#IRELAND – Due arresti per gli onori militari resi in maggio a McElkerney – di Gianni Sartori

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Per il momento sono solo due le persone individuate e arrestate in quanto responsabili per gli onori militari resi in maggio alla salma del militante dell’INLA Michael McElkerney. 

L’ex prigioniero era deceduto a seguito di un colpo di arma da fuoco (presumibilmente un suicidio) nel cimitero di Milltown (West Belfast).

I due arrestati, rispettivamente dell’età di 19 e 57 anni, sono stati poi rimessi in libertà in attesa del processo. Nel corso di alcune perquisizioni la polizia ha sequestrato alcuni documenti, telefoni portatili e PC ora in mano agli inquirenti.

Contemporaneamente la polizia ha denunciato la ripresa nelle ultime settimane di azioni dirette da parte dell’INLA nel nord-ovest dell’Irlanda del Nord. Aveva poi suscitato scalpore la pubblicazione di una foto di cinque membri dell’INLA, incappucciati e armati, a Derry, la città, ricordiamo, di Patsy O’Hara e Micki Devine. Dove anche i funerali di Peggy O’Hara, la mamma di Patsy, erano stati celebrati con colpi di arma da fuoco nel luglio 2015. Suscitando tra l’altro la riprovazione del comunque compianto Martin McGuinness, il noto esponente del Sinn Fein scomparso due anni fa.

E’ probabile che anche dai contrasti interni all’INLA (tra chi vorrebbe riprendere la lotta armata e chi invece ha scelto definitivamente la “soluzione politica”) derivi – almeno in parte – la tragica morte di McElkerney.

L’INLA (Irish National Liberation  Army) viene considerato il braccio armato dell’IRSP (Irish Republican Socialist Party, a sua volta ritenuto la “vetrina politica” dell’INLA) fondato nel 1974 da Seamus Costelo (qualcuno se lo ricorda al convegno di PotOp di Firenze – 1972 – quando stava ancora nell’Official Sinn Fein?) e, almeno in un primo tempo, da Bernadette Devlin. Tre militanti dell’INLA (Patsy O’Hara, Micki Devine e Kevin Lynch) perirono, insieme a sette esponenti dell’IRA, nello sciopero della fame del 1981. Sempre più spesso mi ritrovo a pensare se ne sia valsa veramente la pena, pur sapendo che forse non avevano altra scelta.

Stando ai dati ufficiali, l’INLA si è resa responsabile della morte di circa 120 persone, mentre sono una cinquantina i militanti socialisti rivoluzionari caduti nel corso del conflitto con Londra.

Michael McElkerney, 57 anni, era definitivamente spirato il 17 maggio 2019 al Royal Victoria Hospital dove lo avevano ricoverato il giorno prima.

Una telefonata anonima aveva avvisato la polizia della presenza di un ferito da arma da fuoco al Milltown Cemetery (dove è sepolto anche Bobby Sands) davanti al Republican Plot dell’INLA. Un piccolo, ma suggestivo, monumento ai caduti dell’organizzazione socialista rivoluzionaria con inciso il pugno chiuso che inalbera il fucile sovrapposto alla stella rossa. Ricordo di averlo fotografato negli anni ottanta mentre mi recavo sulla tomba di B. Sands e su quella, meno nota, di Sean Downes (un padre di famiglia assassinato dalla RUC nell’agosto del 1984).

Il ritorno a casa della salma di McElkerney era stato salutato militarmente, con due colpi brevi e una raffica accolti dagli applausi dei presenti.

Due giorni dopo il feretro giungeva a Milltown accompagnato da dozzine di militanti incappucciati in duplice fila. Camicia bianca, pantaloni e cravatta neri, basco con la stella rossa. Presumibilmente gli ex prigionieri. Altri invece erano vestiti completamente di nero. Sempre presumibilmente, i militanti in servizio attivo.

La bara era avvolta nel tricolore irlandese e nella Starry Plough flag (An Camchéachta, l’aratro stellato; uno dei simboli dell’insurrezione del 1916, originariamente adottato dalla Irish Citizen Army e successivamente,  negli anni settanta, dall’INLA).

Un elemento paradossale, vagamente tragicomico, aveva segnato la cerimonia. La suonatrice di cornamusa assunta per precedere il corteo che seguiva il feretro – una protestante – avrebbe scoperto solo all’ultimo momento a quali esequie doveva presenziare. E aveva tentato, poco professionalmente, di defilarsi. Si era poi rassegnata all’ingrato compito, pare anche per le pervenute minacce non propriamente velate. Succede anche questo nella Belfast del XXI secolo.

La messa funebre era stata celebrata in St Peter’s Cathedral , la cattedrale cattolica di Belfast. Quella incorniciata da due vistosi campanili che – lo ricordo molto bene – risultarono spesso indispensabili per orientarmi tra le aree a “macchie di leopardo” (alternativamente repubblicane o lealiste, ingarbugliate, quasi incastrate l’una nell’altra): la cattolica Falls Road (o, per i puristi, Tuath na bhFàl), la protestante Shankill Road, di nuovo la cattolica Andersonstown…

Come aveva ricordato in chiesa padre Gary Donegal: “Inizialmente McElkerney aveva avuto una vita serena fino al momento in cui la sua famiglia venne scacciata brutalmente dalla propria casa”. Ovviamente dai miliziani lealisti (protestanti). Inoltre, come spiegarono i suoi familiari, all’epoca “la perdita di molti amici nel conflitto, ha avuto un’influenza profonda sulla decisione di Martin di lasciarsi coinvolgere direttamente in ciò che eufemisticamente vengono chiamati Troubles”.

Ovviamente sulla decisione di togliersi la vita del militante socialista rivoluzionario deve aver pesato anche la consapevolezza della propria responsabilità nella tragica sequenza di errori che nel 1982 avevano causato l’assurda, completamente ingiustificata, morte di due innocenti ragazzi di 11 e di 14 anni (Kevin Valliday e Stephen Bennet). Oltre a quella di un soldato britannico di pattuglia a Divis Flats (Kevin Waller, 20 anni) l’obiettivo dell’attentato.

Concludo. La mia impressione è che anche in Irlanda ci troviamo nel bel mezzo di un conflitto irrisolto, senza sbocchi a breve termine e soluzioni adeguate ai tempi. Non è più, almeno credo, l’epoca delle lotte di liberazione così come le abbiamo conosciute – e amate – negli anni sessanta e settanta (quelle del Vietnam, di Cuba, delle colonie portoghesi, della Namibia o anche dei Paesi Baschi, per capirci). Ma le nuove forme di organizzazione stentano a nascere. E quando qualcuno ci prova – a sperimentarne di nuove intendo – finisce come sappiamo. Kurdistan docet, proprio in questi giorni.

Gianni Sartori

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