#KANAKY – IN NUOVA CALEDONIA, ANCORA SCONTRI TRA MANIFESTANTI E POLIZIA PER IMPEDIRE LA SVENDITA DI UN’AZIENDA: LO SPETTRO DI LOUISE MICHEL SI AGGIRA SULLE BARRICATE – di Gianni Sartori

foto THEO ROUBY / HANS LUCAS / AFP

Chissà cosa ne penserebbe Louise Michel. Lei che di barricate e rivolte se ne intendeva e si sentiva “come l’ago di una bussola che, sconvolto da una tempesta, cerca il nord. Il mio nord era la rivoluzione” .


Scampata, una tra i pochi, alla repressione sanguinaria che costò la vita a migliaia e migliaia di Comunardi (dopo la sconfitta della Comune nel 1871), la combattente libertaria, già blanquista, completò il suo percorso verso l’anarchismo nel corso del viaggio per mare che la vide deportata in Nuova Caledonia.
Da subito, solidarizzò con la popolazione indigena, i Kanaki, oppressi e sfruttati dal colonialismo francese. Per tale ragione , oltre che dai rivoluzionari internazionali (non solo anarchici) e dalle femministe più radicali (non “borghesi”), viene ricordata dai Kanaki come una loro compagna di lotta. Per aver saputo coniugare, non è da tutti, le lotte dei lavoratori salariati per la giustizia sociale con quelle per l’autodeterminazione dei popoli. Creando un giornale (“Petites Affiches de la Nouvelle-Caledonie”) e scrivendo una raccolta di “Légendes et chansons de gestes canaques”. Ma soprattutto schierandosi al loro fianco – diversamente dalla maggioranza dei deportati che temevano ritorsioni dalle autorità – nel corso della rivolta del 1878. Dopo che nel 1880 le era stata concessa la grazia (non richiesta), una folla di indigeni tentò fisicamente di impedirle di lasciare l’isola. Dove comunque, come aveva promesso, tentò – se pur invano – varie volte di fare ritorno. In Francia proseguì nella sua militanza venendo – in almeno altre tre occasioni – nuovamente incarcerata. Accusata, in particolare, dell’assalto ai forni (o “esproprio proletario” che dir si voglia) ai danni di alcune panetterie durante uno manifestazione di disoccupati organizzata con Emile Pouget (teorico dell’anarco-sindacalismo e del sabotaggio). Louise subì anche un attentato in cui rimase leggermente ferita (da parte di un “estremista di destra” dell’epoca), ma non volle – per spirito libertario e umanitario – costituirsi parte civile.

A quasi un secolo e mezzo di distanza, la Nuova Caledonia rimane inquieta e non omologata. O almeno così sembrerebbe.
Lunedì 7 dicembre, al mattino, in una località nel sud dell’arcipelago, un folto gruppo di manifestanti (per la maggior parte esponenti del collettivo “usine du sud: usine pays”) si è scontrato con la polizia protestando per la ventilata vendita a un non meglio precisato “consorzio” di imprenditori, sia locali (francesi, prestanome…?) che internazionali (sentite anche voi odor di multinazionali?) della grande fabbrica di nickel che sorge nei pressi del giacimento di Goro. I preliminari sarebbero a buon punto e – pare – i primi accordi potrebbero già essere stati sottoscritti. Per cui ormai sarebbe solo questione di giorni.
Gli incidenti hanno interessato anche il battello che porta i lavoratori di Vale all’azienda. “Rotti gli ormeggi” – e non in senso metaforico – per mano dei manifestanti, il battello è andato lungamente alla deriva ed è stato recuperato solo grazie all’intervento del soccorso marino.
Gli scontri successivi in diversi punti di Numea hanno visto le granate lacrimogene della polizia contrapporsi al lancio di pietre degli “insorti”. Con il solito corollario di auto incendiate e tentativi di barricate. Alcune strade sono rimaste bloccate e la circolazione si è fermata a causa dei numerosi imbottigliamenti. Un gendarme e un vigile sono rimasti feriti. Altre barricate intanto venivano costruite nel corso di analoghe proteste nel comune di Mont-Dore e in quello di Bourai. Negli scontri avvenuti davanti alla fabbrica il giorno prima – domenica 6 dicembre – almeno altri sei gendarmi erano rimasti feriti.


