#Turchia #Repressione – Si fa sempre più pesante la repressione contro HDP

Con una lettera, il rappresentante del partito HDP in Europa informa sugli sviluppi della recente raffica di carattere repressivo messa in atto dalla Turchia nei confronti del partito filo-kurdo, regolarmente presente alle elezioni su tutto il territorio dello Stato turco – fonte http://www.hdpeurope.eu 

Dear friends,

we are attaching another statement by HDP foreign affairs spokespersons that “HDP under even more political pressure”.

The statement describes the details of the following points:
  • Strip-search and beating of former co-mayor, leaving her too incapacitated to plead in court
  • Summaries of proceedings to lift parliamentary immunity prepared against a further nine HDP deputies, including HDP co-chair, Ms Pervin Buldan
  • Court of Cassation approves HDP deputy’s 2-year prison sentence for a social media post, opening the way for him to be barred from parliamentary membership
We would be pleased about solidarity statements and thematization of these ongoing crackdowns.

Thank you very much.

Kind regards,
Devriş Çimen
European representative of the HDP in Europe

 

#MemoriaStorica​ #Catalunya​ – Lluís Maria Xirinacs – Plaça de Sant Jaume – BCN – anno 2000

Il 1° gennaio 2000, Lluís Maria Xirinacs inizia una “presenza” in Plaça de Sant Jaume, a Barcelona, per chiedere, tra le altre cose, la costituzione di una “Assemblea dels Països Catalans” per iniziare il cammino verso l’indipendenza. Sarà nella piazza per 12 ore continuative sino al 14 aprile.

#KURDS #ROJAVA : BASTA LA PAROLA – di Gianni Sartori

Un mio recente, breve intervento sulla tragica fine di una giovane donna curda di Afrin (selvaggiamente picchiata da una banda di collaborazionisti, era morta al momento di partorire due gemelli) aveva scatenato la reazione di qualche sostenitore di Assad e della intangibile integrità dello Stato siriano.

Commenti che – almeno credo – non provenivano da seguaci di Forza Nuova, Casa Pound o da qualche rosso-bruno, ma – sempre presumibilmente – da esponenti della “sinistra antimperialista”.

Cosa dire? Forse “più realisti del re” in questa difesa d’ufficio dell’attuale regime siriano.

Nell’articolo, sottolineo,non si affrontava minimamente la questione dell’autonomia – meno che mai dell’indipendenza – curda.

Ma forse era bastato nominare il Rojava!

Non sia mai, questa è Siria (e basta!).

Ora non è mia intenzione approfondire la questione “sovranità nazionale”. Per quanto mi riguarda – l’ho appreso dai baschi – più che una prerogativa degli Stati (comunque una costruzione artificiale) la considero organica ai diritti dei popoli, delle “Nazioni” (anche quelle “senza Stato” appunto).

Tra i commenti spiccava poi un esplicito invito al governo di Damasco per farla finita una volta per tutte con ‘sti curdi.

Non si entrava nello specifico, ma presumo non con le buone maniere.
Magari – ma in seconda battuta – mandando via anche i turchi che hanno invaso il Paese. Ripristinando quindi la situazione precedente (quella di dieci anni fa).
Ora, verrebbe da dire che se aspettavamo Assad, l’Isis faceva in tempo a radicarsi nell’intera Siria, non solo nel Nord-Est. Da dove, pagando un prezzo altissimo, l’hanno sloggiata i curdi delle YPG.

Inoltre è chiaro che Assad non farà nulla – non autonomamente almeno – contro Ankara, visto che Putin lo tiene saldamente al guinzaglio.

Altra questione: il petrolio venduto agli statunitensi (una nota dolente, lo ammetto) che verrebbe “rubato” al legittimo proprietario, la Siria. Ma ci si dimentica che comunque fino a non molto tempo fa Damasco acquistava – senza particolari problemi – dagli stessi curdi il greggio per poi rivenderglielo – trasformato in benzina – a caro prezzo.

