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#Kurds #Repressione – SEI GIORNALISTA E ANCHE CURDO? ALLORA PEGGIO PER TE – di Gianni Sartori

Vita dura per giornalisti e fotografi – soprattutto se indipendenti – in certe aree del globo.
Quelli curdi poi sembrano essere particolarmente sotto tiro.
Il 18 novembre era giunta la notizia che il fotografo e giornalista curdo Ebrahim Alipoor era stato rapito a Kabul da uomini armati presumibilmente legati ai talebani (doveroso chiedersi: per conto di chi?).
Il giorno dopo, venerdì 19 novembre, un altro giornalista curdo, Emrullah Acar, la cui abitazione era stata perquisita, veniva arrestato dalla polizia turca.
Andiamo con ordine.
Stando a quanto dichiarato da Henhaw, organizzazione per la difesa dei diritti umani, il fotogiornalista Ebrahim Alipoor sarebbe stato sequestrato il giorno 16 novembre nella capitale afgana e portato in un luogo sconosciuto.
Membro della Federazione Internazionale della Stampa Fotografica (FIAP) e di Immagine del Medio Oriente (MEI), il trentaduenne curdo, originario di Bane (nell’Iran) si era recato in Afganistan per documentare la situazione dopo il ritorno al potere dei talebani.
Non si sa per quale motivo sia stato sequestrato e di che cosa, eventualmente, venga accusato.
Inevitabile sospettare, intravedere la longa manus di un “mandante” straniero. Magari di qualche capitale non particolarmente affezionata ai “suoi” curdi, come per esempio Teheran o Ankara. Conosciuto a livello internazionale (le sue foto sono state esposte in Gran Bretagna, Slovenia, Paesi Bassi…) in Iran Ebrahim era già stato arrestato varie volte dal regime a causa dei suoi lavori di documentazione riguardanti l’oppressione delle donne e la repressione subita dai kolbar (gli spalloni curdi che attraversano illegalmente la artificiose frontiere statali tra Rojhilat, Bashur e Bakur).
Nessun dubbio invece su chi abbia voluto mettere a tacere Emrullah Acar. Il corrispondente dell’agenzia curda Mezopotamya è stato arrestato all’alba del 19 novembre in casa sua nella città di Urfa (nel Bakur, il Kurdidstan del Nord sottoposto all’amministrazione turca).
Nel corso della stessa operazione (nata da un’inchiesta avviata dal tribunale di Malatya) è stato arrestato, a Bingol, anche Hivda Sarilmaz.
Entrambi sarebbero accusati di “appartenenza a un’organizzazione terrorista”.
Perquisita nella stessa mattinata di venerdì 19 l’abitazione di un’altra giornalista, Hikmet Tunc, corrispondente dell’agenzia di stampa femminile Jin News.
In questo caso la richiesta era partita dal procuratore generale di Van in quanto, secondo gli informatori, nella casa sarebbero state nascoste delle armi. Dopo una ricerca infruttuosa gli agenti hanno lasciato l’abitazione della giornalista.
Niente di nuovo naturalmente. La Turchia, classificata al 153° posto in materia di libertà di stampa, viene regolarmente citata come esempio (negativo beninteso) di repressione, oltre che del dissenso, anche dell’informazione. E non certo da oggi. Inoltre il regime di Erdogan sembra essersi specializzato nell’acquisire il controllo dei media.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #EuskalHerria
#IncontriSulWeb – “La lingua e la cultura romancia”
Un incontro con Diego Deplazes e Daniel Telli della “Lia Rumantscha”
#Kurds #Repressione – ARRESTATI SEI MEMBRI DI HDP. FORSE UNA RITORSIONE PER LA DENUNCIA CONTRO L’EX DIRIGENTE DEL MIT? – di Gianni Sartori

Con un tempismo che è stato definito “sospetto” (ma forse sarebbe corretto definirlo “tempestivamente perfetto”), il 17 novembre un ufficio di HDP nel distretto di Çerkezköy è stato assalito e perquisito (o meglio: saccheggiato) dalla polizia. Contemporaneamente sei membri del partito venivano arrestati presso la loro abitazione a Tekirdag.
Un passo indietro.
Solo pochi giorni prima nella città situata nella parte occidentale dello Stato turco, in occasione di un grande raduno, era stato presentato dal co-presidente Pervin Buldan il nuovo programma (“road map”) del Partito democratico dei Popoli.
