il primo intervento è stato del prof. Aureli Argemì i Roca, fondatore e presidente emerito del Ciemen.

L’incontro è stato moderato da Andrea Acquarone, scrittore e giornalista.

E’ in uscita Dialogo Euroregionalista – anno 3 numero 3

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E’ in consegna nella prossima settimana un numero particolarmente importante di #DialogoEuroregionalista.
In questo numero di quasi 80 pagine troverete:
– la copertina di Yann Lorec, dedicata alle manifestazioni catalane
– l’editoriale di Gianluca Marchi
– articoli di molti nuovi collaboratori, di tutta Europa e non solo, che si aggiungono agli amici che trovate spesso nelle nostre pagine: Neus Ballbé, Ettore Beggiato, Santiago Bernardez, Paolo L. Bernardini, Frédéric Bertocchini, Stephane Casalta, Maurizio Castagna, Brett Chapman, Roberto Gremmo, Gerry Hassan, Michel Huysseune, Stewart Reddin, Gianni Sartori.
– le rubriche a cura della Redazione.

#IRELAND – Due arresti per gli onori militari resi in maggio a McElkerney – di Gianni Sartori

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Per il momento sono solo due le persone individuate e arrestate in quanto responsabili per gli onori militari resi in maggio alla salma del militante dell’INLA Michael McElkerney. 

L’ex prigioniero era deceduto a seguito di un colpo di arma da fuoco (presumibilmente un suicidio) nel cimitero di Milltown (West Belfast).

I due arrestati, rispettivamente dell’età di 19 e 57 anni, sono stati poi rimessi in libertà in attesa del processo. Nel corso di alcune perquisizioni la polizia ha sequestrato alcuni documenti, telefoni portatili e PC ora in mano agli inquirenti.

Contemporaneamente la polizia ha denunciato la ripresa nelle ultime settimane di azioni dirette da parte dell’INLA nel nord-ovest dell’Irlanda del Nord. Aveva poi suscitato scalpore la pubblicazione di una foto di cinque membri dell’INLA, incappucciati e armati, a Derry, la città, ricordiamo, di Patsy O’Hara e Micki Devine. Dove anche i funerali di Peggy O’Hara, la mamma di Patsy, erano stati celebrati con colpi di arma da fuoco nel luglio 2015. Suscitando tra l’altro la riprovazione del comunque compianto Martin McGuinness, il noto esponente del Sinn Fein scomparso due anni fa.

E’ probabile che anche dai contrasti interni all’INLA (tra chi vorrebbe riprendere la lotta armata e chi invece ha scelto definitivamente la “soluzione politica”) derivi – almeno in parte – la tragica morte di McElkerney.

L’INLA (Irish National Liberation  Army) viene considerato il braccio armato dell’IRSP (Irish Republican Socialist Party, a sua volta ritenuto la “vetrina politica” dell’INLA) fondato nel 1974 da Seamus Costelo (qualcuno se lo ricorda al convegno di PotOp di Firenze – 1972 – quando stava ancora nell’Official Sinn Fein?) e, almeno in un primo tempo, da Bernadette Devlin. Tre militanti dell’INLA (Patsy O’Hara, Micki Devine e Kevin Lynch) perirono, insieme a sette esponenti dell’IRA, nello sciopero della fame del 1981. Sempre più spesso mi ritrovo a pensare se ne sia valsa veramente la pena, pur sapendo che forse non avevano altra scelta.

Stando ai dati ufficiali, l’INLA si è resa responsabile della morte di circa 120 persone, mentre sono una cinquantina i militanti socialisti rivoluzionari caduti nel corso del conflitto con Londra.

Michael McElkerney, 57 anni, era definitivamente spirato il 17 maggio 2019 al Royal Victoria Hospital dove lo avevano ricoverato il giorno prima.

Una telefonata anonima aveva avvisato la polizia della presenza di un ferito da arma da fuoco al Milltown Cemetery (dove è sepolto anche Bobby Sands) davanti al Republican Plot dell’INLA. Un piccolo, ma suggestivo, monumento ai caduti dell’organizzazione socialista rivoluzionaria con inciso il pugno chiuso che inalbera il fucile sovrapposto alla stella rossa. Ricordo di averlo fotografato negli anni ottanta mentre mi recavo sulla tomba di B. Sands e su quella, meno nota, di Sean Downes (un padre di famiglia assassinato dalla RUC nell’agosto del 1984).