Gianni Sartori

 

#KURDISTAN #NATURA – Un ennesimo ecocidio in vista che si traduce anche in un affronto alla fede alevita – di Gianni Sartori

A un cacciatore seriale statunitense, il già tristemente noto collezionista di trofei Bradley Garret Van Hoose, è stato concesso di abbattere una delle rare capre selvatiche di montagna (simili allo stambecco e in via di estinzione) che vivono nella regione curda di Dersim.

Permesso – ça va sans dire – graziosamente concesso dalle autorità turche che pur di guadagnarci sopra mettono a rischio la sopravvivenza stessa della specie.

Considerati sacri dai curdi aleviti (per l’importanza del loro ruolo nelle mitologie locali), gli splendidi animali sono protetti, difesi dagli abitanti di Dersim. Purtroppo durante la stagione invernale talvolta cadono vittime di cacciatori provenienti da altre regioni e da altri Paesi. Col benestare delle amministrazioni turche (in questo caso dell’Agenzia turca di protezione dell’ambiente) che ne consentono, dietro pagamento, l’abbattimento. Tra l’altro quella tra dicembre e febbraio è la stagione degli amori per questi animali, quando si riduce la loro vigilanza. E i cacciatori (sia quelli col permesso, sia i bracconieri) ne approfittano per abbatterne il maggior numero possibile.

A darne la notizia un’associazione locale, la Dersim Arastirmalari Merzeki. Secondo quanto comunicava DAM, il lugubre personaggio dovrebbe compiere l’annunciato misfatto (definito un “passatempo crudele e maniacale”)  tra il 7 e il 13 dicembre, quando si troverà appostato in armi nella zona del villaggio di Salordek a Pulumur.

Nel luglio scorso il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, dove aver offerto la possibilità di abbattere (sempre a pagamento) ben 17 esemplari della capre sacre selvatiche, aveva dovuto far marcia indietro per le proteste degli abitanti dell’intera provincia. Quello di questi giorni è l’ennesimo tentativo per aggirare sia la sensibilità dei cittadini, sia le norme – ratificate anche dalla Turchia – a protezione di questa specie a rischio.

Nel gennaio 2019 una campagna di proteste e manifestazioni, coronata dalla raccolta di migliaia di firme, aveva ottenuto la sospensione della caccia a molti animali selvatici presenti in quest’area montagnosa. La proibizione – con un’ordinanza di Tuncay Sonel, all’epoca governatore della provincia e, si dice, persona dotata di sensibilità ambientale – riguardava varie specie, non solamente le capre sacre di montagna. Si proibiva l’abbattimento anche di linci, orsi bruni, lontre, lupi e altri animali selvatici. Ma poi il vecchio governatore è stato trasferito ad un’altra provincia (forse non casualmente) e le norme sono nuovamente cambiate.

Nella regione di Dersim la presenza dei curdi aleviti è molto consistente. La loro religione sgorga  sul convincimento che le relazioni tra esseri viventi si basano sull’aiuto reciproco (sul “mutuo soccorso”) e promuovono un sistema sociale fondato sulla solidarietà, la condivisione e l’uguaglianza tra tutti i popoli, a qualsiasi religione o etnia appartengano. Ogni essere vivente, non solo gli umani, ma anche animali e piante, viene considerato sacro. Le capre di montagna godono di una particolare venerazione in quanto costutiscono – nella mitologia locale –  il gregge del profeta Xizir.

I due fratelli profeti della fede alevita – Xizir e Ilyas – dopo aver bevuto “l’acqua dell’immortalità” correvano in soccorso di chiunque si trovasse in difficoltà o in pericolo. Rispettivamente, il primo sulla terra, l’altro nel mare.

Ultima ora: la notizia va presa con riserva, ma comunque fa ben sperare. Il deputato di Tunceli (Dersim) del CHP, Polat Şaroğlu, dopo un incontro con il nuovo governatore Ozkan, ha dichiarato che il permesso di abbattimento potrebbe venir revocato.

In attesa di ulteriori conferme, incrociamo le dita

 

Gianni Sartori

 

#MemoriaStorica #EuskalHerria – PROCESSO DI BURGOS DEL 1970: UN BREVE AMARCORD – di Gianni Sartori

Tanto vale farsene una ragione. Ormai – di anniversario in anniversario – si procede, come minimo, da un cinquantesimo all’altro.

