KURDISTAN – QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA CONCLUSIONE DELLO SCIOPERO DELLA FAME… – di Gianni Sartori

kurds

 

Forse è ancora presto per un bilancio complessivo del lungo sciopero della fame avviato da Leyla Guven e condotto eroicamente per mesi da centinaia e centinaia di prigionieri e militanti curdi. Disposti a giungere fino alle estreme conseguenze per porre fine all’isolamento totale a cui è stato sottoposto – per otto lunghissimi anni – Ocalan.

I militanti, molti di loro almeno, versano in condizioni critiche, devono – o almeno dovrebbero – essere ospedalizzati. Invece arrivano, inquietanti, notizie di maltrattamenti nei loro confronti da parte dei carcerieri.

Viene anche da chiedersi cosa ancora rappresenti, dopo ormai venti anni di detenzione, quest’uomo per il suo popolo. Sicuramente un elemento fondamentale di coesione, un simbolo (come fu Mandela per i Neri del Sudafrica), anche se talvolta questa dedizione potrebbe sembrare quasi eccessiva, una forma, per quanto comprensibile, di “culto della personalità”.

Sicuramente la condizione di prigioniero non ha impedito a Ocalan (paragonabile in questo a Gramsci) di continuare a pensare, scrivere, elaborare. Fornendo al suo popolo (e a quanti si riconoscono nelle lotte di liberazione) un metodo, una strategia (il Confederalismo democratico) in grado di avviare il superamento delle contraddizioni – insanabili – del capitalismo. E anche  delle realizzazioni del socialismo (nelle sue svariate interpretazioni), talvolta deludenti.

Ma altrettanto sicuramente (e sapendo, dicendo questo, di rischiare di formulare un giudizio troppo drastico, magari ingiusto) ha rappresentato talvolta un “tallone di Achille” per il movimento di liberazione curdo che ha subito ricatti, forse manipolazioni, da parte di Ankara (e non solo).

Vedi le ricorrenti trattative – a senso unico però – per una soluzione politica del conflitto che hanno portato a “disarmare” – e non solo in senso metaforico – la guerriglia o almeno alcune sue componenti.

Almeno sette sono i prigionieri (a cui si deve aggiungere un ottavo militante che si era immolato col fuoco in Germania) che hanno perso volontariamente la vita durante questa protesta.

Come sempre (sia per i dieci repubblicani irlandesi del 1981, sia per quelli – turchi e curdi – del 1996 e degli anni successivi, quasi 150…), vien da chiedersi: ne valeva veramente la pena?

Troppo presto, appunto, per formulare un giudizio definitivo. In attesa di vedere quali saranno gli sviluppi, rimane l’amarezza per la perdita – irreparabile –  di questi compagni.

Gianni Sartori

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