Il ritorno a casa della salma di McElkerney era stato salutato militarmente, con due colpi brevi e una raffica accolti dagli applausi dei presenti.

Due giorni dopo il feretro giungeva a Milltown accompagnato da dozzine di militanti incappucciati in duplice fila. Camicia bianca, pantaloni e cravatta neri, basco con la stella rossa. Presumibilmente gli ex prigionieri. Altri invece erano vestiti completamente di nero. Sempre presumibilmente, i militanti in servizio attivo.

La bara era avvolta nel tricolore irlandese e nella Starry Plough flag (An Camchéachta, l’aratro stellato; uno dei simboli dell’insurrezione del 1916, originariamente adottato dalla Irish Citizen Army e successivamente,  negli anni settanta, dall’INLA).

Un elemento paradossale, vagamente tragicomico, aveva segnato la cerimonia. La suonatrice di cornamusa assunta per precedere il corteo che seguiva il feretro – una protestante – avrebbe scoperto solo all’ultimo momento a quali esequie doveva presenziare. E aveva tentato, poco professionalmente, di defilarsi. Si era poi rassegnata all’ingrato compito, pare anche per le pervenute minacce non propriamente velate. Succede anche questo nella Belfast del XXI secolo.

La messa funebre era stata celebrata in St Peter’s Cathedral , la cattedrale cattolica di Belfast. Quella incorniciata da due vistosi campanili che – lo ricordo molto bene – risultarono spesso indispensabili per orientarmi tra le aree a “macchie di leopardo” (alternativamente repubblicane o lealiste, ingarbugliate, quasi incastrate l’una nell’altra): la cattolica Falls Road (o, per i puristi, Tuath na bhFàl), la protestante Shankill Road, di nuovo la cattolica Andersonstown…

Come aveva ricordato in chiesa padre Gary Donegal: “Inizialmente McElkerney aveva avuto una vita serena fino al momento in cui la sua famiglia venne scacciata brutalmente dalla propria casa”. Ovviamente dai miliziani lealisti (protestanti). Inoltre, come spiegarono i suoi familiari, all’epoca “la perdita di molti amici nel conflitto, ha avuto un’influenza profonda sulla decisione di Martin di lasciarsi coinvolgere direttamente in ciò che eufemisticamente vengono chiamati Troubles”.

Ovviamente sulla decisione di togliersi la vita del militante socialista rivoluzionario deve aver pesato anche la consapevolezza della propria responsabilità nella tragica sequenza di errori che nel 1982 avevano causato l’assurda, completamente ingiustificata, morte di due innocenti ragazzi di 11 e di 14 anni (Kevin Valliday e Stephen Bennet). Oltre a quella di un soldato britannico di pattuglia a Divis Flats (Kevin Waller, 20 anni) l’obiettivo dell’attentato.

Concludo. La mia impressione è che anche in Irlanda ci troviamo nel bel mezzo di un conflitto irrisolto, senza sbocchi a breve termine e soluzioni adeguate ai tempi. Non è più, almeno credo, l’epoca delle lotte di liberazione così come le abbiamo conosciute – e amate – negli anni sessanta e settanta (quelle del Vietnam, di Cuba, delle colonie portoghesi, della Namibia o anche dei Paesi Baschi, per capirci). Ma le nuove forme di organizzazione stentano a nascere. E quando qualcuno ci prova – a sperimentarne di nuove intendo – finisce come sappiamo. Kurdistan docet, proprio in questi giorni.

Gianni Sartori

SECONDO AMNESTY INTERNATIONAL LA TURCHIA HA COMMESSO CRIMINI DI GUERRA NEL NORD DELLA SIRIA – di Gianni Sartori

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La denuncia – 18 ottobre – proviene da Amnesty International. Nel suo rapporto A.I. accusa l’esercito turco e i suoi alleati (o meglio: i suoi ”ascari”) di aver commesso molteplici crimini di guerra nel corso dell’offensiva in atto (una vera  e propria invasione della Siria). In particolare, esecuzioni sommarie e attacchi indiscriminati contro i civili. A cui bisognerebbe aggiungere l’utilizzo di armi proibite dalla Convenzione di Ginevra.

La ONG riporta le testimonianze di 17 persone (operatori sanitari, giornalisti, sfollati, esponenti di organizzazioni umanitarie…) che hanno appunto visto – e documentato – di persona quanto stava avvenendo.