Solo “ieri” si celebrava il 50° del 19 aprile a Valdagno e dell’intero “68”. Poi quello di Piazza Fontana (12 dicembre 1969)…

Quasi-quasi stavo per dimenticarmi del processo di Burgos a carico degli etarras baschi, alcuni dei quali rischiavano la pena di morte.

Perfino a Vicenza vi furono iniziative di protesta. Ricordo in particolare, per la presenza di tanti compagni poi “andati”, “scomparsi” (alcuni solo politicamente, altri letteralmente), una manifestazione (dicembre 1970) nella piazzetta su cui troneggia la statua di Garibaldi (dove ora c’è la libreria Galla, all’epoca ancora in Corso Palladio). C’erano un po’ tutti gli antifascisti vicentini. Dagli anarchici (Tiziano Zanella – poi in PotOp- Laura Fornezza, Gianni Cadorin, Claudio Muraro, Stefano Crestanello…) al Psiup (Domenico Buffarini, ovviamente…), alla FGCI (Giorgio Bordin, Tamborra, Francesco Lauricella – anni dopo in AutOp…) e tanti altri.

Per comprendere come si fosse arrivati a tale processo – che ebbe una risonanza internazionale – facciamo un passo indietro, in Euskal Herria (all’epoca per noi ancora solo “Paesi Baschi”; al massimo – per i più colti in materia – Euzkadi, con la “Z” alla vecchia maniera)

Il 7 giugno 1968 la Guardia Civil aveva intercettato due militanti di ETA e nel conseguente conflitto a fuoco venne colpita a morte la guardia Pardines. Poche ore dopo la “Benemerita” (soprannome della Gc) uccideva l’etarra Txabi Etxebarrieta.  L’evento comporterà un forte salto qualitativo nella storia dell’organizzazione. Migliaia e migliaia di persone in tutta Euskal Herria rendono onore al giovane combattente caduto; l’afflusso di nuovi militanti determinati a intraprendere la lotta armata contro il fascismo diventa quanto mai consistente (paragonabile a quanto avverrà per l’IRA nel 1972 dopo la “Domenica di sangue” a Derry). Aumenta quindi anche il numero delle azioni.

Nell’agosto dello stesso anno l’ETA uccide a Irun (in Guipuzcoa) Meliton Manzanas, ispettore della Brigata Politico Sociale di San Sebastian e ben noto come torturatore.

Il processo che si svolgerà due anni dopo a Burgos rappresenta anche una risposta e una rappresaglia per questa esecuzione. Numerosi militanti vengono giudicati da un tribunale militare e contro nove di loro vengono emesse condanne a morte. A impedirne l’effettiva attuazione contribuirà sicuramente la vigorosa, massiccia protesta popolare che dal paese Basco si estende presto in tutta l’Europa.

Questa, in sintesi, la storia. Per quanto mi riguarda, qualche anno dopo conobbi a Padova (per un incontro-dibattito organizzato da Giovanni Giacopuzzi di Radio popolare) una dei militanti processati, Itziar Aizpurua. Doveva essere il febbraio o marzo del 1987 perché nella foto dell’incontro dibattito si vede il manifesto per Txomin Iturbe, dirigente di ETA morto in un misterioso “incidente” in Algeria nel febbraio 1987.

Per la cronaca e la Storia, Itziar Aizpurua Egana, professoressa di pianoforte, era nata a Deba nel 1943. Gia arrestata (nel marzo 1969) e già condannata dal tribunale di Ordine Pubblico a sei anni di carcere, a Burgos era accusata di “ribellione militare” e la pena richiesta era di 15 anni di carcere.

Il suo avvocato difensore fu Francisco Letamendia Balzunce.

Burgos fu determinante anche per un’altra nota esponente abertzale, la catalana Eva Forest (1928-2007; scrittrice, psichiatra, nata a Barcellona da genitori anarchici) che proprio in occasione di tale processo, insieme al marito Alfonso Sastre, lasciò il PCE (divenuto troppo “riformista”) e avviò la sua collaborazione con il movimento basco di liberazione nazionale costituendo il Comité de Solidaridad con Euskadi.

