#VENETO #SOLIDARIETA’ – 70 ANNI CON IL CUAMM, l’esperienza di uno dei principali testimoni di “Medici con l’Africa” – di Gianni Sartori

Nel settantesimo anniversario dalla fondazione del CUAMM, pubblichiamo un incontro- intervista (aprile 2007)  di Gianni Sartori con il professor Giovanni Baruffa.

 

 

Il professor Giovanni Baruffa è originario di Casoni di Mussolente, provincia di Vicenza, diocesi di Treviso.

Lo abbiamo incontrato a Padova, nella sede di Medici con l’Africa Cuamm.

“Se sono andato a fare il medico in Africa e in Brasile – racconta – è stato grazie alla mia maestra delle elementari che convinse i mieri genitori a farmi studiare. E’ morta l’anno scorso a novantasei anni, e quando tornavo in Italia andavo sempre a trovarla. Le dicevo che se ho fatto del bene o del male il merito o la colpa erano suoi”.

E’ nato in una famiglia di contadini con antenati “carbonai in Carinzia, manovali in Svizzera, operai nelle Americhe e minatori in Belgio”. Almeno tre generazioni di emigranti, quelli che chiama “i miei quarti di nobiltà”. Si definisce “il primo intellettuale della famiglia che, contravvenendo a una secolare tradizione contadina, andò all’università”. Iscritto a medicina a Padova nel 1946, si laureò sei anni dopo, nel novembre 1052. La sua “vita goliardica” era costituita dai quotidiani sei chilometri in bicicletta (fino a Rosà) e quaranta di treno (altrettanti al ritorno), da “lavori nei campi e come manovale saltuario, studio notturno (d’inverno in stalla) a lume di petrolio, dato che non c’era la luce elettrica”. In sei anni non dormì mai una notte a Padova, non potendo permetterselo.

Nel 1953-54 gli tocca servire la patria: “scuola di sanità a Firenze, Brigata Alpina Julia e poi Cadore, corso di roccia e corso di sci, montagna e muli”. Collezionando anche qualche punizione per “la mia scarsa disposizione alla vita di caserma”.

Del Cuamm aveva sentito parlare al momento della fondazione, ascoltando la radio mentre si trovava a Treviso per una riunione delle parrocchie. Ancora non lo sapeva, ma era destino che diventasse la sua seconda casa.

Nel luglio1955 il dottor Baruffa stava sostituendo il medico condotto di Valstagna, quando arrivò una telefonata del direttore del sanatorio di Bassano, il professor Canova fondatore del Cuamm.

Fu in quella circostanza che Baruffa divenne per il compianto professore “l’uomo dei tre sì”.

Gli chiese: “Sei disposto ad andare in Africa? Sei disposto a partire subito? Sei disposto a lavorare in un lebbrosario?”, ricevendo sempre una risposta affermativa. Poco dopo, verso la fine di luglio, si imbarcò su una bananiera e quattordici giorni dopo sbarcò in Somalia.

IN SOMALIA CON L’ORDINE DI MALTA

Il lebbrosario di Alessandria del Sovrano Ordine di Malta si trovava a Gelib, nel Basso Giuba, a circa 600 chilometri da Mogadiscio. Costituito da una infermeria e da un villaggio, era situato in un’isola in mezzo al fiume. A Gelib, Baruffa si occupava anche dell’ospedale distrettuale della cittadina, provvisto di una trentina di letti, trovando alloggio nella missione cattolica gestita dai francescani.

“Era un lavoro che mi piaceva – racconta – e, avendo studiato malattie tropicali, ho cominciato a fare ricerche e a pubblicare. Scoprii che in Somalia esisteva autoctona la leishmaniosi viscerale (conosciuta in India come kala azar) e che tutti i casi provenivano da una stessa tribù del Basso Giuba”.

In Somalia si è occupato anche della schistosomosi vescicale, diffusa soprattutto tra i bambini.

Presso alcune popolazioni africane era considerato quasi normale che i bambini urinassero sangua, non si pensava a una vera malattia. Riuscì a farsi mandare una certa quantità di vasetti di plastica da un quarto di litro e cominciò a girare per le scuole della regione per raccogliere campioni che poi esaminava durante la notte. Ebbe modo di verificare che la percentuale di ammalati di schistosomosi si aggirava fra il 30 e il 40%.

Dopo tre anni con l’ordine di Malta, ricevette una proposta di lavoro dal direttore della Sais (Società agricola italo-somala) del Villaggio Duca degli Abruzzi di Giohar.

A circa 120 chilometri da Mogadiscio, la Sais aveva uno zuccherificio. Questa società gestiva anche due ospedali, uno per i bianchi e uno per i neri, dato che era ancora in vigore la segregazione razziale. Stipulato il contratto, nel 1958 si trasferì a Giohar dove rimase fino al 1965. Qui ebbe modo di consultare i volumi della ricca biblioteca del duca degli Abruzzi, ricevendo la spinta iniziale per diventare negli anni successivi anche docente di antropologia.

A Giohar – ricorda – c’erano impiegati, ingegneri, chimici e molti operai, soprattutto emiliani. L’ospedale per gli africani era aperto a tutti gli abitanti della zona, non solo ai dipendenti africani della Sais. L’ambiente era favorevole e Baruffa proseguì nel lavoro di medico e nelle sue ricerche, entrando in contatto con altri medici per confrontare le rispettive esperienze in materia di malattie tropicali.