Un esponente della Croce Rossa curda racconta di aver recuperato i cadaveri lasciati sul terreno – in prossimità di una scuola –  dall’attacco turco del 12 ottobre sulla cittadina di Salhyé. Qui avevano trovato rifugio alcuni sfollati. Spiega di “non poter nemmeno dire se i bambini uccisi erano maschi o femmine perché i loro corpi erano completamente anneriti, carbonizzati”.  

Emergono intanto altri particolari sulla sequenza di menzogne, una trappola vera e propria in cui i curdi si sono cacciati – forse ingenuamente – per essersi fidati di un “alleato” senza scrupoli, gli Stati Uniti.

Innanzitutto gli USA avevano convinto le YPG (genericamente definite “curde”, in realtà una coalizione multietnica composta da combattenti di varie etnie e religioni presenti nei territori del nord-ovest siriano, oltre che dai volontari internazionalisti) a distruggere i tunnel difensivi alla frontiera con la Turchia. Garantendo che Washington avrebbe comunque impedito ad Ankara di invadere il Rojava. Nell’accordo, un ulteriore malcelato inganno: consentire a USA e Turchia di sorvolare l’area per controllare l’effettiva distruzione di tunnel e postazioni difensive. In realtà questo ha permesso ai turchi di conoscere in anticipo quali fossero i principali ostacoli e possibili punti di resistenza al momento dell’attacco.

Con l’invasione del Rojava – mentre si percepiva quanto sarebbe stata brutale e indiscriminata – forse Trump ha temuto di rimetterci sul piano elettorale. Ha quindi inviato al suo omologo turco una risibile lettera in cui gli spiegava che comunque avrebbero dovuto trovare un accordo e soprattutto  di “non fare l’idiota” (testuale). Concludendo che comunque si sarebbero risentiti. Ovviamente Erdogan non l’ha neanche presa in considerazione proseguendo imperterrito. Nel suo programma, una radicale pulizia etnica  della “zona di sicurezza”, profonda 30 chilometri e sostanzialmente svuotata di ogni presenza curda. Da sostituire con 2-3 milioni di rifugiati siriani fedeli a Erdogan e al momento ospitati in Turchia.

Già con i primi bombardamenti sulle città e sui villaggi curdi si creavano lunghe colonne di profughi (circa 300mila) in fuga. In avanscoperta, le milizie – sospettate di simpatie jihadiste – dell’Esercito nazionale siriano (in precedenza denominato Esercito siriano libero) che da subito cominciavano a saccheggiare e giustiziare indiscriminatamente. Suscita scalpore l’efferata uccisione il 12 ottobre di Hevrin Khalaf (35 anni, segretaria generale del Partito del futuro siriano), presumibilmente stuprata e lapidata. Tale assassinio di una nota pacifista viene festeggiato dai media turchi come una “vittoria contro il terrorismo”.

Intanto la Turchia si preoccupava di rimettere in circolazione le milizie di Daesh (più affidabili del raffazzonato ENS) ancora detenute nelle prigioni controllate dai curdi (a volte semplici palestre, oltretutto controllate da civili). Cominciando quindi a bombardare i muri e i cancelli dei campi di detenzione per consentire la fuga di centinaia di miliziani e loro familiari (solo una parte dei circa 80mila catturati dalle YPG).

Una parentesi. Esponenti della destra dichiarata, diversi rosso-bruni e qualche“antimperialista” di sinistra (in genere filo-Assad e filo iraniani) hanno accusato i curdi, oltre che di collaborazionismo con l’imperialismo statunitense, di aver praticato forme di “pulizia etnica” in Rojava. Demenziale. Anche trascurando i 40mila yazidi salvati dai combattenti curdi nel Sinjar (e i cristiani, anche un villaggio turcomanno…), basti pensare che nemmeno i peggiori miliziani islamisti (e tantomeno le loro famiglie) sono stati eliminati fisicamente dopo la cattura. Come invece, sotto-sotto, auspicavano Stati Uniti e paesi europei poco propensi a riprendersi i loro cittadini – i foreigni figthters – divenuti miliziani dello Stato islamico.

Col senno di poi (e pensando ai civili assassinati da questi tagliagole una volta tornati in libertà) verrebbe da pensare che ‘sti curdi sono stati fin troppo buoni.

