#Kurds #Repressione – SVIZZERA/TURCHIA: VIAGGIO DI SOLO ANDATA – di Gianni Sartori

La notizia dell’espulsione di una richiedente asilo curda dalla svizzera si sovrappone a quella della morte in carcere di un prigioniero curdo

Se non fosse per un’altra notizia giunta in contemporanea (il 6 agosto) quella dell’espulsione in Turchia della richiedente asilo curda Bahar Yalçınkaya (madre di una bambina di cinque anni e di un bimbo di 15 mesi, nato in Svizzera) rientrerebbe ormai nell’ordinaria amministrazione.

Al momento la donna si troverebbe nel carcere femminile di Bakırköy insieme al figlio più piccolo.

Da circa due anni Yalçınkaya risiedeva nel centro di rimpatrio Rückkehrzentrum Oberhalden Finkenried a Zurigo.

Prelevata dalla sua stanza sarebbe stata ammanettata dietro la schiena davanti ai figli per venir poi condotta all’aeroporto.

Nuovamente arrestata appena giunta in Turchia, un giudice che ne ordinava la custodia cautelare in attesa del processo.

Inascoltato, Murat Özten, suo avvocato in Svizzera, aveva messo in guardia varie volte le autorità elvetiche in merito ai rischi che Bahar Yalçınkaya correva rientrando in Turchia. In quanto sottoposta a inchieste legate alle accuse nei suoi confronti di “propaganda a favore della causa curda”.

Notizia forse più inquietante del solito, dicevo, in quanto contemporanea a quella della morte di Özcan Aksu. Ugualmente posto in custodia cautelare (dopo essere stato fermato il 22 giugno), il giovane curdo è morto in un ospedale di Istanbul (l’ospedale universitario Dr. Sadi Konuk di Bakırköy). In conferenza stampa familiari, ÖHD (Associazione degli avvocati per la libertà) e ÇHD (Associazione degli avvocati progressisti) hanno richiesto un’inchiesta indipendente sia sulle torture da lui subite, sia sui ritardi nel curarlo.

Chiedendo di poter consultare tutti i dossier della polizia e con la richiesta di interrogatorio per i funzionari coinvolti (polizia, guardie carcerarie, amministratori, personale medico). Oltre a eventuali testimonianze di altri detenuti e le registrazioni delle telecamere di sorveglianza (carcere, ospedale, ambulanza…).

Dopo l’arresto Asku era stato rinchiuso (appunto in custodia cautelare, provvisoria) nel carcere di Marmara (prigione di Silivri).

La morte risale al 5 luglio, ma fuori dalla Turchia se ne è parlato solo ora. Nonostante evidenti segni dei maltrattamenti subiti (ferite, contusioni…) nessuna spiegazione ufficiale è stata data in merito alle cause del decesso. Così come delle ragioni per cui Özcan Aksu era stato arrestato.

La sorella, Melek Aksu, ha testimoniato sul fatto che i famigliari non erano stati informati dell’arresto (v. https://x.com/omeribrahim222/status/2084744298591912275) e delle difficoltà incontrate nel cercare di saper dove fosse detenuto.

Inoltre inizialmente le veniva negata la possibilità di visitarlo.

Aveva potuto vederlo, dietro un vetro, solo il 26 giugno. Le era apparso tremante, disorientato (all’inizio non l’aveva riconosciuta), con il volto tumefatto, un occhio gonfio, ferite alle orecchie, alle labbra e a un braccio. Alla sua domanda su chi l’avesse ridotto così aveva indicato le guardie dietro di lui.

Altre ferite (frattura del setto nasale, una ferita in corrispondenza del sopracciglio destro…) sono apparse al momento del recupero del cadavere da parte della famiglia.

Aksu (dopo che ferite sul suo corpo erano state fotografate) è stato sepolto in un cimitero della provincia di Muş.

Gianni Sartori

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