La conobbi a Donosti (San Sebastian) nell’estate 1996 (dove mi regalo una preziosa edizione del suo “Operacion Ogro” con dedica) rivedendola poi a Firenze nel 2002 (alle manifestazioni No-global del “dopo-Genova 2001”) e perdendo – in uno dei miei ultimi viaggi nel Paese basco – l’occasione di rivederla nel 2005.

Tutto qui.

Gianni Sartori

 

lettura consigliata:   http://www.arivista.org/?nr=284&pag=34.htm

#Cina #Repressione – GLI UIGURI ABBANDONATI – QUASI – DA TUTTI, PERFINO DA ERDOGAN – di Gianni Sartori

Con una recente esternazione, il Papa aveva ricordato alcuni tra i popoli maggiormente oppressi. Oltre ai curdi  yezidi (ieri sterminati ieri dall’Isis, oggi perseguitati dalla Turchia) e ai rohingya (minoranza musulmana non riconosciuta come etnia dalla Birmania che ne riconosce ben 135 al proprio interno), anche gli uiguri. Sollevando fatalmente – apriti cielo! – le proteste di Pechino. Viceversa,  appare evidente che il premier turco Erdogan – dopo aver strumentalizzato in varie occasioni la situazione di questa popolazione turcofona e musulmana – ormai preferisce abbandonarla al proprio destino. Dato che concludere trattati e affari con Pechino risulta più conveniente.

D’altra parte la questione degli uiguri è una di quelle “a geometria variabile” che riemergono periodicamente. Vuoi per ragioni oggettive, vuoi strumentalmente.

Nel 2018 sul New York Times Chris Buckley rilanciava l’ipotesi (sempre respinta da Pechino) della presenza in Cina di campi di rieducazione per uiguri refrattari. O meglio: campi di detenzione arbitraria, dove gli internati avrebbero subito abusi e maltrattamenti allo scopo di cancellarne l’identità.

E – sempre periodicamente – si torna a parlare della sterilizzazione forzata per le donne di questa comunità minorizzata (parlare di “minoranza” sarebbe un eufemismo).

Una popolazione turcofona e musulmana, sottoposta a una “colonizzazione interna” da manuale (come avviene – con i doverosi distinguo – per i curdi e i baschi).

Ma, appunto, si tratta di una vecchia questione. Anche senza riandare al secolo scorso, basti ricordare come nel 2006 acquistasse una certa risonanza la vicenda, per certi aspetti kafkiana, di cinque uiguri rilasciati da Guantanamo dopo quattro anni e mezzo di maltrattamenti e torture. 

 

A GUANTANAMO CI FU COLLABORAZIONE STATUNITENSE-CINESE AI DANNI DEGLI UIGURI?

Adel Abdulhehim, Ahmed Adil, Haji Mohammed Ayub, Akhdar Qasem Basir e Abu Bakr Qasim erano stati catturati in Afghanistan al momento della preghiera e avevano conosciuto le prigioni – famigerate – di Kandahar. Trasportati poi a Camp Delta e quindi a Guantanamo, solo nel 2006 venivano riconosciuti come “Nlec” (no longer enemy combatants) e trasferiti in Albania (dove però rischiavano l’estradizione in Cina). Al momento della loro – per quanto tardiva – liberazione almeno altri 17 uiguri rimanevano rinchiusi a Guantanamo. Secondo Amnesty International, in almeno un’occasione sarebbero stati interrogati direttamente da agenti cinesi in trasferta nella base statunitense. E con le stesse tecniche utilizzate dagli americani sia a Guantanamo che ad Abu Ghraib (manipolazione ambientale, privazione del sonno, posture forzate…e ben altro). Per il governo cinese avrebbero fatto parte del Movimento islamico del Turkestan orientale, un movimento separatista (indipendentista, meglio) accusato di terrorismo. Invece per Amnesty International “Pechino si richiamava alla guerra al terrorismo internazionale come pretesto per le dure repressioni attuate  nello Xinjiang che hanno determinato gravi violazioni dei diritti umani contro la comunità degli uiguri”.

Sempre secondo A.I. anche nel 2006 sarebbero state “chiuse moschee, arrestati iman, militanti nazionalisti e pacifisti uiguri”. Inoltre “per le persone accusate di terrorismo, separatismo, estremismo religioso si spalancano le porte del carcere”  e in molti casi vi sarebbero state anche vere e proprie esecuzioni.