Già che c’era, forse ritenendo che gli statunitensi se la stavano prendendo troppo comoda nel ritirarsi da Kobane, l’esercito turco sparava anche su un avamposto a stelle e strisce. La cosa funziona e il giorno successivo Trump annuncia un ritiro completo e definitivo. Prima di andarsene gli statunitensi si autobombardano. Rendendo inagibili i loro avamposti e basi mentre quelli rimasti in piedi verranno occupati dalla Russia. L’impressione è comunque di un piano concordato (o sottinteso) tra USA, Turchia, Russia (forse anche Teheran e Damasco) ai danni dei curdi. Sempre scomodi, se non superflui, ai piani strategici di stati e affini.

Scontato il rifiuto – sia di Washington che di Mosca – della richiesta di “interdizione aerea” avanzata dai curdi. I quali, ovviamente, non dispongono di contraerea.

Nonostante i tentativi statunitensi per impedirlo (temendo che con i siriani arrivino anche i detestati pasdaran iraniani o gli hezbollah libanesi: l’ossessione ricorrente del “ponte sciita”), le truppe di Assad entrano in Manbij.

Tergiversando ed entrando in contraddizione con quanto finora dichiarato, gli Stati Uniti annunciano che in realtà potrebbero anche restare, almeno per proteggere Kobane (e soprattutto i campi petroliferi di Deir ez-Zor). Un bel casino!

Mentre Trump comincia – o continua –  letteralmente a delirare (vedi le affermazioni sui curdi che non avrebbero “aiutato gli stati Uniti al momento dello sbarco in Normandia”), il Congresso americano impone blande sanzioni alla Turchia per convincerla a sospendere l’invasione.

I curdi comunque resistono e contrattaccano riconquistando, almeno provvisoriamente, la città di Sere Kaniye che era caduta nelle mani dell’Esercito nazionale siriano e dei turchi. La situazione è tale che a un certo punto Ankara si vede costretta a chiudere i varchi del muro di frontiera – ora alle sue spalle – per impedire ai miliziani jihadisti di fuggire in Turchia. Inoltre, temendo di venir respinto, l’esercito turco comincia a fare uso sui campi di battaglia di sostanze chimiche proibite.

Trump invia allora da Erdogan il vicepresidente Pence per concordare un generico “cessate-il-fuoco”. Ma senza concordarlo, almeno in un primo tempo, direttamente anche con i curdi, la Russia e Damasco. Di nuovo, un gran casino!

Ai curdi viene “offerta” una via d’uscita: sostanzialmente battere in ritirata per una profondità di trenta chilometri dalla frontiera (la solita “zona di sicurezza”) nel giro di cinque giorni. In pratica, una “pulizia etnica” ottenuta dalla Turchia volontariamente e senza incontrare resistenza. Solo successivamente, toccherebbe alla Turchia di lasciare il suolo siriano, Afrin (nord-est della Siria, già invasa all’inizio del 2018) compresa. Per il giornalista Ferda Cetin, esperto di Medio Oriente, tale accordo USA-Turchia non sarebbe altro che “una legalizzazione dell’occupazione del Rojava da parte dell’Isis e di Ankara”. Alquanto probabile, direi.

Del resto già il 17 ottobre, alla faccia del cessate-il-fuoco, altre decine e decine di  pullman carichi di miliziani dell’Esercito nazionale siriano  partivano da Kilis in direzione di Gaziantep per dare ulteriore man forte alle truppe turche. Staremo a vedere.

E i curdi? Per loro si profila un probabile destino di “profughi interni” in Siria. Così come per altri componenti della coalizione multietnica (arabi, circassi, assiri, armeni, siriaci…) che vivevano – e spesso combattevano – insieme ai curdi nel nord della Siria. E alquanto incerto appare il destino dei volontari internazionali (pensiamo in particolare ai comunisti turchi) che si erano integrati nella resistenza curda. Manca solo che Erdogan ne richieda l’estradizione!

Gianni Sartori

“Musiche, strumenti e canti del mondo popolare bergamasco” con Valter Biella – a Giussano il 27 ottobre 2019

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Nell’ambito dell’evento “Il Folklore Insubre” organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Giussano (MB), il Centro Studi Dialogo è lieto di presentare la conferenza “Musiche, strumenti e canti del mondo popolare bergamasco” con Valter Biella, liutaio, ricercatore e musicista bergamasco.
Introdurrà Marcel Picamei, musicista e componente dei gruppi “Rosc A Des Cord” e “Kikesuna”.
L’evento si terrà a Villa Sartirana, Via Carroccio 2, Giussano, il 27 ottobre 2019 alle ore 17.00

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ECUADOR: UNA VITTORIA INDIGENA. FORSE IL PRELUDIO DI UN CAMBIO DI ROTTA – di Gianni Sartori

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Il 14 ottobre le trattative tra governo e movimenti indigeni hanno prodotto un primo accordo, festeggiato animatamente dalla popolazione nelle vie della capitale.