La scelta dei curdi – popolo colonizzato e senza Stato, ma comunque “nazione” – è stata semplicemente quella di coglier l’opportunità di rimodernare gli impianti per essere in grado di produrre in proprio l’indispensabile carburante. Per non parlare dei costi a cui l’amministrazione autonoma si sottopone rifornendo a prezzi bassissimi la popolazione (indistintamente, non solo la componente curda ovviamente) di carburante, anche per il riscaldamento. Così come avviene per esempio con il pane, prodotto ora in ogni villaggio e quartiere dai forni appositamente ripristinati o realizzati ex novo.

Quanto alle spesso evocate – ed enfatizzate – rivolte delle tribù arabe locali contro l’amministrazione autonoma curda, vorrei ricordare che – in parte almeno – nascevano dalla richiesta di liberare i miliziani arruolati – per amore o per forza – nell’Isis. Come era poi avvenuto (per chi non si era reso responsabile di fatti di sangue) dietro la garanzia fornita dagli anziani dei villaggi che non si sarebbero reintegrati nell’organizzazione fondamentalista.

E concludo. Potrà risultare difficile, complessa, talvolta perfino contraddittoria, ma l’esperienza del Confederalismo democratico rimane – a mio avviso – una delle poche cose decenti sbocciate in questa area geografica. Una opportunità, non solo per i curdi, di realizzare un sistema sociale non gerarchico, non autoritario, non sessista. Nel rispetto dei Diritti umani ed ecologicamente compatibile…

Per quanto umanamente possibile almeno.



Gianni Sartori

 

#CATALUNYA #OPINONI – Perché gli incidenti di questi giorni in Catalogna ? – di Aureli Argemì

photo EPA/ALENJANDRO GARCIA

Alcune riflessioni:

1) Le manifestazioni a favore della libertà di espressione sono state organizzate a seguito dell’ingiusta detenzione di un cantante (Pablo Hasél). Il rapper si aggiunge ad un elenco di cantanti, oggetto di rappresaglia per essersi dimostrati critici verso l’ordine costituito.
Questa situazione si spiega con una lettura regressiva della Costituzione spagnola e con una “interpretazione giudiziaria espansiva “, secondo le parole di  R . Garcia de Dios, magistrato spagnolo di grande notorietà.
Dal 2015 la Legge reprime gli attacchi ai sentimenti religiosi , al prestigio della Corona e tutto ciò viene collegato ai movimenti indipendentisti . Si sostiene che l’ articolo 578 del Codice Penale spagnolo consideri questi atti come forme d’ appoggio al terrorismo, cosa che contraddice la legislazione europea .


2) E’ stata rilevata la presenza di agitatori ben noti, che si uniscono ai manifestanti pacifici per devastare, provocare la polizia, distruggere e rubare.


3) Comunicazione, media e politici spagnoli sono interessati ad attribuire il suddetto caos alla proverbiale divisione tra catalani. Tutto questo avviene mentre a Madrid si svolgono manifestazioni filo-naziste, e non accade assolutamente nulla. Una situazione questa che si verifica ogni volta che noi catalani indipendentisti andiamo alle urne e vinciamo.
Mentre era al Governo il Partito Popolare e senza il veto del Partito Socialista, per applicare la lettura restrittiva della Costituzione, si è creato un apparato giudiziale appoggiato da un sotto sistema poliziesco, ad uso perverso punitivo (prigione) e amministrativo (multe esorbitanti), che è rimasto ancora in vigore con il Governo socialista , e che colpisce soprattutto la Catalogna, malgrado l’ opposizione verbale di Podemos (partito in coalizione con il Governo centrale) .


4) Per contestualizzare la situazione in Catalogna: in ció che sta accadendo si puó notare lo scollamento tra il Ministero dell’Interno del Governo della Generalitat e una parte dei “Mossos d’Esquadra”, la  polizia autonoma catalana, i cui effettivi sono in parte provenienti dalla Guardia Civil spagnola, che agisce, violentemente, secondo i postulati dell’estrema destra.


5) D’ altra parte si vedono giovani che stanno constatando come nel cosiddetto  “Stato di diritto“ spagnolo, la protesta pacifica allo status quo repressivo e ai problemi economici non abbia una risposta democratica, soprattutto a partire dal 2017.