Un po’ di Storia. Questa grande provincia occidentale della repubblica popolare  (“Turkestan orientale”o anche “Uyghuristan”; per i cinesi Xinjiang: “Nuova Frontiera”) era entrata a far parte dell’Impero cinese soltanto nella seconda metà del XVIII secolo. Qui vivono circa venti milioni di abitanti di cui undici milioni sono musulmani (dal 1300). La maggioranza dei musulmani, più di otto milioni, sono uiguri.

Una popolazione turcofona che sovente si è opposta alla politica colonizzatrice cinese.

Nel secolo scorso, durante la guerra civile, venne fondata una Repubblica dell’Est Turkestan che durò fino al 1949, quando l’esercito cinese venne a rioccupare la regione.

Al momento dell’avvento al potere del partito comunista, i cinesi di etnia han qui erano soltanto tra il sette e il dieci per cento della popolazione. Si calcola che attualmente siano oltre nove milioni (quasi il 50 per cento), grazie a una politica di “bilanciamento demografico” (eufemismo per “sostituzione etnica”) attuata da Pechino con l’invio di coloni han. Un metodo già ben sperimentato: dall’Irlanda alla Palestina, dal Tibet al Rojava. L’analogia profonda con il Tibet – ovviamente – salta agli occhi, ma sui media la situazione del Turkestan orientale non sembra godere della stessa popolarità.

Nel 1990 – dopo che un numero imprecisato di uiguri (presumibilmente una ventina) erano stati uccisi nel corso di una rivolta a Kashgar – era iniziate una nuova fase di lotta per l’indipendenza.

 

LE OLIMPIADI DEL 2008: PER GLI UIGURI BEN POCO DA FESTEGGIARE

Invece nel giugno 2008, all’epoca delle Olimpiadi, toccava agli inviati nel “Turkestan orientale”  stupirsi per la situazione qui riscontrata.  “Quasi da coprifuoco” scrivevano (e quel “quasi” appariva prudentemente riduttivo).

Prima di giungere – il 21 giugno 2008 – a Lhasa in Tibet (altra regione notoriamente sottoposta al colonialismo interno cinese), la torcia olimpica soprannominata dai cinesi la “Fiamma sacra”, aveva attraversato lo Xinjiang, l’immensa provincia a maggioranza musulmana. O così almeno all’epoca, dato che con la “sostituzione etnica” in atto le proporzioni possono cambiare rapidamente. Qui gli inviati scoprivano una popolazione totalmente “sotto controllo”. Lunedì 16 giugno (2008), alla vigilia dell’arrivo nella capitale Urumqi, i responsabili locali avevano “consigliato” alla popolazione di restare in casa a “guardare la televisione”, mentre la fiamma percorreva le strade della loro città. Il pubblico, avevano spiegato, avrebbe potuto “creare problemi alla sicurezza”. Proibito soprattutto “arrampicarsi sugli alberi e radunarsi sopra i ponti”. Il consiglio veniva seguito alla lettera e il giorno dopo il centro di Urumqi appariva deserto, mentre quei pochi che avevano voluto ugualmente assistere venivano fermati e perquisiti.

Il 18 giugno – sempre sotto stretta sorveglianza – la fiamma era stata portata a Kashgar. Questa città nei pressi del confine afghano-pachistano, importante centro della Via della seta, viene considerata come la più islamica di tutta la repubblica popolare e qui, nel 1990, l’esercito cinese uccise una ventina di persone  nel corso di una rivolta. A Kashgar le attività religiose venivano – e presumibilmente vengono – sottoposte a un forte controllo, in quei giorni ulteriormente inasprito.

Proibiti i pellegrinaggi e perfino i cortei nuziali, mentre alcune moschee erano state chiuse.