Fino a qualche giorno prima la rivolta popolare pareva ormai apertamente avviata verso l’insurrezione. Il movimento indigeno in generale e la CONAIE (Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador) in particolare avevano detto chiaramente che “nessun accordo è possibile senza il ritiro delle misure anti-sociali disposte dal governo. Non negozieremo con il sangue dei nostri fratelli”. Alla fine il presidente Lenin Moreno ha accettato di ritirare il decreto che sopprimeva le sovvenzioni per i carburanti. Decreto che aveva maggiorato il prezzo della benzina  del 123%.

Iniziata il 3 ottobre, la ribellione è costata la vita ad almeno sette persone. I feriti sarebbero circa 1300 (oltre a centinaia di poliziotti), gli arrestati 1.152 (stando ai dati forniti dall’ufficio del Difensore del popolo, un organismo pubblico).

Un breve ripasso degli ultimi eventi.

Risaliva al giorno 8 settembre l’ordine di copri-fuoco notturno per sessanta giorni intorno ai luoghi istituzionali (“le zone adiacenti ai palazzi e  alle installazioni strategiche”). Era la risposta  del presidente ai primi moti e disordini di protesta. Veniva quindi proclamato lo stato di emergenza (sempre per sessanta giorni: in questo arco di tempo le forze armate erano autorizzate a reprimere direttamente i movimenti di protesta) e  veniva addirittura trasferita la sede del governo. Da Quito a Guayaquil.

Per ampiezza e radicalità (scioperi, manifestazioni, scontri con la polizia, incendi di veicoli militari, blocchi stradali e dei pozzi petroliferi) il movimento iniziato in ottobre è stato paragonato a quello, sempre a direzione indigena, contro la dollarizzazione.

Ultimamente i manifestanti erano arrivati a occupare il Parlamento – se pur brevemente – e per allontanarli erano dovuti intervenire, molto duramente, esercito e polizia. 

I rivoltosi avevano anche catturato una decina di poliziotti che – prima di essere definitivamente liberati – sono stati esposti pubblicamente durante un raduno di protesta nella zona nord della capitale.

La principale organizzazione indigena del movimento, la CONAIE, aveva interrotto una prima fase delle trattative con esponenti del governo (trattative avviate anche grazie all’intervento dell’ONU e della Chiesa cattolica) e aveva chiesto una ulteriore “radicalizzazione delle azioni di protesta”. Quasi un appello all’insurrezione. Poi le trattative erano riprese e al momento si registra un primo risultato soddisfacente. Ma in ogni caso, per come la vedo io, non finisce qui.

Qualcosa bisogna poi dire su Lenin (solo di nome) Moreno. Eletto in quanto presunto continuatore  della Revolucion Ciudadana, in un primo momento godeva anche del sostegno della CONAIE che si era schierata, sbagliando in buona fede, contro Correa. Ma ben presto – con un voltafaccia incredibile – Moreno era diventato lo strumento di ben altri interessi, quelli dell’oligarchia che da sempre detiene il potere in Ecuador.

La nuova stagione di feroce austerity (decisa in accordo con il FMI in cambio di un prestito – marzo 2019 – di 4 miliardi di dollari) costituiva il completamento di questa sua deriva neoliberista. Come già detto, il decreto 883 comportava la fine di sussidi per la benzina. In precedenza era già triplicato il costo del biglietto dell’autobus (il mezzo qui abitualmente utilizzato – si calcola al 90% – dalla popolazione) e quadruplicato quello degli alimenti base (riso, mais, patate..). Se a questo aggiungiamo che con i prossimi contratti era previsto un taglio degli stipendi dei lavoratori del 20%, il dimezzamento delle ferie (da 30 a 15 giorni all’anno) e l’obbligo per i dipendenti pubblici di “donare” una giornata di lavoro al mese, si comprende che le ragioni per ribellarsi certo non mancavano.

Gianni Sartori