6) Ultima, ma non casuale, osservazione: il modello delle funzioni di ordine pubblico della Polizia catalana è messo in discussione dai Partiti catalani. Infatti il cambio di modello fa parte delle trattative per formare il nuovo governo dopo le recenti elezioni vinte dai partiti indipendentisti.


 prof. Aureli Argemí – presidente emerito CIEMEN

#KURDS #GERMANIA – DUE INTERVENTI DI SEGNO OPPOSTO SUI CURDI – di Gianni Sartori

Dopo un processo lungo quattro mesi – e quindici giorni di udienze – il tribunale regionale superiore di Coblenza ha condannato un rifugiato curdo, Gokmen Cakil, a tre anni e cinque mesi di carcere. Con l’accusa di essere coinvolto nelle attività del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e aver infranto la legge tedesca ai sensi dell’articolo 129b del codice penale. Una condanna inferiore di soli tre mesi rispetto a quella richiesta dalla Procura.

Il pubblico, assai numeroso, aveva seguito con attenzione il dibattimento e al momento del verdetto in molti lo hanno contestato. Gridando che il tribunale agiva “in nome di Erdogan” e non del popolo tedesco.

Nel suo intervento Gokmen Cakil aveva espresso il proprio rammarico per il fatto che “tedeschi e curdi si debbano confrontare in questo processo” cercando di spiegare che con il suo impegno politico non aveva “recato alcun danno né alla Germania, né al popolo e alla democrazia tedeschi”.

Aveva poi aggiunto di considerare la guerra una “dannazione, una maledizione per l’umanità”. Ma chiedendo comunque alla Corte “cosa fareste voi qualora veniste attaccati con aerei, fucili, carri armati?”. Con una conclusione fin troppo ovvia (o almeno tale per i popoli oppressi): “Non ci si può aspettare che i Curdi si arrendano ai loro assassini”.

Per i difensori del militante curdo le vere ragioni della sentenza andrebbero individuate negli “interessi della politica estera ed economica” a cui il tribunale avrebbe dovuto “sottomettersi”.

Preoccupante che un tale verdetto venga emesso nei giorni in cui un ex capo dell’intelligence turca (Ismail Hakki Pekin) aveva esplicitamente invocato – in un’intervista televisiva – la liquidazione fisica dei militanti curdi in Europa. Ossia l’uccisione mirata degli esponenti del KCK/PKK “non solo a Qandil (Kurdistan del Sud nda), ma anche in Europa”.

Richiamandosi esplicitamente a quanto era avvenuto a Parigi il 9 gennaio 2013 (l’assassinio di di tre rivoluzionarie curde: Sakine Cansiz, Leyla Saylemez e Fidan Dogan) e rivendicando tale massacro, in sostanza, come opera dello Stato turco.

Su questo delitto rimasto impunito (con un singolare tempismo il presunto colpevole moriva in carcere a pochi giorni dall’apertura del processo, in precedenza ripetutamente rinviato) è intervenuta la deputata tedesca Ulla Jelpke (portavoce per gli Affari interni del partito si sinistra Die Linke) chiedendo – con un appello sia alla Francia che alla Germania – la riapertura dell’inchiesta.

Già in precedenza Ulla Jelpke era intervenuta all’assemblea federale sollevando sia la questione del massacro del 9 gennaio, sia in merito ai documentati preparativi del MIT (l’intelligence turca) per assassinare dissidenti – sia curdi che turchi – sul territorio tedesco. Operazioni che – a chi conserva un poco di memoria storica – ricordano quelle dei servizi sudafricani all’epoca dell’apartheid (per restare in Francia, vedi l’uccisione di Dulcie Septembre, esponente dell’ANC).

L’esponente della sinistra tedesca ha quindi aggiunto che “il terrorismo di Stato è parte integrante del regime di Erdogan” Quanto alle affermazioni di Pekin “costituiscono un’autentica confessione su questa vicenda e dovrebbero portare alla riapertura dell’inchiesta”. Per Ulla Jelpke “il governo federale dovrebbe prendere sul serio tali dichiarazioni (di Pekin nda) e proteggere i Curdi che conducono un’attività politica in Germania”. Anche mettendoli sotto scorta.

Una responsabilità, un impegno non da poco. Nel frattempo “la migliore risposta alle minacce turche sarebbe quella di togliere il divieto per il PKK”.

 

Gianni Sartori