 Al passaggio della torcia olimpica nelle strade pattugliate  dai militari,  le finestre dovevano rimanere chiuse e nessuno poteva stare sul balcone. Potevano assistere soltanto alcune scolaresche e chi era disciplinatamente inquadrato nella sua “unità di lavoro”. In seguito Amnesty International aveva denunciato altri arresti arbitrari, sempre con il pretesto del separatismo. Anche ai nostri giorni le autorità cinesi della regione denunciano periodicamente di aver sventato “complotti, fomentati da militanti separatisti islamici”. All’epoca dei Giochi olimpici si era anche parlato, dando alla cosa una certa evidenza, del rischio di “rapimenti per giornalisti, diplomatici e atleti”. Qualche mese prima (marzo 2008) un aereo di linea aveva dovuto compiere un atterraggio  di emergenza all’aeroporto di Urumqi in quanto – stando alle fonti ufficiali – a bordo sarebbero stati scoperti esplosivi. La “minaccia separatista” verrebbe soprattutto dal “Movimento islamico del Turkestan orientale” (Etim).

Lo stesso movimento di cui, secondo le autorità cinesi, avrebbero fatto parte gli uiguri rilasciati da Guantanamo dopo quattro anni di mltrattamenti e torture.

Nel giugno 2008, alcune organizzazioni per la tutela dei diritti umani insieme a quelle degli uiguri rifugiati in Occidente avevano denunciato un “ulteriore inasprimento repressivo con il pretesto di combattere il terrorimo, il separatismo e l’estremismo religioso”.

Dilxat Raxit, all’epoca portavoce del Congresso mondiale uiguro (in esilio), aveva dichiarato che “Pechino sta approfittando delle Olimpiadi per reprimere ancora di più il nostro popolo”. 

 

UNA GUERRA TRA POVERI ANCHE QUELLA TRA UIGURI E HAN?

In seguito la situazione non era certo migliorata. Nel 2009 le proteste nella città di Urumqi degenerarono in scontri violenti tra manifestanti e polizia  causando ufficialmente almeno 197 morti. Tutto era cominciato il 5 luglio (2009) quando un corteo di studenti uiguri – che tuttavia inalberavano bandiere cinesi – veniva brutalmente  attaccato dalla polizia, scatenando l’indignazione della popolazione. Durante la notte, assalti a negozi e abitazioni di cinesi han mentre, raccontavano alcuni testimoni, la polizia – stranamente – evitava di intervenire. Decine di persone, definite “istigatori” dalle autorità, vennero poi arrestate e condannate a lunghe pene detentive. Molti processi inoltre si sarebbero svolti in segreto. La maggior parte degli imputati risultarono amministratori o collaboratori di siti internet in lingua uigura, quella parlata dalla popolazione turcofona della regione.

Quanto alla “guerra tra poveri” che talvolta sembra dilagare in questa regione, è plausibile che uiguri e han siano entrambi vittime di avvenimenti la cui responsabilità cade principalmente e pesantemente sul governo di Pechino.

Nell’aprile 2010 il giornalista Memetjan Abdulla veniva condannato alla pena perpetua con altri due giovani per “aver messo in pericolo la sicurezza dello Stato”. Sul loro sito Salkin avevano pubblicato l’appello per una manifestazione. Si trattava della protesta per la morte di alcuni operai uiguri (lavoratori immigrati, spesso discriminati) picchiati dagli amministratori locali cinesi in una fabbrica di Shaoguan nel sud della Cina.

Nei giorni della manifestazione e degli scontri successivi, Memetjan Abdulla si trovava a Pechino (dove lavorava per la Radio nazionale cinese). Per l’accusa, dal 5 luglio 2009 (data d’inizio delle proteste di Urumqi) sarebbe stato ripetutamente in contatto telefonico con una giornalista straniera. Secondo l’indagine condotta da una emittente statunitense (Radio Free Asia), il giornalista era stato accusato di aver tradotto nella sua lingua madre un appello del Congresso mondiale uiguro, l’organizzazione presieduta dalla dissidente in esilio Rebiya Kadeer (naturalizzata statunitense, candidata al Nobel per la Pace nel 2006). Apparso su Salkin, l’appello chiedeva di manifestare pacificamente dovunque nel mondo esistesse una comunità uigura. Un altro internauta coinvolto nel processo, Gheret Niyaz, era corso ai ripari informando le autorità su “appelli all’odio di natura settaria” che circolavano in internet. Nel processo i giudici devono averne tenuto conto e applicato qualche attenuante, visto che lo hanno condannato a “soli” quindici anni per aver parlato dei fatti del 5 luglio 2009 con alcuni giornalisti di Hong Kong.