Ma proprio il mattino di mercoledì 17 novembre era avvenuto anche dell’altro.
La Commissione giuridica di HDP aveva sporto denuncia presso la procura generale di Ankara contro Mehemet Eymur, (l’ex responsabile del dipartimento anti-terrorismo dei servizi segreti turchi, il MIT) e coloro – persone, istituzioni, autorità – che avevano agito insieme a lui. Accusandoli di “crimini contro l’umanità, contro la Costituzionee contro il diritto internazionale”.
Con una sfrontatezza, un senso di impunità al limite del patologico, durante un’intervista con T24 del 5 novembre, l’ex alto funzionario del MIT aveva giustificato i crimini commessi da organismi interni allo Stato turco dopo il 1970. Torture, uccisioni mirate e attentati compresi. Riconoscendo, di fatto, una sua responsabilità in tale “guerra sporca” contro i dissidenti e contro quelli curdi in particolare. Ammettendo sia la sua diretta partecipazione ad alcune operazioni, sia il fatto che talvolta venisse praticata la tortura. Un metodo che lui personalmente non rinnegava, anzi considerava legittimo negli interrogatori dei prigionieri politici.
Così fornendo – secondo l’HDP – egli stesso le prove per l’avvio di una procedura penale.
Questo almeno è quanto si intuiva dalle risposte date al giornalista che poneva precise domande in merito alle percosse e alle scariche elettriche inflitte ai detenuti sotto interrogatorio. Come avveniva nel famigerato centro di tortura di Ziverbey, a Istanbul.
Spiegando, bontà sua, che “la tortura veniva applicata se non c’era altro modo per farli parlare, in quanto c’è della gente molto ostinata che è difficile far parlare in altro modo”. Addirittura insistendo, caso mai non si fosse capito, che “quando non c’è altro mezzo per farli parlare si può ricorrere alla tortura. Ne sono ancora convinto”. Anche se, lo ammette, è consapevole che la tortura può provocare la morte.
Nell’intervista si parla anche dell’ex capo della polizia Hanefi Avci. Oltre ad aver “manipolato molti curdi con le legge sui pentiti” e aver cercato di “creare organizzazioni contro il PKK”, costui avrebbe“inviato una squadra per eliminare Ocalan”. Ma questa sarebbe “rientrata a mani vuote”.
Dietro sollecitazione del giornalista, Eymur aveva raccontato anche di un altro tentativo per assassinare Ocalan con una tonnellata di esplosivo. Tentativo a cui egli avrebbe partecipato direttamente (insieme a Cevik Bir), ma che era stato in parte “bruciato” da un articolo apparso sul giornale Cumhuriyet.
Comunque l’attentato era poi avvenuto e non senza conseguenze per il leader curdo.
L’esplosione infatti aveva “fatto tremare l’intera Siria”, non solo metaforicamente visto che aveva creato una voragine di 17 metri. Evidentemente il messaggio fu compreso da Damasco e poco dopo Ocalan venne espulso dal Paese.
Sempre stando alle sue dichiarazioni, Eymur avrebbe preso parte anche alle azioni contro Mahir Cayan e Ulas Bardakci, militanti di sinistra.
Alle operazioni (che comunque avvenivano con l’autorizzazione del presidente e delle altre autorità), oltre ad alcuni militari, avrebbe partecipato anche Mahamut Yildrim, ex membro del JITEM. L’agenzia – ricordo – di intelligence della gendarmeria turca, espressione dello “stato profondo” turco e di cui si è venuti a conoscenza dopo l’incidente di Susurluk del 3 novembre 1996. JITEM avrebbe condotto operazioni di “guerra sporca”, coperte e illegali, in particolare contro il movimento curdo. Eymur svelava inoltre che Alaatin Cakici, esponente dei Lupi Grigi (e ritenuto coinvolto in affari di mafia) era stato reclutato per agire contro il PKK in Germania.
Quanto agli esponenti politici arrestati in quella che è lecito sospettare sia stata una ritorsione (se non una autentica“rappresaglia”) per la denuncia contro l’ex responsabile del MIT, essi vengono accusati di “aver fatto propaganda per un’organizzazione terrorista”. Inoltre di aver “utilizzato il termine Kurdistan” durante un interrogatorio dopo che erano stati convocati dalla polizia a seguito di un raduno organizzato appunto a Tekirdag il 7 novembre.