Seguirono quindi altre ricerche e altre pubblicazioni.

DALLA SOMALIA AL BRASILE

Nel 1964 ricevette una lettera del professor Canova che gli chiedeva di andare in Brasile per insegnare all’Università Cattolica di Pelotas, nel Rio Grande do Sul, dove “c’era bisogno di professori”, precisando comunque che “lo stipendio era molto basso”. Naturalmente Baruffa, dopo aver controllato nella biblioteca del Duca degli abruzzi dove si trovasse la località di Pelotas, che è circa 250 km a sud di Porto Alegre, pronunciò il suo “quarto sì”.

Nel gennaio 1965 si licenzia e torna in Italia, ancora in nave. Arrivò in Brasile, ma stavolta in aereo, il 22 maggio, andando ad abitare per un anno in Vescovado. All’inizio con il vescovo Zattera, originario di Cittadella che parlava in veneto. Ma una sera gli disse: “Da questo momento dobbiamo parlare soltanto in portoghese”: Ad agosto “facevo già lezione in portoghese. Quando non conoscevo una parola chiedevo a un allievo”. Il primo gruppo di studenti si è laureato in medicina nel 1968 e nello stesso anno “sono stato riconosciuto dal Ministero soprattutto per le mie pubblicazioni”.

Nel 1969 arriva una lettera del professor Canova: scriveva di “aver bisogno di un medico così e così” per l’ospedale fondato nel Mato Grosso a Guiratinga dal vescovo Faresin, originario di Maragnole di Breganze. L’ospedale, realizzato grazie anche ai finanziamenti della diocesi di Vicenza, era dedicato a Santa Bertilla Boscardin. Baruffa pensò subito a un suo allievo “particolarmente in gamba, il dottor Paolo Cury, già impegnato con l’ospedale della sua città, ma che partì quasi immediatamente nel settembre 1969. Ritornò entusiasta dopo qualche settimana e accettò a patto che ogni anno, nelle ferie, andassi a trovarli. Partì per Guiratinga con la moglie e da allora anch’io ogni anno sono stato nel suo ospedale per un paio di mesi”.

“In seguito – prosegue Baruffa – d’accordo con il vicerettore dell’Università (uno Zanotelli, cugino dell’ex direttore di Nigrizia), abbiamo mandato parecchi studenti dell’ultimo anno (almeno un centinaio in sei-sette anni) per fare tirocinio a Guiratinga. Molti di loro poi si sono fermati a lavorare nel mato Grosso, anche perché erano molto apprezzati. I sindaci delle varie località venivano a cercarseli direttamente all’ospedale”.

Andando periodicamente in Mato Grosso, il professor Baruffa riprese le sue ricerche e anche qui ritrovò il kala azar. In seguito il vescovo Faresin venne sostituito da mons. Foralosso, un salesiano.

Poi subentrarono i francescani, che si trovarono in difficoltà per i debiti accumulati nel tempo. A quel punto, un paio di anni fa, la Conferenza dei vescovi consigliò di vendere l’ospedale. Il governo brasiliano che lo ha acquistato vorrebbe farne un centro specialistico per curare l’Aids, ma attualmente (2007 nda) non è ancora in funzione. Spiega che “i nostri ex allievi si sono trasferiti nell’ospedale comunale e costituiscono un punto di riferimento per la loro competenza”.

Purtroppo la situazione è peggiorata per molti poveri che prima, con 150 letti disponibili, potevano venir curati gratuitamente. Dell’opera di Faresin rimane ancora in attività la casa di riposo per gli anziani, dove lavorano alcune suore.

Il professor Baruffa insegna ancora bioetica e antropologia all’Università cattolica di Pelotas, di cui viene considerato uno dei fondatori, e per molti anni ha insegnato in quella Federale di Rio Grande.

Ha fatto ricerche anche su Lebbra, Blastomicosi sudamericana, Idatosi, Tetano, Bilharziosi, Verminosi e malattia di Chagas (“una tipica malattia della povertà, diffusa nelle zone del latifondo”), che ha individuato nel Rio Grande do Sul, grazie a una vasta ricerca finanziata dai municipi locali. “Dal ’70 al ’76 – precisa – abbiamo prelevato 12mila campioni di sangue e fatto 11mila elettrocardiogrammi (la malattia attacca il cuore), usando un particolare strumento che operava anche in mancanza di elettricità, alimentato dalla batteria di un’auto. Mia moglie, professoressa di statistica, mi spiegava come raccogliere i dati, quanti campioni per distretto, in modo da avere un quadro completo. In molte zone trovammo anche un 30% di positivi”.

Ricorda anche che “fu il vescovo Zattera a finanziare il corso per una signora incaricata delle analisi”.

A conclusione del nostro incontro ha ribadito il ruolo fondamentale di Medici con l’Africa Cuamm: “la mia seconda casa, che carica e ricarica quel tanto di idealismo che alimenta il Baruffa-Chisciotte e tiene al guinzaglio il Baruffa-Sancho”.

 

Gianni Sartori

 

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