Altre notizie inquietanti, in particolare i dati sul gran numero di uiguri “giustiziati per crimini politici”(oltre 700 dal 1997 al 2011), venivano diffuse nel 2011. Nello stesso periodo sarebbero stati migliaia quelli incarcerati e spesso condannati all’ergastolo con l’accusa di aver “fomentato disordini”.

 

2011: IN CINA UN ANNO VISSUTO PERICOLOSAMENTE

Del resto quel 2011 era passato alla storia come un anno particolarmente segnato da manifestazioni, scontri e “disordini”. Non solo tra gli uiguri.

Secondo Brice Pedroletti, inviata di Le Monde, gli “incidenti di massa – come vengono ufficialmente definiti – furono decine di migliaia”. In particolare nel mese di giugno 2011 vi fu un’impennata degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Dopo che una donna incinta era stata violentemente picchiata dalla polizia municipale di Xintang, la città venne letteralmente messa a ferro e fuoco per tre giorni consecutivi. In prima fila contro i blindati dell’esercito e della polizia, i giovani operai migranti provenienti dalle campagne. Quasi contemporaneamente in un’altra località della provincia di Guangdong un operaio che reclamava il suo salario, veniva ferito gravemente dalla polizia privata padronale (alla faccia del “socialismo”). Migliaia di lavoratori migranti avevano allora circondato e assediato la sede del governo locale. Le immagini entravano in circolazione grazie al blog Weibo. Dopo qualche giorno moriva – nel corso dell’interrogatorio nel commissariato di Lichuan – Ran Jianxin, fermato per essersi opposto all’epulsione degli abitanti di un’area destinata a ospitare un’area industriale. Mentre le immagini del suo corpo devastato dalle percosse venivano diffuse, sempre da Weibo, migliaia di persone scendevano in strada attaccando i blindati delle forze dell’ordine.

Con la presenza di oltre 30 milioni di operai migranti, la regione di Guandong veniva definita “l’officina del mondo”. Ma anche “una poltiglia urbana di aree industriali e nuove città dove l’ambiente era stato devastato”. Mentre gli abitanti originari vivevano sostanzialmente di rendita grazie alle terre collettive affittate alle aziende, i migranti qui al massimo sopravvivevano subendo le prepotenze dei datori di lavoro, delle amministrazioni locali e delle forze di sicurezza.

Del resto le crepe del sistema cinese (un gigante social-capitalista dai piedi di argilla ?) erano apparse con evidenza già l’anno precedente – nel 2010 – con i grandi scioperi alla Honda e i numerosissimi casi di suicidio tra gli operai della Foxconn.

Dopo di allora, un crescendo di manifestazioni popolari sempre più determinate, l’incremento delle petizioni individuali e – anche – di piccoli attentati e sabotaggi (come ritorsione per qualche ingiustizia subita) che comunque sembrano mettere – se non in crisi – almeno in discussione il controllo sociale. Sarà sicuramente utopistico e ingenuo, ma vien da pensare cosa potrebbe accadere in Cina se le lotte sociali (di classe) si coniugassero con quelle per i diritti dei popoli minorizzati.

Ovviamente il potere, rappresentato dal Partito comunista cinese (Pcc) non è rimasto a guardare. Ancora nel 1999 veniva costituito l’”Ufficio 610”, inizialmente per contrastare il gruppo dissidente di ispirazione religiosa Falun Gong. Da allora il governo cinese ha mostrato di saper ricorrere a sistemi sempre più sofisticati. Sia intervenendo nella rete con appelli apparentemente spontanei alla “calma”, sia fornendo qualche maggiore garanzia ai lavoratori migranti. Ma soprattutto grazie a una vasta rete, tuttora operativa, di uffici e commissioni che operano per il “mantenimento della stabilità” coinvolgendo e stipendiando decine di migliaia di persone. Con agenzie private incaricate di intercettare e rispedire indietro chi si reca nei capoluoghi per inoltrare petizioni  o proteste. In controtendenza sui progetti di riforma della Corte suprema per una maggiore indipendenza della magistratura, l’apparato del Pcc in questi anni ha comunque voluto riaffermare il proprio controllo anche sulla giustizia.

 

Gianni Sartori