Gianni Sartori
#DialoghiSulWeb #Veneto
Un incontro con Ettore Beggiato
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Bayern
#Asia #India – “CACCIATORI DI TAGLIE” CONTRO ADIVASI E NAXALITI – di Gianni Sartori

Sarebbero almeno 26 (quelli accertati almeno, ma si presume siano di più) i naxaliti caduti negli scontri del 13 novembre, durati alcune ore, con la polizia dello Stato indiano del Maharashtra.
Tra i maoisti uccisi, sei donne e il dirigente politico Milind Teltumbde, membro del comitato centrale del PCI (Maoista) e responsabile della zona Maharashtra-Madhya Pradesh-Chhattisgarh. Sulla sua testa era stata posta una taglia di cinque milioni di rupie.
Una vera e propria battaglia si era svolta a conclusione di un rastrellamento nella giungla di Mardintola, lungo la frontiera tra il Maharashtra e il Chhattisgarh, nel distretto di Gadchiroli.
Stando alle dichiarazioni ufficiali, tre membri delle forze speciali sarebbero rimasti gravemente feriti e immediatamente aviotrasportati nell’ospedale di Nagpur.
Nella zona, sempre da comunicazioni ufficiali, proseguirebbero sia i rastrellamenti per scovare altri guerriglieri (anche se nei giorni successivi si sono registrati solamente sporadici scambi di colpi), sia la ricerca dei corpi di quelli abbattuti. Per cui, si presume, il numero definitivo delle vittime potrebbe superare la trentina.
Come è noto, il movimento naxalita è sorto, a seguito delle rivolte contadine dell’epoca, ancora negli anni sessanta e prende il nome da un villaggio del Bengala occidentale.
Dall’arrivo al potere di Narendra Modi il conflitto si è ulteriormente accentuato, esasperato. Decine di migliaia di soldati sono stati inviati nelle aree tribali per stroncarvi sia la resistenza di adivasi e contadini, sia la guerriglia maoista (in molti casi convergenti).
Pochi giorni prima, nel distretto di Seraikela, un altro dirigente maoista, il settantenne Prashant Bose, era stato arrestato dalla polizia dello Stato del Jharkhand. Su di lui, accusato di essere uno dei responsabili dei maggiori attacchi degli ultimi 40 anni, era stata posta una taglia di ben dieci milioni di rupie.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Galiza
#Socials #Repressione – UN DIFENSORE DEI SURYOYE E DI GRUP YORUM ALLA SBARRA IN GERMANIA – di Gianni Sartori

Da proletario autoalfabetizzato e privo di titoli accademici adeguati, confesso la mia ignoranza. Non ero a conoscenza dell’esistenza del termine “Suryoye” e tantomeno del significato.
Con questa parola, mi sembra di comprendere, ci si riferisce alle comunità di Aramei, Assiri e Caldei.
Incontriamo i superstiti Suryoye (ܣܘܪܝܝܐ, Suryoyo al singolare, usato anche come sinonimo di Arameo e Assiro), nella Turchia sudorientale, in Siria, in Libano e in Iraq. Parlano il siriaco (una variante dell’aramaico) e in prevalenza sono di religione cristiana.
L’occasione per apprenderlo è venuta dalla notizia di un processo in Germania contro il militante Sami Grigo Baydar. Processo annunciato per il 9 dicembre presso il tribunale regionale di Augusta.
Con l’accusa di di aver pubblicato, giusto un anno fa, su Facebook un messaggio in cui denunciava di aver ricevuto la visita di alcuni poliziotti “di origine turca”. Inoltre Sami Baydar suggeriva, azzardava un possibile legame tra questi e i servizi segreti della gendarmeria turca. Aveva anche mostrato di apprezzare (con un “mi piace”) un commento in merito; messaggio di cui si sarebbe in qualche modo “appropriato” come se fosse opera sua. Si tratterebbe, per il pubblico ministero, quantomeno di “diffamazione”.
Per tali accuse Sami Baydar era già stato condannato in giugno a una multa di 3600 euro, ma aveva fatto appello.
In precedenza – e in varie occasioni -il giovane militante era stato incriminato sia per la sua attività a favore dei Suryoye, sia per aver difeso la band musicale, sistematicamente sottoposta a restrizioni e repressione (non solo in Turchia) Grup Yorum.
Gianni Sartori
