riceviamo questo appello che riguarda il mondo della Diaspora Kurda dall’amico Gianni:


Hall de Gérardchamps – Quai de la Vesdre, 20 – 4800 Verviers
Gianni Sartori
riceviamo questo appello che riguarda il mondo della Diaspora Kurda dall’amico Gianni:


Hall de Gérardchamps – Quai de la Vesdre, 20 – 4800 Verviers
Gianni Sartori
In merito agli incidenti in corso ad Hong Kong, riceviamo questo comunicato firmato da Roland Lang, Obmann des Südtiroler Heimatbundes.

Für die Selbstbestimmung der Hongkonger Bevölkerung
Die Welt zeigt sich überrascht, wie viele Menschen in Honkong sich gegen das chinesische Auslieferungsgesetzt und gegen die zentralistischen Bestrebungen wehren. Mutig sind seit Tagen immer wieder mehr als eine Million Menschen auf die Straße gegangen, um für das Recht auf Selbstbestimmung des autonom verwalteten Hongkongs zu demonstrieren.
Die sich auf die kommunistische Doktrin berufene Volksrepublik China will durch ein Gesetz unbeliebte und freiheitsliebende Menschen in Hongkong festnehmen und einsperren bzw. verschwinden lassen. Dies soll über Vasallen Pekings im Hongkonger Gouvernement geschehen.
Gegen diese zentralistischen und freiheitsraubenden Einmischungen und für die Trennung Hongkong vom demokratiefeindlichen und polizeistaatlich geführten China setzt sich nun ein ganzes Volk ein.
Die mit China geschäftemachende Welt kann nicht zusehen, wie die hauptsächlich von Hunderttausenden jungen Menschen angeführte Protestbewegung mit Knüppel und Handschellen blutig niedergeschlagen wird.
Der Südtiroler Heimatbund solidarisiert sich mit dem Hongkonger Volk. Er fordert auch vor allem die in Südtirol niedergelassenen chinesischen Staatsangehörigen auf, sich von ihrer menschenfeindlichen Regierung zu distanzieren.
Die sieben Millionen starke Bevölkerung von Hongkong muss ihre Zukunft selbst bestimmen und vor allem muss die Meinungs- und Pressevielfalt, Demokratie und Freiheit gewährleistet sein.
Wenn man an die Geschehnisse in Katalonien denkt, weiß man, dass es in dieser Hinsicht auch in Europa noch sehr viel aufzuholen gibt, schließt SHB-Obmann Roland Lang.

Roland Lang
Obmann des Südtiroler Heimatbundes
Siamo arrivati quasi al termine del processo contro l’indipendentismo catalano.
Nell’ambito delle dichiarazioni finali, riportiamo per intero quella di Jordi Cuixart, presidente di Omnium Cultural, in quanto pensiamo che nella stessa si può trovare il riassunto delle posizioni culturali e politiche che dovrebbero guidare ogni movimento che si impegni per raggiungere la Libertà di un Popolo:
Ci processano perchè hanno paura.
Non rinunceremo mai ai diritti umani e a votare tutte le volte che occorra.
Disobbedienza civile contro l’ingiustizia.
Libertà e coraggio.
TORNEREMO A FARLO – #HOTORNAREMAFER
Fonte: TV3
Centro Studi Dialogo a Biarritz per la Catena Umana Basca
Una delegazione di Centro Studi Dialogo si è recata lo scorso sabato a Biarritz (Paesi Baschi) per partecipare a una catena umana organizzata dalle maggioni associazioni che si battono per la Pace in Euskal Herria e per la soluzione definitiva del problema dei prigionieri politici baschi. Il tema era infatti #OrainPresoak #MaintenantLesPrisonniers #AhoraLxsPresxs
La manifestazione ha avuto grande successo con la partecipazione di 3000 persone e centinaia di volontari.
commento musicale:
Txoria txori (Mikel Laboa)
Zapalduen olerkia (Ken Zazpi)

Come abbiamo già anticipato nelle scorse settimane, una delegazione del Centro Studi Dialogo parteciperà il prossimo sabato 8 giugno alla Catena Umana organizzata a Biarritz (Iparralde) da alcune delle più importanti associazioni basche che operano nel settore della ricerca della Pace e del sostegno ai prigionieri politici.
Pubblichiamo oggi il manifesto relativo a questa iniziativa, che ovviamente sottoscriviamo. Di fronte al disarmo e allo scioglimento di ETA, non è seguito alcun passo in avanti da parte degli Stati coinvolti nel conflitto basco, sino allo stallo attuale delle trattative. Anzi continua la politica repressiva nei confronti di militanti e prigionieri, un atteggiamento che non porta a nulla.



Forse è ancora presto per un bilancio complessivo del lungo sciopero della fame avviato da Leyla Guven e condotto eroicamente per mesi da centinaia e centinaia di prigionieri e militanti curdi. Disposti a giungere fino alle estreme conseguenze per porre fine all’isolamento totale a cui è stato sottoposto – per otto lunghissimi anni – Ocalan.
I militanti, molti di loro almeno, versano in condizioni critiche, devono – o almeno dovrebbero – essere ospedalizzati. Invece arrivano, inquietanti, notizie di maltrattamenti nei loro confronti da parte dei carcerieri.
Viene anche da chiedersi cosa ancora rappresenti, dopo ormai venti anni di detenzione, quest’uomo per il suo popolo. Sicuramente un elemento fondamentale di coesione, un simbolo (come fu Mandela per i Neri del Sudafrica), anche se talvolta questa dedizione potrebbe sembrare quasi eccessiva, una forma, per quanto comprensibile, di “culto della personalità”.
Sicuramente la condizione di prigioniero non ha impedito a Ocalan (paragonabile in questo a Gramsci) di continuare a pensare, scrivere, elaborare. Fornendo al suo popolo (e a quanti si riconoscono nelle lotte di liberazione) un metodo, una strategia (il Confederalismo democratico) in grado di avviare il superamento delle contraddizioni – insanabili – del capitalismo. E anche delle realizzazioni del socialismo (nelle sue svariate interpretazioni), talvolta deludenti.
Ma altrettanto sicuramente (e sapendo, dicendo questo, di rischiare di formulare un giudizio troppo drastico, magari ingiusto) ha rappresentato talvolta un “tallone di Achille” per il movimento di liberazione curdo che ha subito ricatti, forse manipolazioni, da parte di Ankara (e non solo).
Vedi le ricorrenti trattative – a senso unico però – per una soluzione politica del conflitto che hanno portato a “disarmare” – e non solo in senso metaforico – la guerriglia o almeno alcune sue componenti.
Almeno sette sono i prigionieri (a cui si deve aggiungere un ottavo militante che si era immolato col fuoco in Germania) che hanno perso volontariamente la vita durante questa protesta.
Come sempre (sia per i dieci repubblicani irlandesi del 1981, sia per quelli – turchi e curdi – del 1996 e degli anni successivi, quasi 150…), vien da chiedersi: ne valeva veramente la pena?
Troppo presto, appunto, per formulare un giudizio definitivo. In attesa di vedere quali saranno gli sviluppi, rimane l’amarezza per la perdita – irreparabile – di questi compagni.
Gianni Sartori

